TRACCE DI SENSO: L’esperienza della pioggia di Stefano Lorefice, Campanotto Editore, Udine, 2006

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Stefano Lorefice

di Gianluca D’Andrea

L’esperienza della pioggia di Stefano Lorefice, Campanotto Editore, Udine, 2006

stefano-loreficeLa necessità etica che il linguaggio porta in sé, caratterizzando l’essere umano come entità scissa, separata da se stessa e dal mondo, trova conferma in molte operazioni condotte da autori “giovani” (categoria abusata, mi si perdoni l’uso del termine che in questa sede sembra l’unico appropriato per questioni cronologiche); in linea con quanto detto, una novità è rappresentata dalla piccola raccolta di Stefano Lorefice: L’esperienza della pioggia. Vediamo in quali termini.
In cosa può essere rintracciata una risorsa imprescindibile della lingua? Cosa giustifica le scelte del poeta in questione? Andiamo per ordine: in primo luogo le scelte linguistiche. Lorefice sembra aderire a un modello, un’appartenenza geografica (è nato in provincia di Sondrio) che fa preferire l’accostamento colloquiale di parole semplici in una modulazione altrettanto semplice, apparentemente scontata dei significati: “prendi i pochi pezzi rimasti”, “è nella mancanza il nostro andare incerto“ (prendi i pochi pezzi rimasti, p. 11, vv. 1 e 15), la rimanenza nella mancanza è una concettualizzazione troppo vicina al pensiero di una realtà così “nostra” da non lasciarci indifferenti. Processo di recupero (riciclo?) prima della fine di un mondo, l’eredità di un passato, ancora prossimo, estremamente distruttivo, annichilente.
L’andamento del verso non conserva nessuna violenza, nessuna impennata isterica o moralista, nessuna scissione, ma solo il ricorso a un’esigenza, quella della parola che parli per ristabilire un contatto, senza creare separazioni: “per avere il coraggio di chi passa e non si ferma” (col fiato avanti”, p. 13, v. 3). Il tema del passante si riallaccia a quello etico della lingua: il passante ammicca e passa, coglie un messaggio per depositarlo in maniera assolutamente momentanea, senza pretese o forzature di sorta, nella sua stessa fine (nella sua stessa morte? nella verità di un attimo così lampante da eccedersi nella sua stessa sobrietà): “presto saranno i passanti / agli angoli / con un bisbigliare compatto / che non c’è tempo / e quel che rimane è diviso / come gli amanti nel farsi l’amore / senza mai dire abbastanza / per quel che sarebbe / sparsi soltanto / a rigare il fondo del cuore” (certe ferite che rimarginano, p. 15, vv. 4-13). Ecco come lo smantellamento di una tradizione si attua nel tentativo di ritrovare un percorso apparentemente smarrito (probabilmente così vicino da creare una distorsione dello sguardo e dei sensi in genere), un sentiero interrotto dall’attesa di un’esteriorità che riconfermi il passo.
Questa operazione messa in atto da Lorefice è rischiosa, la lingua è già nel suo uso, lo sa il poeta che confida nel passaggio, nel suo gesto concreto e sfuggente, vivo in questa oscillazione inappagabile. La sensazione di precarietà (la verità di una precarietà etica che si riflette nella realtà sociale), la necessità, così luminosa in superficie, di trovare sicurezza nell’attraversamento continuo, da un amore a un altro, da una parola all’altra, rende il “nostro” tempo (il tempo di sempre, la sua stessa inesistenza) necessario, unica compattezza nel brusio e nel chiacchiericcio.
Questi piccoli segnali, i versi che si susseguono come frasi slegate e svincolate da qualunque astuzia tecnica, comunicano il messaggio del continuo trapasso che ci con-viene (che viene insieme a noi nella nostra convenienza: “tutti compatti, vicini, schiacciati”, p. 17, v. 1; “un corpo contro un altro corpo / con tutte le lingue, tutti gli accenti / di un popolo in fuga”, p. 19, vv. 4-6).
L’operazione si stende, componimento dopo componimento, come un’esigenza perpetua, non si tratta di nominare nella tensione (o paura) del possesso, ma di elargire la lingua con generosità e giustezza, nella reazione ad uno stimolo: “perché l’orizzonte da qui non lo vediamo / è un rumore / come di labbra aperte per troppo caldo”, questo è il modo di dire del limite – nessuna volontà – l’azione come azione (forse per questo si avverte un significato nell’apparente insignificanza di un movimento sinestetico, per realizzare un sentire diffuso e indivisibile, non stigmatizzabile attraverso la distinzione dei sensi).
Una traccia quasi inavvertibile di senso è ancora nei passi: “le spalle giù nei vicoli / quelli in ombra / che non hanno memoria / se non di passi” (in ritardo, p. 28, vv. 13-16). Come dire, in questo autoesilio, giustificato da una carenza reale di valori di riferimento, la periferia in cui esistiamo continua a mantenere, nella sua stessa marginalità, la propria effettività, il proprio modus vivendi.
L’opera è uno scarto di passi: “salvare è donare / salvare è silenzio, dopo” (quel essere distanti che si ricompone, p. 34, vv. 7-8), ripartire dai resti per salvare, risuscitare attraverso la gratuità del dono, e la lingua è il “dono”, nel suo procedere si disfa, la parola decade nel momento stesso della sua comparsa, la vita è già nella sua morte: “Tomba ancor calda d’un grigio di vita uterina” diceva Hopkins, nella consapevolezza è già contenuta la salvezza.
E la scrittura, la poesia in particolare: “estende senza chiudere, annusa il sangue del dentro / e sta al limite / dove non pesa / dove non descrive / dove non spiega più” (con i polsi slogati, tesi, p. 43, vv. 10-15), cioè restando nel limite del mondo in cui è collocata non possiede più consistenza impositiva, né libera né coercitiva, né democratica fino al lassismo, né totalitaria fino all’abuso, la poesia riapre il mondo nel mondo (secondo una definizione cara a J. L. Nancy).
La poesia, questa poesia, ci suggerisce di “rispettare l’esclusione che appartiene”, “per reagire all’abbandono / per evitare l’amore accaduto / che è successo / e chiederci ancora / cos’eravamo” (togliere l’indolenza dalle dita, p. 46, v. 7 e vv. 11-15), per questo anche chi ha letto deve cogliere il “dono” nella speranza di fare sua l’abitudine di “dare per nuovo ciò che abbiamo avuto” (li rende simili il restare, p. 52, v. 3) e in tal modo “essere cacciatori / e stare sulle tracce” (riconosco ch’è passato un anno, p. 54, vv. 12-13).

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