
1.2 Linguaggio come spazio di passaggio: Antonella Anedda
Se nella poesia di Milo De Angelis il “tra” si configura come zona di massima tensione in cui il soggetto si espone al limite senza poterlo ricomporre, nella scrittura di Antonella Anedda questa condizione si declina in una direzione diversa, più silenziosa e laterale. Il linguaggio non insiste sul punto di frattura, ma si dispone nello spazio che circonda l’evento, lo accompagna, lo veglia. Il “tra” non è più sl luogo della crisi, ma diventa uno spazio di prossimità: un ambito in cui l’esperienza, pur nella sua radicale precarietà, può essere tenuta aperta senza essere forzata in una forma risolutiva. Il linguaggio si dispone come luogo, non come strumento di rappresentazione: uno spazio in cui accadono le relazioni, sostano gli eventi e si accolgono le presenze senza ridurle a una forma definitiva.
Marina Cvetaeva
Sin da Residenze invernali (1992), il linguaggio poetico si colloca in una dimensione sospesa. Il desiderio non è quello di dire, ma di disporre a una condizione:
Le nostre anime dovrebbero dormire
come dormono i corpi sottili
stare tra le lenzuola come un foglio
i capelli dietro le orecchie
le orecchie aperte
capaci di ascoltare.
Carne appuntita e fragile, cava
nel buio della stanza. Osso lieve.
Così la membrana stringe
la piuma alla spalla dell’angelo.
Trasparenti sono le orecchie dei malati
dello stesso colore dei vetri
eppure ugualmente sentono
il rullio dei letti
spostati dalle braccia dei vivi.
Alle quattro, nei giorni di festa
hanno fine le visite. Lentamente
le fronti si voltano verso le pareti.
Nei corridoi vuoti scende una pace d’acquario.
Luci azzurre in alto e in basso
sulla cima delle porte
sul bordo degli scalini.
Luci notturne.
I malati dormono gli uni
vicini agli altri posati
su letti uguali.
Solo diverso è il modo
di piegare le ginocchia
se le ginocchia
possono piegare, diversa
l’onda delle loro coperte.
Pochi riescono ad alzarsi sulla schiena
come nelle malattie di casa
e ogni letto ha grandi ruote di metallo dentato
molle che di scatto
serrano il materasso
o di colpo lo innalzano.
Il letto stride, si placa.
Luci di Natale.
La corsia è una pianura con impercettibili tumuli.
Con quali silenziosi inchini s’incontrano i pensieri dei morti.
Luci d’inverno.
Nella sala degli infermieri luccicano carte di stagnola
l’odore del vino sale nell’aria.
Se i vivi accostassero il viso ai vetri appannati
se allungassero appena le lingue
il vapore saprebbe di vino.
C’è un attimo prima della morte
la notte gira come una chiave.
Quali misteriosi cenni fanno i lampioni ai moribondi,
quante ombre lasciano i corpi.
Le dieci. Sulla tovaglia una pentola
con un coniglio rovesciato di lato
patate bollite, asparagi passati in casseruola.
Nella stanza regna una solenne miseria.
I vivi si chiamano come da barche lontane.
La poesia mostra come il linguaggio si muova evitando ogni affermazione definitiva. Le parole tengono aperta la possibilità dell’esperienza, accogliendo la fragilità dei corpi, la vicinanza dei vivi e dei morti, la durata degli attimi più impercettibili. La scrittura di Anedda sembra radicalizzare l’idea del linguaggio come spazio di passaggio, come luogo in cui ciò che eccede la parola può trovare respiro, dove il lettore diventa compagno di transito in una dimensione di cura e attenzione.

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