
Stranizza d’amuri
Una donna infila le chiavi nella toppa, la borsa stretta tra il gomito e il fianco, la testa bassa. Il citofono ha smesso di funzionare da settimane, ma nessuno ha chiesto di ripararlo.
Dalla finestra del bar le luci dei fari si riflettono sul pavimento di linoleum. Il cameriere asciuga un bicchiere, lo solleva contro la lampada. Fuori, un gruppo di uomini fuma vicino a un’auto con il motore acceso. Parlano piano, le frasi si spezzano come codici. Nessuno ascolta, nessuno vuole ascoltare.
Nella metro, una mano scivola lungo il corrimano. La ragazza con gli auricolari si appoggia alla porta chiusa, gli occhi fissi su qualcosa che non c’è. La sua giacca ha un piccolo strappo sulla spalla destra. Nessuno lo noterà tranne forse il ragazzo che la guarda senza parlare, seduto due posti più in là. Piove da giorni. L’asfalto riflette le insegne spente, le parole cancellate sui manifesti. Un uomo getta un’occhiata ai titoli di un giornale dietro la vetrina dell’edicola. Gesti lenti, occhi che scorrono senza leggere.
Qualcosa scivola via, impercettibile. In questo mondo che si chiude su sé stesso, dove tutto è diventato prigioniero di un ordine che non ammette variazioni, l’amore è forse ciò che sfugge. Non nel senso di un’utopia, ma come una dispersione che si sottrae a ogni logica di controllo, una pluralità di esistenze che, pur nella solitudine, si riconoscono. Non si tratta di un rifiuto, ma di un distacco, un differenziarsi che non accetta di essere prodotto o catalogato. Ogni singolarità, anche la più piccola, è l’indizio di una creazione che non si lascia definire. È un gesto che non si appoggia su un altro, ma che nasce dal suo stesso essere altro.
Stranizza d’amuri. Un suono che attraversa la frequenza disturbata della notte, una frattura che non ha bisogno di spiegazioni. È un flusso che incide, che lascia tracce senza rivelarsi, che esiste e non esiste al tempo stesso. Un respiro in un mondo che non sa fermarsi, che non può

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