DISCENDENZA E DOLORE: Impressioni su Bambino Gesù e Figlio di Daniele Mencarelli

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Daniele Mencarelli

DISCENDENZA E DOLORE: Impressioni su Bambino Gesù e Figlio di Daniele Mencarelli

Le poesie possono colpire e commuovere, la parola diventa un’arma affilatissima e carica di senso. I due ultimi libri di Daniele Mencarelli (Roma, 1974) rappresentano l’arma salvifica del dolore, la possibilità, o meglio il dovere, che il dolore stesso sia il primo passo in direzione di una salvezza che solo l’alterità, l’altro che in noi agisce, può donare. Le due opere sono un dittico cui è sottesa l’idea che la sofferenza sia una forma di conoscenza, la più intima, forse, attraverso la quale un soggetto, che si credeva separato, scisso, riscopre, insieme alla sua interiorità, la propria appartenenza a una comunità.
Se l’ospedale del primo dei due libri era il luogo in cui un essere umano, nell’osservazione degli eventi e delle persone, scopriva il suo coinvolgimento e riusciva a comunicarlo in un racconto partecipe, il secondo è concentrato nel “luogo” della paternità – perché il “figlio” che il titolo ci presenta nient’altro è se non il padre rovesciato in una dipendenza derivante prima dalla nascita,

Vigilia di Nicolò arrivi
piena d’agosto e luce
aria che avvampa sui paesi vuoti,
al nostro incontro poche ore
poi pelle toccherà pelle
al posto della tua immagine sognata
ci sarai tu in carne e aria,
d’improvviso vuota questa casa
dove s’attende il tuo respiro
il primo pianto d’amore al mondo,
che cominci tua vita nascitura
figlio dell’uomo rifai la mia storia.

(da Figlio, nottetempo, Roma 2013, p. 12),

poi dalla caduta nel dolore, nella perdita assoluta:

Quando riattaccano i pezzi
chi può dire la tormenta,
con quale metro si misura
lo strazio della voce
che chiama il tuo nome,
«è tutto finito, è passato»
solo questo sai ripetere,
ma non c’è formula
a sanare questo vuoto
spinto a forza dal rimorso,
dal tuo volto noto al cielo
che nitido si specchia
in tutta la materia.
Non c’è cuore sufficiente
per dare alla mancanza
altre parole.
(Tu sei Pietro, Francesco alla fine,
non sei nato il dodici dicembre
dell’anno duemilanove)

(da Figlio, p. 44).

La perdita del figlio, la scomparsa di un riconoscimento che caratterizza l’appartenenza e che conduce allo scontro emancipativo, fondante, tra genitori e generati, non consente più la linearità della fabula, il linguaggio è esposto, in tensione, si mette alla prova: sfumano articoli e connettivi, i collegamenti sintattici si sciolgono nell’incendio delle sensazioni lancinanti, nelle rincorse e negli affanni che non hanno approdi; il dolore incenerisce, tanto è immedicabile la sua presenza, occorre attraversarlo e resistere nella speranza di una rigenerazione.
La figlia che nascerà dopo le perdite non è un semplice riscatto, si trasfigura, diventa liberazione, per quanto attenuata, una luce di salvezza:

Prima di lasciare l’ospedale
Viola esige il suo pasto,
occorre un angolo remoto
dove il ghiaccio a folate
non arrivi coi suoi attacchi,
quale forza guida la tua scelta?
Che ti siede materna regina
fra tutte sulla medesima sedia
dove ore e tragedia sfilarono
a maledire Dio e il suo creato,
è solo stravaganza del caso
che mi fa tenere figlia
fra le braccia come cristallo
dove mancanza di Pietro bestemmiava?
E se fossi Tu quale bene sai dare
a chi ha sfregiato il tuo nome?
Con quale disumano coraggio
restituisci dono e perdono
a chi ti ha bruciato nell’odio?
Troppo vasto il tuo cuore
che non sa resistere ai suoi figli
di Padre che tutto concede,
medesima sedia stessa la voce
che ora invoca e ringrazia.

(da Figlio, p. 60).

Misticismo carnale che rifugge i dibattiti sui cambiamenti epocali, dando una risposta che parla di sentimenti umani e trasmissione… dolore e discendenza conformano il linguaggio di entrambi i libri, il percorso di caduta presenta slanci lirici, un canto che si fa strada, litanico, soprattutto in Bambino Gesù, franto, adirato a volte, in Figlio, presentandosi sempre nudo nei momenti di gioia istintiva o in altri più consapevoli:

Due camere da letto e per ognuna
due corpi presi dalla notte,
quant’è piccolo o almeno sembra l’universo.
E’ tutto qui e io vi guardo
mentre parole dalle viscere salgono,
salgono fino al respiro che si affanna
alle mani che ballano una frenetica danza,
e ritrovarsi quelle due o tre frasi
tutta la preghiera che latri al cielo,
fai del loro battito ti prego
il motore che muove l’infinito
il cuore delle stelle appena nate.
Poi prendere la via del letto
sapendo che domani mi rivedrò a guardare
come ogni sera, come ogni tempo.

(da Bambino Gesù, nottetempo, Roma 2010).

Il dolore umilia i bisogni, stringe le necessità e, nonostante possa rendere rabbiosi, impone umiltà e compassione, estende l’orizzontalità percettiva che tende a mettere in comune gli esseri, in altre parole la sublima, a prescindere da ogni credenza (penso anche a un film horror francese, abbastanza recente, che si sofferma sul dolore e sulla capacità trasfigurante della sua ineluttabilità: Martyrs, 2008, del regista francese Pascal Laugier); la comunità, nella visione dell’autore, si ri-crea solo nella condivisione. Il sacrificio di un padre (o di una madre) per il figlio, oltre agli evidenti riferimenti cristiani, possiede in sé il messaggio incarnato della trasmissione generazionale. La propensione, meglio la tensione, all’altezza delle sensazioni che partono dalle vicende personali, comuni, quasi banali, manifesta uno scavo in direzione delle nostre origini, oltre che esistenziali anche letterarie.
Giorgio Agamben dedica alla “visione” francescana del mondo il saggio Altissima povertà (Neri Pozza, Vicenza 2011) aiutandoci a comprendere come una nuova sacralità possa prendere avvio dall’estremizzazione concettuale del nichilismo, dalla scelta d’abbandono e dallo svuotamento implicito in questa stessa scelta: la rinuncia, a guardare bene il passato, archeologicamente, è un fenomeno d’agnizione, la scoperta del nostro essere nudi davanti agli eventi. Il XII e XIII sec., per le nostre lettere fondamentali, rappresentano una ritrovata consapevolezza delle possibilità umane, da San Francesco, poi con Jacopone, si fa luce una critica radicale della corruzione della società che si manifesta nella corposità viva, carnale, del lessico. Questa carnalità ha gli stessi presupposti nell’operazione di Mencarelli, poca fiducia in ciò che è “professionale”, istituzionalizzato («uomini mozzi di virtù/ in camici bianchi senza faccia», È grande il policlinico, in Figlio, p. 13, vv. 8-9), massima apertura nei confronti della fragilità e della comprensione della stessa:

(padiglione S. Onofrio)

Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“Ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore,
lì c’era solo un bambino che giocava.

(da Bambino Gesù)

L’attuale Medioevo economico e informatico (old economy e new economy, banche, tecnologia, ecc.) spinge la comunità alla frammentazione; la poesia ha l’antico compito di vigilare sulle dinamiche che conducono all’atrofia delle coscienze, perché è fatta col linguaggio e deve comunicare la libertà, vera e non relativizzabile, delle relazioni umane, la possibilità di esistere in comune. Mencarelli ricorda questa necessità della parola (l’annunciazione, il verbum) di salvaguardare l’habitus originario a scapito della parcellizzazione dell’esistente, per rifondare nuovi “comuni”. Se il verso, nel passaggio tra le due raccolte, tende a modularsi sempre più nervosamente, frangendosi, slittando in accensioni improvvise, a-sintattiche, abbiamo il dovere di sottolineare che questa evoluzione stilistica, virando in direzione del singulto – nonostante il dolore abbia inghiottito la narrazione dei fatti –, prova a cantare, proprio dal baratro della caduta, la potenza dell’essente.
La poesia di Mencarelli rende grazia nel contrastare un male ben individuato nella sofferenza, combatte per contenerlo, non si limita a costatarne l’effettiva presenza:

Quattro

Un letto a due piazze
e quattro anime strette
fuoco di corpi che si scaldano
lasciandosi cullare,
intrecciati sino a non capire
di chi sia il braccio come cuscino
o la mano sulla schiena che carezza,
fusi in un unico destino
che fa della vostra la mia gioia
e il mio dolore il vostro pianto,
sangue nato dallo stesso sangue
che sfida il cielo aperto
su questa zattera a due piazze.

***

Voi venuti come argine
per dare freno e direzione
a questa corsa senza pace,
vostro padre, uomo in piena,
cacciatore di tesori
che esplora il vostro sonno
e trova indizio delle stelle,
promessa di quel che resterà
dopo l’ultimo respiro,
voi amorosi occhi
su cui passerà la mia fine
figli che andrete
anche per me nell’avvenire,
voi la mia bibbia
ancora da scrivere.

(da Figlio, p. 64-65).

Gianluca D’Andrea
(Maggio 2013)

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