BREVI APPUNTI SULLA FINE VII: “La pura superficie” di Guido Mazzoni, Donzelli, Roma, 2017.

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Guido Mazzoni (Foto: Dino Ignani)

BREVI APPUNTI SULLA FINE VII: La pura superficie di Guido Mazzoni, Donzelli, Roma, 2017.

È come su una superficie pura, in cui certi punti di una figura in una serie rinviano ad altri punti di un’altra: l’insieme delle costellazioni-problemi, con i rispettivi lanci di dadi, le storie e i luoghi, un luogo complesso, una “storia ingarbugliata”

G. Deleuze

la puraL’impressione generale dopo aver letto La pura superficie di Guido Mazzoni (Donzelli, Roma, 2017) è quella di aver attraversato un percorso al distanziamento o, meglio, allo straniamento. Bene dice Cortellessa, recensendo il libro, che «a contare non è la visione del mondo che ha […] la forza dell’ovvietà: bensì le strutture, le immagini, le metafore impiegate per esporla» (A. Cortellessa, Nuda apparenza di uno come noi, «Il Sole 24 Ore – Domenica» del 01/10/2017).
Allora inaugurerei questa mia riflessione sul libro proprio da queste “strutture”, in primo luogo dall’approccio concettuale che, se non fa «visione del mondo», può però orientarci nel testo.
Induzione è quel procedimento del pensiero per cui l’esperienza del singolo (il “soggetto” in quanto termine, molto presente nella raccolta anche quando la finzione testuale ci porta a credere che a parlare sia una persona diversa rispetto al soggetto scrivente) conduce – necessariamente in passato, probabilmente nel pensiero moderno – a una legge universale, a un’idea che si sviluppa da un contesto definito.
L’operazione che Mazzoni inaugura con I mondi (Donzelli, Roma, 2010) e che si estende a La pura superficie, forma un dispositivo che per induzione si trasmette da un pensiero acquisito al mondo, attraverso un particolare sistema linguistico. Considerando superfluo disquisire sulla necessità o meno di questo procedimento, ne prendiamo atto con l’attenuante che ogni linguaggio possiede in sé l’evidenza della trasposizione e, quindi, della falsificazione.
Il “mero essere” di stevensiana acquisizione (a tal proposito, sembra inutile affermare quanto sul piano progettuale contino le inserzioni dallo stesso Stevens, perché manifestano con la loro presenza una giustificazione al non-senso dell’esistere nella scoperta del quale la poesia di Mazzoni ci conduce. L’invadenza del “significante”, per usare una terminologia abusata, subisserebbe la potenzialità affabulatrice del linguaggio in un’oscillazione costante tra reale e surreale, fino a un distanziamento – una crepa – che come nel secondo degli exerga kafkiani introduce alla separazione io/mondo che non si ha nessuna fretta di colmare), cioè l’insorgenza ideale di un mondo ridotto alla pura “nientificazione” – vivremmo in una sorta di bolla turbonichilista: «come se le cose accadessero nella sfera dove le masse si spostano» (Recife, p. 19) – pare scontrarsi con la voglia di nuova nominazione, in tal senso, almeno, parrebbero muoversi i testi narrativi della raccolta.
I mondi si chiudeva con un’acquisizione: Pure Morning, ultimo componimento di quel libro, metteva in luce, attraverso un assemblaggio fatto di inarcature in funzione narrativa, con un dettato addirittura armonico nella sue proporzioni nette, la necessità di rintracciare i segnali del “mero essere”, La pura superficie sarebbe, allora, lo sviluppo di tale acquisizione.
«Ogni vita è solo se stessa» e quindi «il tempo che si perde / per essere solo ciò che siamo adesso, / per diventare solo solitudine» (Pure Morning, in I mondi, cit., pp. 65-66) è il tempo di una mutazione. Divenire del soggetto relazionale in soggetto della – e alla – solitudine, con un richiamo fortissimo a Leopardi, alla sua riflessione sull’ermo, sul solitario, aggettivo che potrebbe incunearsi nel nesso avverbio-sostantivo-astratto inventato da Mazzoni nella chiusa de I mondi. Ma non è tutto. Se, infatti, consideriamo l’apparato di schermature (schermi che riappaiono con insistenza in La pura superficie e che fanno pensare al Carroll di Attraverso lo specchio) che ostacolano ogni riconoscimento – «quando la fila / delle auto si ferma e ci guardiamo / esistere dai finestrini, tra i fanali, / il loro cerchio nel cono della pioggia, dentro i secoli / che ora mi vengono incontro / dai campi coltivati, dai caselli / di Milano se la nebbia si dischiude» (Pure Morning, ibid., p. 65) – si chiarisce definitivamente, se ce ne fosse stato bisogno, il debito di Mazzoni per l’autore di Recanati: «e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni» e una volontà sempre occlusa che tenta di rigenerarsi ma si discioglie a contatto col mondo (l’affiancamento a Leopardi sembra confermare, inoltre, il procedere per induzione sul piano del pensiero).
Occlusione, si diceva, così come interruzione (delle relazioni classiche) sono termini che confermano lo stimolo a una fuoriuscita ma, ancor di più, consolidano una controspinta di sfiducia nei confronti del segno, dovuta a una consapevolezza profondissima delle sue potenzialità d’inganno. Ma allora perché continuare a dire?
Con un lungo salto attraversiamo La pura superficie e cadiamo nel suo testo conclusivo per cogliere altri segnali, chissà se anche questi ingannatori. In Terzo ciclo (La pura superficie, p. 78) è in scena uno scambio relazionale, c’è l’io scrivente, sempre distanziato, e c’è un non meglio identificato “tu”, malato «in mezzo alle altre larve / nella sala della chemioterapia» (Ibid., p. 78). C’è in questo stesso distanziamento del soggetto un trait d’union con l’immane consapevolezza della fine (e del male), che l’utilizzo improvviso della prima persona plurale (che un senso ancora possiede e per niente insignificante) con la sua pregnanza unificatrice che supera le «parole» (intese, in questo caso, come puri segni) rende però problematico: «sappiamo entrambi che non vivrai, / sappiamo che non servono parole» (Ibid., p. 78). In questa sorta d’iscrizione sepolcrale, da porta infernale, lo slancio unificante è corroborato dalla coscienza della fine, infatti i riferimenti ad Antognoni o al «muro fuori filo» (Ibid., p. 78) specificano meglio un contesto che, nella sua gravità, trova appigli di contatto in «cazzate» (Quattro superfici, p. 76) aneddotiche, e che conferma la sua ambivalenza di senso nell’accumulatio asindetica semi-ironica (sbrigativa, perpetuante?) di altre “cazzate” nella chiusa:

Ma oggi non importa, siamo felici di esserci ancora,
di stare insieme qui, i maschi non piangono, le parole non contano.

(Terzo ciclo, p. 78)

In mezzo al grande arco testuale che va da Pure Morning a Terzo ciclo, si sviluppa, lo dicevamo, il dispositivo di La pura superficie: un apparato di 30 testi suddivisi in 5 sezioni con 4 intermezzi in prosa col ruolo di cerniera e cornice (ma non in senso unificante, lo diremo meglio in seguito). La sensazione suscitata da questa impalcatura è quella di un macrotesto concentrato su una stessa tematica, la desolazione contemporanea, facendo i conti con la mescidanza e l’ibridazione ad essa consustanziale. Ancora una volta, come già ne I mondi, è lo stile levigato su un tessuto multiforme, ibrido appunto, a convogliare l’attenzione del lettore. L’aneddotica è incasellata tra testi di rielaborazione delle informazioni e reinterpretazioni di Stevens in chiave contemporanea. In tal modo, la tensione è garantita nell’attrito tra testo e contesto, spostando l’asse dell’interesse verso la tessitura mortuaria del linguaggio, verso l’apparato (il dispositivo) che, così, si sostituisce al reale in un’inedita gerarchia di valori. Il testo morto supera il “mero essere” e manifesta la necessità per il soggetto di identificarsi con la “pura superficie” testuale.
Certo, ogni segno, nel suo puro esserci, può essere arbitrariamente frainteso senza alcun risarcimento per chi lancia il messaggio e questo è il cruccio del poeta, quello di scomparire nell’opera pur sapendo che non esiste nessun indennizzo di verità in essa.
La fallacia del segno, in La pura superficie, impatta il mondo contemporaneo, ne liquefà la linearità temporale e lascia baluginare nuovi piani di realtà. In questo modo si spiega l’inserzione di testi “onirici”, nuove dimensioni nella poetica raziocinante di Mazzoni.
In Uscire (p. 15), il testo d’esordio della raccolta e quindi in posizione strategica, ad esempio, la sovrapposizione è esplicitata nelle pieghe e negli spazi senza ancoraggio:

Da qualche anno le cose mi vengono addosso senza protezioni.

(Uscire, p. 15)

oppure

Spesso, quando parlate, io non vi ascolto,
mi interessano di più le pause tra le parole,
ci leggo un disagio che oltrepassa la psicologia, qualcosa di primario.

(Ibid., p. 15)

I destini generali si muove nell’indistinzione tra accaduto e capacità di percezione dello stesso, tra narrabile ed eticamente plausibile, nell’eccedenza di senso dell’evento. Angola, invece, ci presenta una moltitudine di «eventi illeggibili» (Angola, p. 37) e ancora Sedici soldati siriani, in cui il video descritto più che terrorizzare – i soldati del titolo vengono sgozzati – attiva qualcosa di primordiale «alla periferia della coscienza» (Sedici soldati siriani, p. 49). Infine, Genova (p. 63) in cui la realtà si mostra nella sua nuda esistenza e può trasformarsi in un girone infernale.
Da questi frammenti d’informazione, attraverso il doppio canale della presa diretta e del filtro (per lo più lo schermo, come abbiamo già detto), non si formano nuovi miti comunitari, bensì si sfalda il tempo (ad esempio la chiusa di Genova, dopo l’esperienza viva dei fatti del G8, recita: «per qualche settimana si sentiranno parte di un movimento immenso, un mese dopo si dissolveranno, dieci anni dopo saranno soli e incomprensibili», p. 67).
Da quanto appena esposto si evince che i testi-cerniera di La pura superficie rappresentano un’apertura – la crepa nel dispositivo di deleuziana memoria, così come deleuziane sembrano la “deterritorializzazione” e la a-radicalità emergenti nella raccolta e descritte da Deleuze e Guattari nel saggio del 1975 Kafka. Per una letteratura minore – in primo luogo di piani temporali, e, infatti, il passato ricade nel presente senza conseguenze magniloquenti (che sia un passato vicino o lontano non sembra fare alcuna differenza). Certo, è anche vero che le scelte del soggetto scrivente ricadono su eventi o “aneddoti” che possiedono una forza d’attrazione collettiva, dotati di una matrice archetipica – per lo più la violenza o, se andiamo più a fondo, l’indifferenza per l’alterità – che lascia una traccia sgorgante dalla crepa aperta, un mitologema o unità minima di significato, germe infinitesimale di un – nell’opera di Mazzoni ancora non si è chiarito con che valenza – infimo inizio.
Questo piccolo germe, la consapevolezza della banalità di un male che comprime un’epoca (dal Secondo dopo guerra a oggi), farà ripartire un racconto o abbandonerà il sentire alle sue derive? Detto in altro modo: il segno linguistico ha ancora necessità di essere formulato attraverso un intreccio che riattivi la relazione oppure i piani di realtà sono talmente sovrapposti che occorre un altro dispositivo comunicativo?
Certo, tali domande non possono che restare tali, perché è il transitare continuo dei segni a significazioni altre che fa il mondo e il soggetto che ne è parte.
L’operazione di Mazzoni, comunque, questo è certo, per ora non tenta nessun recupero – anche se alcuni passi testuali sembrano indicare diversamente, come ad esempio a p. 20 di La pura superficie, dove possiamo leggere di una madre arresa «a ciò che detestava», cioè a essere «una mamma come tante» e che «ora manda avanti il suo bambino», in cui quel “mandare avanti” non si capisce se abbia ancora valenze etiche classiche o se sia solo una metafora abusata introdotta per rendere manifesta la banalità dello stesso, aneddotico, componimento? – pur rivelando la sua ragion d’essere nella volontà di nominazione che si risolve nell’aneddotica “chiusa” ma vitale di cui abbiamo più volte parlato. In questa prospettiva il linguaggio trova spazio nella sua piccolezza:

Sono una piccola persona, nessuna fede
mi accoglie veramente, voglio molto poco,
questa specie di melma mentre viaggio
verso mia figlia, i suoi disegni infantili, il suo spazio riparato.

(Le cose fabbricate, p. 31)

Che sia questa “lingua minore” lo strumento per uscire dal nichilismo e continuare a fingere, ribaltando l’annominazione da cui eravamo partiti e con cui terminava I mondi, di non essere «solo solitudine»?

Gianluca D’Andrea
(Ottobre 2017)

Carteggio XXXVII: Dalla pura superficie alle sfumature dell’ombra – In dialogo con Guido Mazzoni per una nuova percezione di presenza

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Attesa (Foto di Gianluca D’Andrea)
Carteggio XXXVII: Dalla pura superficie alle sfumature dell’ombra – In dialogo con Guido Mazzoni per una nuova percezione di presenza
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Penso che ne La pura superficie ci sia più cattiveria esposta, l’atmosfera è condotta a temperature bassissime proprio quando si racconta tanto; il testo diventa davvero il contraltare del reale, della possibilità che quest’ultimo emerga nel suo calore.
Come ultima speranza, in tutta la potenziale scomparsa della presenza, c’è Stevens, ovvero la plausibilità oscillatoria che tutto possa ancora accadere, un pensiero che giganteggia dove il resto è clima: più o meno freddo, più o meno caldo.
La suprema finzione è la poesia cui spetta il solito, estremo – perché sempre ultimo – compito di ricomporre una nuova mitologia. «Negate tutte le grandi realtà, viviamo oggi in un groviglio di mitologie nuove e particolari […], proclamate con un’incoerenza sempre più diffusa», è proprio Stevens a chiarire nelle riflessioni contenute ne L’Angelo necessario, ed è per questo che Mazzoni sceglie questo poeta immane nella sua “coerenza” oscillatoria, per sviluppare una cornice di possibilità nel quadro desolante della nostra contemporaneità, nel suo raddoppiamento spettrale, in cui ancora può fare “eccezione” «chi dice io», cioè «il soggetto». Un soggetto che può, miracolosamente, accompagnarsi a un essere «felici di esserci ancora» e proprio nel momento più buio dell’assenza (che Mazzoni sembra voler ritardare o di cui non riesce ancora a leggere la trasformazione), quando «le parole non contano» e riappaiono in lontananza i fatti, i racconti di una nuova presenza, una resa.
Gianluca D’Andrea
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CADUTA E SCOMPARSA NELLA LEGGE

La poesia, madame, è la finzione suprema.
Prenda la legge morale e ne faccia una navata
E da questa costruisca un cielo di fantasmi.

(Wallace Stevens, Una vecchia cristiana arcigna, da Armonium, 1922)

Perché forse i princìpi sono i fantasmi delle vere responsabilità. Cioè il sogno che non può fissarsi perché è solo la soglia di una dimensione troppo intima per poter dire alcunché di generale. La cateratta dell’assoluto è il sogno di una responsabilità senza principio. Non parte e non arriva nulla quando si attraversano soglie, si è solo indirizzati a un altro piano, dislocati in altre dimensioni, più semplicemente traslocati. Un “cielo di fantasmi” sovrasta l’opera e a noi non dovrebbe restare che prendere atto della falsificazione continua cui sottoponiamo il mondo con la nostra presenza. Soltanto che il mondo non sarebbe senza questa stessa presenza. Ecco perché non è procrastinabile ri-presentarsi al mondo e dare scacco alla sua presunta verità (e un po’ alla nostra impresentabilità).
«Come un’isola avvistata in fondo a un sogno» (P. Jaccottet, Libretto, 1995, p. 29) la legge, l’accumulo immane e angosciante di tutte le norme che hanno tentato di regolare la vita sociale, puntando alla definizione della civiltà. Ma come definire, rifinire, qualcosa che si vorrebbe perfetto, lo status – l’habitus – di una convivenza irraggiungibile. Già, perché la legge rappresenta, come ingrandita, la nostra caduta nella “definizione”. Come definire la “relazione” in relazione ad azioni estemporanee, impulsive, native? Come, se non bloccando ogni transito in favore di una stasi normativa? Ecco, la legge è il fissarsi del monito, di un’attenzione, di un ricordo, dell’avvertimento che c’è qualcosa di nocivo nelle azioni, che occorre il controllo del fluire attraverso la fermezza della norma statuaria, del modello.
La più grande idea dell’uomo – che risiede ancora “in fondo a un sogno” -, almeno dell’uomo occidentale, è che di condivisibile c’è la nostra separazione all’interno di una cornice collettiva, riscritta sulla paura causata dal ricordo lontano di un primo dolore.

Caduta e scomparsa.

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UN GROVIGLIO DI MITI (estratto)

«Negate tutte le grandi realtà, viviamo oggi in un groviglio di mitologie nuove e particolari […], proclamate con un’incoerenza sempre più diffusa».

(Wallace Stevens)

Che poi è un mistero che attrae e inghiotte la scrittura. Cos’è la fine di “tutte le grandi realtà” se non la scomparsa di vecchie infrastrutture al cui posto s’innalzano i contrafforti di una possibile prospettiva sul mondo? E se sono terminate per sempre – nel senso che è continua la negazione di qualsiasi “grandeur”, si chiami anche ideologia – le grandi visioni, allora è necessario spiare lo scarto, la figura che emerge indistinta dalle macerie di una negazione.
Dal “groviglio di mitologie” emergono le figure che si fanno strada in un nuovo quadro, dipende, però, dall’immaginazione che scorge queste immagini. Si tratta di setacciare forme, interpretare concetti, tessere parole per provare a esprimere ciò che si presenta indefinito. La poesia è in cerca di una definizione irraggiungibile, per questo manifesta tracce, sagome di un reale inappropriabile.
La poesia giunge quando si arrende alla visione, per quanto molteplice, “aggrovigliata”, e prova a sondarne la coerenza. Il poeta cade dentro la visione e allora la poesia si trasforma in un mondo, il che comporta la scomparsa del soggetto, a prescindere dalla presenza o meno della prima persona, con buona pace di Aristotele.
«The dreadful sundry of this world» e non un altro (ancora Stevens), da cui non resta che cogliere “figure” per una nuova mitologia.

Nessun uomo è impossibile quando si ha a che fare con figure e parole, conta però non perdere il contatto con il reale. Non sono figure fantastiche a prodursi da uno sforzo d’immaginazione ma forme che, nel tentativo di cogliere l’attuale, transitano nella trasformazione. La scrittura poetica compone e scompone le fattezze, tenta di riattivare il senso decretandone la scomparsa.
È una specie di caduta nell’ineffabile proprio quando più forte si fa la necessità di un contatto. Una disperazione che continua a sperare nonostante l’assenza di un fine.

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INDIZI DI PRESENZE (estratto)

L’ombra (o la luce abbagliante, che non ha funzione troppo diversa) in cui sfuma il soggetto, ne definisce l’identità. Così la poesia sembra restare un intrico di tracce che prova a rispondere a quella che Wallace Stevens definì come «immane accozzaglia di questo mondo». Non si tratta semplicemente di dare un ordine al caos – azione sfasata e reazionaria rispetto ai tempi e non solo – quanto piuttosto di restituire la complessità del mondo attraverso indizi di presenza. Se il mondo è delle immagini è perché la tensione a una semplificazione del linguaggio sottende una necessità di comunicazione complessa – “relazionale” – che l’ultimo trentennio almeno (anche se il percorso ha origini sicuramente più antiche e s’intreccia al concetto di omologazione) ha, invece, appiattito sulla mera informazione. Così la comunicazione per immagini sembra essere il segnale di un tentativo di riapertura, un nuovo codice di rappresentazione, con i rischi incombenti di una pseudo-presenza, o meglio, di una presenza auto-manipolata. Lo spettro di Narciso si aggira tra stanze sempre più solitarie e rimbalza tra gli schermi contagiando e, allo stesso tempo, provocando la necessità di una fuoriuscita.

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RESA AL MONDO

«mentre la luce acceca, l’ombra rigenera».

«Il suggerimento finale, la dichiarazione finale non deve essere un’affermazione, ma piuttosto una resa».

(Jasper Johns)

La lunga riflessione sull’etica della parola nei decenni della mia formazione non interrompe il dialogo ancora dialettico tra un soggetto, talvolta ben disposto, talaltra oppositivo, e l’oggetto che cade nel suo campo d’azione. La questione dell’immersione o meno in un paesaggio che non è più tale – non è più per definizione porzione territoriale e prospettica – di un soggetto dentro un contesto (che non sia più campo d’azione), ci conduce a considerare quel «lavoro di depsicologizzazione – e anche di desoggettivazione» di cui parla François Jullien (F. Jullien, Vivere di paesaggio o l’impensato della ragione, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 60).
Un’umbratile risonanza d’interiorità parrebbe scaturire dall’immersione nel contesto, dalla resa al mondo per come arriva. Un po’ come nella poesia (e forse nella creazione artistica tout court): si crea l’attesa che maturerà un prodotto una volta dimenticata tale attesa (una volta dimenticato il soggetto di percezione), quando l’io è stato inghiottito dal contesto e dalle azioni di risposta allo stesso, ecco arrivare il frutto del sentire. Non siamo esseri d’emozione, per cui è necessario accontentare ogni impulso, siamo più che altro esseri nell’emozione, immersi in una «co-originarietà» (ancora Jullien) col mondo che ci annienta in esso, e la cui ombra, l’angolo-attimo di percezione, ha l’unica valenza di rigenerare il desiderio del contatto. Una vibrazione familiare:

«La fanghiglia delle strade, con i suoi umidi barbagli nell’oscurità nebbiosa e con il contrappunto che prometteva […] formava un’armonia che egli in un certo senso conosceva a memoria. I limpidi rintocchi degli orologi delle torri, che ora incombevano sulla città, ora si sovrapponevano echeggiando in lontananza, si mescolavano alle grida acute dei giornalai in un modo strano, profondamente familiare».

(Vladimir Nabokov, La vera vita di Sebastian Knight, Adelphi, Milano, 1992, p. 51)

Istantpoetry #9

«Viviamo in una costellazione
di chiazze e schizzi,
non in un mondo unico».

Wallace Stevens

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O ectoplasmi 3 (Fotografia ed elaborazione di Gianluca D’Andrea)

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Zest Letteratura Sostenibile: Intervista a Gianluca D’Andrea – Sulla Poesia

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Gianluca D’Andrea (Foto di Dino Ignani)

Si è tentato più volte anche da queste pagine di fornire una definizione di Poesia, qual è la sua?

Dare una definizione di poesia mi è impossibile. Per provare a rispondere, partirei piuttosto dall’opposto di una definizione, da uno sconfinamento. In un’intervista di qualche mese fa provavo a riflettere sulla consistenza di “traccia” del segno poetico e sull’irrimediabile arbitrarietà che ne caratterizza il limite più evidente. Ecco, ora aggiungerei che il rischio di arbitrarietà è il giusto contrappeso di una forza d’animazione del reale che la poesia rende attiva attraverso la parola, la sua disposizione nel mondo. Lo sconfinamento, cui facevo riferimento, penso faccia i conti con un esubero di senso che la poesia a volte contiene e, altre volte, trasforma in un più scabro lasciare spazio: al reale, al mondo, all’altro. Secondo un adagio, che estrapolo da un verso di Wallace Stevens, «la sua mera selvaggia presenza anima il mondo che abita», ecco la poesia anima il mondo del linguaggio (quello che “abita”, appunto), di un linguaggio che sta, però, al margine del mondo, non nell’appariscenza della comunicazione informativa, bensì in quell’intercapedine tra il rumore e il silenzio, sempre sul bordo del fallimento. In un recente saggio, uscito per Sellerio lo scorso aprile, Ben Lerner scrive: «La poesia è sempre la testimonianza di un fallimento», io non credo che essa sia sempre una tale testimonianza, però ritengo cha abbia il compito di comprendere l’evenienza del fallimento, se così non fosse, non risponderebbe a un altro dei suoi compiti, forse il principale, quello della veridicità e della sua, appunto, fallibilità.

Continua a leggere l’intervista…

Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra – una lettura di Marco Corsi

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Seo Young Deok, Dystopia

di Marco Corsi

Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra

Transito-allombra_web-300x480«Transito» e «ombra» sono due parole che si richiamano immediatamente alla poesia. Transito con catene, la Spaziani, per inciso citeremo Human Chain di Heaney; per l’ombra forse possiamo riservarci qualche titubanza in più, essendo l’ombra un termine di cui si è appropriato certo coté ermetizzante. In Gianluca D’Andrea questi vocaboli non hanno niente di assoluto eppure la sua poesia non riesce ad abbandonarsi al quieto vivere; sa torturarsi senza fare dell’immagine un ricatto simbolizzante, perché è il contesto stesso ad essere immerso in una contemporaneità viva e visibile (giovani, ipad, partite di calcio, vecchi ritornelli…). Perché questo libro parla di generazioni, di una generazione nello specifico – quella dei nati nei secondi anni Settanta –, e della difficoltà di fare i conti con la storia e con talune (scomode, difficili, ma soprattutto incomprensibili) eredità. È la dimensione “stradale”, la geolocalizzazione emotiva e di pensiero in un momento preciso, l’indicazione costante di un qualche motivo a sopraffare l’esito lirico, a spiazzare, senza mai depistare. Per questo Heaney, e per questo la dimensione di una catena, per di più umana. Nelle poesie di Gianluca D’Andrea possiamo leggere un andamento naturale, nonostante la costanza del respiro e la necessità di un ritmo, perché quando parla D’Andrea ha davanti a sé un ben preciso destinatario, che è fuoco amico o nome di contrasto. Forse è la stessa vita, con il progresso dell’età, a trovare qualcosa di naturale, uno sguardo connaturato al vivere di ogni singola parola. Forse è perché si legge la virtù di un’esperienza, che talvolta siamo portati a dire che una poesia è poesia. Specie quando i suoi interlocutori la necessitano. Siano essi banalissime cose o gli affetti più esigenti. C’è, fra le tante di questa raccolta, una poesia dedicata alla figlia, nella quale forse la stessa appare piuttosto come un pretesto, ma nella quale il gesto emotivo del dare rifugge lo scarto semantico della profferta; per rifugiarsi a sua volta, consegna. Perché forse è tutto ciò che di umano vediamo a essere ombra di se stesso: ombra nella quale transitiamo, rischiando altamente, ma senza diventare nulla. Poesia in dialogo col nulla, dunque? Ultimamente spesso ricorre in tante note e noterelle, post e messaggi, la parola “sismografo” (specie in coppia con la sua stampella “emotiva”), forse dimenticando l’uso effettivo di una macchina: ecco forse si potrebbe usarla qui perché la poesia di Gianluca monitora il crollo e non lo fa avvenire, lo determina senza avverarlo. Ecco qui la difficoltà di ogni previsione. Forse la scrittura di questo libro è sicura in virtù dei suoi maestri e anche quando la tragedia irrompe non è epoca: la tragedia è nella quotidianità perché il suo presupposto, ancora, è l’ombra. Ombra da cui si distacca, magari, anche per diventare un solo verso compiuto. Perché la vita non è passaggio, ma attraversamento che conduce da un luogo all’altro, da un senso all’altro dell’esperienza e tutte le esperienze hanno un nome e un luogo preciso. C’è una certa consonanza in questo con quanto si legge di altri poeti più o meno coetanei, di aria lombarda, ma decentrata, non milanese. Si avverte l’esigenza di luoghi dove il confronto non è fulmineo e immediato, ma dove l’ora si coagula in un rovello, in uno stadio assolato e bruciante della parola più trita. Dove nel passaggio da geografie minute si ravvisa il movimento della ragione pian piano richiamata a se stessa. E in Gianluca D’Andrea c’è una misura in più, non sappiamo se banalmente qualitativa, ma una misura che affonda le radici al sud, nella terra del barocco di cui, si sa, l’ombra e il suo tocco sono elementi necessari. E orrifici. Però bisogna considerare anche certi maestri, soprattutto quelli meno riconoscibili all’orecchio italiano, se non con l’evidenza di un messaggio, e per questo posti in esergo a singoli testi o intere sezioni, da Mandel’štam a Wallace Stevens.

Questa non è una critica e questi non sono appunti di lettura. Questo è forse un auspicio, quello che si intravede, si vede, e si ravvede, in un libro flessuoso che prende alle caviglie senza immobilizzare, senza impantanare in sabbie mobili: prende alle caviglie come la tentazione, mai dissimulata, della poesia.

Acquario

Passano le figure, inseguono gli eventi.
Ombre, i bambini trascorrono
in gesti, in un piede piegato o i passi.
Gli uomini impiegano il tempo
in frazioni strutturate,
il movimento ha passioni e dolori
e quadri che si aprono a brusii,
flussi trapassati, sorprese
negli scorci, membrane che respirano
le azioni compiute;
la giustizia si sposta nello stesso
luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

Collage Invernale – L’immaginazione è la realtà

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di Gianluca D’Andrea

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Foto tratta da: Wallace Stevens, L’angelo necessario – Saggi sulla realtà e l’immaginazione, SE, 2000

Wallace Stevens: due poesie da “Opus postumum” in “Wallace Stevens – Tutte le poesie” (I Meridiani, Mondadori 2015) – Postille ai testi

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Wallace Stevens in un disegno di Davide Racca (2015)

di Gianluca D’Andrea

Ultimo intervento mentre si annuncia il riposo estivo. La rubrica riprenderà a fine agosto. Mi piace chiudere con un autore a me profondamente caro, in occasione dell’uscita di un Meridiano che aspettavo da tanto, troppo tempo. Per questo non finirò di ringraziare Massimo Bacigalupo che così tanto ha fatto per la diffusione e la ricezione di Wallace Stevens in Italia.

Wallace Stevens: due poesie da Opus postumum (2015)

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JULY MOUNTAIN

We live in a constellation
Of patches and of pitches,
Not in a single world,
In things said well in music,
On the piano, and in speech,
As in a page of poetry –
Thinkers without final thoughts
In an always incipient cosmos,
The way, when we climb a mountain,
Vermont throws itself together.

*

MONTAGNA A LUGLIO

Viviamo in una costellazione
di chiazze e schizzi,
non in un mondo unico,
in cose dette bene in musica,
al pianoforte e con parole,
come in una pagina di poesia:
pensatori senza pensieri conclusivi
in un cosmo sempre incipiente,
così come, quando scaliamo un monte,
il Vermont si combina d’improvviso.

(Trad. di Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Testo profondamente ricettivo, che dice molto del nostro tempo e dell’assoluto. La percezione non definibile dei primi due versi apre il quadro a una «costellazione» tutta da venire – è il sempre della prima scoperta di «un mondo» non «unico» ma sempre in propulsione verso possibilità molteplici (del dire? del pensiero? dell’arte? dell’espressione del soggetto, certo non conclusiva ma compartecipe nella sua costruzione). Solo così il «cosmo» è «sempre incipiente», riattivabile nel tentativo ravvisato che ricompone e cristallizza per un attimo il panorama (cioè il senso del quadro): «Vermont throw itself together».


A MYTHOLOGY REFLECTS ITS REGION…

A mythology reflects its region. Here
In Connecticut, we never lived in a time
When mythology was possible – But if we had –
That raises the question of the image’s truth.
The image must be of the nature of its creator.
It is the nature of its creator increased,
Heightened. It is he, anew, in a freshened youth
And it is he in the substance of his region,
Wood of his forests and stone out of his fields
Or from under his mountains.

*

UNA MITOLOGIA RIFLETTE LA SUA REGIONE…

Una mitologia riflette la sua regione. Qui
in Connecticut, non abbiamo mai vissuto in un tempo
in cui la mitologia era possibile: ma se così fosse stato…
Da ciò la questione della verità dell’immagine.
L’immagine deve essere della natura del suo creatore.
È la natura del suo creatore accresciuta,
esaltata. È lui, fatto nuovo, in una gioventù fresca
ed è lui nella sostanza della sua regione,
legno delle sue foreste e pietra dei suoi campi
o di sotto i suoi monti.

(Trad. di Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Il Connecticut, metonimia del mondo (lo spazio raccolto di Stevens – i suoi luoghi intimi o abitudinari – non differisce dalla dimensione cosmica da cui ogni emergenza reale può essere attinta). Fabula mitologica come ipotesi possibile dell’accadere in un quadro di piena percezione. Solo «la natura del suo creatore» rende accessibile «l’immagine», come in un potenziamento della stessa nella disposizione del soggetto al reale.
La poesia esalta la natura e rigenera il soggetto (“La poesia è un mezzo di redenzione”, recita uno degli adagi di Stevens in conclusione al Meridiano), il «fatto nuovo» capace di dare parola alla «sostanza della sua regione», narrando da “dentro” le “parti” del suo mondo.
La nuova mitologia che cresce dal mondo, «from under his mountains», cui il soggetto stesso appartiene – di cui si sente parte intima, potendo, una volta rigenerato, ricostruirne la “fabula”, il mito, appunto.

 

IN GENERE RITUS di Andrea Ponso – “Kenosi” e fede nell’opera

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Ford Madox Brown, Gesù lava i piedi di Pietro (1852-56)

di Andrea Ponso

IN GENERE RITUS – Kenosi e fede nell’opera

Nel suo saggio più famoso A. Neher sostiene quanto segue:

«La società umana, dopo il Sinai (meglio dopo la creazione), tiene nelle sue mani le chiavi silenziose del suo destino […] Che al limite questo messianismo ebraico possa confondersi con l’umanesimo laico non deve assolutamente stupire […] Credere o non credere in Dio, tale questione non ha senso sullo sfondo di questo silenzio-sfida. Ciò che è essenziale è credere o non credere nell’uomo» (A. Neher, L’esilio della Parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz, Marietti, Genova 1997, pp. 200 e 233).

Ciò che è essenziale, insieme a questo, potremmo dire che vale anche per l’opera. Tale considerazione di Neher si incontra in un importante studio di Roberto Tagliaferri – Sacrosanctum. Le peripezie del sacro – in cui si cerca la relazione tra sacro e santo, tra antipredicativo e linguistico, tra immediatezza e mediazione storica. Questo equilibrio paradossale, per salvare sia la storicità che il sacro come alterità mai del tutto addomesticabile, è da rinvenire, secondo il teologo e liturgista di S. Giustina di Padova, in quello svuotamento che si apre attraverso tutta la storia della salvezza e che chiamiamo kenosi. Cercherò di seguire le intuizioni teologiche di Tagliaferri per provare ad applicarle anche alla creazione estetica.
La kenosi divina inizia fin dalla creazione: Dio, infatti, si svuota della sua potenza, si autolimita per lasciar essere l’uomo; mentre l’uomo è chiamato ad accettare questo autoritiro e questo silenzio di Dio, che, come vedremo subito, è dono e non castigo. Ma, per fare questo, la creatura ha bisogno di accettare pure il rischio della propria finitezza, la non coincidenza e l’alterità del divino: solo in questa non coincidenza viene preservata non solo la trascendenza di un Dio che, tuttavia, si autolimita per entrare in relazione con l’uomo, ma anche la libertà dell’uomo e della sua singolarità che, così, non viene fagocitata e violentata dall’onnipotenza di Dio. Non accettare questo rischio e questa libertà donata è, precisamente, il peccato “originale” o, meglio, “originario”, di ogni creatura. Come dice giustamente Tagliaferri:

«la morte del peccato è legata alla conoscenza strumentale, che anticipa gli esiti per eliminare i rischi […] il controllo anziché il rischio: ecco la tentazione! Voler ricostruire la parte mancante, ovvero il silenzio di Dio, non accettando di essere di fronte a quel silenzio in posizione di obbedienza arrischiata: ecco il peccato! L’hybris della colpa originale non sta solo nell’assolutezza del conoscere senza scarti simbolici, neppure nella libertà di interrogare il silenzio di Dio, ma nella fragilità a resistere a questo silenzio. Il rischio dell’uomo è di vivere con le risposte veritative concluse senza accogliere il rischio della libertà […] il peccato è allora lottare contro la finitezza perché le risposte hanno messo fuori gioco la domanda. Il credente è un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. Il cristianesimo non può darsi come una religione delle risposte ma come la religione del Figlio che regge l’angoscia della domanda senza risposta. Il peccato è trasformare il venerdì santo nella domenica degli annunci non consentiti. Partire dalla resurrezione significa non prendere seriamente la finitezza perché si parte dalla risposta del Padre misconoscendo il rischio di Dio, che si è consegnato nel Figlio rinunciando alla sua onnipotenza. Il rischio di Dio è di essersi consegnato all’uomo» (R. Tagliaferri, Sacrosanctum. Le peripezie del sacro, EMP, Padova 2013, pp. 285-286).

Parole che trovano un’eco sconcertante e perfetto in quelle di S. Weil quando sostiene che, allora, «il nostro peccato consiste nel voler essere, e il nostro castigo è credere di essere» (S. Weil, Quaderni. Volume IV, Adelphi, Milano 1993, p. 248).
Sempre la Weil ci può forse aprire la via per una riflessione che tocchi anche l’accettazione dell’incarnazione e della finitezza delle opere, nel nostro caso estetiche, quando sostiene che “la religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede, e in questo senso l’ateismo è una purificazione”.
A me sembra che queste parole siano di una portata deflagrante anche per il lavoro artistico e di scrittura: considerare la propria opera, quando c’è, come “consolazione”, come attestazione della propria presenza nel mondo, come idolo a cui l’io si aggrappa per sfuggire alla propria costitutiva finitezza e così eluderla, sarebbe come, per la fede, fermarsi ai miracoli e alle sicurezze del “dopo” – che non sono date e comprensibili o usufruibili nella concretezza della storicità, che non possono essere anticipate. Quando invece si salta il silenzio e l’abbandono, quel ritmo salvifico di attesa e propriamente di fede, tra la domanda e la risposta, tra il grido dell’abbandono dell’intera opera del Figlio sulla Croce e il silenzio del Padre che non risponde, il rischio è sempre quello di non avere fede proprio nelle “opere” (non in senso paolino, qui, naturalmente) e nella finitezza come luogo della rivelazione di Dio e della libertà dell’uomo. Tornando alle parole di Tagliaferri:

«Gesù è il nuovo Adamo che ha retto l’urto della creazione, della finitezza e della morte di fronte a Dio con l’obbedienza della sua libertà. […] Gesù non ha prodotto una strategia di elusione della condizione umana e della morte, ma ha accolto la finitezza come esposizione al mistero del Padre. […] La kenosi, la finitezza, la morte non sono negative, diventano tali quando non sono accettate. La morte ci avverte che non siamo dei, ovvero che non vi è solo l’identità mimetica. Il peccato è non svuotarci della falsa divinità con cui siamo nati. Il vuoto della kenosi serve soltanto alla grazia» (R. Tagliaferri, op. cit., p. 292).

Il meccanismo “economico”, per certi versi buono e auspicabile, del funzionamento e, nel nostro caso, della fruizione estetica, che si basa sulla immediata ricerca di una “risposta”, di un riscontro e di una visibilità che confermi ciò che già immaginiamo di sapere – vale a dire la nostra capacità di essere creatori di opere valide o almeno degne di essere chiamate e trattate come tali – tende a ridurre l’arte e la scrittura a nient’altro che burocrazia distributrice di sicurezze e di attestati identitari e sociali, di contro alla nostra costitutiva insicurezza e benedetta inconsistenza, come lo stesso Tagliaferri dice di una forma di chiesa piegata sul voler dare risposte e significati al senso della vita: «La chiesa sostituendo il Figlio con il Padre diventa la prima burocrazia del senso della vita, dispensando soluzioni storiche definitive in nome di Dio, quando sarebbe chiamata semplicemente al ministero della vulnerabilità di Dio» (ibid. p. 294). Allora, l’opera vera, come il Cristo, è da intendersi in questi termini:

«Gesù è il rivelatore del Padre, non nel senso che manifesta ciò che di lui è nascosto, ma nel senso che smaschera i meccanismi religiosi di garanzia in nome di Dio. Gesù è il nuovo Adamo che non crolla sotto il peso della libertà e del silenzio di Dio e che proclama lo scandalo più scandaloso: l’uomo religioso rischia di occultare Dio in nome di Dio» (ibid., p. 295).

Non succede anche nei campi dell’estetica che, proprio chi dovrebbe o vorrebbe difendere l’arte si ritrova in questo scandalo? Il critico, allora, come l’artista e lo scrittore o il poeta, dovrebbe essere un agente di smascheramento dei meccanismi estetici o para-estetici che vorrebbero garantire l’estetica come “burocrazia del senso” e dell’io, garantendo se stessi; e, naturalmente, questi meccanismi devono essere rivelati e disinnescati continuamente anche in ognuno di noi. C’è insomma, da sempre e oggi più che mai, una sorta di fariseismo dell’estetico e, nei casi migliori, non si tratta di una sorta di immoralità estetica: il problema è invece nel bisogno di garantire se stessi e l’opera dal silenzio e da ogni tipo di rifiuto o di critica, è non considerare la finitezza dell’opera come unico spiraglio verso la trascendenza; e questa fede nell’opera, anche quando è del tutto sincera, tradisce “la terra”, come direbbe l’Angelo di Wallace Stevens e, soprattutto, tradisce la grazia e la sua assoluta gratuità, il suo non essere mai riducibile a nessun legalismo, a nessuna “giustizia retributiva”. Tornando alla fede, leggiamo ancora le considerazioni di Tagliaferri e proviamo ad interpretarle anche in ambito estetico:

«La via legalistica e morale a Dio è il tentativo di rendere omogenea e reversibile la volontà dell’uomo con la volontà di Dio, senza il rischio della sorpresa dell’Altro imprevedibile. La legge omogeneizza Dio ai bisogni dell’uomo, oppure, sulla linea della tentazione del serpente ai progenitori, intende garantirsi la sicurezza dell’esito predeterminando un criterio di reversibilità tra l’azione umana e la salvezza. […] Al fariseismo e alla Legge Gesù oppone il Vangelo della grazia e dell’obbedienza arrischiata a Dio nell’accettazione totale della condizione umana […] la grazia, che fa piovere sui giusti e gli ingiusti, va contro ogni giustizia distributiva; la grazia è come il dono: non si regge sulla logica mercantile del contro-dono ma sulla gratuità […] La stessa intenzionalità del fare il bene rovina la gratuità dell’atto del dare perché bisogna sempre mostrare una certa superiorità verso gli altri […] Se Dio è grazia non abbiamo più nessun criterio di giustizia, l’unico criterio è l’obbedienzialità di fronte a un Dio che non si fa trovare. […] Nessuno può presentarsi a Dio con qualche credito, come ha intuito Paolo nella Lettera ai Romani: “Tutti sono sotto il dominio del peccato” (Rm 3, 9b). Gesù rivendica l’unilateralità della grazia. Il peccato non è quindi la trasgressione di una norma ma il voler essere rassicurati su come sarà l’esito, il peccato è non reggere il silenzio di Dio. Gesù ha retto questa condizione di vulnerabilità indicandoci che il più subdolo dei peccati è quello di usare Dio per rassicurarci» (ibid., pp. 297-298).

Essere “fedeli alla terra”, insomma, da una prospettiva di teologia cristiana ma anche di estetica dell’opera, non può che essere legato alla kenosi, a quello svuotamento che è accordo e fedeltà alla creazione e alla morte, come non solo il Figlio ma anche il Padre ha fatto: kai ho logos sarx egeneto kai eskenosen en hemin, come dice il prologo di Giovanni. Ancora la Weil ci ricorda che:

«il Cristo che guarisce gli infermi è la parte umana più bassa della sua missione. La parte soprannaturale è il sudore di sangue, il desiderio insoddisfatto di trovare consolazione nei suoi amici, la supplica di essere risparmiato, il sentimento di essere abbandonato da Dio» (S. Weil, Quaderni. Volume II, p. 199-200).

Non si può nascondere questo disagio sanissimo – un disagio che per primo è stato vissuto proprio dai discepoli e da tutti quelli che avevano lasciato tutto per seguire Gesù, trovandosi invece con una fine inspiegabile -, questo stallo che è anche abbandono fiducioso, e fiducioso nella grazia dell’opera più che nella sicurezza dell’artista o dello scrittore. Bisogna rimanere in questa impasse che libera e salva al di là di ogni sicurezza e previsione, senza ridurre il tutto a qualcosa di simile ad un “sacrificio” – come spesso accade per la stessa morte in croce, poiché, tramite il sacrificio, è più facile evidenziare la relazione di causa effetto – perché non c’è nessun sacrificio nello scrivere e nel creare l’opera, nessun maledettismo, nessuna negatività esaltata, nessun dolorismo nell’artista che abbandona se stesso e l’opera alla non risposta o all’imprevedibilità della stessa. C’è solo libertà, libertà da imparare e mai del tutto acquisita: libertà nella propria finitezza e in quella dell’opera.
In questo senso A. Neher parlava della fede «come un cantiere in aperta campagna», come «un campo d’azione infinito», dove «le cose non sono il riflesso di una realtà che le circonda o le illumina dall’esterno, ma sono soltanto se stesse, accartocciate nell’abbandono e nella nudità del loro proprio essere» (A. Neher, op. cit., pp. 200, 219).
Non potrebbe essere uno spazio simile anche quello dell’opera?

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

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Andrea Inglese

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

Tutto questo, tutte queste forme prese dalla natura muta, è tutto terribile e insieme assurdo, scoraggiante, e però vive, si abbellisce, continua.

F. Ponge

… nell’area particellare di ciò che nasce…

G. D’Andrea

Potenze del mondo, nonostante. Il tempo sembra diventare ossessione nei due inediti di Andrea Inglese. La bomba biologica tenta di rinnovare – secondo la poetica del risveglio insita nel materialismo fenomenologico di Francis Ponge – la dimensione generazionale, l’apporto “informativo” (“choses entre les choses”) della nascita della figlia, nell’apparenza del distacco, riflette non tanto la “trasmissione” dei messaggi (a-referenzialità vs contrazione del senso) ma, con più vigore, la forza centripeta del corpo infantile, il vero carico gravitazionale per chi genera. Tutto in attesa della conflagrazione di quello stesso corpo, che sconvolgerà – forse, in un futuro e stavolta con carica opposta, centrifuga – la vita di chi è presso. Epifania della distruzione del tempo, della sua linearità, in una nuova deformazione – eternamente presente – per cui «Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere». E soprattutto ombre.

***

La bomba biologica

Di Andrea Inglese

L’informazione che mia figlia, viva da un solo mese, ha portato fino a me è questa: il futuro non conta più, non conta più per me, seppure con difficoltà debba prenderne atto, malgrado alcune fasi più critiche della mia esistenza, io come ogni essere umano mediamente illuso, abitato da fantasmi di felicità, ho voluto credere che il futuro fosse la mia garanzia, un’assicurazione nei confronti del presente, quel presente non organizzato, lacunoso, fitto di mancanze, di recuperi, quel presente così povero, ripetitivo, ma il futuro – mi dice mia figlia – non esiste più, non ha più risorse, giacimenti segreti, santuari in cui assistere all’ultima teofania, il futuro è consumato, esso prepara crateri, isolamenti, demenza, e il mio cadavere. Quindi ciò che mia figlia mi dice, quando riversa a pancia in su, con gli occhi appena spiritati, la bocca socchiusa, scuote senza controllo le gambe, è questo: il presente – dice – è tutto quello che ti resta, poiché io sono colei che è venuta a distruggerlo, io sopravvivrò al tuo presente, esso lascerà qualche traccia in me, troppo debole, perché io mi ricordi come mio padre viveva, nei minuti iniziali del giorno, o in quelli finali, o in qualsiasi altra piega diurna.
Mia figlia viene per incendiare, con il suo possente oblio, tutto quanto io ho raccolto, adibito a orizzonte, sistema, ambiente. Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere.
Mia figlia, d’altra parte, malgrado noi – sua madre ed io – la si voglia addomesticare con nomignoli affettuosi, con dolciastri vezzeggiativi, lei, la cosiddetta carotina, ranocchiona, la Louskj Malouskj, la Louloutte, è in realtà, sotto i suoi divini sorrisi, una semplice bomba biologica, la vita si carica lì dentro, nel suo pancino, nelle gambette gonfie come pneumatici, nella sua potente pompa-boccale, che tutto risucchia verso un pozzo invisibile, nelle manine da puttina rinascimentale. La sua bomba biologica è già ovviamente esplosa, ma si tratta di un’esplosione prolungata, con una protervia autoasseverativa che si rinnova ogni mattina, lei è lì, attrezzata a portare avanti il suo programma minimo ma ferreo: agitare gli arti periferici, succhiare il ciuccio per ore, ingoiare i suoi 150 grammi di latte sei o sette volte al giorno, cacare e pisciare a dovere, ruttare, tirare testate a destra e a manca, senza alcuno scampo, tregua, ripensamento. Il suo è un programma minimo, ma non negoziabile, e cresce complicandosi di giorno in giorno: non s’interrompe mai, varia e si arricchisce, moltiplica i suoi punti di sfondamento, i suoi accessi sul reale, è un’invasione disinvolta e imprudente. La bomba biologica non possiede i caratteri dell’indugio, né un’organizzazione rinunciataria, ritrattile; lei, dal margine circoscritto da cui compie la sua esplosione, è sempre pronta ad affrontare tutto: il bagnetto, il cambio di pannolini, lo spostamento dentro e fuori il passeggino, la denudazione e il vestimento, le creme sul sedere, le siringate di vitamine in bocca.
Se da un lato questa bomba biologica a scoppio continuato e crescente rade al suolo il mio futuro, me lo risucchia negli interstizi di una cura ripetitiva, giorno per giorno, dall’altro, e in modo contraddittorio, spara fuori un getto potentissimo di futuro, lo ricrea ogni notte, e me lo ripresenta al risveglio, mia figlia emette futuro, a raggi ampi, d’intensità sempre maggiore, e pone me, sua madre, le nonne, tutti quanti in affanno: come riusciremo a stargli dietro, chi potrà seguire, per ogni tornante il suo futuro? Chi sarà in grado di tenersi in piedi, in equilibrio mentale, con un bilancio economico in attivo, un’energia erotica non episodica, fino a che lei avrà prodotto, e di conseguenza bruciato, una quota significativa del suo futuro?
Chi sarà all’altezza del suo futuro rinnovabile?


La vita confusa sottolinea il disagio. Non più neutrale, il soggetto vive la dissoluzione della linea temporale. Cronos morto, resta la luce fiacca del disorientamento, quella dell’ultimo Wallace Stevens, cadente: «Weaker and weaker, the sunlight falls/ In the afternoon». Eppure nella caduta a vortice di tempi diminuiti, di uomini incompiuti (o in continua mutazione, che è lo stesso), è possibile la selezione, anzi indispensabile la scelta, barlume di una volontà disillusa che presenzia la sua stessa disillusione «nella scaduta grandiosità dell’annichilimento» (ancora Stevens). Niente di nuovo oltre il cammino che ricrea la «grande noncuranza del camminare».

***

La vita confusa

Di Andrea Inglese

Per alcuni anni è come se la mia vita fosse stata molto confusa, e questa confusione della vita dura ancora, ma io credo di meno, ed è per questa diminuzione della confusione che mi sono imposto, da qualche tempo, e con aiuti esterni, di fare ordine, e sopratutto ordine temporale, perché la confusione non è solamente spaziale, ma è del tempo. I giorni non si capisce bene per che verso passino, perché come i mesi o gli stessi minuti, anche i giorni, con la loro durata media, bonaria, debbono passare, ed effettivamente si muovono, ma non so mai bene per quale verso, se io sia in una fase di ritorno da qualche giornata, o se stia andandomene via da qualche giornata, le giornate hanno strani modi di avvolgersi o di ritirarsi, di venire incontro, di cercare l’impatto, ma non si sa mai se si è dentro la loro bonaria durata, sulla via del ritorno, o se stiamo andando davvero altrove.
È evidente che io avrei bisogno di scendere nei fatti della mia vita, perché è in qualche modo certo che questi fatti esistano, ed esistano come fatti della mia vita, ed essi – io lo immagino con facilità – sono connessi variamente, magari non tutti, nessun fatto è connesso con tutti gli altri, anche se a volte immagino che sia così, cioè immagino che nella mia vita quello che non va dipenda da un’eccessiva connessione di tutti i fatti tra di loro, e sento come questa iperconnessione maniacale dei fatti tra di loro non possa portare nulla di buono, o possa al massimo portare qualcosa di molto intricato, e che questo intrico lo si può portare, poi, solo per qualche tempo, intendo dire portare avanti, farlo evolvere, perché l’intrico suggerisce un problema inerziale, un eccesso di nodi e spigoli, e tutto questo annodamento e intreccio non può che rallentare fino quasi al raffreddamento e alla quiete malsana il cammino. Ma è per mia fortuna, io credo, che i fatti della mia vita siano collegati tra di loro in modo incompleto, in modo massicciamente incompleto e approssimativo, tant’è che più che un intreccio problematico, piuttosto che l’inerzia, il problema del mio cammino è quello del disorientamento, poiché nulla tiene nulla all’interno della mia vita, e il movimento è talmente facile, che esso assomiglia a uno scivolare quasi senza attrito, ad un glissare, o forse addirittura ad un cadere.
La confusione temporale della mia vita, che ad essere precisi è una confusione sia temporale che spaziale, dipende senza dubbio dalla difficoltà di tenere i fatti della mia vita uniti, agganciati tra di loro, abbastanza uniti e agganciati almeno, senza per forza mirare all’iperconnessione molto pericolosa di tutti i fatti con ogni altro, anche perché quel tipo di massiccia e pervasiva connessione non può che portare ad un incremento di senso, ogni fatto risuonerebbe con ogni altro, e così simultaneamente catene di fatti risuonerebbero tra loro producendo un immenso frastuono nella mia testa, è quindi bene che solo alcuni fatti ed alcuni altri possano essere tra loro solidali, ossia agganciati l’uno all’altro, in modo da resistere a quelle pressioni che la mente confusa produce, a quelle spinte alla divaricazione, alla dispersione, a quelle spinte che, insomma, portano ogni fatto alla deriva rispetto ad ogni altro, creando questa grande noncuranza del camminare, poiché si cammina così facilmente al di fuori di qualsiasi tessuto di fatti, seppure parziale e provvisorio, si cammina così bene, che sembra alla fine di correre, di scivolare via, di cadere nel vuoto.

(Aprile 2015)

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Hans Grundig, “The Sign of the Future”, 1935 (Pushkin Gallery)

Andrea Inglese (1967) vive a Parigi. È poeta, saggista, traduttore. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Tra i suoi libri di poesia: Inventari (Zona 2001), Colonne d’aveugles (Le Clou Dans Le Fer, 2007), La distrazione (Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009), il prosimetro Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011; premio Ciampi), Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, nell’edizione italiana (Italic Pequod, 2013) e francese (NOUS, 2013), e La grande anitra (Oèdipus, 2013). Tra i testi in prosa: Prati / Pelouses (La Camera Verde, 2007) in parte confluiti nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009), Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2011) Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazioneindiana. È nel comitato di redazione di “alfabeta2”. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per una itinerante & collettiva installazione poetica.

Wallace Stevens: Ibridazione e Verità

Portrait of Wallace Stevens
Wallace Stevens

di Gianluca D’Andrea

Wallace Stevens: Ibridazione e Verità

aurore-dautunnoIn occasione della pubblicazione della raccolta Aurore d’autunno (a cura di Nadia Fusini, Adelphi, Milano, 2014), cioè l’ultima curata dal poeta americano prima della morte (se si eccettuano i Collected Poems, in cui appare The Rock), propongo alcune riflessioni su Wallace Stevens nel tentativo di evidenziare gli aspetti veramente cogenti della sua visione della poesia, e del mondo attraverso essa.
Stevens è poeta assoluto, svincolato da etichette e “scuole di pertinenza”, libero da linee incasellanti e dalla stessa “assolutezza” cui mi richiamo solo per distinguere la Poesia dalla semplice scrittura in versi.
Inizio da un appunto, che sento obbligato, per dare una giusta collocazione, a chi legge, dell’Introduzione di Nadia Fusini alla raccolta succitata. Nonostante il merito di una traduzione accurata, non è sopportabile la volontà della curatrice di leggere Aurore d’autunno come un libro “trasparente” e che “sceglie” di toccare la realtà, intesa come definitiva rinuncia all’aspetto immaginifico della parola. Non è possibile, rischio il sospetto di malafede intellettuale o, meno grave, la cecità critica, concordare con questa prospettiva che, a tutti gli effetti, manifesta una forzatura della visione stevensiana, che invece si costruisce sulla ricerca continua, mai accomodante, su una sperimentazione linguistica che segue il movimento “definitivo” del divenire, quindi dell’esistente. Provo a spiegare: la poesia di Stevens non ha mai incontrato soste o ripensamenti, solo la morte dell’autore ha interrotto il perpetuo rischio, l’ambivalenza manifesta nell’ibridazione tra Idea del Vero e realtà del vero, senza voler spezzare in due l’esistente ma accogliendone le contraddizioni, anzi esponendosi alle sue ineluttabili oscillazioni. La meditazione di Stevens non s’interrompe e Aurore d’autunno è un ulteriore tassello dell’insistente dialogo tra soggetto e mondo – così come la sua ripresa rappresentata da The Rock – nei Collected Poems – può continuare a testimoniare: «Quello stento grido era / Un corista il cui sol precede il coro. / Era parte del sole colossale, // Circondato dai suoi anelli corali, / Ancora lontano. Era come / Una nuova conoscenza del reale» (Non idee della cosa ma la cosa in sé, in Il mondo come meditazione, a cura di M. Bacigalupo, Guanda, Parma, 2010, p. 113), in cui l’immagine del «sole colossale» è trasposizione nell’universale di un particolare che viene da fuori, il grido scheletrico, sottile di un uccello concreto, ma circondato da «una nuova conoscenza del reale», quindi la cosa stessa è l’immersione di tutto nel tutto e non l’importanza della cosa estrapolata dal contesto – e stiamo parlando dell’ultima poesia di The Rock, quindi dell’ultima espressione di un percorso che non ha mai avuto bisogno di ripensamenti e scelte, semmai di affinare le proprie tecniche di scandaglio e immersione; non possiamo, infatti, dimenticare l’ossessione formale di Stevens, la sua ripetizione di modelli sempre più perfetti.
Proviamo a leggere due testi indicativi del movimento costante di questa poesia del movimento e del dialogo tra mente e alterità, di ri-discussione dell’esistente, estrapolandoli sempre dalle due ultime raccolte:

LE DOMANDE SONO OSSERVAZIONI

Nella malerba dell’estate cresce questo germoglio verde il perché.
Il sole s’ammala e patisce e poi ritorna eccolo
All’orizzonte tra adulti enfantillages.

Il suo fuoco non ce la fa a trapassare la visione
Che lo fissa, non ce la fa a distruggere i consensi antichi,
Lo vede così com’è solo il nipote,

Peter il veggente, che dice «Madre, cos’è» –
L’oggetto che sorge con tanta retorica,
Ma non per lui. La sua domanda è completa.

È la domanda di cui è capace.
La domanda ultima, l’esperto aetat. 2.
Non monterà mai sul cavallo rosso che lei descrive.

La sua domanda è completa perché contiene
L’affermazione massima. È il suo teatro,
La sua pompa e processione e sfoggio,

Per quanto il nulla lo permetta… Ascoltalo.
Non dice «Madre, madre mia, chi sei»
Come fanno gli uomini vecchi, assonnato, infanti.

(in Aurore d’autunno, op. cit., trad. a cura di Nadia Fusini, p. 171).

*

LEBENSWEISHEITSPIELEREI

Sempre più fiacca la luce del sole cala
Nel pomeriggio. I superbi ed i forti
Sono svaniti.

Quelli rimasti sono gli incompiuti,
I finalmente umani,
Nativi di un cielo scemato.

Loro indigenza è un’indigenza
Che è indigenza della luce,
Un pallore stellare che pende dai fili.

A poco a poco, la povertà
Dell’autunnale spazio diventa
Sembianza, pronuncia di alcune parole.

Ogni persona completamente ci tocca
Con quel che è e poiché è,
Nella scaduta grandiosità dell’annichilimento.

(in The Rock, trad. inedita di Gianluca D’Andrea).

Il sole ammalato o fiacco di entrambi i testi, allegoria della parola e della vita, secondo le consuetudini simboliche della poesia di Stevens, non è stigmatizzabile nella fissazione di un’evidenza della fine, piuttosto rilancia al movimento della fuoriuscita. Niente di “reale” nel senso dell’accettazione di un contesto stabilizzato, bensì la riattivazione del movimento: «Il sole s’ammala e patisce e poi ritorna eccolo / All’orizzonte tra adulti enfantillages» (vv. 2 e 3 della traduzione, l’originale recita: «The sun aches and ails and then returns hallo / Upon the horizon amid adult enfantillages»). È il movimento del Vero, l’oscillazione di un imminente ritorno, la rinascita della luce. Certo, gli infingimenti retorici sembrano attenuati, forse a causa di un dominio sulla propria materia poetica pienamente raggiunto da Stevens, che non si adagia sulla posizione raggiunta, non si ferma e non rischia manierismi di sorta, ma si aziona in un continuo rilancio e superamento.
Il secondo testo, Lebensweisheitspielerei, persegue e risponde alle atmosfere di Aurore d’autunno: «A poco a poco, la povertà / Dell’autunnale spazio diventa / Sembianza, pronuncia di alcune parole» (vv. 10-12 della traduzione, in originale: «Little by little, the poverty / Of autumnal space becomes / A look, a few words spoken»). Le poche parole rilanciano all’immagine, lo sguardo – o sembianza – è a un passo dal farsi nuovamente visione, ricominciando il ciclo esistenziale – per questo, credo, le stagioni nel mondo di Stevens nient’altro sono che la vita con i suoi alti e bassi. Gli alti della Visione – la mente, l’idea etica – e i bassi – il mondo che non è ridotto alla frammentazione in oggetti. Ossessiva (l’idea fissa del poeta americano) revisione, scontro anche, per cui il soggetto si perde e ritrova in un giro di ritorni e ripartenze creando un’aderenza globale che ne modifica i connotati poetici (l’accomodamento su uno dei due termini della questione – realtà o immaginazione – condurrebbe alla stasi, alla neutralizzazione del ciclo. Invece l’idea per fissarsi non può che continuare a muoversi nella ricerca).
L’agonismo finge l’ipostatizzazione del reale nella mente, Altro e Io desiderano aderire fino alla fusione (cfr. il titolo The Rock, dell’ultimissima raccolta) ma l’illusione – che è la spinta del soggetto verso il mondo – si placa per l’impatto ostruente del reale, facendo ripartire un movimento discendente. L’alternanza tra anabasi e catabasi nell’esistente è il Vero, la relazione ambivalente tra Io e Mondo, senza scelta definitiva, se non quella dell’aderenza a questo movimento, ancora vibrante nelle sue accensioni e nelle sue cadute.
Per dimostrare quanto esposto, basta rileggere con attenzione quanto lo stesso Stevens andava teorizzando. Le date di pubblicazione di alcune sue riflessioni sulla poesia, poi confluite nella raccolta di saggi L’angelo necessario – Saggi sulla realtà e l’immaginazione (1951), sono lì a confermarlo: Effects of Analogy, è stato pubblicato nel 1948, Imagination as Value, nel 1949 (Aurore d’autunno è del 1950). In queste riflessioni si può leggere: «La grandezza del poeta dipende dalla grandezza dell’idea che egli ha del mondo e dalla misura in cui questa include l’idea che gli altri hanno del mondo» (Effetti dell’Analogia, in L’angelo necessario, a cura di M. Bacigalupo, trad. di G. Scatasta, SE, Milano, 2000, p. 108). Nessuna intenzione, quindi, in Stevens di abbandonare il reale richiudendosi nella gabbia iperurania dell’astrazione, piuttosto continuare il dialogo tra il soggetto e una realtà che è partenza ma anche attrito, infatti: «L’immaginazione è il potere della mente sulla potenzialità delle cose; questa potrebbe essere una sua propria caratteristica, che però non genera un valore specifico ma tanti valori quanti ne esistono nella potenzialità delle cose» (L’Immaginazione come Valore, in L’angelo necessario, cit., p. 117). Per Stevens, e ci sembra di poter concludere, la poesia – il poeta lo afferma chiaramente in più occasioni, come esposto in un celebre saggio su L’angelo necessario (C. Doyle, Wallace Stevens: The Critical Heritage, London, Routledge, 1985, p. 354-356) – è un mezzo per conoscere la verità, cioè, la totalità dell’esistente e non, lo ribadiamo, la scelta di un unico punto di vista.

(Marzo 2014)