Spazio Inediti (22): Gabriele Belletti – di Gianluca D’Andrea

belletti
Gabriele Belletti

di Gianluca D’Andrea

Spazio inediti (22): Gabriele Belletti

22 mars 2016

Stéphanie lavora a cinquanta metri
dall’esplosione avvenuta nella metro.
Cindia arriva in ritardo
per i posti di blocco all’aeroporto.
Maureen dice che son amie était
dans le train précédent.
Isabelle è tornata a Bruxelles
chercher son fils immédiatement.

I miei studenti sono vivi.

*

Донецьк

Guarda le mie farfalle!
Ridono a crepapelle
anche se cadono
le bombe.

Su un foglio arraffato
sono state avvisate
e fuggono nel cielo
di un altro stato.

Il mondo per la bambina
è luogo solo
da immaginare
prima di essere
conosciuto

e anche se nel bunker
i rimbombi
dicono altro

il suo mondo
è più forte
e volare
è volare alto.


maelbeck
La fermata della metro Maelbeek a più di un mese dall’attentato (Fonte: Corriere della Sera)

Scelgo due inediti, dalla serie di  quattro, inviati da Gabriele Belletti. Li scelgo perché trovo una consonanza d’intenti e una compartecipazione “civile” (termine da considerare con ogni precauzione) che non trova riscontro in molta altra poesia contemporanea. Ma questa apertura al mondo è oggi più che mai un’inesorabile necessità che Belletti sembra avvertire senza ambiguità, con un approccio intenso e allo stesso tempo vibratile, senza toni assertivi o moralismi.
Una capacità di compenetrare gli eventi che, nel primo testo, 22 mars 2016, prende avvio da testimonianze dirette degli attentati di Bruxelles fatte da persone comuni – forse conoscenti dello stesso autore che, lo ricordiamo, vive in Belgio – manifestando più che un clima di tensione, l’urgenza per le condizioni dei propri cari. In questo approccio dal basso si divarica lo spazio tra prossimità e distanza: tutti, autore compreso, dopo i fatti sono attratti e indirizzati da un impulso di protezione verso il circuito della propria esistenza, i fatti “immani” della storia sfumano in secondo piano, una cornice di drammaticità che si ossida sulle parole dell’apprensione. E il modo di esprimere quest’apprensione si riduce a poche frasi, le più urgenti, mentre il mondo incombe dallo spazio spettrale aperto dal titolo ma abbandonato fuori testo.
Drammaticità, dicevamo, così in Donec’k, si verifica lo stesso slittamento di visuale per cui la vicenda della città bombardata durante la crisi dell’Ucraina orientale del 2014-2015, è sospinta sullo sfondo di una rappresentazione ancora “comune”. La bambina del testo è presentata in un’attività consueta in cui l’immaginazione, però, diventa l’indizio epifanico di un vero stravolgimento. Difficile, infatti, non cogliere il salto associativo nella “caduta delle bombe” da un lato e “il volare alto” della conclusione. In quest’attimo di rinascita nella distruzione si gioca, con ogni probabilità, il fulcro della cifra stilistica di Belletti – cifra stilistica che emergeva già nella raccolta del 2015, Krill, cui si rimanda [qui] – per il quale la consapevolezza del male della Storia non trascura mai di ricordare la nostra fragilità e, allo stesso tempo, la nostra capacità di rigenerazione.


Gabriele Belletti (1980) è originario di Santarcangelo di Romagna. Si è laureato in filosofia all’Università di Bologna con una tesi sull’estetica di Luciano Anceschi. Ha pubblicato articoli su rivista («Chroniques italiennes»,«Poetiche»,«Rivista di studi italiani») e due plaquette di poesia, Condominio (Cierre Grafica, Verona, 2010) e Beaujoire (Caratteri Mobili, Bari, 2013). Nel 2015 è uscita per Marcos y Marcos la sua prima raccolta, Krill.

Spazio Inediti (21): Marco Corsi – di Gianluca D’Andrea

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Marco Corsi

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (23): Marco Corsi

i più deserti, i più desiderati spazi,
la tua piccola vita pelosa
che tenevi tra le mani come un dono
e avevi messo al mondo dimenticando
qualunque forma di sorveglianza,
nei casi sottili occorsi
in cinquanta metri calpestabili
di appartamento più servizi,
pertinenze varie, ossa e cielo.


Georgia O_Keeffe, Pelvis II, 1944
Georgia O’Keeffe, Pelvis II, 1944

È grazia nel disastro questo movimento che Marco Corsi offre per la rubrica “Spazio Inediti”. Il dono di una nascita forse incustodibile perché diméntica di ogni «forma di sorveglianza», in un linguaggio piano, comune, si esplicita la “casualità” di un’esistenza, di ogni esistenza. La “genericità” di quella «vita pelosa» tenuta ma inappropriabile, la cui presenza si forma tra desideri, forse immani – «i più deserti, i più desiderati spazi» – e le “pertinenze”, le necessità quotidiane che chiudono il testo; la ri-caduta attraverso l’evenienza della nascita improvvisa, pur ristabilendo un contatto col reale, continua a manifestare la spinta del desiderio. «Ossa e cielo» s’incontrano in un luogo comune (i «cinquanta metri calpestabili / di appartamento più servizi») ma rilanciano l’assunto rigenerante del desiderio (il “cielo” come orizzonte d’apertura, quasi ossimorica se si pensa alla scarnificazione cui rimanda “ossa”). Nel duro passaggio alla maturazione occorre impegnarsi a ricomporre i «casi sottili occorsi», il mero fatto che, anche se inizialmente divaricato tra puro desiderio e contingenza inibente, riassorbe le potenzialità ri-creanti di una parola che sempre si muove tra “ossa e cielo”.


Marco Corsi (1985), ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in italianistica presso l’Università di Firenze nell’aprile 2013 e attualmente si occupa di editoria. Ha pubblicato saggi dedicati a diversi poeti italiani contemporanei e una monografia sull’opera di Biancamaria Frabotta. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta, L’inverno del geco (Gazebo). Nel 2015 suoi testi sono inclusi nel XII quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos).

Spazio Inediti (20): Antonio Lanza – di Gianluca D’Andrea

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Antonio Lanza

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (20): Antonio Lanza

Per il bene d’aria delle dita
per lo stremo della caviglia per tutte
le minime terminazioni
che si diramano sul materasso
e lo inzuppano e colano
dalle fiancate per tutte le invase
fessure tra mattonelle e il sudore
a schizzi il sudore giallo
negli occhi l’impasto
molle tra le gambe
visitate e tutto il piacere
che imbratta muri e specchio a schizzi
vagito a scale e la finestra
adattata alla saliva
della bocca per ogni verde
vagito di cane in cortile
il bene d’osso che intero
fa stringere infine l’orgasmo.
————————————————-Ho abitato
all’apice
tutta fino a scoppiare
la camera, ora a passetti ritorno
torno a piccoli passi
– nido caldo di foglie –
nel corpo di prima
a posarmi. E ancora muto. Germogli
i capelli. Metto
la coda. Mi allungo. Ma mi trema una corda
di basso nel cuore. L’acqua scorre
nel bagno. Un quarto
d’ora non basta. Sospetto,
non so, non ti chiamo. Poi esci nutrita
negli occhi anche tu.
Sul letto poggi incupita
un ginocchio. Mi tiri su.
«Ascolta» dici e vibra, lo sento, alla schiena
la scure del giorno –
domani la stanza occupata
altre intimità da annodare.


tre-studi-di-figure-su-letti
Francis Bacon,Tre Studi di Figure sui Letti, 1972

È una sensualità capillare a muovere l’atmosfera di questo inedito di Antonio Lanza. Si manifesta come un rincorrersi dei termini, senza pause di respiro, nella prima parte, in cui il climax è condotto sul flusso che trascina l’amplesso, quel sudore ha un impatto umorale che allucina la percezione (c’è qualcosa di selvaggio nello schizzo di «sudore giallo», non componibile, così come nel sinestetico «verde / vagito di cane»). Un’esplosione relazionale che coinvolge il circostante: la parola dirompe nel mondo e realizza per un attimo la sua pertinenza “immaginifica”, ma poi, inevitabilmente scivola nella sua caduta. Conclusa l’azione esondante, si verifica un assestamento – «a passati ritorno / torno a piccoli passi» – nel corpo comune, non eroico, che ha consumato il momento di gloria del corpo testuale, e che si ridispone all’ascolto. L’ambivalenza soggettiva crea tensione tra la sintassi “corriva” della prima parte e quella da “dopo il diluvio” della seconda, così l’accecamento iniziale si deposita su un nuovo assestamento, così necessario, nel finale. Sensualità e tensione, nel tentativo di un diverso approccio al reale, provocano lo scuotimento inquieto che ci giunge dal testo nervosissimo di Lanza.

(Aprile 2016)


Antonio Lanza è nato a Paternò (CT) nel 1981, vive a Biancavilla. Laureato in Lettere Classiche, fino al 2015 ha svolto l’attività di libraio. Ha partecipato alla manifestazione “IsolaPoesia”. È stato più volte ospite nei cicli “Notte della Poesia” e “Rito della Luce”, organizzati dalla fondazione “Fiumara d’arte” di Antonio Presti. Alcune sue poesie sono apparse online su l’EstroVersoCarteggi Letterari.

Spazio Inediti (19): Luciano Nota – di Gianluca D’Andrea

luciano nota
Luciano Nota (Foto di Donato Fusco ©)

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (19): Luciano Nota

Del muro, della lastra, della pietra
ho sempre avuto una visione leggera
nonostante il muro, la lastra, la pietra
m’avessero accerchiato.
E’ sempre stato un tragitto alterato
simile ad un occhio orbo
che ha voglia di scrivere sul marmo
che il vento, il muschio, la luce
non sono mai esistiti.


magritte
René Magritte, La traversata difficile, 1963 (Foto Corbius)

La percussione del senso è in funzione di una necessità, mi verrebbe da dire, “esistenziale”. Il percorso di sopravvivenza delle parole, nell’inedito di Luciano Nota, procede nel martellamento e nell’iterazione degli elementi, e nell’esplicazione del comune ribadire la separazione, o meglio il “dubbio”, della referenza. L’alterazione, reclamata al verso 5, è modifica prospettica che disillude il desiderio. Niente di nuovo, si potrebbe obiettare, ma la scelta della giustapposizione asindetica smaschera proprio il desiderio di continuare a nominare. Il rituale dell’elencazione è l’ultimo tentativo dell’«occhio orbo» di salvare ciò che “non è mai esistito”: il nome che comunica, anche se slacciato dall’indicazione, dalla freccia del senso.

(Dicembre 2015)


Luciano Nota è nato ad Accettura in provincia di Matera. Ha pubblicato: “Intestatario di assenze” (Campanotto 2008), “Sopra la terra nera” (Campanotto 2010), “Tra cielo e volto” (Edizioni del Leone 2012, prefazione di Paolo Ruffilli, postfazione di Giovanni Caserta), “Dentro” (Associazione culturale LucaniArt Onlus, 2013, prefazione di Abele Longo).

Spazio Inediti (18): Piergiorgio Viti – di Gianluca D’Andrea

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Piergiorgio Viti

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (18): Piergiorgio Viti

“E’ che non ci sono più letti” dice
l’infermiera, mentre nello stanzone
i pazienti restano seduti
aggrovigliati alle flebo
e parlano mozzicando le parole
dei figli del mare del tempo…

Di questo tempo che ha sempre fretta
e non conosce riposo,
tranne quando fai la chemio,
allora sì, tutto si ferma
per due tre a volte quattro ore.

I respiri si fanno più larghi,
i ricordi spaccano come una noce
una Croce
su questo presente di dita tremanti,
tendinoso,
di tapparelle abbassate
su questa città che sembra remota
e invece è qui sotto
con le sue manovre,
i suoi traffici elettrici.

Anche mamma è seduta
e si guarda intorno,
è bella anche se ha settant’anni,
le labbra socchiuse che sembrano
confidare un segreto,
e gli occhi terrosi,
ubbidienti…

E nello stanzone
ci siamo pure noi,
parenti familiari
impigriti dall’afa.
Aspettiamo con loro che la flebo finisca
e immaginiamo prati
spiagge e cieli stellati,
dove niente e nessuno ha un’età,
dove ogni cosa dura per sempre
e tutti si danno del “tu” subito,
siamo insomma ancora più fratelli
che quasi ci abbracciamo
senza saperlo.


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Giovanni Rizzoli, Dipingere con una flebo – veduta della mostra presso Federico Luger, Milano 2013

Sia l’immagine di un desiderio o la volontà di un risarcimento immediato, questo inedito di Piergiorgio Viti proposto per Carteggi Letterari, sposta sul piano del contingente e della semplicità il messaggio. Non che la semplicità sia un valore assoluto, anzi spesso accade che l’accessibilità riduca la prospettiva, minimizzi e sterilizzi il contenuto su una forma piatta e scontata, come accade in molti tentativi in versi della nostra contemporaneità. A rassicurare, per un attimo, in questo testo di Viti è il senso di accoglienza che si spera come risoluzione di un contatto, quello con la madre malata e con il “noi”, certo molto referenziale, dei parenti un po’ “distratti” dalle proprie sensazioni o necessità («parenti familiari/ impigriti dall’afa»). Forse proprio questa “riduzione” dei soggetti, questo distanziamento dalla contingenza, dovrebbe far riflettere sul mutamento in atto: la scomparsa della referenza, per cui l’unico modo per dire “io” è la constatazione del suo appassimento “desiderante” in direzione di una passività nei confronti degli eventi. L’unico protagonismo plausibile è quello che evidenzia la non necessità del proprio fare. Lo scenario utopistico del finale, visto in questa prospettiva, annulla proprio quel senso di “fratellanza” e consuetudine («e tutti si danno del “tu” subito») che il testo voleva trasmettere e che invece presume.

(Novembre 2015)


Piergiorgio Viti vive nelle Marche. Nel 2010 ha pubblicato Accorgimenti, per L’Arcolaio editore. Sue poesie sono state tradotte anche in spagnolo dal giornalista e scrittore argentino Jorge Aulicino e in rumeno dall’italianista Geo Vasile. Autore di un saggio critico sulla figura del pittore Pietro Annigoni, ha scritto una fiaba, La fiabola di Virginio e Virgilio, interpretata da Tosca (2012) nell’ambito del Festival di Musica da Camera “Armonie della Sera”. Una serie di monologhi ispirati alla vita del musicista Ray Charles, I sogni di Ray, sono stati interpretati alla Casa delle Culture di Roma nel 2014 dall’attore Carlo Di Maio.

Spazio Inediti (17): Luigi Carotenuto – di Gianluca D’Andrea

 

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Luigi Carotenuto

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (17): Luigi Carotenuto

Aria
preferivo chiamarti
quasi fossi uno spiritello nordico
un’entità dal dna mitologico
la mia compagna di giochi
e dispetti
la bicicletta che tante volte mi ha lasciato
a piedi


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Kim Dong-Kyu, ‘his room’ after ‘the bedroom’ by vincent van gogh, 1888 (2013). Fonte ART X SMART BY KIM DONG-KYU)

Una strana leggerezza traspira da questo componimento del catanese Carotenuto. Strana, perché il tocco lieve sembra mascherare un sostrato di alienazione, indizio di un rapporto tutt’altro che pacificato con l’alterità. L’oggetto – forse “la bicicletta” – referente di un messaggio “apotropaico”, in linea con lo sconvolgimento del nominare e con le potenzialità “distruttive” dell’etichettamento. L’oggetto comune, compagno dei movimenti del soggetto, è “battezzato” e personificato – così mi spiego il riferimento al “dna mitologico” – nel tentativo di produrre una “simpatia”, che sembra, però, negata beffardamente dalla disillusione sottintesa alla risposta («la bicicletta che tante volte mi ha lasciato/ a piedi»). Notevoli, se l’osservazione è giusta, le implicazioni che scaturirebbero dal tentativo assertivo di nomi-dominare il reale, tentando una “confidenza” che è anche modifica strutturale. La leggerezza, che sembrava dominare l’atmosfera, apparentemente banale del testo, si trasforma così nel teatro in cui lingua e mondo, da sempre, inscenano lo spettacolo, tante volte conflittuale, della relazione.

(Novembre 2015)


Luigi Carotenuto è nato il 16 agosto 1981 a Giarre (CT), dove tuttora risiede. Educatore, ha lavorato nell’ambito socio-pedagogico. Si occupa di critica letteraria per il periodico culturale l’EstroVerso (www.lestroverso.it), diretto da Grazia Calanna; cura la rubrica di poesia In conto letture, per la rivista Lunarionuovo, diretta da Mario Grasso (www.lunarionuovo.it). Ha pubblicato le sillogi L’amico di famiglia (edizioni Prova d’Autore, Catania, 2008) e Vi porto via (edizioni Prova d’Autore, Catania, 2011).ine

Spazio Inediti (16): Francesco Iannone – di Gianluca D’Andrea

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Francesco Iannone (foto di Gerardo Grimaldi)

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (16): Francesco Iannone

Qualcosa si adagia sul fondo
sul piano di tutte le tristezze
qualcosa di umano dorme
nella casa delle mani dove il bene
si impasta con la fatica delle nocche.

Il primo figlio scalcia.
Il secondo figlio dubita.
Il terzo si appoggia
agli uominialberi che a guardarli è una vittoria.

Tu resta col morso sul dorso
della corteccia nel lavorio dei
tronchi che sventrano la terra
perché domani il calco del buio deflagrerà
in superficie e il corpo rinchiuso nel suo
sigillo brillerà come a volte brillano le stelle.


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Giuseppe Penone, Sculture di linfa (2007)

Il tragitto è un’ascesa. Mi chiedo dove nasca questa fede, questa speranza, e arrivo al conteggio dei figli, immagino la pazienza dell’accudimento e la curiosità nei gesti che ripetendosi si riattivano. L’assiduità, ribadita dalla scansione anaforica di quei versi centrali, è forse un segreto? certo è un’azione cieca che emerge fingendo la sua presenza. Chi sono gli “uominialberi”, questi esseri neo-genetici, un po’ troppo sospinti a una naturalità desiderata, al miraggio di una commistione vegetale, a strettissimo contatto con una nuova origine. Certo la simbologia sembra abusata, e un po’ ingenua, e la movenza dell’ultima strofa non fa che confermarlo, cantilenante, come una nenia, una ninnananna. La caduta nel buio si risolverà in un risveglio “brillante”, l’attaccamento alle radici, nel sacrificio, sarà il dono che ci congiungerà alle stelle? Il rimbalzo liquido (le consonanti liquide della terza strofa sono un segnale) deriva da una frana, il salto di un corpo misterioso, “rinchiuso nel suo sigillo”, non ancora avvistabile, che dal “calco del buio” (la copia del senso, la scrittura?) esploderà verso un nuovo significato, eppure sempre uguale nella transitorietà della sorpresa, la solita: il brillio distante di qualcosa a stento percepibile e solo in alcuni momenti, come le stelle o i figli. In una parola, l’alterità.

(Ottobre 2015)


Francesco Iannone è nato a Salerno il 22 luglio 1985, dove vive. Suoi testi suono apparsi su numerose riviste (La clessidra, Semicerchio, Clandestino) e inclusi nelle antologie Al di là del labirinto (L’arca felice, 2010), Raccolta di poesie 2011 (Subway-Letteratura, 2011), La generazione entrante (Ladolfi, 2011, a cura di Matteo Fantuzzi). Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011, è il suo primo libro.

Spazio Inediti (15): Jacopo Ricciardi – di Gianluca D’Andrea

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Jacopo Ricciardi

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (15): Jacopo Ricciardi

L’ultimo mondo (Sonetti)

*

Sapete di mentire voi che dite
“Amo” per innamoramento. Alta
Divina meraviglia delle vite
Di un mondo ove tutto vive e risalta

Sembra amore da angelica pirite
Generato per tutti come malta
Come incontrata palta o malachite
Verdeggiante che tutto qui ribalta.

L’essere umano e l’essere sé spaccano
Per noi l’amore in una valle fosca
Dove a tastoni si trova l’alpacca.

Sempre prima che tu mi riconosca
Accade l’amore mio, dolce sandracca,
Mentre non sei che fiera matriosca.

Tornando in lingua osca:
L’amore è mente ma sacra biologia
O amore mente e massacra biologia.

*

Il poco è forse vero annientamento?
Il quotidiano sai si erode lento,
E la visione è nonostante l’uomo,
Due volte, nel vedere, nell’essere,

E chi la ha avuta le sopravvive,
Nella sua scia come di cometa.
La nostra camera è materia oscura.
Sorto tra le tue braccia, dai, balliamo!

Ahimé, l’immagine umana richiede,
Un tempo lungo che ci fa suoi servi
E mentre si prepara, attendiamo,

Moriamo amiamo con la sola parte
Di una vita incompleta che rasenta
Il canto alto in guerra del poeta.

*

Sul tetto dei mari tutta la gente
Va, mentre il sole nei giorni alto splende,
Sull’enorme pietra dura vivente,
Camminando ormai magri senza tende,

Nella pianura che a loro mai mente,
Verso la notte che nel mentre scende
Quando ancora là nulla si sente.
In un lager di luce si rapprende

L’umanità di oggi, lunga fuga
Di morti. Resto accanto alla città
Irrequieta, con nel piatto la lattuga,

Alla finestra la mia serietà,
Il vessillo rosso che al vento ruga
Il vuoto cittadino dell’Età.

*

Guerra vergine, guerra nascitura,
Ma prima, guerra sfuggita alla vita,
Da te chi resta avrà gloria futura
Ma perdona se non ti invoco inclita;

Incredulo pensando, la paura
Genera amore che subito è vita
Poi morte sospesa in semplice abiura,
E temo dei due gemelli le dita.

Le iridi marroni mie nel caos
Volgo ai due amanti giganti e schivi
Nella penombra della stanza, i naos

Perduti, e quando una finestra aprivi,
Per sdraiarsi nel palmo oro del Laos,
Fu già l’acropoli morta dei vivi.

*

Curioso Tu che sei sostanza ironica
Che non sei vivo ma esisti in canonica.
Quando son’ vivo da me sai dipendere
E io dipendo sai dal tuo dipendere.

Ma meglio potrò capirti da morto
Sì come nella notte dentro a un porto.
Tutto quanto fatto è già stato fatto
E Dio è un acciambellato gatto.

Il non rispondere è colmante e meglio
Dopo la morte che non è risveglio.
Dio sei ogni parola dentro e fuori;

Il mio sonetto sta qui per i cuori.
Dio, è la morte della persona;
Da lì, Dio, è il niente che suona.


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Jacopo Ricciardi, Mirage 1

Scrivere nella forma alta della tradizione in tempi d’ibridazione dei linguaggi potrebbe sembrare scelta retriva o, il che è peggio, “reattiva”. Non c’è reazione in Ricciardi, che in passato ha fatto della sperimentazione fonte di ricerca assidua, si ricordino almeno i titoli Poesie della non morte (Scheiwiller, 2003), Colosseo (Anterem, 2004) e Plastico (Il Melangolo, 2006), tra i più significativi del modo di agire del poeta romano. La forma, infatti, una volta “plastica”, magmatica, si pietrifica negli inediti e tende a raggiungere la pulizia dell’origine, a segnare, però, una fine: il transito si interrompe in questa maniera fossile, forse nell’intenzione di eludere ogni dialettica, per dare sfogo a un’evidenza (per questo la chiarezza): «Fu già l’acropoli morta dei vivi», cioè l’immagine monumentale del corpo – e della lingua – fa parte dei residui, e delle archiviazioni, di una vita ormai perduta. Morte che “suona” nonostante il niente e un bisogno spirituale (ideale) che si proietta fuori dal tempo, reperto mobile che si vuole eterno.


Jacopo Ricciardi è nato nel 1976 a Roma, dove vive e lavora. Vincitore di diversi premi, ha pubblicato sette libri di poesie – Intermezzo IV (Campanotto, 1998), Ataraxia (Manni, 2000), Atòin (Campanotto, 2000), Scultura (con Teodosio Magnoni; Exit, 2002), Poesie della non morte (con Nicola Carrino; Scheiwiller, 2003), Colosseo (Anterem, 2004), Plastico (Il Melangolo, 2006), Scheggedellalba (con Pietro Cascella; Cento amici del libro, 2008). Ha ideato e curato dal 2001 al 2006, per Aeroporti di Roma, il progetto culturale “PlayOn” e ha diretto l’omonima collana presso Scheiwiller. Ha pubblicato due romanzi, Will (Campanotto, 1997) e Amsterdam (PlayOn, 2008). È presente nell’antologia “Nuovissima poesia italiana” (Mondadori, 2005) curata da Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi.

Spazio Inediti (14): Stefano Pini – di Gianluca D’Andrea

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Stefano Pini

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (14): Stefano Pini

Cucivamo un debito irrisolto
il trasudare delle risorgive
nei canali del secolo.
La terrina di pianura ci teneva gli occhi
come per caso: “Nessuna prosa”
dicevamo al compiersi delle tele,
primo sguardo di uomo,
il profilo delle cose in una serratura.
Niente era nostro del tutto
ma per caso.


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Fiume di risorgiva Stella presso Udine

Lavoro d’intreccio che si fa desiderio, questo messaggio traspira l’inedito di Stefano Pini. L’atmosfera rarefatta annuncia, è in attesa di un avvento che risponda al negativo, forse una distrazione, forse la distrazione che conduce fuori dall’ossessione.
Il componimento attraversa, nonostante la negazione, un tragitto che non si percepisce lineare – “Nessuna prosa” – pur partendo da un sostrato riconoscibile, identificabile in un territorio di “risorgive” e “terrine”, l’umile nord residuo novecentesco di tradizione popolare e memoria per il poeta che con quel secolo sembra volersi confrontare, iniziando a captare le proprie radici. Di tessitura si parla – “Cucivamo un debito irrisolto” – e sembra già una risposta al Novecento (vedi questo attacco dell’ultimo Fortini: «Allora comincerò con un altro disegno», Il custode in Composita solvantur, 1994 o, ancora, il titolo di un libro recente di Lorenzo Mari, coetaneo di Pini, Nel debito di affiliazione, 2013), ricucitura con la tradizione come dovere da compiere, da pagare al passato per riattivare il futuro e tentare l’accesso a quel “primo sguardo di uomo” che è l’aspirazione a una nuova sorpresa, “l’altro disegno” di Fortini. Eppure si avverte l’impossibilità di un ritorno effettivo, la visuale non focalizza se non attraverso filtri, non può essere frontale, al massimo ri-accenna a una sensualità passibile di dispersione voyeuristica che il primo scorcio del nuovo secolo propone nella “socializzazione” virtuale delle esperienze (“primo sguardo di uomo,/ il profilo delle cose in una serratura”). A insinuarsi è la casualità che è impossibilità di ristabilire la simmetria con le cose, sia il passato o il futuro non resta che accertare, ancora una volta, la nostra non totale appartenenza al mondo. In un linguaggio piano ma trivellato di crepe (le “risorgive”) Pini finisce per ricordarci, come un monito, che “Niente era nostro del tutto, ma per caso”.

(Aprile 2015)


Stefano Pini è nato a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 13 febbraio del 1983, e lì risiede. Laureato in Lettere e Filosofia, ha pubblicato Anatomia della fame (La Vita Felice, 2012 – Premio Camaiore Opera Prima). Sue poesie sono apparse nell’antologia di Subway Letteratura (2010) e su diversi siti internet. Fa parte della direzione artistica di TreviglioPoesia – Festival di poesia e video/poesia.

Spazio Inediti (13): Carmen Gallo – di Gianluca D’Andrea

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Carmen Gallo

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (13): Carmen Gallo

 

Ricucire le schiene nere disperse in mare
le bocche lasciate aperte al sonno
avere fame di occhi
da mangiare aperti al sole
a forza di scalare meridiani e meridiani
di sale

tornare a incollare i pezzi
a dire le ombre scontornate
nella lingua terra che nessuno aspetta
e poi scrivere, scrivere ancora

di sere sprofondate, di stanze appese
al muro per non essere rovesciate
di uomini che si parlavano al buio
di finestre da spalancare

nella fretta di andare e tornare
farsi marea di corpi senza nome
e cancellare l’intero che separa

ci hanno chiamati ladri
anche ora che siamo tornati

(Testo tratto dalla raccolta inedita Prima degli occhi)


Il coraggio dell’infinito, il modo verbale principale, utilizzato nel testo qui presentato, può essere letto, considerandone la valenza iussiva, come il tentativo di puntellare con forza un argine, ricostituendo confini che appaiono distrutti. Noto i verbi che hanno la funzione di un ritorno o restauro sul disastro: «Ricucire», «tornare a incollare i pezzi». Arginare la dispersione, tenere nella scrittura («e poi scrivere, scrivere ancora») usata come collante, necessità resiliente perché dalle «ombre scontornate» possa definirsi, forse un giorno?, la figura. Altro versante dell’infinito: l’anelito, il desiderio che avvenga la giustizia verso una parola che sembra presentarsi come portatrice di uno slancio (potremmo chiamarlo ideale?) in direzione di un miglioramento: «ci hanno chiamati ladri/ anche ora che siamo tornati». Ritorno, allora, ed è il tragitto di ogni memoria e il testo, infatti, procede per ondate, ogni strofa un rinforzo di questo flusso fino alla chiusa, per niente pacificata, che tenta ancora un rilancio, allo stremo, di quel modo verbale che è chiave dell’intero componimento. Che sia il richiamo «nella lingua terra» a sommuovere queste parole marine, ondivaghe, sembra plausibile (anche considerando l’origine territoriale di questi versi). Spiegabile, forse seguendo questa traccia, il ricorso metaforico lievemente espressionistico (vedi tutta la prima strofa), tensivo, anche questo, a una volontà di fuoriuscita che non sgorga perché riflette la necessità (verrebbe da dire la colpa) del continuo ritorno. Aperto/chiuso – ondulazione spinta e ribadita – il testo, lo abbiamo visto, aspira a farsi memoria, senza arrivare a comprendersi, con spunti di accennata frustrazione dovuti, probabilmente, all’inafferrabilità della testimonianza: «…lingua terra che nessuno aspetta/ e poi scrivere, scrivere ancora// di sere sprofondate, di stanze appese/ al muro per non essere rovesciate». A volte le prospettive si rovesciano ma il pensiero si contorce come una maschera, irriconoscibilità che si fa aspirazione, desiderio appunto: il soggetto aspira alla cancellazione nell’alterità, tentandosi argine alle distorsioni e distruzioni del proprio tempo e luogo, per questo non ha bisogno di dire io, perché è presente nell’infinito, extra-esposto: «farsi marea di corpi senza nome/ e cancellare l’intero che separa». Si avverte una fiducia mai scontata nei confronti della parola, che non vuole arrendersi alla consapevolezza di aver perso il fuoco sacro, l’istinto della nominazione; parola che non si accontenta della tutela ma vorrebbe innalzare il reale a un, per ora, fantasmatico ideale di giustizia. La parola, nei migliori esempi delle nuove generazioni, sembra spingersi oltre la constatazione del disastro avvenuto, anela, anche spasmodicamente, alla ri-creazione.

(Agosto 2014)


Carmen Gallo è nata a Napoli, il 6 gennaio 1983. Attualmente vive a Napoli, dove lavora come assegnista di ricerca in letteratura inglese. È stata due volte finalista al premio Mazzacurati-Russo per la poesia (2009-2010; 2011-2012), e alcuni testi sono stati pubblicati su blog (Poetarum Silva, Poesia di Luigia Sorrentino) e antologie (Registro di Poesia #3, 2010 e Registro di Poesia #5, 2012, Edizioni D’If, Napoli). Con Tommaso Di Dio, Alessandra Frison, e Domenico Ingenito cura gli incontri di letture di giovani poeti “Fuochi sull’acqua”.