Libri crepuscolari III. – L’oscuro pianeta del ricordo: “Fermata del tempo” di Stelvio Di Spigno, Marcos y Marcos, Milano 2015

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Stelvio Di Spigno

III. Fermata del tempo di Stelvio Di Spigno

fermata-del-tempoNella dedica personale al libro, inviatomi da Di Spigno lo scorso giugno, c’è un piccolo errore cronologico: “Napoli, 16/6/2016”.
Parto da questo lapsus temporale, in apparenza insignificante, perché è proprio il tempo il vero dilemma nel ricordo dell’autore napoletano. Come in La nudità (Pequod, Ancona 2010, vedi una mia precedente lettura ora riproposta qui), l’assillo è l’epokhḗ, un senso di sospensione necessario ma apparentemente perduto – tranne nei luoghi e nelle persone vicine – riproponibile, per l’autore, religiosamente, come un dovere.
La «collera trattenuta», richiamata in prefazione da Umberto Fiori sembra indicare questa religiosità necessaria – anche se, contrariamente a quanto espresso dal poeta ligure, “esibita” – sul piano etico e in termini di volontà di ricostruzione comunitaria. Forse, a volte, la disposizione di Di Spigno sembra scivolare da assunti moralistici, ma è la “fermata” del titolo a giustificare una scelta di revisione e delusione nei confronti del mondo – l’aggettivazione utilizzata, d’altronde, manifesta disprezzo che aspira a concludersi in un cursus migliorativo; purtroppo non emerge innovazione ma ri-corso: «luogo sconosciuto», «reame straniero», «parole errate», «orrenda compagnia», «braccia tonte», «disordine celestiale», «gente brutale», «invertebrata lontananza», «oscuro pianeta» e così via. Di contro, l’aspirazione alla purezza, alla “nudità” (in tal caso, rispetto alla precedente raccolta, Fermata del tempo è il libro della speranza franta proprio a causa del ricorso memoriale): «il piantarmi a memoria in una strada con rimpianto, / frequentata anni fa con la prima delle tante, / ma più pura di tante altre tuttavia e comunque» (Questione di pronuncia, p. 41, vv. 3-5).
Certo, Leopardi continua ad agire sul pensiero poetico di Di Spigno, trasducendo la speranza in una neghittosità spudorata, aperta: «si rivolge il pensiero a questa gente brutale», «e sono io la vera eccezione» (Stazione marittima, pp. 44-45, v. 11 e v. 22), ma castrando la fuoriuscita della parola dal circolo ripetitivo della possibilità perduta, della nostalgia.
I testimoni della quarta sezione sono figure del crepuscolo, della scomparsa senza avvicendamento: «Sapere che non verrò più da voi / […] ricordo che non c’è più la casa / che voi siete in paradiso e nei ricordi» (Il pranzo dalle zie, pp. 55-56, v. 1 e vv. 14-15), oppure del richiamo a una diversità dettata dalla stessa parola: «Come vi ho rimediati / e di rimedi non ce n’è, nelle tare / della terra e del cielo, santi morti e sacro passato, / in orbita breve ma stellare / ci siamo ritrovati per poco / a camminare, annusare la stessa aria, / ragazzi fermi alla fermata della scuola, / mendicanti che hanno dato al nulla il loro stato, / abbiamo la stessa forma, le stesse ossa, / ma non cadremo nella stessa fossa, le date non coincidono, / ci assomigliamo ma qualcosa ci divide, / e questa cosa è la parola che invece condivide / e che io non conosco/ come vi riconosce il giorno aperto, / le stelle scese dal pendio, / la vita quando ancora era vita» (Trastevere ore quindici, pp. 63-64, vv. 1-16).
La colpa, altro tema imprescindibile per Di Spigno, in Fermata del tempo porta a cadute autoreferenziali, chiusure senza riscatto: «Non posso rinfacciare. Non ringrazio, non ho vita / da opporre alla fatica. Solo che non duri / il silenzio di quanto mi ha scaldato. Che il teatro / non mi resti sulle spalle senza attori. / Che non debba mangiarla fino in fondo / l’ortica che ho piantato sui miei passi. / E che Dio, in eterno, mi perdoni» (Contabilità infinita (Annum per annum), pp. 67-68, vv. 23-29).
Eco e stanchezza, alcune forzature: «cose e persone che sono ormai ricordi / s’infrangono nel sole, e ogni inizio è una fine, / questo dicono i tempi, bagagli alla mano. Orologio mortale» (Il treno per Sezze, pp. 69-70, vv. 6-8); autocommiserazione: «Non un ricordo, non un fiore da parte dei colleghi. E dell’amore/ una vaga rimembranza che è meglio allontanare» (Il sabato della supplente, pp. 71-72, vv. 8-9).
Qui la lezione di Leopardi, troppo letterale, si affloscia in analisi lontane dall’aderenza alla realtà dei fatti (autoreferenzialità, appunto) nel desiderio, quasi, che la “speranza sia veramente andata in pezzi”.
La riflessione sul tempo e sul ricordo sembra vivificarsi solo nelle figure del conforto, quando non si cerca più “qualcuno che somigli” all’autore per un ulteriore rispecchiamento. L’agnizione avviene nella diversità, come i bei testi della sezione La buona maniera (Saluto e Renata) stanno a dimostrare. Qui la speranza si riattiva in descrizioni ariose, compiute (i componimenti citati sono riportati in calce alla riflessione).
Nel complesso, Fermata del tempo appare come un libro d’attesa (titolo in tal senso pertinente). E si aspetta che, lontano dal rimpianto della perdita, la speranza si tramuti in nuova azione.

Gianluca D’Andrea
(Luglio 2015)


TESTI

Fotografie dell’epoca assoluta

Vittorio insieme a Bianca, Anna, Giovanni
in eterno sposato a Concetta e Giuseppina
col suo corsetto a vita di vespa nel ritratto,
non pensavo che infine tutti voi
sareste finiti lì sul secrétaire
dentro cornici di ferro istoriate,
con accanto ceri, lumini, santini e preghiere,
ma niente può impedire che domani
sarà un giorno di aprile del ’40,
e tutti noi tornati ventenni e atomizzati
ci incontreremo ai Tribunali o a Piazza Borsa,
con i vostri paltò e le vostre ghette e spille,
dove un sidecar ancora misura il senso
dell’onore, del decoro, del bruciore della vita,
con l’amore che è una pergola di rose
nell’antico tesoro di una piazza napoletana,
in mezzo al fumo che sa di ritorno e baci,
di riconoscenza per esserci stati,
o più semplicemente di umiltà prenatale
rocciosa e inebetita, un salto tra i pianeti
che accoglieranno tutti i nostri corpi
nel giro di valzer di un fascio di decenni,
dalla luce di casa a quella della sera,
dal silenzio del sonno a quello della fine,
dalle lacrime scioccanti alla risurrezione.

*

Prosa della madre incantata

Si muoveva per casa, come per dire basta.
Svuotava ceneriere, lucidava i fornelli,
e quando il guanto di smania la lasciava
chiacchierava col gatto e foraggiava il davanzale:
era la regina di passeri e colombi.

Era la madre, il principio di tutto:
per questo tratteneva
lacrime amare in sillabe cadenti: è tutto sangue
da travasare, e farà parte di te, anche se scalci e rifiuti.
Era una donna e insieme una finestra, mai cresciuta.

Da giovane il male lo capiva. Pensava ai figli
come a un lenimento. Non arrivò, ma ricorda
cosa pensasse nel ’66 o che indossava
il giorno del diploma, esattamente.
Dai suoi vent’anni non s’era mai mossa.

È in quei momenti che puoi domandarle
perché ha sofferto tanto e di quale dolore.
Perché l’ha passato anche a me. Se ama il mare.
Una volta l’ho raggiunta nel ’70:
non sono ancora nato ma parliamo,
sento la sua pietà come il suo sonno.
Ora è riversa dentro il suo rimorso, è sempre sola.
Qualcuno dice che anche questa è vita.

*

Stazione marittima

Una coppia di turisti che sembra penetrare
nel più diametrale benessere, nel più rischiarato
fidanzamento dell’ora finita al tempo eterno,
si imbarca su una grande nave, che da qui
non se ne vede la fine. Dove andranno? Partiranno.
E non c’è molto altro da dire. Il molo è plumbeo,
con topi e gabbiani in cerca di preda, di alghe
dove roteare in sentore di cibo, ben piantati anche loro
nel solco scavato tra terra e cielo da un motoscafo.

In forma di veliero sempre attento a non attraccare,
si rivolge il pensiero a questa gente brutale,
asfittica, reale, come reale è la cresta dei sogni,
mentre loro magnificano la materia senza senso
con la loro distanza, invertebrata lontananza,
un blocco compatto di materiale turistico a volo d’uccello,
eppure anch’essi venuti fuori da una vagina intenta
a procreare, nella quale, in quell’istante preciso,
si può leggere intera la microstoria dell’umanità.

Come è triste il paesaggio quando è umano.
Cosa darei per scamparne vista e udito. Ma ormai,
sembra pensare la mente accollata, essi sono dappertutto
e sono io la vera eccezione. Andate pure
in questa secrezione di pianto e saliva, di santità
e di sperma, fate il vostro viaggio, assalite il vostro giorno,
io mi ritiro dove l’ombra è chiarezza d’intenti,
l’impressione dà fuoco alle carceri e i canali di scolo
fanno da venature al mondo che verrà.

*

La voce corta

C’è sempre un anno che precede, con una voce corta
che ti dice che è giusto partire, rimescolare
le frasi, fare a pugni coi desideri e le intenzioni,
e c’è sempre un anno nuovo, nel quale è doloroso
tornare, rivedere volti appesantiti, anche se di poco,
perché poco il mondo si è spostato, giorno per giorno,
mentre pensavi che tutto passasse a rilento.
E ora eccomi qua, nella stanza come nuova,
tra pareti che non parlano più, e che a stento,
se potessero parlare, mi riconoscerebbero.

In mezzo sta il tempo che è passato, la smania
di andare a senso, il dubbio su cosa sia esattamente
quello che si passa vivendo, diventando, amando.
Stare bene o stare male, quando sei in questo guado,
non conta e non importa. Gli abiti saranno
più vecchi di un anno. Quelli che volevi gettare,
chiaramente rammendati, non potrai metterli più.

Proprio come una giacca mai indossata, finita e fuori moda,
è questa stazione del ritorno. Foraggiarne il ricordo
è come riaprire il guardaroba e trovarci
un cadavere allo specchio. I ragazzi della scuola,
la grande donna al bancone, lo screzio del collega,
cosa saranno mai. Ora più niente. Un oscuro pianeta
in una tasca interna, ma come mi manca
l’allegria di non sentire più me stesso, di potere
essere ancora e adesso, giocare a carte di notte,
andare avanti, senza sapere, senza prezzo.

*

Il pranzo dalle zie

Sapere che non verrò più da voi,
come facevo ogni sabato a pranzo,
ai tempi del liceo, ma anche prima e dopo,
fino a quando zia Velia scappò via
e divenne una lavagna del cielo,
ancora mi rende schiavo dell’amore
di rivedervi nella vostra casa,
con la radio, il telefono, i parati,
tutti comprati o abitati da almeno cinquant’anni;
e quanto era forte il laccio che ci univa,
lo scopro ora, quando il sabato mi sveglio
contento perché so che da voi devo venire,
poi mi concentro, il sonno lascia la mente,
ricordo che non c’è più la casa,
che voi siete in paradiso e nei ricordi,
e mi viene da piangere e vorrei
salire le scale e vedere cosa provo,
adattarmi a stare senza voi, ma non riesco,
allora tento di capire il perché del tempo,
e perché due angeli come voi
hanno lasciato sola la mia vita
a disfarsi, a dirimere la quantità
di giorni che separa la vecchiaia di tutto
dal mio presente di oggi, la nicchia
sterile dove vivo e dove ricordando
quanto è stato bello avervi accanto,
faccio di me un breve dirottamento
fino al vostro caseggiato,
e torno al mio peccato di un essere solitario
che si chiede quanto ancora ha da patire.

*

Il treno per Sezze

Nella teoria del verde dopo il verde,
arriva questo treno che batte ogni paese:
Sezze, Fondi, Itri. Campi, bestiame, cimiteri.

Si riavvicina pericolosamente
al golfo di Gaeta che ci attende inutilmente:
cose e persone che sono ormai ricordi
s’infrangono nel sole, e ogni inizio è una fine,
questo dicono i tempi, bagagli alla mano. Orologio mortale.

Lo sanno gli alberi che questa è una malattia.
Lo dicono i parchi che siamo già scaduti.
Persino il giornale a questa vista dolorosa
si fa più piccolo mentre salgono i pendolari.

Il bruco del treno ritorna nel presente,
nel gorgo della folla e nella pratica del niente.

Ma io che baratto volentieri morte e cecità,
rivedo un letto che odora di lavanda, l’anno ’85,
stanze in affitto e la casa di via Filiberto.

Nelle notti più atroci tutto prende il colore del sangue,
le pareti fanno un giro intorno all’aria, come le parole.
Quella gonna, quel momento, quell’odore,
il calvario di quell’attaccapanni, sigarette con belle compagnie,
mentre noi andavamo a dormire come altari umani,
rimboccando le coperte al domani:
niente è reale di ciò che verrà dopo.

*

La cerniera

Il taxi vibra dentro un cavalcavia
tra San Lorenzo e il Verano, nel quasi buio del cielo,
sembrano buoi o bisonti le nuvole in sequenza.
Nell’auto è il corpo, un grumo di tristezza.
Rimasta al palo, come in un museo, l’anima
brilla nei saluti a mezzo stampa: è qualcosa,
una larva che disegna parabole nel grano
che ammucchiamo tra le stelle e il desiderio.

Resta sul mare, accende alghe come torce,
ogni volta che il ricordo
si fissa sulle labbra
come sale sul mosto. Non ci sarà
caduta di pernici o macchie di camicia
a riportarla indietro. Resta lì,
come fosse la promessa di un mulo
o soltanto una parola detta sporca,
quest’anima feroce che rifiuta di obbedire.
Dove tutto è semplice, ruvido, invernale,
quello è il luogo che ha scelto dove stare.

*

Visione nominale

Era una piega alta nel cielo
arato e notturno di solitudine e tuoni
e pioggia sulle spiagge d’inverno
all’imbrunire, era tutto e solo da capire,
quel vento angusto che non disturbava,
era l’amore, la speranza infinita, la canzone
invalida, estatica della felicità:
era la donna che ti stava accanto, era tua madre
e tuo padre, era mio nonno che saldava i destini,
il sabato quando don Biagio veniva a pranzo,
la campagna e l’asfalto nella loro lotta, e ora
la fine di ogni cosa nel suo dimenticarsi
di te e del tuo tempo migliore, il silenzio
della casa di Anzio, tu lontano da tutto
che pensi distrutto agli anni del liceo,
il cuore che batte senza un movimento,
il tempo che non avanza di un momento.

*

Saluto

Il sangue si avviava lontano nelle vene
mentre andavo, buttato fuori dalla bocca di qualcuno,
in una bella notte opaca per il grandissimo vento
verso il bar delle mele marce a passare il mio tempo,
distinguendo appena se era la mia città o no quella
dove finiva la coda di case in fondo a Macerata;
ero lì da molto o me ne sono andato
non saprei dire quando vennero a offrirmi
la palma dell’ultimo arrivato, il benvenuto
che si dà a un cane lupo rimasto senza denti,
ammesso che tu non voglia flagellarlo per amore
o sparare a un piccione con quella stessa faccia
di chi chiede a chi viaggia come stai.

*

Renata

a Renata Morresi

Roma arrancava con lavica lentezza,
inondando il suo requiem da tanto preparato,
perché quando si vuole morire di mercato lo si fa
con cura, con rigore e tremore indifferenti.

Mentre lei, tranquilla, senza demoni e domani sulle spalle,
quasi estatica aspettando
il treno per Fiumicino, per il viaggio programmato,
ha accettato di partire con me, l’eremita
che consuma i polmoni di Partenope.

Calma come l’acqua su un costone di marmo,
una Ruby Tuesday nell’arco di Pallante,
mi prende su la mano tremolante,
fa sua la paura che ho nel corpo e
la fa evaporare – mi dà tutta la sua serenità,
la avvia come un magnete, rende forte
anche chi ha paura di solcare laghi immoti.

Bella come una zingara che canta, non rimpiango
che non sia la mia donna, non fa niente,
se un poco ha condiviso la fatica
delle mie ossa stanche e divorate.

È lei la donna che sa stare al mondo,
la regale signora felice ovunque e sempre,
amante, curiosa e folle quanto basta
per non essere la cifra di un numero mancante.

L’OMBRA DELLA DIMORA: “La nudità” di Stelvio Di Spigno, peQuod, Ancona 2010

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Spencer Tunick ©, Dead Sea 6, 2011 (Fonte: Spencer Tunick site)

Prima della pubblicazione della mia riflessione sull’ultimo libro di Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo (Marcos y Marcos, 2015), ripropongo la recensione alla raccolta che precede, con l’obiettivo di rendere più esauriente l’analisi dell’opera del poeta napoletano.


L’OMBRA DELLA DIMORA: La nudità di Stelvio Di Spigno, peQuod, Ancona 2010

«Il sogno è il mondo all’aurora della sua piena esplosione, quando esso è ancora l’esistenza stessa e non è ancora l’universo dell’oggettività».

Michel Foucault

nuditàL’assenza di un luogo conosciuto, l’angoscia che nasce quando un viaggio non può concludersi nel ritorno, sono le metafore “reali” che colpiscono chi fa esperienza di creazione linguistica da sempre.
Il paesaggio desolato di una coscienza senza patria, le difficoltà di un “precariato” psicologico in cerca di una nuova sistemazione nel mondo frammentato della postmodernità sono i nuclei tematici della raccolta La nudità del poeta napoletano Stelvio Di Spigno. Il linguaggio si spoglia di ogni retorica e si fa narrazione del cammino senza approdo di un “io” mascherato del mondo, che si sforza di sentirsi integrato nonostante il contatto con esso lo risospinga centripetamente in sé, nel suo desiderio sotterraneo di una dimora “umanamente” accogliente. Per spiegarmi faccio subito riferimento ad alcuni versi: «Per ascoltare le parole che si dicono nel sonno / dovremo puntare la nostra vecchia barca / dove la casa si fonde con l’Antartico e minaccia / che non vuole accettare questo freddo, / il puro freddo di restare disumani / dopo che ci si è spento tra le mani/ un sogno enorme e vago di noi stessi, senza esplodere» (Fiore di notte, p. 15, vv. 1-7).
Il tentativo anti-nostalgico, anti-elegiaco potremmo dire, è espresso nella necessità ineluttabile dell’agnizione, ecco perché la metafora del sogno non esploso rappresenta l’unica realtà in un mondo disumanizzato. L’innocenza del finale («Ma se ci sveglieremo, in un giorno frainteso, / avremo di nuovo i nostri anni / e come giovani stanchi o vecchi imbambolati / vivremo per sempre innocenti», ibid., vv. 12-15) appare come un barlume flebilissimo del risveglio anestetizzato di chi ha, nel frattempo, vissuto nella protezione del benessere.
Si spiega la scelta del verso lungo nella parentela strettissima di questa posizione antilirica con una prosa discorsiva, desiderante il dialogo nonostante la sfiducia nell’interlocutore.
La tematica della “casa” diventa quasi martellante nella poesia Le due di mattina (p. 31, non per caso il testo che apre la sezione Familiari) in cui il crollo della dimensione dell’abitare si preannuncia in funzione, ancora una volta, di una mutazione antropologica che ci costringe all’accettazione del nostro essere banale, qualunque e, per ciò stesso, comune: «Schiarisciti la mente perché se guardi la mia casa / ci trovi solo uccelli che schivano l’aria dall’interno / e senza più ragnatele e radio d’anteguerra / sembra proprio una casa qualunque e indolore» (ibid., vv. 1-4). L’ammonimento rivolto al lettore pone l’accento sulla sfiducia sostanziale che guida la riflessione in scrittura di Di Spigno, un male esistenziale – di origine novecentesca – che non lascia tregua: «non si sogna e non si dorme per un frastuono / di finestre sbattute che martellano il solaio» (ibid., vv. 6-7), e si esplica in un finale che non apre speranze neanche “ai pochi rimasti” che hanno soltanto la coscienza illusoria «…di non pensare / che crollata una casa anche le altre/ non tarderanno troppo a imitarla» (ibid., vv. 17-19).
Il senso della fine avvenuta, che attraversa l’intera raccolta, rifrange continuamente la spinta a una soluzione che sia rinascita e la blocca nell’indecisione e nell’ambivalenza, rifluendo nel malessere a cui si è accennato.
La poesia dedicata al padre rappresenta il sintomo del movimento appena descritto: l’avvicinamento alla figura familiare, pur non perdendo il suo connotato di trasmissione generazionale, è dislocato in un ricordo che si articola nei tre momenti – le tre strofe – che, dalla mitologia dell’imperfetto verbale dell’incipit, che appartiene alla comprensione del soggetto (il figlio-poeta), si sposta al presente di un dialogo che, non realizzandosi, si presume nella separazione delle trasformazioni di entrambi; l’ultima strofa, infine, presenta la fantasmizzazione della figura genitoriale, il misconoscimento che la allontana nel passato fino a farla sfumare nella possibilità che la relazione non sia mai stata, ribadendo una lontananza insanabile: «così lontano da casa da non sapere dove / ci siamo mai visti, conosciuti o rinfacciati, / se fossimo mai nati e se è vero che eravamo» (Dissolvimento, p. 34, vv. 9-11).
L’impossibilità di un avvicinamento relazionale impregna tutti i componimenti a seguire. In Informale (p. 35) leggiamo: «Perché di voi resti il ricordo e tra tutte le mancanze / si mantenga un amore invischiato eppure grande / che ancora esiste e non morirà di voi» (ibid., vv. 16-18), che i referenti siano i familiari o i lettori in generale non fa differenza, rimane l’atteggiamento di Di Spigno a lavorare sulla scarnificazione del proprio essere nel mondo (La nudità è il titolo della raccolta, teniamolo sempre a mente) e sull’irraggiungibilità del medesimo.
Probabilmente la constatazione di questa irraggiungibilità è l’unica possibilità di ri-scoperta della propria necessità, il percorso di crescita che lascia il soggetto poetico solo con la sua scelta che tenta di farsi definitiva. Così nelle tre poesie che concludono la sezione possiamo individuare, in una consecutività che non lascia scampo, questa tematica espressa nei versi: «Concluderò che stare al mondo è lasciarsi acconsentire/ confiscarti in un luogo che sarà per sempre quello» (Aspettative, p. 36, vv. 20-21); «e cosa significhi il mondo, mentre noi che ci abitiamo, / non possiamo capirlo e neanche ignorarlo» (Escursione, 1978, p. 38, vv. 14-16); «protetto dal mondo e dalla mondovisione/ senza scale da salire né niente da promettere, / solo una tavola apparecchiata con povertà e grandezza / di chi vive senza sapere come né perché / contento di aver visto la luce un altro giorno / e che un altro giorno la luce si sia accesa di sera» (Pibe de oro, p. 39, vv. 5-10).
Il mondo appare in filigrana, sotto la luce di una rassegnazione che combatte costantemente con desideri di rivalsa rispetto ad una definitiva accettazione. La sezione Lo specchio di Dite si annuncia sotto il segno di una speranza di conoscenza più perfetta; la citazione da S. Paolo in apertura ci comunica questa aspirazione e, in tal modo, ribadisce quanto sopra esposto. L’ampia confessione, che tutto il libro sembra rappresentare, in questa sezione ottiene i risultati più lampanti. Sempre sotto il segno dell’ambivalenza, allora, sento l’occorrenza di riportare per intero il componimento più indicativo e riuscito della raccolta:

Animazione

La stanchezza di pensare è come il morbido
di questo cuscino, che è anche un cedimento di lenzuola,
un tradimento di se stessi, perché si è troppo calmi
e io questo di certo non lo voglio: la mia giornata
è clonarmi in tutto, sentirmi in chiunque, parlare lingue strane
per fare due più due con chi entra in un bar
e se due più due per me fa sempre cinque, io divento
la madre nel parco, l’uomo che va in barca,
la sera quando scende a scadenza del tempo:
chissà cosa prova la sera quando scende, ma poi
non è vero che scende: cambia colore, toglie la luce,
ma non è altro che noi che la guardiamo.

Non ho nessuna pelle e assomiglio a tutto,
eppure cerco qualcosa che sia io: una pietra o un’idea,
un essere indifeso per essere sicuro che così
lo si ama. Le parole, quelle sane, lasciamole al sudore
di chi un’identità l’ha già trovata, magari tra i bagagli
in un aereo che dia diritto a una vita sola.

Bella la parola identità, ma chi ne ha colto il frutto,
povero figlio di te stesso, se lo tiene per sé:
stanne certo come il sangue dei lupi.

(p. 44)

Quando il dubbio identitario corrisponde a una fuga più che a un percorso ininterrotto, ecco giungere una meta che si spera definitiva: «ma questa casa è così immaginaria/ da non poter dire con che mente svuotata / esco dall’auto senza più un desiderio / e mi consegno soltanto a me stesso, / a una solitudine ignota ma molto più grande» (Meta, p. 47, vv. 10-14).
La fine della fuga fa i conti con la quotidianità e il rimpianto che anticipa il domani ribadisce l’ambivalenza:

Continuità

Ripassando per una strada un tempo amata e conosciuta
con amici come glia altri che in quella stessa strada
davano al mondo una figura ordinata,
un viso concluso sotto un tunnel di ricordi,

vedendo un uomo che ti filtra con lo sguardo
quasi del colore della ringhiera di casa,
puoi non chiederti se il tempo è passato davvero
e il povero cielo vede qualcosa di nuovo,

ma di te puoi pensare che un altro giorno è compiuto
che davvero c’è una gru gialla che sposta materiali
che se la notte è oscura è perché nessuno la guarda
che c’è l’asfalto dove l’auto inciampa sempre.

Ma di certo non sai cosa rimpiangerà domani
questo vivere ancora e per sempre,
e come sei diventato il guardiano di un oceano
in uno spazio perduto e lontano
dove pochi verranno a disturbarti
e chi ti cerca non sarà un amico.

(p.55)

Nella penultima sezione, La vita in lontananza, la dimensione della dimora, la sua ricerca, si distanzia e prende la figura di un soggetto cui, nel pieno isolamento, non resta che osservare il mondo nella consapevolezza di non poterne partecipare le manifestazioni più comuni. In questo allontanamento sembra trapelare un’incomprensione del proprio tempo che sfocia in un rifugio nel tempo assoluto del ricordo.
L’altezza monocorde, inoltre – ribadita dalla scelta di una forma per lo più uguale a se stessa, tre, quattro strofe composte da versi lunghi che raccontano sempre il medesimo tema –, si riconosce separata «tra gente che non parla la mia lingua […]» (Invarianza, p. 67, v. 13).
In conclusione è sottolineato definitivamente il distacco: Milano diventa metonimia della società capitalistico-occidentale, i “colleghi” scrittori, i poeti, sono ridotti al niente di cui ognuno è presupposto. Questa “nientificazione” di stampo moralistico, però, non possiede alcuna verve che riconduca ad una fuoriuscita, ad una risposta che tenti di sciogliere i nodi del fare nel nostro mondo annichilito. Se muore la relazione, resta il nichilismo indifferente ad ogni dolore, e la desolazione, riempita di sé, rischia uno sterile solipsismo.
Una poesia del 1830 ci ricorda la nostra precarietà e lo slancio per ciò, che pur essendo caduco, è la nostra unica possibilità:

Mal’aria

Amo questo divino sdegno, questo celato,
questo segreto Male, presente in ogni cosa:
nei fiori, nella fonte diafana come vetro,
negli iridati raggi, fin nel cielo di Roma.
Lo stesso firmamento sgombro di nubi, eccelso,
e parimenti il petto leggero e dolce spira,
lo stesso vento caldo che dondola le cime,
lo stesso odor di rose: e tutto questo è Morte!…

E chi potrebbe mai dirlo, nella natura
forse v’hanno profumi, colori, suoni e voci
che sono annunciatori per noi dell’ora estrema
e fanno men crudele la nostra ultima pena.
Con essi del Destino l’inviato fatale,
i figli della Terra dalla vita evocando,
come di lieve trama si ricopre la faccia
ed a loro nasconde l’orrenda sua venuta!

(Fëdor Tjutčev, Poesie, Adelphi, Milano 2011, trad. di T. Landolfi, p. 33).

Spero vivamente che il sobrio narrare in versi di Di Spigno, ricco di sapienza e umile moderazione, riesca a ritrovare la strada che sente il contatto col mondo, per continuare ad ascoltare una delle voci più vibranti della poesia italiana contemporanea.

Gianluca D’Andrea
(Febbraio – Marzo 2012)

Stelvio Di Spigno – Testo e commento

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Stelvio Di Spigno

di Gianluca D’Andrea

Il premio del deserto

Non troviamo scritto che egli abbia mai
mormorato contro Dio, ma sopportava la fatica
rendendo grazie, per questo Dio lo prese con sé.

Detti dei Padri del deserto, Collezione anonima, 376

Delle pigre montagne lanciate a mormorazione
delle nubi e dei falchi contro la spettrale solitudine,
quelle che vanno da Mercogliano a Fossanova
hanno più da dire, più da parlare intorno al mondo
che in questa similitudine fabbrica stipiti e porte ingannatrici,
grandi messaggi di pietra e di grotte sul dosso dell’aurora:
la più grande vittoria è di chi sa stare in piedi
restare utile nella grande selva di tutti gli io
passati, futuri e venienti,
la tavola appena raccolta sotto il delirio
floreale della casa al mare, anzi sottomarina,
il tutto sparito sotto una coltre di anni abnegati,
i vestiti chiari, il roseo passaggio di venti e barche
sotto il porto turistico e il molo riservato
ai pochi che ancora non sanno cos’è stato
l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra,
la sua scomparsa per le mille feritoie del tempo.

(Tratta da Qualcosa di inabitato, di Stelvio di Spigno e Carla Saracino, EDB, Milano 2013).

Poesia di luoghi e tempi assoluti, una resistenza migrante, un pellegrinaggio estetico in movimenti oscillatori: si passa dalle «pigre montagne […] che vanno da Mercogliano a Fossanova» (itinerario spirituale, ricordiamo le presenze religiose significative del Santuario di Montevergine e dell’Abbazia di Fossanova) alla più prosaica, si fa per dire, «tavola appena raccolta sotto il delirio / floreale della casa al mare, anzi sottomarina». Sì, perché il movimento del testo ci illustra il mutamento continuo sotteso a una poetica della trasfigurazione. Una fuoriuscita dal solco (il delirio) delle apparenze, l’accensione che in un attimo ricrea il mondo per poi scomparire «per le mille feritoie del tempo», con uno slittamento metaforico che riconduce all’attesa, alla ripetizione solenne (che si ripete negli anni, diventando celebrazione) di un gesto, quello poetico, sempre rinascente dalla clausura fortificante del tempo. Proprio il tempo sembra assumere una valenza escatologica che, innescandosi nella memoria del soggetto, riapre alla resistenza di un senso che va oltre la «grande selva di tutti gli io / passati, futuri e venienti», funzionando come il dispositivo di un’attesa, di una speranza a venire, che riqualifichi l’utilità dell’esistenza. Il procedimento è complicato dalla fiducia sviante nei luoghi della memoria, moralmente implicati nel desiderio del soggetto che si ripercuote sul reale. Partendo proprio dal volo cognitivo della prima parte, raccogliendosi, nel finale, in referenze che rinviano alla ripetizione («l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra», che agisce nel senso di una ritualità imprescindibile, per cui il nome sottaciuto e velato sotto la metafora comune è la morte, innominabile perché si vuole liberare dalla retorica della fine, assimilandola alla vita di cui è più semplice – ma quanto rigoroso! – velamento), alla scomparsa e alla chiusura («le mille feritoie del tempo» che possiedono comunque uno spiraglio difensivo – la minima luce di una difesa che è speranza nell’assedio del tempo), la composizione afferma il suo compito, ci avverte sull’ineluttabilità del limite, ci ricorda che «il premio del deserto» è la dissoluzione (leopardianamente?), ma ci informa, allo stesso tempo, della speranza che non tutto è nullificato se si ha fede nel resistere nonostante, in quel sacrificio che consente anche in un unico istante di far penetrare la luce nella fortezza assediata.


Stelvio Di Spigno vive a Napoli, dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale, Gadda, Pavese, Zanzotto, Claudia Ruggeri e sulla post-avanguardia poetica italiana, insieme alla monografia Le Memorie della mia vita di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in “Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano”, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006, Premio Calabria), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013).