NUOVI INIZI – IL SISTEMA ALLEGORICO DELLA TRASMISSIONE: “Nel debito di affiliazione” di Lorenzo Mari

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Lorenzo Mari

NUOVI INIZI – IL SISTEMA ALLEGORICO DELLA TRASMISSIONE: Nel debito di affiliazione di Lorenzo Mari, L’arcolaio, Forlì 2013

nel_debitoFuori dalle canonizzazioni “mimetiche” o sperimentali (neo-, trans-, post- e via discorrendo) si muovono alcuni autori nati negli anni ’80 del secolo scorso, penso, oltre a Mari, a Davide Castiglione o a Francesco Maria Tipaldi. Le loro operazioni, nelle relative diversità stilistiche, hanno la forza di scavare in quella tradizione apparentemente disillusa rappresentata da tutto il secolo breve (nella sua intera estensione, non concentrando l’attenzione solo sulle strade logore di un classicismo imposto, sul Montale delle prime raccolte, sui lombardi e sulle avanguardie che hanno sempre sospinto astrattamente un nuovo linguaggio nel tentativo, forzato, di frantumare il soggetto lirico). La necessità desiderante di ri-costruire un rapporto di fiducia con la parola e il testo, che non sia banalmente “realistico” o forzosamente dissacratorio, ma che riesca a esprimere trasporto verso l’inedito, l’ignoto, che riconsideri “fabulisticamente” il mondo, allusivamente, ri-tentando il tragitto che conduce alla condivisione di un messaggio in cui il poeta abbia ancora il ruolo specifico di artefice e contenitore di cultura.
Il lavoro di Lorenzo Mari si muove proprio in questa direzione, solo chi vuol restare cieco può continuare a non vederlo, e, infatti, Nel debito di affiliazione, ci permette di fare i conti con un autore che, con perizia e conoscenza della poesia del passato, inizia, in un diverso orientamento etico, «a tirare linee/ sulla mappa» (Anche il nostro viso, p. 20, vv. 4-5), attraverso lo scandaglio archeologico dell’eredità dei padri: «Contribuire, infine, a/ piovere il niente – oppure/ a colmare la terra» (Nel debito di affiliazione, p. 15, vv. 8-10).
Scorrendo le pagine della raccolta emerge, all’interno di uno stile che appare pacato, sobrio, a volte sostenuto da una lucida ricerca formale, un certo sdegno di stampo espressionistico, come in questo componimento d’impatto anticlassico, sperimentale, sulla scia di un grande maestro di “forma” poetica, Chiabrera:

Dove va l’oca (nuova anacreontica)

Dove va l’oca al passo,
anche gallina e capra
vanno, che è poi al macero,
senza macello – niente

ormai conta la carne:
neanche lorda di sangue,
neanche vuota, al fuoco
non sconta. Sacro è il marchio,

ma è un buco a cielo aperto:
poi soltanto il fegato
incarna, poiché ingrassa
e si segna e si corrompe.

(Si nota in un secondo
momento come ancora
nel fegato risieda
amore, e nel punto

esatto – dove ancora
muove l’oca il suo passo)

(p. 38)

Sorge un richiamo a quella zona marginale, ma estremamente produttiva, della nostra letteratura, mi riferisco alla temperie “vociana”, infatti è come avvertibile una sorta di movimento oscillatorio per cui lo stile di Mari sembra estendersi plasticamente tra il Rebora di Voce di vedetta morta[1] e lo Sbarbaro dei versi: «La vicenda di gioja e di dolore/ non ci tocca. Perduta ha la sua voce/ la sirena del mondo, e il mondo è un grande/ deserto» (C. Sbarbaro, Taci, anima stanca di godere, vv. 19-22, in Pianissimo, 1914). Sbarbaro, dunque, al quale tanto deve Montale (anche l’ultimo, disilluso, Montale), in toni meno rassegnati, per cui «tutto è quello/ che è, soltanto quel che è» (C. Sbarbaro, ibid., vv. 17-18), può funzionare come rampa di lancio verso un nuovo da inventare partendo dai “trucioli” del nostro sdilinquito e flaccido presente “post”, risuscitando lievi movimenti allegorici che riscontrano riflessi in Mari:

Figlio di questo e di quella

Manto, Tiresia. Sei figlio di questo e di quella,
della storia e dell’incesto,
dell’impossibile piacere
di tutti, che è deserto
per chi resta. (O anche
un limbo tratto dall’inferno,
correggendo, lievi, la svista.)

(p. 19)

Figure d’iterazione, anafore, anadiplosi, costellano i testi di Nel debito di affiliazione, come se la parola non riuscisse a essere proferita senza l’eco della memoria o, in extremis, per rinforzare le ossessioni intime, le trasposizioni potenziali e immaginifiche che, sole, possono riaprire al mondo e al senso (un po’ come accade al Campana, per restare in clima “vociano”, de Il canto della tenebra[2]): «luce che fascia fascia fascia» (Di cilecca, p. 21, v. 1), oppure: «sul fondo c’è chi stramazza/ sul fondo c’è chi chioccia/ sul fondo c’è chi sbatte le ali» (Come nelle favole (volpi e faine), pp. 43-44, vv. 22-24); «ci si getta in acqua, ci si getta a fondo» (ibid., vv. 18-19); «(non c’è più noi a tenere, così come/ non c’è più un corrimano da ghermire)» (ibid., vv. 16-17). Non c’è più presa, nessun appiglio, nessuna alterità? Scomparsi i punti di riferimento, è proprio dal fondo della caduta umana (che è sempre stata), in quello stesso fondo che ci contiene tutti, che si percepisce la differenza (“chi stramazza”, “chi chioccia”, “chi sbatte le ali”) che ci illustra la vita nelle sue diverse manifestazioni – e reazioni. La conclusione del libro fa trasparire, allora, anche grazie alle allegorie animali, il concetto di diversità e accoglienza della stessa, aprendo in questi termini la possibilità di un senso futuro.
Grazie al lavoro di Mari, e degli autori richiamati all’inizio dell’intervento, di cui si aspettano le prossime prove, possiamo ancora sperare nel contributo della parola poetica nel panorama aperto dalla nostra, più presunta che reale, posterità.

Gianluca D’Andrea
(Dicembre 2013)


[1] C. Rebora, «Voce di vedetta morta// C’è un corpo in poltiglia/
Con crespe di faccia, affiorante/
Sul lezzo dell’aria sbranata./
Frode la terra./
Forsennato non piango:/
Affar di chi può, e del fango./
Però se ritorni/
Tu uomo, di guerra/
A chi ignora non dire;/
Non dire la cosa, ove l’uomo/
E la vita s’intendono ancora./
Ma afferra la donna/
Una notte, dopo un gorgo di baci,/
Se tornare potrai;/
Sòffiale che nulla del mondo/
Redimerà ciò ch’è perso/
Di noi, i putrefatti di qui;/
Stringile il cuore a strozzarla:/
E se t’ama, lo capirai nella vita/
Più tardi, o giammai».

[2] D. Campana, «Il canto della tenebra// La luce del crepuscolo si attenua:/ Inquieti spiriti sia dolce la tenebra/ Al cuore che non ama più!/ Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,/ Sorgenti, sorgenti che sanno/ Sorgenti che sanno che spiriti stanno/ Che spiriti stanno a ascoltare/ Ascolta: la luce del crepuscolo attenua/ Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:/ Ascolta: ti ha vinto la Sorte:/ Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:/ Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte/ Più Più più/ Intendi chi ancora ti culla:/ Intendi la dolce fanciulla/ Che dice all’orecchio: Più più/ Ed ecco si leva e scompare/ Il vento: ecco torna dal mare/ Ed ecco sentiamo ansimare/ Il cuore che ci amò di più!/ Guardiamo: di già il paesaggio/ Degli alberi e l’acque è notturno/ Il fiume va via taciturno/ Pùm! Mamma quell’omo lassù!».

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