Poesie per il fine settimana: William Butler Yeats (The Second Coming)

williambutleryeats
William Butler Yeats

Poesie per il fine settimana: William Butler Yeats (The Second Coming e un pensiero di Žižek da Le parole e le cose)

THE SECOND COMING

Turning and turning in the widening gyre
The falcon cannot hear the falconer;
Things fall apart; the centre cannot hold;
Mere anarchy is loosed upon the world,
The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere
The ceremony of innocence is drowned;
The best lack all conviction, while the worst
Are full of passionate intensity.

Surely some revelation is at hand;
Surely the Second Coming is at hand.
The Second Coming! Hardly are those words out
When a vast image out of Spiritus Mundi
Troubles my sight: somewhere in sands of the desert
A shape with lion body and the head of a man,
A gaze blank and pitiless as the sun,
Is moving its slow thighs, while all about it
Reel shadows of the indignant desert birds.
The darkness drops again; but now I know
That twenty centuries of stony sleep
Were vexed to nightmare by a rocking cradle,
And what rough beast, its hour come round at last,
Slouches towards Bethlehem to be born?

(William Butler Yeats, 1919)


IL SECONDO AVVENTO

Girando e girando nella spirale che si allarga
il falco non può udire il falconiere;
le cose cadono a pezzi; il centro non regge più;
sul mondo dilaga mera anarchia,
l’onda fosca di sangue dilaga, e in ogni luogo
sommerge il rito dell’innocenza;
i migliori difettano d’ogni convinzione, i peggiori
sono colmi d’appassionata intensità.

Di sicuro è vicina qualche rivelazione;
di sicuro è vicino il Secondo Avvento.
Il Secondo Avvento! Appena pronunciate le parole
un’immagine possente affiorata dallo Spiritus Mundi
mi turba la vista: in qualche luogo tra le sabbie del deserto
una forma con corpo di leone e testa d’uomo,
lo sguardo vuoto e impietoso come il sole,
muove lenta le cosce, e tutto intorno roteano le ombre
degli indignati uccelli del deserto.
Il buio scende nuovamente; ma ora io so
che venti secoli di sonno di pietra furono
ridotti a un incubo dal dondolio d’una culla,
e quale mai rozza bestia, giunta alla fine la sua ora,
arranca verso Betlemme per venire alla luce?

(Trad. di Ariodante Marianni)


«Noi in Occidente siamo gli Ultimi Uomini nietzschiani, immersi in stupidi piaceri quotidiani, mentre i musulmani radicali sono pronti a rischiare tutto, impegnati nella lotta fino all’autodistruzione. Il secondo avvento di William Butler Yeats sembra rendere a pieno la nostra situazione attuale: «I migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità». È un’eccellente descrizione della frattura tra i liberali anemici e i fondamentalisti appassionati: “i migliori” non hanno più la capacità di impegnarsi interamente; “i peggiori” si impegnano in un fanatismo razzista, religioso, sessista.

Ma i terroristi fondamentalisti corrispondono veramente a questa descrizione? Ciò di cui sono privi è un tratto che si ritrova facilmente in tutti i fondamentalisti veri, dai buddisti tibetani agli Amish americani: l’assenza di risentimento e invidia, la profonda indifferenza verso lo stile di vita dei non-credenti. Se i cosiddetti fondamentalisti di oggi davvero credessero di aver trovato la loro via per la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non-credenti, perché dovrebbero invidiarli? Quando un buddista incontra un edonista occidentale, a malapena lo condanna: si limita a notare con benevolenza che la ricerca di felicità dell’edonista si sconfigge da sola. A differenza dei veri fondamentalisti, i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non-credenti. È facile intuire che, combattendo l’altro peccaminoso, combattano in realtà la loro stessa tentazione.

È qui che la diagnosi di Yeats non è all’altezza della situazione attuale: l’intensità passionale dei terroristi testimonia una mancanza di vera convinzione. Quanto dev’essere fragile la fede di un musulmano se si sente minacciata da una stupida caricatura in un settimanale di satira? Il terrore fondamentalista non si fonda sulla certezza della propria superiorità e sul desiderio di salvaguardare l’identità religiosa e culturale dall’assalto della civiltà consumistica globale. Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento. Il problema non è la differenza culturale (il loro sforzo di preservare la propria identità), ma praticamente l’opposto: i fondamentalisti sono già come noi; segretamente hanno già introiettato i nostri parametri, alla luce dei quali misurano se stessi».

Slavoj Žižek

(estratto da I fondamentalisti e gli Ultimi Uomini, Le parole e le cose, 12 gennaio 2015)


Yeats non è all’altezza della situazione attuale ma più in alto, nella spirale che continua ad allargarsi. Chi è all’altezza della situazione attuale?

Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

italo-testa-color
Italo Testa

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

non sembrano
mai farti caso
proseguono
e niente li distoglie
s’avviano
semplicemente
ognuno alla sua meta
ma simili
e sempre più numerosi
s’avvistano
lungo le strade
si incrociano
in ogni luogo
ovunque tu cammini
camminano

(da I camminatori), Valigie Rosse, Livorno, 2013)


«Girando e girando nella spirale che si allarga».

W. B. Yeats

Avevamo lasciato la poesia di Italo Testa impegnata sugli scatti attenuati di una nuova fase relazionale rappresentata da I camminatori (qui).
La strategia del contatto con l’alterità si chiudeva sulle cadenze oscillatorie (il ritmo ternario e la scivolosità sdrucciola) del movimento e dello spostamento in aree “antropizzate” ma segnate dalla scomparsa della stessa figura umana. L’essere prosegue un cammino senza scopo individuabile, nella coerenza disorientante della necessità. L’unico aggancio per la relazione è l’assenza di un approdo, la caduta anti-nostalgica e l’impossibilità di un ritorno alla dimora dell’essere. Gli enti evocati dal testo qui presentato – l’ultimo de I camminatori – vivono nella distrazione dall’alterità e sembrano impigliarsi nel circolo senza sbocchi dell’incomunicabilità o dell’astrazione. Eppure questi personaggi manifestano, o meglio inscenano, una finzione: lo spettacolo del reale né estatico né statico che turbina ed espande le sue possibilità comunicative. Il contatto si perde nella finzione del contatto (oltre a un movimento di luoghi concreti, si può pensare allo pseudo o neo movimento dello scambio d’informazioni attraverso i canali social della rete). La grande metafora del cammino, del tragitto percorribile si scioglie nella costatazione del movimento intuibile, e addirittura osservabile, attraverso le finestre deformanti dei nostri schermi. La mutazione antropica in atto è ravvisabile proprio nell’illusoria moltiplicazione dei punti d’osservazione, l’accesso ai quali è sostanzialmente inibito dalla sensazione di clausura derivante dalla reale dimensione d’accesso alle informazioni: la semi-immobilità davanti allo schermo stesso. La finzione di cui sopra rispecchia questo atteggiamento dell’osservatore, quasi alienato dal contesto eppure necessariamente investito da un flusso.


perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, si inoltrano
sulla pianura estesa, nel chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.

(Inedito)


La messa in scena continua anche nell’inedito presentato, il quale è evidentemente in stretta continuità con l’operazione in precedenza realizzata da I camminatori. «Dietro le quinte mobili del giorno» è un verso esplicativo nel senso esposto poco sopra della nuova dimensione del movimento, in cui il reale è plausibile se percepito nello svelamento scenografico del campo visivo. La parola dice i lacerti, i trucioli di reale osservabili da un soggetto immerso nell’azione, narratore in prima persona di un reportage e di una scena dai sensi molteplici, privo o disinteressato al giudizio di ciò che accade: «proseguono/ stringendo le spalle contro il vento/ si piegano in avanti, a passi lenti/ raggiungono il cofano innevato,/ l’auto lasciata in mezzo al campo».
Eppure, rispetto al componimento precedente, in quest’ultimo si notano mutazioni rilevanti. In primo luogo la forma compositiva richiama il sonetto e quindi lo slancio amoroso del ritorno in una direzione riconoscibile (probabilmente il «chiarore» del penultimo verso riattiva la possibilità di una dimensione d’approdo, la chiusura del ciclo dell’apparizione dell’Altro nella sua dissolvenza). Ritorno, dunque, privo di nostalgia a un luogo indefinito che l’osservatore evoca partendo dal dato concreto, la «pianura estesa». Questa stessa evocazione risveglia nel soggetto la possibilità di cogliere, ancora distrattamente, alla fine del componimento, le infime epifanie del reale. L’apparizione, per quanto avvenuta in una dimensione “spettrale”, provoca l’accensione del soggetto e la probabilità che un’appartenenza al «campo» in cui si verifica la scena esista proprio nell’attraversamento, proprio dove la nostra attenzione si scopre nella sua fragilità d’accoglienza.

(Gennaio 2015)


Italo Testa, poeta e saggista piacentino classe ’72. Autore delle raccolte di poesia Luce d’alianto, inserita nel Decimo quaderno di poesia italiana della Marcos y Marcos del 2010, La divisione della gioia, sempre del 2010 e pubblicata da Transeuropa, l’e-book Non ero io uscito nel 2009 per il progetto culturale Gammm, Canti ostili pubblicato nel 2007 per Lietocolle e I camminatori per Valigie Rosse nel 2013. Tra le altre cose Testa è vincitore di numerosi premi letterari, tra cui i prestigiosi Premi Montale e Dario Bellezza.