Spazio Inediti (12): Sebastiano Adernò – di Gianluca D’Andrea

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Sebastiano Adernò (Foto di Donatella D’Angelo)

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (12): Sebastiano Adernò

Giro di sale a misura della fame
portasaponetta per il chiodo
aspro legaccio teso fino al: posso?

Se del bene
posso come un corpo: posso?

Ed il male buca opposto
e non c’è fare
che vale la saliva della Santa: posso?


Il testo, nella sua brevità, è un gioco basato sulla ripetizione, quasi provocatoria, della triplice domanda retorica posta alla fine delle tre strofe che lo compongono. L’ambiguità del verbo potere quasi sospeso tra l’interrogazione infinita e le sue potenzialità modali (la funzione servile del verbo che potrebbe essere sottintesa) produce una tensione ironica, come se quella domanda volesse provocare il lettore (quale?), lanciando una sfida alle sue capacità ricettive. Il linguaggio ha molti modi di cercare la relazione, quello che emerge dal presente componimento sembra prediligere un impatto agonistico, per cui la richiesta, facendosi martellante sembra centrare la sua provocazione. D’altro canto, la stessa richiesta, potrebbe essere interpretata come una preghiera rivolta al lettore, perché “comprenda” questa scrittura, ricostruisca, quasi in senso anagogico, il suo significato. Indizio potrebbe essere l’opposizione tra “bene” e “male”, nettamente evidenziabile sul piano strutturale. I due concetti appaiono all’inizio di due strofe successive: «Se del bene/ posso come un corpo…» (vv. 4-5), per cui, semplificando l’iperbato, il corpo (metonimicamente la materia?) sarà il bene e se «… il male buca opposto» (v. 6), dal versante spirituale, potrebbe chiarirsi il movimento “tensivo” della prima strofa e il «Giro di sale a misura della fame/ portasaponetta per il chiodo/ aspro legaccio teso fino al: posso?» (vv. 1-3) non sarebbe se non questa stessa poesia, la poesia, come strumento, che pre-tende la relazione oscillando tra due poli, lottando, anzi, nella tensione tra gli stessi. Rischiando di forzare una lettura comunque ostica (anche questo un segnale?), si comprende meglio l’insistenza sulla richiesta evidenziata in precedenza, in direzione dell’alterità, dell’altro relazionale che, solo, permette il riconoscimento del soggetto (il poeta che chiede). Non essendo possibile un’interpretazione univoca (ne andrebbe delle possibilità polisemiche del testo poetico e, di conseguenza, dell’onestà di chi scrive adesso), sarà utile constatare l’importanza fonica e ritmica che assume la domanda retorica alla fine delle strofe; quasi che il componimento sia stato scritto per una rappresentazione o, comunque, per un evento performativo in cui gli “effetti sonori” possiedono una valenza assai più fondante di qualunque “scavo” linguistico.

(Maggio 2014)


Sebastiano Adernò è nato ad Avola (SR) nel 1978. Si è laureato in Lettere Moderne a Milano con un iter formativo in Storia e Critica delle Arti, e una tesi in Storia e Critica del Cinema; negli ultimi anni si è impegnato nella diffusione del documentario ” U stissu sangu” che è stato proiettato a Bruxelles, New York e in un tour per il Messico. Sue poesie sono apparse edite da LietoColle: Il Segreto delle Fragole e Verba Agrestia. È presente sui  numeri (9/07 e 11/07) della rivista Arte-Incontro edita da Bocca, e nell’antologia”Scrittura amorosa” a cura di Fara Editore. Inoltre è pubblicato negli ebook Un fiore di parola e Poesia e monnezza creati dal multiblog Viadellebelledonne. Si è classificato terzo al Concorso Solaris organizzato da Edizioni Montag di Macerata.  È stato premiato con una videopoesia al Premio di Poesia In/Civile organizzato dal Comune di San Giuliano Terme di Pisa. Sue poesie sono apparse  nelle prime cinque antologie legate all’iniziativa Istant-Anthology organizzata da Giulio Perrone Editore di Roma. Vincendo il concorso “Pubblica con noi 2008” ha pubblicato una silloge di trenta poesie dal titolo carminasincronici nell’antologia “Storie e versi”. Nel 2010 ha vinto il “Premio Ossi di Seppia” e si è classificato terzo al Premio di poesia “Antonio Fogazzaro” giungendo secondo all’International Poetry Slam di Trieste. Sempre del 2010 la sua opera prima Per gli anni a venire edita da Lietocolle. Continua a scrivere, e di recente ha ottenuto una segnalazione al Premio città di Forlì.
Ancora nel 2010 esce Ossa per sete per la Nuova Editrice Magenta di Varese e, nel 2012, per la Thauma edizioni, pubblica In luogo dei punti.

Spazio Inediti (11): Maria Borio – di Gianluca D’Andrea

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Maria Borio (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (11): Maria Borio

So che αρμονία significa collegamento, contatto,
connessione, unione. «Finchè restano uniti i
tronchi della zattera, / starò qui, resisterò…»

(Odissea, V, 361-362)

Un interno – la pressione dell’acqua
sui tubi, la luce della lampada
sfumata, il respiro,
il masticare oggetti… è nutrirsi
di poco, pensare griglie di metallo
a cui appendere le sostanze della natura,
ricreare.
Poi, esterno – passi come un niente,
si ferma l’auto, il vento, la mosca
sfinita tra i quadranti delle case,
il filo d’erba seccato dal gelo,
ancora passano – come un io moltiplicato.
Fino a quando, mi dirai mi dirai,
sapremo che protetti o esposti
è la stessa cosa?
Mi dirai le creature inconsapevoli
non esistono, e scava scava
ognuno si trova.
In fondo è
la base dell’erba,
il contatto tra la strada e la terra,
il fragore a ultrasuoni tra le ali e l’aria,
le pieghe tra parete e parete,
l’alone del respiro sul bicchiere
e l’ombra che degrada.
Tutto è
vero nelle scale multiple
come le frasi che portano avanti
avanti a capire, il gesto
in cui frughi per vedere il fondo.
Interno pieno di niente,
la luce grigioazzurra che arriva
è mattino e sera
e le cose spogliate dall’ombra
un secondo ti vedono come tu le vedi.

inverno 2013

NOTA: Questa poesia fa parte di una silloge inedita.


Ricreare, cioè formare e agire, questo lo stimolo concettuale della composizione, una riflessione sul tempo (χρόνος, intimamente legato all’atto di produzione, κραίνω) e la resistenza delle parole, la loro localizzazione nel desiderio di contatto di un soggetto che sente nell’alterità la possibilità, o l’appiglio, per scaturire dall’unilateralità della propria visione. Alcuni segnali testuali confermano questa sensazione, in primo luogo le iterazioni che agiscono da spinta, mantra verbale o preghiera: «Fino a quando, mi dirai mi dirai,/ sapremo che protetti o esposti/ è la stessa cosa» (vv. 13-15); «Mi dirai le creature inconsapevoli/ non esistono, e scava scava/ ognuno si trova» (vv. 16-18); «come le frasi che portano avanti/ avanti a capire…» (vv. 28-29). Quindi i giochi oscillatori del movimento testuale: si passa da un interno, in cui il soggetto affina i suoi sensi, avverte, quasi forzandosi alla presenza, la possibilità di un personale intervento immaginifico (i primi sette versi che si chiudono sul verbo d’azione isolato, «ricreare», il cui valore indistinto, tra iussivo e desiderativo, sembra consolidare la necessità di una volontà in cerca d’agnizione), a un esterno che è successione rapida, avvertibile nella fuga asindetica che cade nell’identità molteplice, la quale, nel caso specifico, sembra agire come rifugio al disorientamento implicito nella stessa fuga («… passi come un niente», «…come un io moltiplicato», vv. 8 e 12). I movimenti successivi, lo abbiamo visto, sono scanditi dalla ripetizione e dalla preghiera che l’io si auto-rivolge per attenuare la scissione (quella tra interno e esterno che si ripete in cerca di contatto con l’alterità). Il tentativo di ricomposizione della seconda parte del testo ne evidenzia la dimensione liminale, in una percezione franta e come in attesa: «In fondo è/ la base dell’erba,/ il contatto tra la strada e la terra,/ il fragore a ultrasuoni tra le ali e l’aria,/ le pieghe tra parete e parete» (vv. 19-23). Il tragitto circolare del componimento, oltre a confermare l’ossessione iterativa, permette, in conclusione, di osservare un lieve mutamento nella visuale del soggetto, per cui l’alterazione prospettica (allucinatoria? «è mattino e sera», v. 33), si coagula in una finzione estrema che forza il rapporto tra sé e mondo, inventando un’aderenza ai limiti del possibile: «… le cose spogliate dall’ombra/ un secondo ti vedono come tu le vedi» (vv. 34-35). Il percorso si arresta a questo bivio in cui visionarietà e aderenza al reale non possono trovare accordo se non attraverso una forzatura che, come abbiamo visto, caratterizza gli ultimi versi, e a causa della quale anche il lettore resta in attesa. In attesa che la sospensione asintotica si sciolga e la parola s’incanali nell’alveo che le è più congeniale.

(Aprile 2014)


Maria Borio (1985) è nata e vive a Perugia. È dottoranda in Letteratura Italiana. Ha scritto saggi su Sereni e Montale. Collabora a varie riviste tra cui Allegoria, Moderna, Poesia, Studi novecenteschi, Strumenti critici, Il Reportage. E’ redattrice del sito Le parole e le cose e di Nuovi Argomenti online. Sue poesie sono uscite sull’Almanacco dello specchio Mondadori 2009, su Poesia, Atelier, L’Ulisse.

Spazio Inediti (10): Marco Malvestio – di Gianluca D’Andrea

marco malvestio
Marco Malvestio

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (10): Marco Malvestio

Su due quadri di Alexander Adrieanssen e Willem Claesz

Tra la polvere che in questi miei giorni
col silenzio concorre in eruzioni
cutanee ad infierire sui miei ozi
e lo specchio infedele che mi filtra
spettrale attraverso le lenti
dell’occhiale, e i versicoli d’amore
e le prose non già di romanzi
ma degli strutturalisti,

i cumuli di pesce ordinati
sugli argenti, immobili, egualmente
e gelidi, i pallidi limoni,
i calici di liquidi placati,
l’assurdità serena degli artropodi –

compongono un paesaggio lunare
di simboli precisi e commestibili
cose che altrimenti vivremmo
come votate alla carneficina
del tempo, certe visioni di morte
che si acconciano, nel semplice miracolo
dell’occhio, in leziosa eternità –
l’invidia.


Uno studio sulla visione: si parte dal rispecchiamento che non concorre al riconoscimento, anzi, permuta le prospettive personali – intese come deformanti, in negativo – con le indecisioni e gli accanimenti sul sé (tutta la prima strofa è implicazione del soggetto che tenta di autodefinirsi nelle sensazioni e luoghi del momento, infatti, il «silenzio concorre in eruzioni/ cutanee ad infierire», vv. 2-3, così come «lo specchio infedele che […] filtra/ spettrale attraverso le lenti dell’occhiale», vv. 4-6, ci dice la trasformazione, quasi colpevole, delle visuali mobili, mai fisse). Probabilmente l’accanimento visivo – ripresentato nel movimento ecfrastico della seconda strofa, con cui si descrivono alcuni dettagli dei quadri richiamati dal titolo del componimento – tenta un orientamento, una nuova definizione prospettica. I riferimenti alle nature morte fiamminghe, alla vanitas, riflettono la tensione alla ridefinizione di un senso in risposta alla nullificazione dello stesso, leggiamo che gli oggetti descritti nei quadri (che la poesia ri-descrive): «compongono un paesaggio lunare/ di simboli precisi e commestibili/ cose che altrimenti vivremmo/ come votate alla carneficina» (vv. 14-17). Questa ricreazione del paesaggio (che infierisce sugli ozi personali dei primi versi) è il risarcimento, il recupero possibile di una volontà che sposta la sua attenzione al quadro esterno, distogliendo lo sguardo dai riflessi continui (deformanti nella prima strofa). La visionarietà dell’inizio tradiva l’accanimento narcisistico del soggetto, la visuale modificata della parte centrale apre a un esterno che, però, è il dipinto, cioè il quadro sempre circoscritto, che neutralizza l’esistere (inteso come vanitas) in un gioco di velamento, per cui la percezione minuziosa dei dettagli è stemperata da una visione monocorde (o monocromatica).
Il dettato tradisce la riflessività ossessiva, una fuoriuscita dal sé è un accenno, certo positivo, riscontrabile nel distanziamento dalla scientificità mortuaria della visione: i simboli non sono solo «precisi» ma anche «commestibili», la materia può essere sentita nel «semplice miracolo» della sua presenza, e questa vista, non asfissiata dall’oggetto osservato, cioè dalla realtà riflettente esclusivamente il sé, può ribaltare definitivamente lo sguardo impreciso, l’ottica bieca dell’«invidia», cioè di quel sentimento di chiusura solipsistica che distoglie il soggetto dall’alterità.

(Aprile 2014)


 Marco Malvestio è nato a Padova nel 1991, dove ha conseguito la maturità classica e sta laureandosi in lettere moderne.
Ha pubblicato la raccolta Depurazione delle acque (La vita felice, 2013).

Spazio Inediti (9): Davide Castiglione – di Gianluca D’Andrea

davide castiglione
Davide Castiglione

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (9): Davide Castiglione

Corsa senza andata

Chi non si defila dai microfoni
e macella a tono; chi da dietro
perpetua lo scheletro. A proposito, c’è il guardrail
come fossile di serpente ma nessuna tentazione
di superarlo o di
interromperlo – è indiscutibile dal pullman che si limita
a spostarsi mentre tu sai viaggiare. Una svolta,
eppure si ripropone
al pari delle centrali
e delle fabbriche un po’ museo per non parlare
dei campi – che oggi a guardarli misurano
la nostra lontananza
dalle nostre mani. È che molto non se ne va,
molto è nuovo sempre: questa ora attraversata di anni
ne vale trenta – i tuoi, quelli di un paese
in cui le fermate sono una sola
che è sconfinata e ripaga l’attesa
con il culto dell’attesa. Piuttosto
si comincia con chi scende alla lettera
da qualche vigalfo italia villanterio
o cambia provincia con il più in là
del finestrino sugli occhi: sui tuoi ho saputo
di una bimba che dà un sorriso e se stessa
correndo porta via.


Poesia d’evocazione, in una concatenazione correlativa – di stampo certo montaliano – per cui gli oggetti di scrittura fungono da propulsioni estensive di un’emozione contenuta, che limita il suo sbocciare: «… chi da dietro/ perpetua lo scheletro. A proposito, c’è il guardrail/ come fossile di serpente ma nessuna tentazione/ di superarlo o di/ interromperlo…» (vv. 2-6). Il continuo gioco d’inarcature tradisce una confidenza eccessiva con le strategie compositive del Sereni degli Strumenti umani, soprattutto, che contribuiscono a creare la sensazione, appena evidenziata, di un limite che resta invalicabile per la nominazione: la riattivazione dell’azione (vedere, a tal proposito, la sintassi lineare, l’assenza di slanci metaforici, l’impostazione nominale della stessa sintassi: «…questa ora attraversata di anni/ ne vale trenta – i tuoi, quelli di un paese/ in cui le fermate sono una sola/ che è sconfinata e ripaga l’attesa/ con il culto dell’attesa…», vv. 14-18). Il tema dell’attesa può trovare soluzione alla stasi solo nelle potenzialità di un viaggio che vale per se stesso e che, non solo non ha meta ma neanche partenza, il che ci riavvicina alla possibilità di un’azione che, perduto ogni scopo, si definisce per il semplice fatto di esistere. Forse, allora, i collegamenti stretti a Montale e a Sereni, sul piano compositivo, possono indicarci le direzioni di una poetica che dai suoi maestri tenta di emanciparsi. Almeno da un punto di vista contenutistico questo è abbastanza evidente: «…È che molto non se ne va,/ molto è nuovo sempre», vv. 13-14. Le scelte formali, però, subiscono i vincoli dell’apprendistato e non consentono di cogliere novità o propositi di una nuova lettura del reale, svincolata dall’assillo dell’aderenza al grigiume di un contesto mutato, di cui non sembra ancora evitabile l’accertamento, non mai l’immersione. L’alterità è ancora un rimpianto irraggiungibile, una tensione moralistica che ritarda l’azione o la rifugge (il che è lo stesso): «… cambia provincia con il più in là/ del finestrino sugli occhi: sui tuoi ho saputo/ di una bimba che dà un sorriso e se stessa/ correndo porta via» (vv. 21-24).
Il nominalismo evidenziato, la teoria delle cose che circonda il soggetto ma non sembra coinvolgerlo in un che minimo slancio, risentono di un “novecentismo” senza sbocchi, per cui il movimento si ritrae centripetamente verso l’osservazione (che non si apre alla visione: come in Rèbora ad esempio, almeno nel contenuto) o centrifugamente scivola verso l’immateriale, entrambe tendenze che manifestano un blocco “metafisico”. L’aderenza al divenire è inceppata dal desiderio di un punto fisso, ritrovato, forse, nella volenterosa attenzione di un osservatore ancora marginale, non aderente a quel se stesso che è l’alterità. L’alterità, che non si risolve per forza nell’interlocuzione, fuggevole, è la stessa assenza del soggetto non ancora pronto ad accogliere le metamorfosi del reale, la visione del vero, limitandosi all’osservazione distanziante del quadro (la “corsa senza andata” già presente nel titolo).

(Marzo 2014)


 Davide Castiglione (Alessandria, 1985). Nel 2010 si è laureato all’Università di Pavia (tesi: Sereni traduttore di Williams). Attualmente vive a Nottingham (UK), dove conduce un dottorato di ricerca in poesia contemporanea e stilistica.  Suoi saggi accademici sono usciti su «Strumenti critici» e sul «Journal of Literary Semantics». Cura il sito personale www.castiglionedav.altervista.org, ha co-fondato il progetto collettivo di critica poetica www.inrealtalapoesia.com e recensisce regolarmente per vari siti. Per la poesia, ha vinto ai concorsi «I poeti laureandi» e «Subway» (2008) e pubblicato Per ogni frazione (Campanotto, 2010), segnalata al Premio Lorenzo Montano (2011).

Spazio Inediti (8): Tommaso Di Dio – di Gianluca D’Andrea

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Tommaso Di Dio

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (8): Tommaso Di Dio

Sotto il deserto
Sterile nel tempo,
Procede fresco e lento
Un fiume immenso.

C. Rebora

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.


È un piccolo percorso di risalita, un’ascesa laica all’innocenza, la prima parte di questa composizione. I primi nove versi (dei 20 complessivi), infatti, tentano la costruzione di un quadro che si presenta come l’avveramento del sentire nella sorpresa dell’esserci: «Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente/ l’erba, ogni singolo/ mattone che all’alba prende/ luce e presenza». La presenza di oggetti poco definiti, che lasciano spazio alla rivelazione di un senso che non si spinge oltre – non lo vuole – quei minimi contatti di realtà. Una realtà illuminata per un attimo (la rivelazione) che poi si appresta a ridiscende-re «scura» accompagnata dall’«aria fredda […]/ nella metropolitana». Catabasi del segno che, impastandosi di vita, prova a riformulare una visione per accostamenti e aderenze nei confronti del reale, e suscita symbŏla, idee diverse dai meri dati sensibili. Non è lo slancio ma la volontà umile, bassa (ricordiamo che il poeta è lombardo), a cercare e ad aspirare all’immersione nell’esistere: «[…] E lei è lì; prega/ storta e disancorata. Sempre lei/ balla cade offende» la vita in deficit, la vita fragile da amare nonostante il male, il «niente che non l’abbandona».
L’aspetto edificante, la religiosità laica che ha una tradizione importantissima proprio in Lombardia – si guardi alle origini della nostra letteratura, a Bonvesin de la Riva per esem-pio – è presente in questo testo semplice, accessibile ma non per questo ingenuo. Abbia-mo fatto riferimento a una costruzione per tappe: la prima, “ascensionale”, vive in un tem-po di sospensione, tra il percorso concreto e l’immagine mentale della salita, fino a una fu-gace apertura metafisica («[…] la porta che si apre e sei/ cielo di sguardi»). L’atmosfera è tenue e non è sbilanciata neanche nella fase discendente (dal verso 10 in poi), anzi dopo una breve parentesi – le metafore “oscure” dei vv. 12 e 13, «la catena regale degli abbrac-ci… ecc.» – torna a concretarsi nella figurazione della «vita reale», in una contrapposizione col niente dell’ultimo verso, che ristabilisce la scelta dopo l’attraversamento. Il viaggio del soggetto, che si dispone a una maggiore aderenza ai ”segnali” della vita, è, quindi, la semplice constatazione di esserne parte e di amarne la fragilità, perché è sempre incom-bente l’esposizione al nulla, alla fine.

(Marzo 2014)


Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. É autore di Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibo-deau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori, 2009. Nel 2012 una scelta di suoi testi è stata pubblicata in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte, per la cui compagnia teatrale scrive te-sti. Nella sua città e in altre, partecipa agli incontri di poesia Fuochi sull’acqua.

Spazio Inediti (4): Marco Bini – di Gianluca D’Andrea

marco-bini
Marco Bini

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (4): Marco Bini

Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose

U. Saba

A Digione nel ‘79

Voglia da vendere e condizioni perfette del fondo.

Si riduceva tutto a una sillaba: Gilles, come un fiore
che in un attimo cresce sopra i denti ed era un lampo
di presenza quando a sportellate fece storia

contro Arnoux, su Renault.
Dal casco un ciuffo biondo

quanto basta per star bene nelle foto con il fiocco
a sbalzo sulla cornice. Un sorpasso a freni in fumo
è un controsenso appassionante anche a trenta

e passa anni; “come avessero fermato il mondo”

si dice a chi non c’era, “altra pasta e sangue
ribollente che non scalda nuove vene”,
nel tempo in cui da tempo il turbo è fuorilegge

e rimangono la polvere a bordo pista, il giro in tondo

che smarrisce conto e orientamento e solo un’ombra
della tigna che ci vuole a puntare il retrotreno
divorare gomma e cordoli con rabbia

andare d’infilata, tagliare il traguardo per secondo.


Il sintomo di una nostalgia impresso dalle parole, nello sport, in un immaginario che tenta di rifarsi collettivo. Tutto il senso della memoria (e, dunque, della storia) si ri-espande attraverso un’emozione che ci raggiunge da anni grazie agli strumenti della registrazione perpetua. Quale strada percorre la poesia? La resistenza nella testimonianza che ci aggancia a una tradizione, la quale rischia di perdersi nell’oblio rovesciato dell’estrema possibilità di accesso all’informazione. Il poeta da puro testimone si trasforma in cercatore, lavora al reale attraverso i suoi immani archivi e, in questo lavoro di setaccio, estrapola la pepita etica, quello slancio umano e folle che si mette alla prova per il solo fatto di essere.
Andando alle scelte testuali, il ritmo, scandito da versi lunghi e piani, tradisce il desiderio del racconto, l’andamento imperfetto di martelliani mascherati. Sboccia l’epica, per frammenti, nello stesso modo per cui il nome Gilles, «come un fiore/ che in un attimo cresce sopra i denti», si riaffaccia nel ricordo dell’evento agonistico, quasi accavallandosi alla memoria di una poesia da intendere come impresa e che, nel suo farsi (ma anche nella sua scomparsa, «che smarrisce conto e orientamento e solo un’ombra…») possiede ancora «Voglia da vendere», ma deve attendere le «condizioni perfette del fondo» per giungere a compimento. Nel dettato, apparentemente semplice, s’insinuano dubbi, l’ambiguità si manifesta in una voce che dallo sfondo, col suo intervento diretto, giudica straordinario l’evento cui ha assistito («“come avessero fermato il mondo”», «“altra pasta e sangue/ ribollente che non scalda nuove vene”»), un’alterità trasparente, generica, che sembra rimproverare la disillusione di chi scrive adesso. Si attiva un messaggio che, nella sua stessa ambiguità, può appoggiarsi alla tradizione, in questo caso orale, di chi era presente. Emerge il tema della trasmissione che può avvenire su più canali, si stabilizza la posizione del soggetto scrivente che deve attendere il più possibile agli stessi canali nel tentativo di riscoperta o semplice tutela di valori etici da rimettere in comune.
Il movimento di riscoperta, però, non è solo abbinabile a una conservazione del reperto (a Modena nel maggio 2013 è stato conservato proprio il modello della Ferrari 312 T4 utilizzato da Villeneuve) che rischierebbe di “musealizzare” e immobilizzare l’esistente, ma deve tendere a riattivare nelle coscienze la dignità di un gesto veramente esemplare nella sua unicità, distanziandosi dalle fagocitanti capacità della riproduzione.

(Febbraio 2014)


Marco Bini è nato nel 1984, e abita a Vignola (MO). Si è laureato in lettere moderne all’Università di Bologna. Oltre a scrivere poesie, saggi e traduzioni, collabora con l’organizzazione di Poesia Festival in provincia di Modena e collabora con il quotidiano «La Gazzetta di Modena».
Suoi testi sono apparsi sulle antologie Pro/testo (Fara edizioni, 2009) e La generazione entrante (Ladolfi editore, 2011), e sulla rivista «Ali». Ha vinto diversi premi per la poesia, tra cui il Premio De Palchi-Raiziss 2010, la sezione «Cantiere» del Premio Renato Giorgi 2010, il Premio Gianfranco Rossi 2011, il Premio Giuseppe Giusti 2011 e la sezione speciale del Premio Beppe Manfredi 2012, ed è stato finalista al Premio Penne 2011, al Premio Mauro Maconi 2012 e al Premio Camaiore 2012. Nel 2011 è uscito il suo primo libro di poesia, dal titolo Conoscenza del vento (Giuliano Ladolfi editore).

Spazio Inediti (3): Andrea De Alberti – di Gianluca D’Andrea

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Andrea De Alberti

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (3): Andrea De Alberti

La ricerca del padre: leggendo Camus prestatomi da Tomás

Poteva ancora tornare diviso in due tasche
il primo uomo sostenuto da un mondo innocente,
in una prova d’ambientazione fatta di silenzi,
sofferti abbracci alla più triste
consolazione di un’inconsolabile pronuncia.
Poteva tornare in primo piano in questi anniversari
trascorsi in un paragone vuoto,
in un’immobile presenza.
Poteva tornare prima della mia ricerca,
perché quando si è figli è sempre la prima
parola quella che conta.


Il tema della scissione, la divisibilità dell’individuo nella trama delle relazioni che gli eventi imponderabili dell’esistenza amplificano, turbolenze nelle nostre certezze, assenza che implica il dovere di un ritorno al ricordo. Il verbo servile, ripetuto in anafora per tre volte all’interno del testo (che per questo sembra suddiviso in tre strofe, in tre momenti che amplificano le referenze semantiche del desiderio), sogna la probabilità, anzi esprime la necessità di quel tornare che non può più avvenire, ma, il desiderio inesausto di una mancanza che riecheggia la colpa, porta in primo piano l’oggetto di questo stesso desiderare: il dialogo nella trasmissione. Nel ciclo delle generazioni, l’alternanza tra l’essere figlio e padre si consapevolizza proprio nel possibile dialogo tra il padre e il figlio che diventa padre, quando il padre è assente, s’insinua la nostalgia. La parola, allora, deve ricostruire un percorso senza guide, deve partire da un’«ambientazione fatta di silenzi» per cui il nuntium, la notizia e il suo messaggero, deve inconsolabilmente porsi davanti, ricreare la presenza e pro-nunciare. Si legge, tra le righe di questo componimento, la ricerca di un contatto che si espande, dall’individualità necessitante del soggetto, alla communitas, in un tragitto di responsabilità che riguarda la nominazione, l’utilità del dono condivisibile della parola, ma anche del suo peso: «il primo uomo» si perpetua nella filiazione della «prima parola», il che implica una riflessione sulla “religiosità” del verbum senza per forza innervare una rappresentazione del distacco, del trascendente. L’espoliazione dei residui retorici, la chiarezza del dettato, non fanno che evidenziare la tensione al dialogo, il tentativo di recupero di un discorso che l’esistenza sembrava aver spezzato. Il continuo richiamo a un inizio, a un’insorgenza esasperata («primo uomo», «mondo innocente», «pronuncia», «primo piano», «presenza», «prima/parola», si noti, inoltre, in tutto il testo, la pregnanza degli enjambements che evidenziano i nuclei chiave della nostalgia e della rinascita, separando i sostantivi dai propri attributi), rende più intenso il sentimento d’appartenenza, anche del lettore, a un destino che ancora si rivela nelle potenzialità comuni delle nostre esperienze.

(Gennaio 2014)


Andrea De Alberti è nato nel 1974 a Pavia, dove vive e opera. Suoi testi sono presenti nell’Ottavo Quaderno Italiano di Poesia Contemporanea, a cura di Franco Buffoni, e in Nuovi poeti italiani, a cura di Paolo Zublena (fascicolo monografico di «Nuova Corrente», LII, 135, 2005). Ha pubblicato nel 2007 la raccolta Solo buone notizie per Interlinea, nel 2010 Basta che io non ci sia per Manni.

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Spazio Inediti (2): Lorenzo Mari – di Gianluca D’Andrea

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Lorenzo Mari

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (2): Lorenzo Mari

Di questo breve poema, […] pubblico ora una parte, almeno come protesta contro certe teoriche, le quali in nome della verità e della libertà vorrebbero condannare la poesia ai lavori forzati della descrizione a vita del reale odierno e chiuderle i territori della storia, della leggenda, del mito. Ma al poeta è lecito, se vuole e può, andare in Persia e in India non che in Grecia e nel medio evo: gl’ignoranti e gli svogliati hanno il diritto di non seguitarlo [1879].

G. Carducci

Da lasse della malora (inediti)

Stringi l’asse, appena appena – con un
cacciavite o altro: basta che s’imprima
al mondo uno sbaglio, o uno scarto, un
soffio: la rotazione prende abbrivio

e la rivoluzione più non giunge
per moto di conserva – resta segno
soltanto l’eclisse, e già s’espunge
dalla crisi l’apocalisse – almeno

nel buio posso dirti, se la palla
non gira a dovere: si può fuggire,
infine, senza sfuggirci.

(Una sezione di lasse della malora, comprendente questo testo, si è classificata terza alla XVI edizione del concorso Licenze Poetiche, svoltosi a Macerata nel dicembre 2013).


Il richiamo al Carducci della Canzone di Legnano, nella nota dello stesso autore versiliese qui scelta come epigrafe, ci induce a riflettere sulla scelta formale di questo componimento di Mari. Occorre ricordare che la “lassa” come forma di strofe in Italia ha una storia pluricentenaria che, dal Ritmo laurenziano (fine XII o inizio XIII sec., scritta da un anonimo giullare), giunge alle scelte innovative del Carducci, appunto, e di D’Annunzio. Un aggancio alla tradizione che la scelta testuale suggerisce ma che il titolo ribalta perché l’ora delle forme chiuse della nostra letteratura è bella che passata, essendosi queste disciolte, ormai, in logorree pseudo-realistiche, in iper-commistioni di prosucole concettose e vaghe nelle generazioni appena precedenti il nostro.
Andiamo al testo: l’ironia, espressa da figure d’inversione per cui gli enunciati sembrano alternarsi repentinamente in tesi e antitesi senza uno scarto accomodante, blocca ogni via di fuga, dal nostro essere qui e ora, sull’orlo di una catastrofe. Infatti, è del marchingegno-pianeta-terra che si parla ma solo sullo sfondo di un uso delle parole che sono il vero marchingegno che costituisce il suo referente all’interno di questa tessitura per verba: «Stringi l’asse» azione che richiede una pressione, di contro «appena appena», iterazione ironica che dice la delicatezza dello stesso atto. I due impulsi sono opposti come «il moto di conserva» al v. 6 sembra suggerirci, leggi fisiche d’opposizione che consentono la conservazione nella sparizione, l«’eclisse» del v. 7 lo manifesta. L’ironia si fa costatazione, però, perché questa presunta dissoluzione restando «segno» elimina dal testo (con un altro segno, l’espunzione richiamata subito dopo) e dalla scelta (κρίσις) ogni rivelazione (ἀποκάλυψις) sui destini ultimi. Ancora una volta è confermato il dovere di essere presenti, perché da questa presunta fine sorge un nuovo inizio e, con un gioco che richiama sul piano concettuale l’hysteron proteron retorico (per cui l’ordine naturale delle azioni è invertito), la chiusura ne è conferma: «si può fuggire,/ infine, senza sfuggirci», in cui l’annominazione, pur rischiando il calembour, ci indica la vera direzione da percorrere, perché il vero cambiamento è nella nostra permanenza.

(Gennaio 2014)


Lorenzo Mari (Mantova, 1984) è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato le raccolte di poesia Libere sequele (Gazebo, 2004), Pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, 2007), Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009) e Nel debito di affiliazione (L’Arcolaio, 2013). Traduce dall’inglese (Bless Me Father, Compagnia delle Lettere, 2011, in collaborazione con Raphael d’Abdon) e dallo spagnolo (Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei, Thauma, 2013, con Alessandro Drenaggi e Luca Salvi). Insieme a Luigi Bosco, Davide Castiglione e Michele Ortore coordina il sito letterario “In Realtà, La Poesia” (www.inrealtalapoesia.com).

Spazio Inediti (1): Fabio Michieli – di Gianluca D’Andrea

fabio-michieli
Fabio Michieli

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (1): Fabio Michieli

svelami ora il mistero
di questi suoni, di queste parole
– “je dirai quelque jour vos naissances latentes…”
la magia d’una musicalità
che fu mai mia se non in neri abbagli

(eppure vorrei che il sole sciogliesse
in un sorriso un risveglio già tardo)

nella luce –
tra le mani –
un volto che il fragile addio spegne

Lirica che domanda lo svelamento, che si chiede ancora, quasi virginale, la possibilità di un mistero nascosto tra i suoni di parole; quelle parole che ri-tendono al dialogo proprio riflettendosi in un ritmo che si vuole nuovo, come il richiamo al Rimbaud di Voyelles sembra suggerire. Un richiamo dovuto a quel μυστήριον, il cui senso torna nonostante si avverta come perduto nelle pratiche abusate di una contemporaneità, anche poetica, ingarbugliata in una prosasticità poco propositiva. Già, perché il segreto di ogni poesia si apre proprio dallo scavo delle sue origini, orali, mnestiche, di trasmissione popolare e svincolate dai vincoli accademici, concettuali.
Tutto questo si squaderna nel piccolo canto di Michieli: «la magia d’una musicalità/ che fu mai mia se non in neri abbagli», la bilabiale sonora scandisce quasi “maternamente” un suono che, fingendosi scaduto, torna proprio dagli abbagli dei neri segni delle parole, l’ondulazione di questa “m” ripetuta scivola nella visione desiderante (non per niente tra parentesi) di un risveglio, in cui a prevalere sono i suoni fricativi, come un grappolo generativo non scomponibile: «(eppure vorrei che il sole sciogliesse/ in un sorriso un risveglio già tardo)», il tutto sotto l’egida di un’apparizione, per cui l’immagine della “luce” (in tutte le forme qui rappresentate: «svelami», «abbagli», «il sole sciogliesse», «risveglio», «nella luce») imprime a tutto il testo la sua tensione aurorale, perché sia tolto il velo ai «neri abbagli» della parola poetica, perché risplenda il suo suono.

(Gennaio 2014)


Fabio Michieli, nato a Vicenza nel 1971, si è laureato in Lettere Moderne nell’ateneo lagunare con una tesi su Niccolò Tommaseo e il suo racconto storico Il duca d’Atene.
Nel 2003 ha dato alle stampe l’edizione critica e commentata dello stesso racconto (Padova, Antenore).
Suoi interventi critici dedicati a Tommaseo sono apparsi in rivista (Quaderni Veneti, Giornale storico della letteratura italiana) e in volumi miscellanei.
Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesie Dire, per l’Editrice l’arcolaio.
Insieme a Gian Franco Fabbri dirige la collana “Fuori collana” dell’Editrice l’arcolaio.
Lettore di poesia e di narrativa, sue recensioni sono apparse nel sito www.alleo.it e in rivista (“l’immaginazione”).