Poem Shot (12): Wallace Stevens (1879-1955) – di Davide Castiglione

Poem Shot (12): Wallace Stevens (1879-1955)

Pubblicato il febbraio 17, 2013 su:
Sentire di trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda – intellettuale – di un poeta che si sta leggendo: a me è capitato soprattutto con Wallace Stevens, il più europeo tra i grandi modernisti americani. Lo allontana dai suoi contemporanei illustri (Pound, Williams, Eliot…) anzitutto il fermo rifiuto di sperimentare nuove forme già a partire dall’assetto tipografico: alle commistioni stilistiche eliotiane, all’euforia jazzistica williamsiana e ai blocchi didascalici poundiani, Stevens oppone un ferreo, appena ironico monolinguismo, un uso quasi esclusivo del blank verse (l’endecasillabo inglese) e una divisione in strofe isometriche. Un paradossale richiamo all’ordine, all’invariabile cristallino pòsto al riparo da innovazioni e mode d’epoca, per puntare invece sul ‘peso’ del detto, tutto percorso da un astrattismo pensante, d’inflessione filosofica ma piena di suggestioni sensuali. È una scelta che recupera la tradizione romantica inglese e quella simbolista francese, scelta ‘politica’ perché, mentre le forme più sperimentali hanno maggiore storicizzazione, l’uso di una quasi archetipica sembra resistere meglio al trascorrere del tempo, trascendendolo (anche se questa è un’illusione ottica: lo storico della letteratura sa bene che non è così). È forse una declinazione del classicismo moderno che da noi ha esponenti in Montale, Sereni, Fortini – difatti tutti avversi alle forme sperimentali più estreme. A illustrare tutto quanto detto ho scelto, per la dodicesima puntata di Poem Shot, una delle sue poesie più celebri, un manifesto dell’intera opera stevensiana: l’aneddoto della giara.

Anecdote of the Jar 

I placed a jar in Tennessee,
And round it was, upon a hill.
It made the slovenly wilderness
Surround that hill.

The wilderness rose up to it,
And sprawled around, no longer wild.
The jar was round upon the ground
And tall and of a port in air.

It took dominion everywhere.
The jar was gray and bare.
It did not give of bird or bush,
Like nothing else in Tennessee.

Traduzione: L’aneddoto della giara. Posai una giara in Tennessee, / era rotonda, sopra una collina. / Fece in modo che l’informe tutto / serrasse quella collina. // L’informe ascese fino a lei, / si allargo d’intorno, informe non più. / La giara era rotonda sopra il suolo / ed alta, quasi un porto nell’aria. // Affermò ovunque il suo dominio. / La giara era grigia e netta. / Non donava uccello né arbusto, / come nulla d’altro in Tennessee.

Il ruolo del poeta, all’apparenza forte perché campeggia in incipit ed è seguito da un verbo d’azione (“I placed”), è in realtà minimale, perché ridotto a questo atto primordiale del disporre, dello scegliere il luogo e l’oggetto: il resto della poesia è una sorta di parabola enigmatica,  un’epifania impersonale senza protagonisti umani né animali. Eppure, d’intuito, crediamo di poterci fidare di quanto viene detto: il tono solenne e assoluto delle proposizioni non confutabili (“round it was, upon a hill”… “It took dominion everywhere”, ecc.), l’assenza di qualsiasi intrusione autoriale e la limpidità e pulizia del dettato ci portano a questa fiducia. La poesia non sembra affermare, quanto constatare: ma la constatazione stessa, paradossalmente, è inverificabile sul piano mimetico (non possiamo certo essere d’accordo con la lettera della poesia!). Da qui lo status enigmatico ma necessario del testo: il focus continuo su qualcosa di altrimenti banale come una giara, fa di questa un’allegoria da decifrare.

A cosa allude la giara? La giara è interpretata da George Steiner come metonimia dell’arte. Individuando una fonte nascosta nel mito di Orfeo, che col suo canto raduna e calma gli animali selvaggi, Steiner spiega il testo stevensiano con la seguente proporzione matematica:

Orfeo : animali = giara : informe

La seconda coppia risponde alla prima, dalla quale solo l’assenza di animazione la distingue: la giara e l’informe (“wilderness”: traduzione più contestuale che letterale) si comportano come Orfeo e le bestie selvagge. Orfeo è il centro attorno cui le bestie si calmano; e la giara, moderna declinazione del canto lirico, è il centro attorno cui l’informe trova una struttura. Questa interpretazione, del tutto plausibile perché spiega l’interezza del testo ed è in totale accordo con la poetica di Stevens riassunta più in alto, mostra come sia possibile salvare una fiducia ancestrale nella poesia come portatrice d’ordine e, al tempo stesso, conformarsi all’ideale modernista di impersonalità, sostituendo l’ego del poeta con oggetti che ne diventano indipendenti. Ed è vero: appena scritta, la poesia diventa indipendente da noi, assume vita propria – non per qualche animismo di ritorno, ma proprio in forza di un’evidenza esperienziale. L’opposizione interna alle coppie si accresce in Stevens, perché giara : informe oppone ‘cultura’ e ‘natura’ più drasticamente rispetto a Orfeo: animali. Perciò la cultura, l’artificiosità del manufatto (la giara, la poesia) impone il suo ordine alla natura.

L’allusione all’ordine è ovunque, e su più piani, in questa poesia: nella ripetizione, ridondante sul piano informativo ma efficace su quello espressivo, della rotondità della giara (il cerchio è immagine di ordine e perfezione). La collina stessa (= mondo naturale) allude alla rotondità, mentre il ‘ritorno’ garantito dalla forma del cerchio iconicamente si specchia nelle epifore (“hill”… “hill”, vv. 1-3), nel contenimento di “round” in “around”, “surround” e “ground”, nella chiusura circolare con “Tennessee” (v. 1 e v. 12), nelle rime imperfette (Tennessee-wildernessair-everywhere-bare) e in altre riprese (l’alternanza, strana a livello coesivo, di “jar” e del suo pronome, “it”, nonché nella figura etimologica wilderness-wild). Un accuratissimo sistema di ritorni e riprese, di compiutezza esasperata, il trionfo della forma nella sua funzione: la distanza dall’informe strutturale inseguita da Pound e più moderatamente dal primo Eliot (“L’aneddoto” è uscito nel 1919) non potrebbe essere maggiore.

L’aneddoto della giara, credo, si fonda anche su quella che Riffaterre ha chiamato regola di conversione: mentre il topos è della natura che assorbe o sussume la civiltà (si pensi a “La natura è un tempio” di Baudelaire!), qui è la civiltà, tanto più piccola e apparentemente triviale (la parabola è definita, con understatement, come aneddoto; la giara si profila contro l’intero stato del Tennessee!) a ordinare tutto ciò che le sta intorno. Questa poesia mi sembra perciò una difesa della prospettiva antropocentrica: un messaggio però positivo, perché quella che sembra arroganza di dominio (la giara che domina il tutto può forse essere letta, politicamente, come metonimia dell’imperialismo occidentale) non è altro che il nostro, primordiale, modo di dare senso e forma a ciò che ci circonda. La risonanza del detto – perché amplificato da ciò che implica – raramente in poesia ha trovato forma altrettanto compiuta.

 

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