Reinterpretare il mondo attraverso i testi di Gianluca D’Andrea – “Il mare a destra” di Massimo Gezzi

gezzi
Massimo Gezzi

di Gianluca D’Andrea

Il mare a destra di Massimo Gezzi, ed. Atelier, 2004

il mare… ancora traiettorie di un viaggio, e il viaggio può essere esilio, un ciclo di passi adatto ad emersioni di senso. Prima ed ultima poesia de “Il mare a destra”: dal “miracolo” della scoperta di punti fermi al bisogno della partenza definitiva (?) per esperire il mondo, semplice esigenza di una vacanza (da colmare? incolmabile?).

I ciclo: “La poesia è finita nella vita / che comincia”, ma la lingua? come piegare l’evento “meccanico” ad una nuova “meraviglia”? forse “il punto di svolta riposa / sul primo gradino della scala” ; una volta dentro il treno, le prospettive si sconvolgono e a stento si verificano le percezioni, la concentrazione è minima e ugualmente al massimo delle possibilità, allora la lingua pare volare su appigli istantanei, tenta un approdo e scivola nella corrente dei referenti casuali, come nell’immagine di coloro che “ascoltano / la terra rivolgersi e ruotare”. La lingua è movimento nel mondo, rapida, quasi intangibile, “già aria” che sfugge alla presa. Che importa nominare se non è colta percettivamente la “processione” di una meraviglia, un segreto che il poeta porta alla luce e condivide?

II ciclo: Vinteuil o della memoria transeunte.
Anche un’azione vivida è destinata alla deformazione dei ricordi, la funzione sensitiva e metamorfica della lingua: “il quadro alla parete, papavero o che altro, / custodisce la parentesi / della nostra permanenza. Il lampo / del televisore appena spento la cancella”. Il papavero custodisce la nostra permanenza, il che appare come una provocazione, una natura d’oblio ci conserva, c’incornicia e un’altra cornice ci rende socialmente cancellabili, quella del televisore lampeggiante, deleterio. Reggere moralmente è una necessità, anche se ”poche le istantanee del ricordo” restano “indelebili” ed è anche questa funzione memoriale che la poesia deve mantenere al di là dei moralismi.

III ciclo: “Inferno in quattro soliloqui”.
Inferno con speranza comune, quotidiana ma smorzata dal quasi ossimorico “cimitero di abbagli”. Questa sezione centrale sembra più una parentesi che un nucleo, un piccolo preludio al fallimento della parola, della sua aderenza al mondo; il concetto verrà approfondito nella sezione seguente e ribaltato in fiducia nell’ultima. Sintomi di una crisi, dove rintracciarne se non nella sfiducia per una riformulazione d’illusioni? la realtà s’informa e sprofonda nell’autismo mentre qualcuno avverte che “bisogna / partire una volta per sempre”, che ancora “il bisogno di contatti / e di calore, di parole” può nascondere “un bagliore di vero”; da questo scontro tra l’individuo e un mondo falcidiato da abnormità segniche, dovrà nascere un nuovo soggetto poetico. Dal dormitorio o fossa comune la difficoltà di sentire ancora una volta l’attrito del reale, nella varietà “abbagliante” delle sue possibilità.

IV ciclo: “Estinzione di una voce”:
infatti la soluzione è esposta e riguarda il sonare della voce: “è la voce il ritratto più feroce/ da estinguere”. In luce o in trasparenza, in condizioni sensoriali di margine, si verifica una battaglia vitale, tra due soglie si avvera la scissione e il niente del senso, come “unghiate dentro l’acqua inafferrabile e tutt’una”, induce a preservare la parola nell’attesa che un vento s’insinui nella voce e faccia esplodere il canto prima della morte. Nell’attimo in cui si accinge a scomparire, il canto è benedizione, stemma e corrente di una scelta di verità.

V ciclo: “Scendere e cercare”: per partire per sempre occorre un bagaglio, unico, scoperto. Il contatto è mescidanza, il tintinnio che risuona, dall’incontro, dentro le cavità dell’individuo che in tal modo forma la società. In questa danza che l’individuo realizza con il mondo (fuori gravità sarebbe tormenta, movimento casuale, oscillazione indecifrabile) anche gli oggetti (il nulla che s’imprime) comunicano, apprendono un ordine e la parola può nuovamente esprimere, nominare (il corpo delle donne è identificato nel nome, ma voce e gesti producono trasformazioni; l’individuo è libero di creare analogie, sorprendersi nell’immaginazione). Contro il “vuoto” che permane, la disposizione: volontà di “scendere e cercare” “a che cosa potranno servire questi segni”. Per istanti, abbagli di un senso che continua a sfuggire ma avverte il bisogno di tornare adorazione, eliminazione della scelta; questa disposizione primitiva dell’individuo che genera meraviglia, che affonda lo sguardo…

continua attraverso la lettura di Sesto Sebastian di Marco Simonelli

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