Su Poesia del nostro tempo un dialogo tra me e Luciano Mazziotta partendo da Nella spirale e Sonetti e specchi ad Orfeo.

Gianluca: Ciao Luciano, stavo rileggendo i tuoi sonetti-specchio e più mi inoltro più penso che la tua voce mi risuoni dentro. E non credo sia solo la Sicilia, penso alla dimensione convulsiva del pensiero, al ribollire del logos e al conseguente bisogno di ordine e forma (un po’ eliotiano, lo so). È un forte individualismo con le sue ambivalenze che, mi pare, ci fa rischiare di essere fuori tempo massimo o, chissà, fuori tempo e basta. Provo a spiegarmi andando all’origine: convulsus, convellere‘strappare, sconvolgere’, derivato di vellere ‘tirare’ ed è questa continua tensione tra linguaggio e mondo che crea costante dialettica, cioè il dialogo che anche in questo momento cerchiamo e che è filosoficamente greco, loico, per noi fondamentale, originario direi. Non so quanta maieutica ci sia dentro, perché abbiamo sempre il timore che morale possa diventare moralismo, ma non puoi negare che i tuoi riferimenti siano alti (già solo l’esser “caduto” dentro i Sonetti a Orfeo è una spia del tuo atteggiamento: un “alto” che si confronta col “basso” del servizio, non tanto di traduzione, ma di acquisizione e rielaborazione). Per me, un altro termine concettualmente decisivo, per quanto pericoloso, è metafisica. La nostra poetica fa i conti con questa aspirazione all’oltre, ecco perché è evidente la commistione tra ratio (o extrema ratio, per certi versi) e visio (con tutto quello che comporta in termini di apparizione, spettacolo e voglia compensativa di scomparsa, ecco il residuale barocco che emerge tanto anche nel tuo Posti a sedere). Inoltre, c’è la questione dello stile che non può separarsi da quella ricerca di dialogo di cui cerco di parlarti e che, anzi, ne è fibra intima:
Forma e stile, e retorica nel suo insieme, su cui si sono concentrate tutte le facoltà coscienti del poeta nell’atto della creazione artistica, attendono infatti di essere interpretati per essere messi in dovuta relazione fruitiva con il significato stesso, inconsapevolmente espresso grazie a quella forma, a quello stile, a quella retorica (Dario Calimani, T. S. Eliot – Le geometrie del disordine, Liguori, Napoli 1998, p. 31).
In buona sostanza, immagino un lettore ben disposto a lasciarsi andare al testo, anche alla sua erudizione (e lo riscontro anche in te), alla sua forma per come è più o meno inconsapevolmente nata e che, in qualche modo, “rispecchia” un significato, un mondo, il mondo. Ecco, l’altro è il lettore all’altezza di una forma ed è lui il mondo cui aspiro inconsciamente (col distinguo che, se sul piano critico sembro abbastanza certo, quando arriva la scrittura poetica quella coscienza si disperde).

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