[ECOSISTEMI] – Lettura I (Un esercizio)

[ECOSISTEMI] – Lettura

I

«…nell’etica non c’è posto per il pentimento, per questo l’unica esperienza etica (che, come tale, non può essere compito né decisione soggettiva) è di essere la (propria) potenza, di esistere la (propria) possibilità; di esporre, cioè, in ogni forma la propria amorfia e in ogni atto la propria inattualità.

L’unico male consiste invece nel decidere di restare in debito di esistere, di appropriarsi della potenza di non essere come di una sostanza o di un fondamento al di fuori dell’esistenza; oppure (ed è il destino della morale) di guardare alla potenza stessa, che è il modo più proprio di esistenza dell’uomo, come a una colpa che occorre in ogni caso reprimere».

G. Agamben

[ECOSISTEMI]:

Diversi punti o ferite come centri propulsivi di (intermittenza linguistica).

 Ecosistemi [sentire nei miei occhi]

 

Sentire nei miei occhi al centro amore

ancora il centro ha un centro?

 

Il luogo dell’amore è solo quello

come un contatto o un odore [un fetore?].

 

Amore è dentro e dentro è un parto dentro

ecosistemi di polpe

e fango su fili di mani –

 

piccoli mondi vissuti e varianti

di nuovi pregiudizi

[sempre uguali].

 

Mani uguali a distruggere il disprezzo

scrivendo una violenza inaudita,

e sorseggiare il mondo come impasto

di ogni atrocità che non è scritta.

 

Dentro amore che sento nei miei occhi

quando guardo il mondo

mangiando impurità.

 

1° componimento: è il tema del libro, l’unione di una dicotomia, o meglio, la polarizzazione di un percorso che un tempo sulla dicotomia si fondava. Il campo è reticolare, antigerarchico, tanti punti interconnessi, tante zone (ecosistemi, dimore), nessun centro se non sfaccettato e non fondante. Un centro come CENTRO non regge, ogni zona è un punto propulsivo perché riceve e trasmette impulsi (linkaggi) – dendriti e assoni. Tutto il libro è una riduzione, l’approdo provvisorio di una rete linguistica (o di segni). Il dispositivo è nel movimento.

PROLOGO

Ambiente di vita di base con[porre] (le parentesi quadre in questo caso rappresentano un sistema vitale chiuso) insieme la casa.

1° verso: quasi sinestetico – senso deviato; osservazione anche troppo attenta.

5° verso: (iterazione ossessiva) il bambino eracliteo e l’universo.

6°-7° verso: polpe e fango (come creta – densità della nascita).

9° verso: non si esce dalla caducità, il che non implica una resa al nulla del non valore (F. Nietzsche, La gaia scienza, Libro II, 58).

10° verso: incorniciato e non evidenziato.

COMPORRE LA CASA

SISTEMARE LA CASA.

In un mondo senza altra regola che un presunto decisionismo (manovrato dal contesto, nella più pura inconsapevolezza), la libertà si muta in relativismo e manifesta la sua carenza di potenza, appare il fantasma e la scissione dell’individuo si pietrifica nel suo doppio spettrale. RI-ORDINARE ha qui il senso di rendere divisibile l’individuo e necessaria la finzione.

7° verso: «fili di mani» è metonimia di uomo, essere umano, il quale rimpicciolisce aderendo alle fondamenta della costruzione, di più, all’humus, al terreno, all’umiliazione che lo trova (I. Illich, Disoccupazione creativa, I. Gli effetti menomanti della supremazia del mercato – La modernizzazione della povertà).

PRESENTAZIONE

Poiché amore rima con fetore (isolato, parentetico e interrogativo per le problematiche inerenti l’oscillazione che rischia di confondersi con la dicotomia) l’etica si ritrova nell’azione e non nella scelta. Si sposta il comportamento sul piano della necessità.

La sinestesia è un oltraggio già nel titolo: condivisione di distacco e attaccamento.

AMORE/FETORE: una pellicola (il tessuto connettivo di due versi esplicativi – vv. 2-3 – che stanno tra i termini) distingue e interconnette le due fasi. La stessa interconnessione non è comunione tra individui, che tenderebbe a formare la collettività (comunicazione per una comunità) ma una capacità percettiva scissa e continua. I sensi, sentire vedendo dentro una situazione indissolubile eppure evasiva.

Le mani della strofa 5 (metonimia della poesia come in Zanzotto?) scrivono la violenza fondante dell’essere, la quale non vuole essere ascoltata né vista (vedi R. Girard, La violenza e il sacro) e, con essa, il mondo delle atrocità non testimoniate, obliate… in qualche modo testimoniate dal loro stesso oblio (Foucault).

Gianluca D’Andrea

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