Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – “La miracolosa follia di Omar Sivori”

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Omar Sivori

di Daniele Greco

“La miracolosa follia di Omar Sivori”

Un ricordo del fuoriclasse italo-argentino al quale è dedicato il romanzo di Salvatore Bruno L’allenatore (Vallecchi, 1963) e che il 2 ottobre del 2015 avrebbe compiuto 80 anni.

Tra le dediche più singolari a un romanzo italiano del ‘900, quella di Salvatore Bruno a Omar Sivori ne L’allenatore acquista un particolare valore proprio a ridosso di quello che sarebbe stato l’ottantesimo compleanno del campione di Juventus e Napoli. In una rarissima intervista rilasciata da Bruno a un periodico – il settimanale «Successo» – l’autore del romanzo rispose come segue a chi gli chiedeva perché avesse deciso di dedicare il libro proprio a Omar Sivori:
«Perché mi è piaciuta l’idea, ma anche perché con quella dedica ho sperato di suggerire al lettore un’accettabile interpretazione del nucleo più significativo sul quale ho cercato (preteso) di accentrare la “storia” del mio libro. Ne L’Allenatore io tento di definire, nella loro realtà più ambigua e complessa, alcuni dei miti della società contemporanea e le condizioni d’un uomo alle prese con questi miti: tra i quali indubbiamente c’è anche il calcio. Ora io penso che Sivori sia il personaggio più emblematico del mito calcistico, che prende in modo così emotivo e più serio drammatico di quanto non si creda soprattutto quelli della mia generazione. Ma c’è di più. Nel mondo del calcio, Sivori è un campione eccezionale, nel senso che è una specie di sopravvissuto. Ha una personalità che lo fa essere un isolato, un solitario, quasi un Narciso per necessità: come il mio personaggio. In altre parole, c’è una sorta d’incapacità, d’impossibilità a uscire da sé, a liberarsi di se stesso che è comune sia al protagonista dell’Allenatore sia al carattere indipendente di Sivori e che spesso gli viene rimproverato come egocentrismo, egoismo. (…)»[1].
Oltre a dedicargli il romanzo, Bruno negli anni scrisse diversi articoli, firmati col proprio pseudonimo di giornalista sportivo (quello di Romano Salvadori) ispirati proprio alla grandezza del talento di San Nicolás. Il più bello tra questi fu pubblicato nel dicembre del 1961 sul mensile dell’Eni, «Il Gatto Selvatico», diretto allora dal poeta Attilio Bertolucci. Con questo si coglie l’occasione per ricordare un campione unico del calcio mondiale e anche un piccolo e curioso frammento della nostra recente storia letteraria.

Daniele Greco


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La miracolosa follia di Omar Sivori[2]

La grandezza dell’oriundo ormai da cinque anni juventino sta nella sua capacità di rimanere libero e di dare nello stesso tempo un apporto entusiasmante alla riuscita del gioco: la sua freddezza, la sua eleganza, la sua felicità di realizzazione riescono a rendere le partite in cui egli è impegnato imprevedibili e appassionanti.
Quando nell’estate del ’57 arrivò a Torino da Buenos Aires ingaggiato dalla Juventus e si conobbe la cifra del suo ingaggio (centottanta milioni, allora cifra record) si levò un’ondata d’indignazione. «Centottanta milioni per un calciatore, è uno scandalo» scrissero molti giornali. I dirigenti juventini si trovarono davanti un ragazzetto piuttosto tondo tutt’altro che alto che ostentava una folta zazzera di capelli neri e si mordeva il labbro con denti radi. Si guardarono perplessi. Era quello il più grande attaccante del calcio argentino, il superasso che aveva fato spendere alla squadra tanti quattrini? Sembrava uno scugnizzo nella versione di un cineasta americano. «Ma ha poco più di ventun anno» cercò di giustificarsi Carletto Levi, un industriale torinese residente in Argentina che aveva combinato l’acquisto.

La negazione del gioco moderno

La prima volta che si presentò a Torino per un allenamento, Sivori fece tre piroette sulla palla e tirò il fiato. «È fuori allenamento» disse Carletto Levi, «poche settimane fa gli hanno tolto le tonsille». Cominciò il campionato, la Juventus vinse le prime partite ma di Sivori i tecnici scrissero: «È la negazione del calcio moderno impostato sulla collaborazione tattica e tecnica dei singoli. Non è un calciatore ma un saltimbanco, un giocoliere da circo e un gigione un narciso un egoista, vuol fare tutto da solo». Sivori gironzolava per le vie di Torino, scuro in viso e si mordeva sempre le labbra da scugnizzo. «Non riesce ad ambientarsi, soffre di nostalgia» diceva Carletto Levi «vedrete come cambierà ora che gli arriva la madre dall’Argentina». Arrivò la madre dall’Argentina, la Juventus continuò a vincere, era prima in classifica, ma tutti parlavano del classico Boniperti e dell’altro straniero della squadra, il gallese John Charles, un ex pugile alto un metro e novanta che i tecnici giudicavano «giocatore potente razionale essenziale funzionale altruistico». Di Sivori non parlava quasi nessuno. Era come se non fosse in campo, (toccava il pallone raramente) pareva un estraneo, un intruso capitato lì per sbaglio. Spesso sbadigliava.
«La faccenda ve la spiego io» disse un giorno Carletto Levi, «quello non si regge in piedi. Non vedete che casca per la stanchezza e il sonno?».
E spiegò che in Argentina Sivori era abituato a fare dell’atletica una volta la settimana e ad alzarsi a mezzogiorno. «Invece qui lo fate venire allo stadio la mattina prima delle dieci, concluse Carletto Levi, e gli fate fare atletica e ginnastica, atletica e ginnastica tutti i giorni…».
Sivori ottenne il permesso d’alzarsi tardi e di allenarsi a modo suo.
Fu allora che fece vedere per la prima volta il «boomerang» e un altro giochetto che i ragazzini sempre presenti sul campo chiamarono «dei mille colpi di seguito». Sivori sedeva per terra e, lanciato in alto il pallone, si metteva a colpirlo prima col piede destro poi con la fronte e poi col piede sinistro: continuava in quel modo per cinque-dieci minuti senza che il pallone toccasse mai terra. Sempre piede destro, fronte, piede sinistro, mentre i ragazzini (esaltati) gridavano: «È radiocomandato, guardate, è radiocomandato!». Per il giochetto del «boomerang» Sivori chiamava due dei soliti ragazzini che gli stavano sempre vicino ad ammirarlo e se li metteva qualche metro davanti uno a destra e l’altro a sinistra, poi dava un calcetto al pallone, un piccolo calcio morbido che sembrava una carezza col piede, e il pallone andava verso i ragazzini ma quando quelli stavano per prenderlo, toccarlo, cambiava improvvisamente direzione senza che nessuno lo toccasse, girava svolazzando intorno ad essi e come un boomerang tornava docilmente indietro a posarsi sul piede proteso di Sivori che attendeva.

Faccia da scugnizzo

Fu in Inghilterra, un mercoledì sera durante una partita amichevole di metà settimana, che a Sivori venne riconosciuta per la prima volta in Europa la qualifica di grande giocatore. Gli inglesi avevano gremito lo stadio di Leeds per ammirare e applaudire il loro idolo Charles: preparato grandi cartelli di saluto invocando il suo nome e chiamandolo «King John». Ma finirono coll’ammirare e coll’applaudire soprattutto il piccolo Sivori dalla faccia di scugnizzo che faceva ammattire gli avversari ridicolizzandoli e segnava gol impensati, mai visti su un campo di foot-ball del Regno Unito.
A un certo punto Sivori si avvicinò a una delle macchine da presa (la partita era trasmessa per tv) e fece un numero speciale, dedicato ai telespettatori. Attirò tre avversari davanti a sé: allungò il piede tre, quattro volte senza mai toccare nulla e dimenò le anche, sembrava un passo di mambo. Il pallone era sempre fermo al suo posto e gli avversari lo guardavano imbambolati, non si decidevano a muoversi. Quando toccò finalmente la palla, Sivori fece un mezzo giro su se stesso e, i tre avversari che aveva davanti restarono alle sue spalle, inchiodati per terra (li aveva «infilati» uno dopo l’altro in pochi attimi) mentre lui se ne andava danzando col pallone e faceva ciao con la mano alla telecamera. In Italia il «grande Sivori» scoperto dagl’inglesi si vide due settimane dopo contro il Milan a Milano. Quel giorno (era il 20 ottobre 1957) pioveva e il campo di San Siro era come una risaia. Acqua e fango bloccavano il pallone, i giocatori non riuscivano a smuoverlo da terra, sembrava di piombo. Finché non si vide Sivori alzare delicatamente la palla dal pantano (pareva che al posto del piede avesse un grosso cucchiaio) e farla volare spedita verso i compagni. Aveva inventato il sistema di far correre il pallone, di rendere più vivace e veloce il gioco. I più bravi delle due squadre cercarono subito d’imitarlo. Poi compì il suo capolavoro. Da terra (dov’era caduto supino) sollevò di nuovo la palla e, dopo averla tenuta incollata al piede, la mandò, la gamba sempre tesa, a posarsi in un angolo della porta dove non poteva fermarla nessuno. Fu quello l’unico gol della Juventus, il decisivo, che permise alla squadra bianconera d’uscire imbattuta dal campo di San Siro e di consolidare il primato in classifica fino alla conquista del suo decimo scudetto.

Fuori di ogni schema

Questa è solo la storia di come il grande Sivori argentino è diventato grande anche per noi italiani. Il resto lo sapete tutti, ormai è il calciatore più popolare della penisola, uno dei più popolari del mondo, goleador inimitabile ha vinto altri due scudetti con la squadra (in tutto tre in quattro stagioni), è diventato un punto di forza della nazionale azzurra segnando otto gol in sole cinque partite (uno a Bologna contro l’Irlanda del Nord, uno a Roma contro l’Inghilterra, due a Firenze contro la sua vecchia squadra l’Argentina, quattro a Torino contro Israele) e tutti sono concordi nel dire che lo sarà anche in Cile ai campionati del mondo della prossima primavera, ai quali (per la prima volta nel dopoguerra) l’Italia partecipa da protagonista.
In questi cinque anni che Sivori è stato da noi (e che si è maturato) molti, più volte hanno tentato di definirlo, tentando paragoni con altri assi del calcio mondiale, Pelé, Puskas, Suarez, cercano di stabilire se è «più grande» di loro o se non lo è affatto. E il tentativo è sempre fallito perché inutile, assurdo. Gli altri «grandi del calcio» rientrano sempre in uno schema: possono rappresentare il meglio dello schema; ma la loro personalità, anche se spiccatissima, è sempre condizionata dal meccanismo «sociale» della squadra, del calcio di squadra. Per tutti vale questa regola, ma non per Sivori. Che è il calciatore più singolare, unico, «anarchico», che abbia mai calcato i campi di foot-ball. L’azione, il gioco degli altri nasce (e poi lo perfezionano, lo illuminano con la loro classe) necessariamente dal gioco della squadra, non possono prescindere. Sivori invece sa creare gioco dal nulla, da se stesso; in un gioco sociale come il calcio egli sa fare (anzi preferisce fare), gioco assolutamente individuale: perciò è fuori d’ogni schema; questo, secondo molti, potrebbe essere il suo limite, specialmente ora che le partite di calcio diventano sempre più il risultato di temi corali preventivamente studiati, preparati.
Ma qui sta la grandezza di Sivori: riesce a rimanere «libero», a non «inserirsi» e dare nello stesso tempo un apporto positivo, anzi entusiasmante alla riuscita del gioco, dello spettacolo calcistico. Riesce soprattutto a esaltare la sua classe solo rovesciando gli schemi convenzionali del gioco.
Seguitelo, se vi è possibile, durante una sua tipica azione. A differenza degli altri calciatori, lui «cerca» gli avversari. Va incontro ad essi (all’opposto di come si deve fare nel calcio) per meglio orchestrare la sua azione: se ne serve, li strumenta. Sembra sempre, quando s’incunea in un nugolo di gambe «nemiche» che in area di rigore tentano d’ostacolarlo, che conservi il controllo del pallone per caso, per fortunati rimpalli sui piedi altrui: invece i piedi degli altri servono a Sivori da «sponda», vi butta contro il pallone apposta come se fossero cose passive al suo servizio, poi lo riprende e lo fa rimbalzare contro un altro piede «strumentato», tutto questo in pochi metri, a volte in poche decine di centimetri. E sempre con una freddezza, un’eleganza, una felicità di realizzazione impensabili. Davvero, se il calcio ci riempie ancora qualche ora della domenica, lo dobbiamo alla sua miracolosa follia.

Romano Salvadori


NOTE

[1] G.V. (molto probabilmente GIANCARLO VIGORELLI), L’immagine di un Narciso moderno, «Successo»novembre 1963.

[2] ROMANO SALVADORI, La miracolosa follia di Omar Sivori, dicembre, «Il Gatto Selvatico», p. 35.

Manlio Cancogni (1916-2015) – a cura di Daniele Greco

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Manlio Cancogni (2013)

di Daniele Greco

MANLIO CANCOGNI (1916-2015)

Una carriera lunghissima, una sterminata produzione narrativa e giornalistica, durata oltre settant’anni, che si è conclusa il 1 settembre 2015 a 99 anni.
Un ricordo di Manlio Cancogni attraverso la rilettura del suo primo romanzo, Una parigina (Feltrinelli, 1960) che cela molti motivi delle sue opere più mature e un piccolo segreto: un’amicizia letteraria finora sconosciuta.



una-pariginaQuando nel 1960 pubblica il suo primo romanzo, Una parigina, Manlio Cancogni è uno dei giornalisti italiani più apprezzati del suo tempo. Vive a Parigi, è corrispondente per «L’Europeo» e per «L’Espresso» (diretto da Arrigo Benedetti) e ha già pubblicato dei racconti tra i quali spicca Cos’è l’amicizia (Feltrinelli, 1958). Nel 1955 con Benedetti firma l’inchiesta sugli immobiliaristi romani, con un titolo destinato a fare la storia del giornalismo italiano: Capitale corrotta=Nazione infetta («L’Espresso», 11 dicembre 1955).

Da dove trae alimento il suo primo romanzo è presto detto: Una parigina racconta l’educazione sentimentale di Anna, una studentessa versiliese che sul treno per Parigi incontra Marcella – futura collega di studi – la quale cercherà di introdurla allo sfrenato e disinibito libertinaggio di un gruppo di amici. Tra questi spiccano Arrigo, detto il Cunca, e il protagonista maschile del romanzo, un nottambulo bohémienne che vive dalle parti di Saint Germain, tiranneggia le sue amanti, frequenta assiduamente il Cafè Deux Magots, ma in realtà è un giovane molto fragile che si chiama Salvato Piazza.
Quanti conoscono Cancogni sanno che alcune sue opere sono veri e propri “romanzi a chiave”, che celano personaggi realmente esistiti o suoi veri e propri amici. È il caso di Carlo Cassola, presente in «Azorin e Mirò» (uno dei racconti di Che cos’è l’amicizia), di Piero Gobetti in La gioventù (Rizzoli, 1981) e di Zdenek Zeman in Il mister (Fazi, 2000).
Salvato Piazza è stato modellato, infatti, su qualcuno che Cancogni, in quegli anni a Parigi, conosceva molto bene. Si tratta di un aspirante e impaziente scrittore, neanche quarantenne, originario di Presicce, in provincia di Lecce, che da poco muoveva i primi passi nel mondo del giornalismo e dell’editoria e – come mi rivelò al telefono lo stesso Cancogni nel 2011 – chiese con insistenza di essere assunto a «L’Espresso». Si tratta di Salvatore Bruno, l’autore del romanzo L’allenatore, del quale si è già parlato su (qui).
Ecco come Cancogni descrive Salvato:

«Occuparsi di se stesso, solo di stesso: ecco il suo male! Non gli riusciva mai di abbandonarsi con gioia e libertà. Il bisogno di affermarsi, che è un carattere della prima gioventù, lo divorava. Salvato lo capiva, s’arrabbiava con se stesso, e s’arrabbiava per essersi arrabbiato. (…) Assurdo bisogno di stare sempre avanti! A che scopo? Per dir cosa? Le ambizioni di Salvato erano illimitate, ma, come spesso accade, imprecise. Voleva essere tutto: il più bello, il più amato, il più bravo, il più ricco, il più forte; ma senza rinunciare al privilegio di sentirsi il più infelice fra gli uomini, e di accusare il destino. (…)
Salvato accusava della sua inesistente sfortuna la famiglia, il suo paese. Il padre, un piccolo agricoltore del mezzogiorno, alle prese quotidianamente con le difficoltà economiche e le rivalità paesane, non immaginava nemmeno la tristezza che s’accumulava nell’animo del figlio. (…)
Salvato non tornava volentieri a casa, odiava il suo paese, cui attribuiva la prima colpa delle sue sventure immaginarie.
Da ragazzo, quando l’avevano mandato a studiare a Bologna, Salvato s’era stupidamente vergognato della sua origine, e senza un reale motivo aveva chiesto di cambiare università. Era andato a Firenze. (Siccome Bologna è lungo la linea ferroviaria che sale direttamente dalle Puglie in Alta Italia, Salvato ci si sentiva come un soldato in avanscoperta; a Firenze, invece, con gli Appennini di mezzo, gli pareva d’essere più protetto» (pp, 105-107).

Come si evince da questo stralcio e dalle confidenze che mi fece anche l’ultima compagna di Bruno (la quale conosceva l’esistenza di questo romanzo, ma non ne ricordava il titolo) Salvato Piazza e Salvatore Bruno hanno molti tratti in comune, che confermano la profonda conoscenza che Cancogni aveva del suo collega, a tal punto da ritrarlo in maniera indelebile in quest’opera. Ad ulteriore riprova di questa amicizia, esiste anche una cartolina del 1958, firmata affettuosamente “Totò e Manley”, diretta a Romano Bilenchi, che oggi è conservata a Pavia tra le carte del Fondo Bilenchi.
Sul finire degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, Bruno e Cancogni vivono per lunghi periodi a Parigi e, in più di una circostanza, scrivono dei pezzi taglienti in cui criticano in modo acuto la supponenza francese e il complesso d’inferiorità degli italiani verso i transalpini. Bruno definirà la Francia un «Paese di maestri elementari»; mentre Cancogni, a proposito di Jules e Jim di Truffaut, scriverà un articolo implacabile dal titolo «Tradimenti senza passione».
Una parigina – presente anche tra i libri della biblioteca di Bruno – nasce, pur con le dovute riserve che si devono a un’opera di finzione, dall’ironica perfidia del letterato Cancogni, che crea un antieroe privo di spontaneità, un nevrastenico, capriccioso e pieno di una parossistica smania di affermazione professionale e sentimentale: i tratti caratteriali che in tanti hanno sempre riconosciuto a Salvatore Bruno.
Tuttavia la loro amicizia s’interrompe alla metà esatta degli anni sessanta per almeno due ragioni. La prima, riconducibile a un episodio contenuto nella biografia intellettuale di Cancogni, Matelda. Racconto di un amore (Fazi, 1998), in cui l’autore ricorda un pranzo a Roma, da Cesaretto nel 1964 (in occasione dello spareggio scudetto tra Inter e Bologna), in compagnia di Bruno, Elio Pagliarani e Lamberto Pignotti, con i quali ebbe una discussione sulle proprie preferenze letterarie: Cancogni era decisamente lontano dalle idee e dal furore avanguardistico dei suoi interlocutori, già da allora membri del Gruppo ‘63. E a poco valse, a quel tavolo, la presenza di Bruno che non prese in alcun modo le difese di Cancogni:

«Con me c’era, ho detto, Salvatore Bruno, scrittore, giornalista, uomo intelligentissimo di umori aspri e violenti. Credevo di averlo alleato non foss’altro per ragioni di età e per il comune amore per il calcio. Ridacchiava. Il jeu de massacre ai danni del vecchio establishment non gli dispiaceva. Brutto segno. Del resto lo sappiamo: le rivoluzioni (e la neoavanguardia del ’63 pretendeva di farne una) vincono (in apparenza) non per virtù dei rivoluzionari ma per lo scetticismo, la debolezza e l’acquiescenza dei membri dell’ancien régime. E magari per le rivalità e i rancori che li dividono» (pp. 72-73).

La seconda ragione, invece, riguarda le fasi finali del Premio Strega del 1965 quando, dopo un testa a testa tra La macchina mondiale di Volponi e La linea del Tomori di Cancogni – alla prima votazione Cancogni era in netto vantaggio – la vittoria di Volponi determinò la fine di alcune amicizie, tra le quali quella con Bruno, il quale, sebbene non sia stato mai tra i giurati dello Strega, non si spese in alcun modo per il suo amico di un tempo.
Tra i libri meno letti e conosciuti di Cancogni, Una parigina è oggi un testo paradigmatico e da riscoprire perché anticipa al 1960 molti temi e motivi delle opere successive dell’autore versiliese, quali la costante e tenace ricerca di autenticità nei rapporti umani, la fuga da ogni conformismo – intellettuale e sentimentale –, infine, la predilezione per uno stile chiaro, conciso e cristallino, lontano da qualsiasi arabesco sperimentalista, che lo avrebbe reso un narratore sempre molto amato da suoi lettori.
Il legame che tiene uniti in modo rocambolesco Anna, Salvato, Marcella, Cunca e un insospettabile outsider non è soltanto una “satira di un certo ambiente liberal del tempo” (cfr. Jole Fiorillo Magri, Invito alla lettura di Manlio Cancogni, Mursia, 1986) perché tratteggia i miti, i sogni, le fantasie dell’immaginario giovanile dell’epoca e racconta in maniera universale – come è riportato, in modo efficace, nel segnalibro allegato alla prima edizione Feltrinelli – l’eterno dissidio che esiste tra “l’incanto e il rimpianto della bella gioventù” e “l’aspro impegno a denunciare l’aridità, la fondamentale carenza d’amore del secolo”.
Secondo questa chiave di lettura, il personaggio di Anna, antipode in tutto e per tutto all’irregolare e scapestrato Salvato, è un vero e proprio alter ego femminile di Cancogni, il quale crea un’eroina testarda, caparbia, autarchica e intransigente, capace di non lasciarsi condizionare in alcun modo dalla sfrenata vita parigina che le procurava una vera e propria insofferenza. Anna è una “parigina” suo malgrado, che riesce solo alla fine delle sue peripezie a tornare a Fiumetto, in Versilia, tracciando in modo inconsapevole la parabola del suo autore: quella di chi, dopo avere girato per il mondo da Parigi a Roma, da Milano a New York, alla fine è tornato a quel nucleo di storie e emozioni uniche e irripetibili del teatro naturale della propria infanzia. Il buen retiro in cui, nonostante le gioie e i lutti di un’esistenza lunghissima, Cancogni ha potuto vivere per molti anni in compagnia dell’amata moglie Rori tra il mar Tirreno, da un lato, e le alpi Apuane, dall’altro, e dove adesso riposerà per sempre.


Manlio Cancogni. Giornalista e scrittore (Bologna 1916 – Marina di Pietrasanta 2015). Collaboratore di giornali e periodici (fra cui L’Europeo, Il Mondo, L’Espresso), soprattutto con servizî e inchieste sulle condizioni politico-sociali e sul costume di varî paesi, a cominciare dall’Italia, è stato direttore, per alcuni anni a partire dal 1967, de La fiera letteraria.

OPERE:

Ha pubblicato varî racconti e romanzi in cui a un caustico spirito d’osservazione e a un vivo senso del “documento” si accompagna una sottile vena lirico-elegiaca: La carriera di Pimlico, 1956; L’odontotecnico, 1957; Una parigina, 1960; Parlami, dimmi qualcosa, 1962; La linea del Tomori, 1965; Azorin e Miró, 1968; Il ritorno, 1971; L’amore lungo, 1976; Il latte del poeta, 1977; Perfidi inganni, 1978; Nostra Signora della Speranza, 1980; La coincidenza, 1984; Quella strana felicità, 1985; Il genio e il niente, 1987. Con lo pseudonimo di Giuseppe Tugnoli ha pubblicato Adua (1977) e Al sole di settembre (1980). La successiva produzione di C. ha continuato ad essere caratterizzata dal suo sguardo documentaristico e puntuale sulla realtà descritta, ma lo stile giornalistico e asciutto è arricchito da un orientamento più intimista e riflessivo: di questa produzione, i titoli più recenti sono L’impero degli odori (2001); Gli scervellati. La seconda guerra mondiale nei ricordi di uno di loro (2003); Sposi a Manhattan (2005); Caro Tonino (2006); L’ultimo viaggio di Mussolini (2008), raccolta di articoli scritti da C. per L’Espresso nel 1957; La sorpresa. Racconti 1936-1993 (2009); La cugina di Londra (2011); Toro delle meraviglie (2012); Così parlò Carpendras (2013); Tutto mi è piaciuto (2013); il testo autobiografico Il racconto più lungo (2014).

(Fonte: Enciclopedia Treccani).

Le narrazioni: a cura di Daniele Greco – FULVIO ABBATE, “Roma vista controvento”, BOMPIANI 2015

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Fulvio Abbate

di Daniele Greco

FULVIO ABBATE, ROMA VISTA CONTROVENTO, BOMPIANI 2015

roma-vista-controvento-647341_tnCon Roma vista controvento (Bompiani, 2015) a Fulvio Abbate è riuscito quanto solo in parte capitò di fare, in vita, allo sfortunato Boris Vian: ritrarre in maniera enciclopedica, originale, e ironica la propria città d’elezione. Si può ipotizzare, infatti, che se Vian non fosse mancato così presto, avrebbe donato ai suoi lettori una edizione riveduta e ampliata del suo mitico Manuale di Saint-Germain des Pres – La Parigi degli esistenzialisti (Editori Riuniti, 1998).
Abbate aveva già pubblicato un libro simile anni fa, Roma. Guida non conformista alla città (Cooper, 2007), ma nelle 700 pagine del nuovo lavoro aggiorna e in parte riscrive i capitoli di un catalogo sterminato di leggende, quartieri, strade, portinerie, mode, tic, miti d’oggi, monumenti, architetti, maestri, artisti, letterati, sportivi, musicisti, cazzi celebri, bar, trattorie, premi letterari, attori, jeanserie, rivendite d’auto, ristoranti, negozi di modellismo, librerie, ex voto, graffiti, epigrafi, statue e tanto, tanto altro.
Nel suo penultimo libro, il romanzo Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi, 2014), Abbate aveva composto la sinfonia del tempo perduto della sua famiglia, gli Abbate-Politi: palermitani trapiantati a Roma negli anni sessanta, che sono vissuti nel pieno del boom economico, consentendo al piccolo Fulvio di scorgere nella “città eterna” un mondo di sogno, che egli ha ritratto in maniera lirica e struggente. Ma è qualcosa da lasciarsi subito alle spalle, in Roma vista controvento, per seguire un percorso singolare che fin dal primo capitolo mette in chiaro le cose e, anzi, può valere come dichiarazione di poetica di quello che sarà il “punctum” di questo volume.
Se il Gustav von Aschenbach di Morte a Venezia lamentava il proprio esecrabile accesso alla città lagunare per mezzo del treno, dalla stazione –, “come entrare in un palazzo per la porta di servizio”, scrive Thomas Mann – anziché dalla nave e per mare, Abbate sceglie di farci accedere a Roma proprio dalla più celebre porta di servizio: il nastro trasportatore dell’aeroporto di Fiumicino. Ed è proprio lì dove un tempo le cronache hanno narrato dei controllori intenti a trafugare oggetti nelle valige – in un mix di pressappochismo e cialtronaggine che, superato il trafiletto di cronaca, non va oltre gli aedi orali dell’epica aeroportuale – che l’autore ritiene si debba iniziare a ragionare di quello che resta della presunta magnificenza della capitale.
Il suo mulino filosofico macina ogni aspetto materiale e immateriale della romanità, usando un registro apparentemente svagato, in alcuni tratti volutamente liquidatorio ed evasivo – a via del Corso, per dire, sono dedicate solo cinque righe, ma bisognerebbe leggerle per capire meglio – al solo fine di esercitare il fiero diritto a rifiutare qualsiasi forma di riconoscenza verso la città in cui egli ha iniziato a lavorare come critico d’arte, prima, e come giornalista e scrittore, poi. Anzi, se c’è un sentimento che pervade il libro è presto detto: è l’orrore e il disincanto di vivere una capitale che ha perso, o forse non ha mai avuto, lo slancio cosmopolita e colto di altre città europee.
Al lettore che da sempre magnifica la città di Roma – come è accaduto anche al sottoscritto, reo di credere che per le strade tra via Frattina, piazza del Popolo e via della Croce aleggiasse ancora il fantasma dell’amato scrittore di un solo libro, il Salvatore Bruno de L’allenatore –, a questo tipo di lettore toccherà l’agnizione per cui la bimillenaria Roma è sempre più straniera a qualsiasi forma di afflato artistico, ma, semmai, nella costruzione narrativa dell’autore, è diventata una miniatura, un diorama del provincialismo cinico e paraculo che, forse, riesce a superare i propri confini locali, ma solo per assurgere ad autobiografia dell’intera nazione.
E non è un caso se quanti riusciranno a salvarsi dalla acuta perfidia di Abbate siano semi sconosciuti o dimenticati ai più, come – per fare solo alcuni nomi – l’attore Antonio Trezza, il conduttore Massimo Marino, il fotografo Umberto Pizzi, l’architetto Renato Nicolini, il pugile Mario Romersi, il cantante Claudio Villa, l’artista Mario Schifano, il latinista e scrittore Luca Canali. Di costoro Abbate esalta la natura di veri e propri pezzi unici, scevri da qualsiasi contagio morale o estetico, dai barocchismi e dalle artefatte profondità di superficie del demi-monde romano, per i quali la conquista dell’originalità, dell’anticonformismo e del guizzo intellettuale non ha riguardato altro che non fosse l’autentica e sincera ricerca finalizzata a diventare – come diceva il filosofo – nient’altro che ciò che si è.

“L’allenatore" di Salvatore Bruno – a cura di Daniele Greco

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Salvatore Bruno

di Daniele Greco

L’allenatore di Salvatore Bruno
Un ricordo dell’autore di un unico romanzo, che moriva il 18 marzo del 2001

lallenatoreChi provi a leggere i titoli di alcune tra le prime recensioni all’unico romanzo pubblicato da Salvatore Bruno, L’allenatore, potrebbe restare spiazzato: La Juve strizza l’occhio a Joyce, I bocconi amari dell’allenatore, L’amaro allenatore del pugliese scontroso, L’allenatore non è un romanzo sportivo, L’allenatore amoroso, L’immagine di un Narciso moderno, sono titoli che lasciano presagire qualcosa di non ben definito, un singolare oggetto narrativo che nel 1963, l’anno della neoavanguardia del Gruppo 63, inaugura la collana “Nuovi narratori” per Vallecchi, a cura di Cesare Garboli e Geno Pampaloni.
Colui che risulta decisivo per l’uscita del romanzo è Romano Bilenchi, che conosce Bruno da anni, sa che questi era al lavoro ad un libro, e lo convince a pubblicare dopo che Bruno aveva rifiutato la proposta di Niccolò Gallo e Mondadori.
Nato a Presicce (in provincia di Lecce) nel 1923, Bruno lascia presto la sua terra, si trasferisce a Firenze dove studia nella facoltà di magistero, senza mai prendere la laurea, e collabora ad alcune riviste del Guf locale, come “Rivoluzione”. Finita la guerra segue Bilenchi al “Nuovo Corriere” e, una volta che il giornale viene chiuso dal PCI, Bruno va a lavorare per un breve periodo a Milano dove collabora a dei rotocalchi popolari sui quali, come avrebbe detto più volte allo stesso Bilenchi, scrive “coglionate a getto continuo”.
Ma il suo destino di giornalista si compie a Roma, la città dove vive più a lungo, in una mansarda a due passi da piazza del Popolo. Qui, attorno alla neonata redazione de “L’Espresso”, nel 1955 inizia a scrivere reportage, articoli di costume, di cronaca, ma soprattutto articoli di sport. Da “L’Espresso” passa a “Il Gatto Selvatico”, il periodico dell’Eni allora diretto niente meno che dal poeta Attilio Bertolucci, e qui redige decine di pezzi col proprio nome di battesimo e con lo pseudonimo di Romano Salvadori – un omaggio evidente al suo mentore Bilenchi.
Bruno da giornalista sportivo è curioso e colto, un lettore onnivoro e vorace che non è appassionato solo di tecnica e tattica ma anche dei rapporti profondi tra lo sport e le masse. E proprio da questa fucina intellettuale egli trae il romanzo di una vita, dopo il quale avrebbe scritto sempre meno, sino a far perdere le proprie tracce alla metà degli anni sessanta.
Nei cinque capitoli de L’allenatore si racconta la vicenda di un uomo che di mestiere fa il giornalista, vive a Roma, è originario di Presicce, si mostra sicuro di sé, fiero, intransigente e ha come tratto distintivo quello di amare la Juventus fino al parossismo. La ama a tal punto che la signora bianconera è l’unica sua realtà sentimentale mentre le donne, alle quali si concede nei periodi in cui i bianconeri sono in disgrazia, sono il transfert di una passione cieca e irrazionale.
Dietro questo ritratto così fortemente autobiografico, Bruno cela l’immagine paradigmatica di un sedicente scrittore e intellettuale, di un sedicente seduttore che tenta di possedere senza essere posseduto, ma che riuscirà al massimo ad allenare le donne degli altri, come avviene nel romanzo nei confronti di Elisabetta, la moglie del suo amico Amleto.
Nella finzione dell’opera siamo al campionato di calcio ‘61-’62, uno dei peggiori per la Juve che chiude mestamente al 12° posto, dopo i fasti delle stagioni di Charles, Sivori e Boniperti. L’uomo, tradito dalla vecchia signora, accetta senza troppo entusiasmo la corte petulante e snervante di Elisabetta che viene messa sulla pagina attraverso dei lunghissimi periodi, per lo più privi di punteggiatura. Bruno fa la parodia dello stile joyceano di Molly Boom nell’Ulisse e attraverso la voce di Elisabetta e del coro di voci – Enzo Siciliano lo chiamò un “coagulo di molteplici parlati” – redige un testo che egli stesso definisce un “monologo esteriore”.
I tratti autobiografici del romanzo sono evidenti e servono all’autore per compiere un’opera che ritrae in maniera fedele i miti di massa del suo tempo, quali il calcio e l’adulterio, usando un alter ego che si lascia colpire e offendere al fine di mostrare il sottosuolo di bassezze di cui si è capaci quando si confonde la vita vera con i suoi surrogati, quando si crede di bastare a sé stessi, senza tenere conto di come poco alla volta il proprio smisurato ego sia destinato a venire demolito.
Per questa via, dietro lo stile che tenta di realizzare la tabula rasa dei dettami sperimentalistici di quegli anni, si scorge una partitura classica che guarda al Dostoevskij delle Memorie del sottosuolo, al Tolstoj de La sonata a Kreutzer e, infine, a un testo di Albert Camus, che Bruno avrebbe dimostrato di conoscere a fondo, La caduta.
Bruno torna a vivere tra Presicce e Lecce, dove muore in una clinica privata il 18 marzo del 2001. Dopo quarant’anni L’allenatore viene ripubblicato da Baldini & Castoldi grazie a Massimo Raffaeli, che ne cura la pregevole introduzione e a partire da questa data il libro trova nuovi lettori per i quali il libro diventa subito un piccolo classico del secondo novecento che a distanza di cinquant’anni non ha perso affatto la freschezza e l’originalità di quell’inizio di anni sessanta.
Il sottoscritto, che ha recuperato centinaia di scritti di Bruno, editi e inediti, recensioni al suo romanzo, carteggi con importanti scrittori e critici continua a credere che da qualche parte prima o poi ci sia un editore interessato a pubblicare una parte di questa cospicua produzione narrativa o in alternativa la sua biografia che è pronta ormai da un paio d’anni e attende solo di vedere la luce, meglio se non a spese dell’autore come si usa di questi tempi.