PER UN DISCORSO PIÙ AMPIO SULLA POESIA. LETTERA DI GIANLUCA D’ANDREA A TOMMASO DI DIO

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Su Poesia del nostro tempo, una mia lettera-riflessione:

Caro Tommaso,
leggendo il tuo Piccolo discorso sulla poesia (NdR, Le parole e le cose, 4 ottobre 2019), non ho potuto fare a meno di appuntare alcune considerazioni ulteriori che tenteranno di integrare e preferibilmente rimettere in discussione quanto da te espresso.
Inizierei, pertanto, dal tuo “imbarazzo darwiniano” che, è abbastanza evidente, si appunta contro il concetto di “essenza” fissato da Aristotele e, quindi, fondante la tradizione occidentale. In particolare, Darwin, nelle sue considerazioni sul concetto di “specie” (da quanto riportato nella prima nota del tuo articolo), mette in discussione proprio i confini di “essenza” e chiama in causa le «combinazioni artificiali create per convenienza». In questo modo, sembra emergere un punto, a mio avviso decisivo, in cui la tua riflessione sembra confliggere, nonostante o perché, lo vedremo nel prosieguo, parli di trasformazioni induttive che partono dai particolari e, solo dopo ipostatizzano genealogie. La contraddizione che intravedo è proprio tra l’urgenza di innovazione metodologica (ma il “pragmatismo” darwiniano non è certo una novità, anzi, è alla base delle ideologie avanguardiste primonovecentesche) nell’inquadramento della poesia attuale e la necessità “evocativa” (quasi monstrumlovecraftiano risuscitato dalle nebbie della Storia) delle stesse genealogie. Insomma non capisco, e sarà un mio limite, la direzione che per te dovrebbe prendere lo studium della poesia oggi. Evochi, appunto, una nuova “meraviglia” e poi riporti il tutto a una necessità classificatoria. Parli di storia e pragmatismo (la testa mozzata della tradizione che converti montalianamente e che reagisce obtorto collo alla lingua aulica della tradizione) e concludi l’intero discorso sulle potenzialità immaginifiche cui l’uso dell’arte del linguaggio dovrebbe ricondurre: «Oggi dovremmo provare a ripensare la capacità della poesia di far combaciare la dimensione artistica della parola, ovvero la capacità di immaginare mondi possibili, di affidare agli uomini il sogno o il mito di un mondo che ancora non c’è, con la dimensione rituale della parola: la parola che fa realtà, psicagogica, che promette, giura che questo mondo è vero».

Continua a leggere…

 

Per il fine settimana – Tommaso Di Dio suggerisce Giancarlo Pontiggia

melograno

In un fuoco immobile
Note su Origini, di Giancarlo Pontiggia

La recente pubblicazione complessiva delle poesie di Giancarlo Pontiggia, nel bel volume Orgini, Poesie 1998-2010, Interlinea, 2015, ci dà l’occasione di incontrare nuovamente la delicata e inquietante forza di questo poeta.
Difficile pensare ad un autore più distante da ciò che si agita nella poesia italiana contemporanea, difficile pensare una poesia più discreta e lontana da ogni tempo che si voglia determinato; come se la sua forza e la sua qualità prima fossero proprio nel rivendicare, sofferto e impalpabile insieme, un anacronismo deciso rispetto ad ogni semplicistica visione dell’attualità. Eppure non si può avere dubbi: la poesia di Giancarlo Pontiggia si nutre di una dizione cristallina. Un’acuta e penetrante scelta verbale, sovente in chiave arcaica o al contrario violentemente sprezzante di ogni registro e che sorprende per lo stridente intarsio, convive con un ductustrascinante, un’ariosità ritmica che pare rovesciare ogni verso in un vento che inesorabilmente risospinge il lettore nella nocciolo della fine, della quiete: la calma al vertice inaudito della tempesta.
Come sottolinea Carlo Sini nella preziosa prefazione a Bosco del tempo (2005), qui riportata ad apertura del volume, Pontiggia è uno di quei rari poeti che ha fra le corde della sua arte la possibile espressione della felicità: “Scorreva la vita come un miele\ troppo dolce, troppo forte” (p. 109). Essa non è ingenua né scomposta, non è neanche l’estasi drammatica e patetica che toglie il fiato e spezza ogni muscolo nello spasimo barocco di un orgasmo. Più sua è invece la felice congiuntura che stringe a sé l’immagine, in una densità tale da percepirne il suo attimo felice; esso, intrappolato nelle pieghe ritmiche, colto fra passato e presente, in sé si rivolta e per un attimo sosta, attonito, fragrante, rorido, prima che il movimento lo riprenda e lo consumi in un fuoco immobile (si legga Estati, a p. 50). Vi è nei suoi versi come una contraddizione permanente fra il nome e il movimento che lo anima, fra la fissità lapidaria della parola e il continuo trascorrere del ritmo, sempre spezzato e trascinante, di parola in parola fino al dilagante bianco in cui ogni lemma si schianta, ormai piagato, ormai stravolto. Ed ecco che il lessico di Pontiggia, così volutamente senza tempo, contempla brolo e terzino, immerdatae romita; ma più spesso trova il suo più fruttuoso bottino nelle parole della tradizione, parole esibite proprio in virtù del loro essere senza tempo, appartenenti al remoto passato della nostra storia letteraria, come al loro impronosticabile futuro.
La felicità che egli sa raccogliere è di chi proponga la poesia e la sua lettura come una forma di contemplazione e di esercizio: arte del tempo, infine, un’etica della postura da tenere nel tempo nostro della vita. Il movimento della sua poesia è, proprio per questo, in avanti, tanto quanto impone un rovesciamento a ritroso, anàdromo; tanto tiene l’occhio fisso alla polpa del frutto, quanto conosce l’ombra che si cela nel verde delle foglie che lo precedettero; tanto è presente alla gioia della vita quanto alla consapevolezza della transitorietà di ogni cosa che percepisce. Di questa vita in bilico, spazzata da vertigini quiete, da cieli azzurri conosciuti e sconosciuti insieme, Pontiggia costruisce il proprio canto, il proprio inno ad un’ombra che è vita, ad una vita che è sprofondamento nella catena anonima delle voci che ci hanno preceduto. Una poesia che cancella ogni discorso, ogni chiacchiera mondana e lascia un campo aperto, vasto, largo; un mare grande dove lo sguardo può sostare immerso nella percezione del vuoto incircondabile che lo circonda, nel sapore più ricco e segreto alle origini di ogni gesto, di ogni nostra parola: “«Tempo, rispondi almeno tu:/ dove ci muoviamo?»// «esattamente dove siamo»” (p. 182).

Tommaso Di Dio
Marzo 2015

Poesie da Orgini, Poesie 1998-2010

Canto di evocazione

Vieni ombra/ ombra vieni/ ombra ombra
vieni oh vieni, buia
sali tra i gradini, nel tempo
Vienimi vieni vieni/ vienimi vieni vieni
con ogni doglia, con tutte le furie
con ciò che nell’ombra si sfoglia
con quel che nell’ombra spuma
Ombra vieni/ ombra ombra/ vieni ombra
nel vento nel vento
nel greve tormento
vieni oh vieni tra i numeri, nel fuoco
divieni canto roco
Vieni oh vieni/ vieni oh vieni
tra le forme del caso,
vieni, batti
contro gli spigoli, scendi
obliosa su ciò che è stato,
diventa nostro fiato
Ombra resta/ resta ombra/ resta resta
nella cupa fronda
nella sola testa
che geme che geme
tra i rametti del caso
nel cuore, nel seme invaso
vieni, oh vieni/ vieni, oh vieni
(ripetuto)

*

Estati

Sciami variopinti,
orse

in alto vele razzanti,
estati

anfore buie serbanti nella
loro gola un ronzio di terra,

i melograni si spaccavano alla luce
fissa del meriggio, io

scrutavo in su, in su, tra i numeri, tra
le righe e gli anni

luce, il fumo si alzava sulle
strade,

nella polvere

tra onde

in roghi

*

Nomi

Come d’ottobre, in un brolo, s’ingorgano
molli, marcenti, i fogliami (fronde
strepitose e verdi,

un tempo) – s’intridono, vedi,
poco alla volta i nomi
(gli stravolti, i piagati nomi)
in una pasta
di pensieri melmosi, vuoti,

e scendi
passo dopo passo in stanze
umide, buie, in un tempo

molle, che si sfalda.

*

Pensavo parole volanti, frecce

Pensavo parole volanti, frecce
dal leggero impennaggio,
o palloni in fuga, alianti
come foglie, sotto un palo lontano.

Non sapevo che sarei fatto terzino
di una squadra in affanno, assediata
dall’ombra, dal tempo, dal fiele
di una storia avara, immerdata.

Lettore giovane e ardente,
prendi nota del tuo destino.
La vita è in agguato, sempre,
sulle strade del nostro cammino.

*

E leggi

E leggi che durare possono
le cose che non hanno vita,
e tu muori,

e questi versi, che altri un giorno
leggeranno, durano più di te,
e tu non duri,
e li hai fatti

e in queste stanze
dove tante ore hai
dormito, altri
ci dormiranno: e così poco
è la vita,

che un verso, un muro, un letto
sono più lunghi di te,

erano prima, e sono dopo
di te.

*

Alle prode

Alle prode
scontrose, sui
frontoni del cielo, immensi, tra

le ombre
dense
delle stanze, nell’ora
pomeridiana, quando

la vita
sovrana, irraggiungibile,
s’impaluda
in un sonno profondo,

sempre, ovunque, è

il vostro

lucente

fragore,

onde


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Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia è nato a Seregno, in provincia di Milano, nel 1952. Ha studiato Lettere all’Università degli Studi di Milano, laureandosi sulla poesia di Attilio Bertolucci. Redattore di “Niebo” (1977-1981), rivista di poesia e di poetica diretta da Milo De Angelis, ha curato insieme ad Enzo Di Mauro La parola innamorata. Poeti nuovi (Feltrinelli, 1978). Dal francese ha tradotto, fra l’altro, La nouvelle Justine di Sade, le Bagatelle per un massacrodi Céline, le tre versioni del Fauno di Mallarmé, La bambina dell’oceano di Supervielle, Charmes e Il mio Faust di Paul Valéry. Verso la fine degli anni Ottanta ha concentrato il suo interesse sul mondo classico, traducendo le Olimpiche di Pindaro, La congiura di Catilina di Sallustio (Mondadori 1992, con introduzione e commento) e Rutilio Namaziano. Successivamente ha pubblicato, in collaborazione con Maria Cristina Grandi, una Letteratura latina. Storia e Testi in 3 volumi (Principato, 1996-1998). Poesie, saggi e studi di teoria poetica sono sparsi su numerose riviste, in antologie e volumi collettivi. Nel 1998 è apparsa, presso Guanda, la raccolta poetica Con parole remote (Premio Internazionale Eugenio Montale, 1998), nel 2005 Bosco del tempo e nel 2015 Orgini, Poesie 1998-2010 (Interlinea). Testi di poetica si possono leggere, per limitarsi alle edizioni in volume, in Colloqui sulla poesia (Nuova Eri, 1991), Passi passaggi. Partecipazione e solitudine nell’arte (Sestante, 1993), La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana (Marsilio, 1995), Contro il Romanticismo / Esercizi di resistenza e di passione (Medusa, 2002), Selve letterarie (Moretti&Vitali, 2006). Insieme a Paolo Lagazzi è l’autore del manifesto per una nuova critica I volti di Hermes che è stato pubblicato sul n.209 dell’ ottobre 2006 della rivista Poesia dell’editore Crocetti. Sempre con Lagazzi ha curato il Meridiano Mondadori dedicato a Maria Luisa Spaziani ed è il responsabile della Sezione Letteratura Italiana della rivista Ali (Edizioni del Bradipo), diretta da Gian Ruggero Manzoni, e della rivista Poesia e Spiritualità, diretta da Donatella Bisutti. È redattore della rivista “Poesia” e critico letterario per il quotidiano nazionale “Avvenire”. Insegna letteratura italiana e latina in un liceo di Milano.

“Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio (Lietocolle, 2014)

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Tommaso Di Dio (Foto di Dino Ignani)

Tua e di tutti di Tommaso Di Dio (Lietocolle, 2014)

tommaso-di-dio-tua-e-di-tutti-copertinapiatta21La nuova raccolta di Tommaso Di Dio si confronta con la nominazione e la possibilità della parola di espugnare il vuoto di senso. La dicibilità di un mondo che si avverte “agonizzante” si volge nella premura “agonistica” del martellamento nominale: «Milano le case le strade; la sera, lo sgorgo» (Forse bisogna chiudere gli occhi, p. 20). L’accumulazione non vuole dare ordine ma tensione e sforzo a una parola destituita di valore e credibilità, non c’è climax e neanche il suo contrario:

La strada; il giorno che
qualcosa ricomincia. Ora
sei venuto a stare qui. Ma dall’alto la città
non era che una miriade sbriciolata di luce
strada faccia qualunque. Bisogna legarsi
erodere le grandi distanze
per le schiene delle montagne
cercare dove fra gli occhi la vena
prende sangue e qualcosa ancora
resta, s’infittisce, moltiplica,
dice cosa è
dimenticarsi; di aver odiato
una volta in ogni dove il tutto
di questa vita.

(p. 32)

La neutralizzazione del senso trova uno sbocco nella pietas per il circostante cui si chiedono momenti di accensione, desideri dileguati di un’individualità in deficit o in apprensione per la scomparsa:

Ho ancora gli occhi
sporchi dei sogni. Ci sono tanti
alberi e cieli nella mente tenuti
troppo stretti che ora
cosa sono. E invece vedi questo
sentirmi nel corpo solo, neutrale; e volere tutto
da questa materia fragile
ottusa insensibile vivacità della pelle
che tocca l’altra pelle. Sono gli anni un bosco
rotto per la luce del giorno, del non preciso
amore che mostra
la solitudine dei rami. Chiudo gli occhi.
Voglio sporcare il giorno di tutti i sogni.

(p. 35)

Forse è il magistero di Rebora a farsi più pressante nella riflessione poetica di Di Dio, la volontà di insieme che traspare dai versi e l’umiltà “procacciata” sin dal titolo della raccolta investono il desiderio di comunicazione (le parole comprensibili e “umiliate” di matrice lombarda) del barbaglio di una comune appartenenza: il niente che ci pertiene è la potenza di dirlo, appiattiti sì sul luogo comune della nominazione che non riesce a rinnovarsi ma ri-scopre le cose – pochi testi, ma significativi, vertono sui tempi verbali del passato e dell’imperfetto e portano all’emersione i grandi temi del ritorno e del ricordo:

Non era neve. Non era bianco.
Non aveva
ricordo di te. Se non
quel cielo sempre indietro.
L’Italia le case le montagne; le domeniche
spianate a furia di preghiere
i mattoni la tivù
le chiese. La spalla non aveva
che un foro, un buco. Un passo
un grado più in là, nel deserto
dell’Afghanistan un dio senza peso
non aveva
ricordo per te. Di te cosa tiene
il mio paese. Non era neve.
Non era bianco. Quel sapore dell’altro
uomo che hai
sulla bocca.

(p. 38)

La prospettiva di un futuro che sia espiazione nell’ammonimento dell’annientamento avvenuto da sempre

Quel che ammonirono i libri santi.
Quel che scrissero i poeti. Le epigrafi.
I ruderi. Le pietre le caverne
scavate con le mani in gloria
del sangue di bufali, di elefanti. Tutto questo
essere stati non basta
bisogna ripetere tutto, capitolare.
Bisogna pagare.

(p. 41)

è in realtà la speranza che «mentre monarca/ l’ombra divora» (Ci sono ore di ordine; stagioni, p. 46) un percorso continui. Ripetizione più che linearità, le chiuse sereniane («Ho cercato tanto un tempo del tempo/ per dire qui», p. 46) ribadiscono l’ossessione per i giorni e i tempi. Dalla monotonia, dal niente urbano e post-umano, l’infimo inizio di una fuoriuscita, sgorga quantomeno il dubbio che comunque questa, e non un’altra, vita sia desiderabile.

Gianluca D’Andrea


Di seguito una riflessione sul testo più rappresentativo dell’intera raccolta, apparsa su Cronache Maceratesi nel marzo dello scorso anno.

Spazio Inediti: Tommaso Di Dio

Sotto il deserto
Sterile nel tempo,
Procede fresco e lento
Un fiume immenso.

C. Rebora

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.


È un piccolo percorso di risalita, un’ascesa laica all’innocenza, la prima parte di questa composizione. I primi nove versi (dei 20 complessivi), infatti, tentano la costruzione di un quadro che si presenta come l’avveramento del sentire nella sorpresa dell’esserci: «Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente/ l’erba, ogni singolo/ mattone che all’alba prende/ luce e presenza». La presenza di oggetti poco definiti, che lasciano spazio alla rivelazione di un senso che non si spinge oltre – non lo vuole – quei minimi contatti di realtà. Una realtà illuminata per un attimo (la rivelazione) che poi si appresta a ridiscendere «scura» accompagnata dall’«aria fredda […]/ nella metropolitana». Catabasi del segno che, impastandosi di vita, prova a riformulare una visione per accostamenti e aderenze nei confronti del reale, e suscita symbŏla, idee diverse dai meri dati sensibili. Non è lo slancio ma la volontà umile, bassa (ricordiamo che il poeta è lombardo), a cercare e ad aspirare all’immersione nell’esistere: «[…] E lei è lì; prega/ storta e disancorata. Sempre lei/ balla cade offende» la vita in deficit, la vita fragile da amare nonostante il male, il «niente che non l’abbandona».
L’aspetto edificante, la religiosità laica che ha una tradizione importantissima proprio in Lombardia – si guardi alle origini della nostra letteratura, a Bonvesin de la Riva per esempio – è presente in questo testo semplice, accessibile ma non per questo ingenuo. Abbiamo fatto riferimento a una costruzione per tappe: la prima, “ascensionale”, vive in un tempo di sospensione, tra il percorso concreto e l’immagine mentale della salita, fino a una fugace apertura metafisica («[…] la porta che si apre e sei/ cielo di sguardi»). L’atmosfera è tenue e non è sbilanciata neanche nella fase discendente (dal verso 10 in poi), anzi dopo una breve parentesi – le metafore “oscure” dei vv. 12 e 13, «la catena regale degli abbrac-ci… ecc.» – torna a concretarsi nella figurazione della «vita reale», in una contrapposizione col niente dell’ultimo verso, che ristabilisce la scelta dopo l’attraversamento. Il viaggio del soggetto, che si dispone a una maggiore aderenza ai ”segnali” della vita, è, quindi, la semplice constatazione di esserne parte e di amarne la fragilità, perché è sempre incombente l’esposizione al nulla, alla fine.

Gianluca D’Andrea
(Marzo 2014)


Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore di Favole, Transeuropa 2009, con prefazione di Mario Benedetti. Ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibodeau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori 2009. Una scelta di suoi testi è stata pubblicata in La generazione entrante, Ladolfi Editore 2012. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte, per la cui compagnia teatrale scrive testi. Partecipa agli incontri di poesia Fuochi sull’acqua. Recentemente è stato segnalato come il poeta tra i 20 e i 40 anni più votato da pordenonelegge. È fra i redattori della rifondata rivista Atelier.

Spazio Inediti (8): Tommaso Di Dio – di Gianluca D’Andrea

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Tommaso Di Dio

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (8): Tommaso Di Dio

Sotto il deserto
Sterile nel tempo,
Procede fresco e lento
Un fiume immenso.

C. Rebora

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.


È un piccolo percorso di risalita, un’ascesa laica all’innocenza, la prima parte di questa composizione. I primi nove versi (dei 20 complessivi), infatti, tentano la costruzione di un quadro che si presenta come l’avveramento del sentire nella sorpresa dell’esserci: «Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente/ l’erba, ogni singolo/ mattone che all’alba prende/ luce e presenza». La presenza di oggetti poco definiti, che lasciano spazio alla rivelazione di un senso che non si spinge oltre – non lo vuole – quei minimi contatti di realtà. Una realtà illuminata per un attimo (la rivelazione) che poi si appresta a ridiscende-re «scura» accompagnata dall’«aria fredda […]/ nella metropolitana». Catabasi del segno che, impastandosi di vita, prova a riformulare una visione per accostamenti e aderenze nei confronti del reale, e suscita symbŏla, idee diverse dai meri dati sensibili. Non è lo slancio ma la volontà umile, bassa (ricordiamo che il poeta è lombardo), a cercare e ad aspirare all’immersione nell’esistere: «[…] E lei è lì; prega/ storta e disancorata. Sempre lei/ balla cade offende» la vita in deficit, la vita fragile da amare nonostante il male, il «niente che non l’abbandona».
L’aspetto edificante, la religiosità laica che ha una tradizione importantissima proprio in Lombardia – si guardi alle origini della nostra letteratura, a Bonvesin de la Riva per esem-pio – è presente in questo testo semplice, accessibile ma non per questo ingenuo. Abbia-mo fatto riferimento a una costruzione per tappe: la prima, “ascensionale”, vive in un tem-po di sospensione, tra il percorso concreto e l’immagine mentale della salita, fino a una fu-gace apertura metafisica («[…] la porta che si apre e sei/ cielo di sguardi»). L’atmosfera è tenue e non è sbilanciata neanche nella fase discendente (dal verso 10 in poi), anzi dopo una breve parentesi – le metafore “oscure” dei vv. 12 e 13, «la catena regale degli abbrac-ci… ecc.» – torna a concretarsi nella figurazione della «vita reale», in una contrapposizione col niente dell’ultimo verso, che ristabilisce la scelta dopo l’attraversamento. Il viaggio del soggetto, che si dispone a una maggiore aderenza ai ”segnali” della vita, è, quindi, la semplice constatazione di esserne parte e di amarne la fragilità, perché è sempre incom-bente l’esposizione al nulla, alla fine.

(Marzo 2014)


Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. É autore di Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibo-deau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori, 2009. Nel 2012 una scelta di suoi testi è stata pubblicata in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte, per la cui compagnia teatrale scrive te-sti. Nella sua città e in altre, partecipa agli incontri di poesia Fuochi sull’acqua.