Scartafaccio XVII – Messina: Terza settimana

MESSINA: TERZA SETTIMANA

Il pensiero di essere qui mi rilassa, nonostante gli impegni pratici, i piccoli inghippi quotidiani. Non riesco a pensare alle direzioni, sono immerso nel paesaggio come fosse nuovo, pur riconoscendolo in tutti i miei passaggi, tanto è radicato in me. Le strade sono bagnate dalla luce nuova e antica dei miei ricordi che s’insinuano nel presente, creando un amalgama temporale inedito. Passato e presente sono uniti in modo da suscitare immagini mitiche, mediterranee, ma senza nomi conosciuti bensì creando l’attesa di nomi da scoprire e che non vogliono ancora mostrarsi.

Tutti i propositi di dedicarmi allo studio della poesia contemporanea, elaborando saggi sulle mie ultime letture, lombarde per lo più, si sono dissolti nella luce della mia terra d’origine, facendomi intravedere nuove aperture, margini inediti di attraversamento. Le letture si susseguono ma non presentano spiragli di approfondimento, solo godimento sensuale. La colpa e la fortuna sono inestricabilmente implicate in quella luce.

Scartafaccio XVI – Il tempo (prima settimana in Sicilia)

IL TEMPO – PRIMA SETTIMANA IN SICILIA

 

La sensazione di riposo che credevo di incontrare è un ricordo nel passato.

È insolito constatare come questo stesso ricordo divenga attesa nel trascorrere degli anni; il ricordo come attesa nel giro delle esistenze, del pianeta, degli astri – spostamenti magnetici, membrane di respiro, trapassi, trasposizioni che si richiamano pur essendo irripetibili. Fuoco in questa sensazione unica, panica, di appartenenza al movimento effettivo del macro-sistema universo; il respiro cosmico si ramifica in ogni cosa esistente, l’unicità abbraccia la frammentazione in scorci percepibili dai nostri sensi. La necessità di svincolarsi, di tagliare con il proprio passato in previsione della maturazione personale, può considerarsi compiuta nella percezione continua del ritorno a se stessi, impraticabile eppure reale: il ricordo permette questo sdoppiamento essenziale attraverso cui l’essere presente, trapassato da uno stato di pienezza (l’infanzia) a uno stato di marginalità (la maturità), ricorda la propria pienezza; il riconoscimento della posteriorità nel ricordo è il ritorno al reale effettivo. La scrittura poetica può concedere di fissare la verità nel ritorno a sé, ristabilendo il desiderio nell’accadimento. Il desiderio di essere altrove è necessario perché porta alla realizzazione e alla consapevolezza dell’«essere altrove» proprio nella presenza. Anche l’immaginazione è questo ritorno alla “terra”, al sistema che ci ha formato, per tutti così individuale e allo stesso tempo comune. Ewald Tragy è più sincero di Rilke, la sua umiltà distrugge le potenzialità arroganti del vaticinio così care al futuro autore, tecnicamente perfetto, dei Sonetti ad Orfeo e delle Elegie duinesi; attraverso questa umiltà e la stessa armonia compositiva che troviamo anche, ad esempio, nello Stevens, giovanissimo perché già vecchio, di Harmonium, stranamente (magicamente?) appaiono i bestiari, i fisiologi che propagandano una nuova morale nella più pura delle falsificazioni.

Scartafaccio XV – Impersonale (o della frantumazione della Persona)

IMPERSONALE (O DELLA FRANTUMAZIONE DELLA PERSONA)

 
«Il personale si oppone all’impersonale, eppure dall’uno all’altro vi è passaggio. Non vi è invece passaggio dal collettivo all’impersonale. Occorre anzitutto che una collettività si dissolva in persone separate perché sia possibile accedere all’impersonale».
 
S. Weil

 

 

L’impressione di vivere in un mondo frammentato in distanze inaccessibili proprio ora che la diffusione globale di Internet permette una connessione temporalmente infinita. Pochi contatti effettivi, autismo generalizzato, clic, sciami di ticchettii nel silenzio delle notti.

Qualcuno preferisce il silenzio, spegne tutto, è ancora una monade, gli è stato imposto di definirsi con questo termine vuoto, algido… no, la parola si trasforma, il suono inizialmente dal naso scivola in gola, soffoca, deve essere sputato: un conato intenso si tramuta in rigurgito metallico… gonade!

Qualcuno lancia semi nel nuovo oceano d’impulsi, ha un ricordo, un unico ricordo: un volto che cambia continuamente espressione e tenta di ricordare; lui non cambia espressione ma ha nuotato nell’oceano, quello con l’acqua salata.

Uno è tante persone, per questo “persona” è un concetto, un’astrazione, una parola tradotta per scherzo, una commedia plautina.

Così parlare di lui, di me, di lei, di Io chiamandoli monadi è un’offesa; pensare agli esseri come finalmente spersonalizzati è coinvolgente, spuntano i nuovi nomi, le grammatiche, continuano le produzioni, le riproduzioni…

La Persona è frantumata, enti nudi, fragili, lombrichetti da capsule di vuoto e niente, l’orizzonte entropico, vicino o lontano che sia, è sacro come ogni morte… qualcuno canta la sua possibilità, la sua raggiungibilità.

Scartafaccio XII – RAGIONANDO SULL’ATTESA: ECONOMIA – LETTERATURA – MESSAGGIO (riflettendo sull’esigenza critica e più ancora sulla scelta)

RAGIONANDO SULL’ATTESA: ECONOMIA – LETTERATURA – MESSAGGIO

Leggo Capitalesimo di Paolo Gila e mi oscuro non senza una certa soddisfazione. Vedo una prospettiva futura: dal chiostro di Chiusure il mio medioevo esistenziale si apre a qualcosa che non percepisco esattamente presente. Vivo questa archeologia in virtù di una proiezione, la conservazione della parola da parte di pochi laici, diseredati, servi della gleba “retificata”, virtuale. La resilienza di un corpo che si allena per accudire un impatto. Non sento l’esigenza di scardinare la lingua, non adesso, piuttosto mi sembra necessario conservarla, curarla fino a farla affinare, al punto tale che possa colpire, fare male, nello scontro acutizzato con sempre più celate, mal celate forse, ma protette dalle mura e dai fossati del turbocapitalismo e dell’informatizzazione di massa, cellule di potere. Anche la politica agonizza sotto la pressione dell’economia planetaria che, nelle sue espressioni oligarchiche, nate da accordi e conflitti tra rappresentanti di old e new economy, presenta i “migliori” come i più emancipati da ogni legame umano ed efficienti in funzione dell’accumulo di capitale e re-immissione dello stesso nel circolo degli investimenti, e nel gioco delle convenienze. Gli stessi accumulatori di capitali spropositati possono manipolare intere nazioni, possono deciderne la frammentazione. La fine dello Stato nazionale è, quindi, un processo già azionato; plausibilmente, tra qualche anno, assisteremo al restringimento dei confini nazionali in confini economici dipendenti da un potere centrale: la costituzione del GECT (Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale) è il primo passo in questa direzione. L’esempio degli accordi economici tra Friuli Venezia Giulia, Veneto e Carinzia rompe il limes inteso come “linea di confine” e apre a un altro significato, quello di “strada” percorribile in direzione di nuovi insediamenti e spostamenti territoriali, conseguenze del desiderio di conquista e miglioramento. Lo Stato Nazione cede il passo a macro-regioni transnazionali (nel caso specifico Euro-regioni), identità nuove e, in prospettiva, nuove culture. Il concetto di glocalizzazione trova un riscontro nella prassi economica e, di conseguenza, amministrativa: piccoli o grandi feudi in un sistema globale d’interconnessione, centrato su nuclei di potere fluidi ma derivanti dallo sfruttamento del recente campo di raccolta, lavorato da servi della gleba semi-incoscienti – i cittadini ridotti a monadi – rappresentato dalla rete. Alla base dell’incalzante piramide, una massa sterminata di desideri sostituibili, inoculati in persone altrettanto interscambiabili, ipotesi di identità, non più uomini.

Finiti gli uomini, parcellizzati, non comunicanti, al massimo indotti alla comunicazione in canali controllabili (vedi le potenzialità negative dei social networks), resta il resistere nella parola che trasmette la possibilità del comprendere, di comprenderci dentro valori minimi in funzione della trasmissione stessa. Il lavoro archeologico sulla lingua non ha nulla di letterario, non possiede nessuno spirito avanguardistico, è un lavoro di retroguardia e resistenza appunto, di rivisitazione senza nostalgia per qualcosa di perduto; è il lavoro consapevole di un ricordo senza ritorno, senza conquista del nuovo a tutti i costi, è l’immaginazione che parte dalla memoria e non l’invenzione di un linguaggio altro. La necessità della consapevolezza ineluttabile, proprio nel turbinio delle evoluzioni in atto, della nostra subalternità e interscambiabilità realizza l’incessante plausibilità del legame. Accettando il mondo, credendo nella disillusione, nella posizione sacra di chi è messo al bando (rispetto ai nuclei di potere centrali) si accetta una parola che non è subordinata a nessun desiderio, non riproduce l’invenzione del potere, non indirizza verso alcun obiettivo di dominio, non ha nulla da scardinare, è fuori dal circolo dialettico. Il dominio linguistico deriverebbe da una volontà anarchica, emancipante, è il desiderio di chi aspira a una supremazia, non sperimentando ma inventando, non cogliendo ma investendo, non seminando ma fabbricando.

La parola, come ogni medium, è un seme e rischia di non attecchire, non costruisce, neanche dopo aver decostruito, è in direzione del contatto, tenta di rigenerare sempre la stessa possibilità di contatto dell’essente.