I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea

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Letizia Battaglia, Nella spiaggia dell’Arenella la festa è finita (1986)

di Antonio Devicienti

su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea 

Transito-allombra_web-300x480Il libro di Gianluca D’Andrea Transito all’ombra (Marcos y Marcos, Milano, 2016) possiede una compattezza stilistica e tematica che rispecchia la scelta nel contempo etica ed estetica effettuata dall’autore; non ci si aspetti dunque un’opera indulgente con le attese di lettori un po’ sprovveduti, ma neanche attestata su livelli di rarefazione snobistica della parola poetica – c’è un Maestro che accompagna i passi dell’autore, che lo ispira e sostiene in un dialogo continuo, discreto ed efficace, grazie al quale una tradizione nobilissima si lega a una modernità consapevole e problematica: l’Alighieri. E Transito all’ombra è altresì referto d’un attraversamento, d’un itinerario, d’un ininterrotto andare, proprio sulla falsariga dell’andare dantesco e attraverso territori che sono di volta in volta memoriali, psicologici, culturali, storici, politici. Ecco: se è forse vero che ancora adesso la produzione poetica italiana può essere anche interpretata a seconda ch’essa si approssimi più o meno a una linea petrarchesca o a una linea dantesca, Gianluca D’Andrea compie con il suo libro più recente un coraggioso tentativo di riappropriarsi della dirittura e del rigore etici danteschi per attraversare il mondo e l’Italia contemporanei anche tramite uno stile severo, privo d’infingimenti lirici e lo stile stesso è mezzo d’indagine impietosa che non indulge mai a languori, intimismi, vezzi letterari. Infatti Gianluca si misura con la difficilissima e insidiosa questione del soggettivismo e dell’io in poesia, mette in gioco tutto di sé stesso (ricordi, esperienze, luoghi cui è legato, persone care), ma sa sottrarsi alle cadute (o ai capitomboli) nel soggettivismo e nell’intimismo proprio in virtù d’uno stile sorvegliatissimo, capace di diventare acuminato scandaglio, intelligente lente d’osservazione, giusta distanza tra io scrivente e realtà osservata.
Accade così che il bellissimo titolo c’introduca a un libro-referto molto articolato e complesso: si comincia con un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza trascolorante fino alla maturità vissute nella Sicilia peloritana a partire dagli anni Settanta sino al mutamento del millennio; si prosegue poi con l’articolazione in sezioni che esprimono tutte la scelta del poeta d’interrogarsi su sé e sul suo ruolo in quanto io poetante e, aspetto fondamentale, in quanto persona immersa in un contesto storico preciso e di esso consapevole – deriva da qui il tema e l’andamento del viaggio che innerva molte pagine, un viaggio non turistico né di svago, ma puntigliosamente conoscitivo attraverso l’Italia contemporanea, traverso episodi di vita quotidiana che ben dicono la reazione e l’atteggiamento di un pensiero in continua tensione dialettica con realtà talvolta avvilenti o nemiche o alienanti, per cui la struttura del libro sembra essere quella di una Comedìa rovesciata (il “paradiso” dell’infanzia – anche se Gianluca non la presenta né come idillio, né come eden perduto, ma come un abbandono progressivo e naturale dell’innocenza per entrare dentro la maturità; il “purgatorio” di una Penisola percorsa da nord a sud anche per i periodici ritorni “a casa”, cioè in Sicilia per le vacanze; l’ “inferno” delle situazioni stranianti o alienanti cui accennavo poco fa o della discesa negli abissi della propria interiorità o di una storia contemporanea estremamente violenta).

Il volume si apre nel segno di Osip Mandel’štam, le cui parole costituiscono il filo d’Arianna per attraversarlo:

Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale. Se fosse per me, mi limiterei a storcere il naso pensando al passato.

Osip Mandel’štam
(Il rumore del tempo, 1923-1924)

Già il titolo della prima sezione – La storia, i ricordi (titolo perfetto, suggerito, si legge in nota, da Diego Conticello, sodale e complice, mi vien fatto di dire, di Gianluca sia durante la scrittura di Transito, che nella vita privata – anticipa una caratteristica di questa parte del libro in cui i ricordi personali (d’infanzia e di giovinezza) strettamente s’intrecciano con i coevi avvenimenti, per cui microstoria (personale) e macrostoria (collettiva) trovano un interessante punto di congiunzione. Ma se il dato esperienziale personale è punto di partenza per molti testi presenti nel lavoro, l’autore pone estrema cura nell’evitare qualunque forma di soggettivismo e di ombelicale effusione di pensieri e/o sentimenti: egli esercita e tiene vigile una razionalità che, esprimendosi tramite l’andamento del verso, sempre modellato sull’endecasillabo e quindi tendente al discorso ampio e articolato (non prosastico, si badi), fa piazza pulita di una poesia avviluppata su sé stessa, recupera un’idea di letteratura che (Sciascia docet) assume un atteggiamento sempre critico e agonico nei confronti d’una realtà guardata con ferma ostinazione e senza indulgenza.

La storia, i ricordi

I.

A volo poi trascorse il tempo, rotolo
da una discesa dell’infanzia, ottanta
volte o più, nella luce del tramonto,
accesa in un richiamo che ci accoglie.

Forse perché non conosco i miei nonni,
le nonne sono il “senza” del pudore
che i genitori avrebbero occultato,
ma so che Guerra è brutta, con distacco.

Questi li chiamo ricordi, nel freddo
degli anni, c’era l’Ucraina, l’Ucraina
c’è, il gas nella rete, nel contatto,

c’era un giocare che era già ricordo
e poi il futuro che s’immaginava.
Tuttora vivo il brivido che vaga,

ma nel solo passato che conosco.
L’atomo sterminava la paura
del collasso, la parola scissione
ogni tanto emergeva dallo schermo,

ma la paura era sì quello scandalo
che è, l’occidente era già formato.
Mentre rubavamo in un tabacchino
il pacchetto ci esplose tra le mani,

imparai così la colpa e il destino,
l’allarme del benessere e il possesso.
Un’altra volta furono dei cani

a inseguirci e non potemmo fermarci,
perché oltre il cancello, nel vialetto,
i ciottoli saltavano e la corsa

sempre più necessaria diventò
un vortice e sempre più accelerando
ci riconoscevamo negli scoppi,
in un moto cieco, nella vertigine.

(pagg. 13 e 14)

Si noti il fatto che Gianluca appartiene a una generazione d’Italiani che ha sentito parlare della guerra in famiglia, una generazione figlia di genitori nati durante il conflitto o poco tempo dopo la sua fine, per cui sono i nonni e le nonne (e la cosa è detta con lo stesso pudore che il poeta attribuisce ai propri genitori) coloro che esperirono la guerra, conservandone la memoria da tramandare, per via orale, a figli e nipoti; l’Ucraina viene a essere così nome geografico e distante dove accaddero le migliaia di morti dell’ARMIR in ritirata, presente però nella vita quotidiana perché da lì giunge il gas nelle nostre abitazioni: ecco, voglio far risaltare questa tecnica di rappresentazione poetica efficace e ricorrente nel libro, per cui D’Andrea accosta, dello stesso fatto, due aspetti (l’uno lontano nel tempo e nello spazio e l’altro vicino), saldando, appunto ciò che l’io lirico esperisce direttamente (a distanza ravvicinata) con quello che, invece, inserisce lo stesso io lirico entro una dimensione molto più ampia e collettiva e profonda. E poi c’è un corrispondersi tra la macrostoria (l’Occidente capitalista, la minaccia atomica) e la microstoria dei ragazzini (il furto dal tabaccaio e l’esplosione del pacchetto, poi la fuga affannatissima dai cani) in un interessante ed efficace accelerare delle immagini che trasmettono l’esplosiva energia di chi è all’inizio del proprio esistere e si affaccia a conoscere la vita e il mondo. Gli endecasillabi, strutturati poi in quartine e in terzine, sono un’altra sfida che il poeta pone a sé stesso, dal momento che egli deve rispettare sillabe e accenti, ma per raccontare e rappresentare quell’energia vitale che, infatti, trova modo d’espressione nei cambi di verso e negli enjambements, in immagini nervose e dinamiche.

II.

(…)

La vita è anche il richiamo, cortili
di voci, le partite tra bambini,

le altre voci rientrando nella casa,
avvolto nel calore, le gommine
nella stanza, luce bassa in cucina,

suoni e voci dagli schermi, gli accenti
che cambiano nel tempo e sono scia.
Per vederli, prima e dopo, li sogno.

(pag. 15)

Chi si è oggi scaturisce anche dal bambino che si è stati ieri, per cui questo passaggio del libro offre non direi dei ricordi, ma una serie di meditazioni e di assunzione di consapevolezza circa i ricordi. E (lo scrivo quale apprezzamento) manca l’indulgere alla nostalgia o alla trasfigurazione memoriale, ci sono, invece, una saldezza e chiarezza di visione capaci di descrivere Messina come segue:

III.

Il pettirosso e il piccione spartivano
i quadrati di spazio nel cortile.
Il cibo sono le tovaglie scosse,
l’aria riposta e tutte quelle briciole

che volano, mentre un tanfo da sud
mi ricorda la strada dei rifiuti,
il loro essere raccolti in sacchi,
incubati, prodotti, mai smaltiti.

Dal mare, poi, la brezza arriva dolce,
sul viso la carezza si trasforma,
da dietro, come un impaccio, colpiva

il libeccio e il respiro, diventando
lezzo, poteva adesso riportare
il messaggio lontano della fogna

che, muta e pregna, vomita nel mare.

(pag. 16)

Il leitmotiv dell’odore e degli odori caratterizza, vedremo, molti luoghi di Transito all’ombra, presenze materiali e corporali di un organismo-mondo articolato nelle sue bellezze e anche nelle sue immonde deiezioni.
A seguire ecco, di nuovo, la giuntura tra macrostoria (ma ancora, data la giovane età dell’io lirico protagonista di questo passaggio del poemetto, poco compresa) e storia personale, con quella presenza della televisione che coglie bene anche il farsi di una generazione, per la quale “suoni e voci dagli schermi” hanno permeato immaginario ed esperienze:

IV.

(…)
Sentivo dire di Franco, in Sicilia
il Tirreno era il mare dell’infanzia,
non sapevo di Ustica, la Spagna,
però, mi dava gioia, quei mondiali,
disprezzo alla parola dittatura.
La tv degli anni ottanta tentò
di rubarci la memoria, riuscendo
a cancellare con velocità
ogni appiglio, distanziando in un limbo
di benessere le generazioni.
Acini in un grappolo, carrellate
ricolme, gli individui al loro fondo,
tutti impegnati, da bolle, a sognare
il proprio mondo. C’era molto sole,
aspettavamo le vacanze estive,
captavamo i messaggi apocalittici
ma mai come segni d’appartenenza,
semmai come un ricordo già avvenuto,
ognuno poi scappava e nella corsa
ogni atomo era un rendiconto.

(…)

Così giocavamo
a nascondino nell’erba e l’odore
acerbo del sudore a quell’età
si mischiava alla terra, per non dire
del mare incanalatosi in collina,
oltre quella fiumara, nello spiazzo
in cui trovavi i vermi nelle tasche
e non le mani. Poi le figurine
con cui sfidare i compagni, i cartoni
da cui apprendere lo sport e l’amore,
mentre il gioco già mutava in clangore,
(…)

(pagg. 17 e 18)

Tengo moltissimo a far notare la sicurezza e la saldezza con cui l’autore costruisce il testo, riuscendo così a prendere la necessaria e giusta distanza dalla materia autobiografica e modulando un tono meditativo che porta la scrittura poetica a farsi strumento conoscitivo sia per efficacia di pensiero meditante che d’espressione linguistica; Transito all’ombra è un attraversare quelle regioni (insidiose) in cui l’io dell’autore ambisce a diventarenoi, la storia individuale riconoscersi in quella collettiva – a tal proposito i versi (la tivù tentò di) “rubarci la memoria, riuscendo / a cancellare con velocità / ogni appiglio, distanziando in un limbo / di benessere le generazioni” sono emblematici della scelta fatta da Gianluca di riflettere, in poesia, sul tema del tempo storico e del rapporto tra le generazioni, ma anche la sua volontà d’esprimere un giudizio storico e culturale.
Poi, dopo il racconto dell’infanzia, ecco il passaggio del millennio:

VII.

Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
il passaggio del millennio e il livello
si ridusse in esplosioni nere,
i grattacieli, gli uccelli, figure
disegnate come rondini nel cielo cupo,
fissi a un dislivello in cui le frontiere
e gli impatti ebbero il dissapore
del dubbio. Da allora niente,
una scomparsa, idee allusive.

(pag. 24)

Il “rumore del tempo” si riflette, sempre più intenso e presente, nell’esperienza personale, la coscienza individuale si apre alla storia a essa contemporanea cercandone le relazioni, compiendo un preciso atto di presa intellettuale sugli avvenimenti, facendo, qui, della scrittura non solo il momento della rappresentazione della realtà storica, ma anche della sua critica, rivendicando alla poesia, dantescamente mi vien fatto di dire, quella sua capacità di tenere ben aperto lo sguardo sul reale senza però lasciarsene fagocitare o subordinare, ma, usando i ferri del mestiere, dire per immagini, ritmi, variazioni d’accenti, scelte lessicali lo stare della mente pensante e poetante dentro la storia del proprio tempo. Esempio concreto in cui critica della storia, della società e della cultura s’incontrano sono i versi che estrapolo qui a seguire:

VIII.

(…)

Avevamo cambiato le abitudini alimentari,
il lavoro non ci seguiva a letto
ed evitavamo i vecchi fogli.
Il ragazzino preferiva il lettore di e-book
per il viaggio, questione di comodità,
un’accensione da seicento tomi,
la memoria perdeva radiazione
ed energia.

(pagg. 26 e 27)

Ripetiamoci, scandendoli bene a noi stessi, gli ultimi due versi: “la memoria perdeva radiazione / ed energia” – ribadisco che la rappresentazione di una determinata situazione è sempre collegata a una riflessione, riflessione sostenuta e alimentata da una scelta etica e da una cultura che, nel caso di Gianluca, è vastissima e abbraccia moltissimi campi del sapere; non sorprende, allora, l’enfasi posta sul ruolo della memoria né quella persuasiva metafora tratta dal mondo della fisica subatomica (radiazione ed energia) che esprime il cruccio e la preoccupazione di chi constata il “decadimento” della memoria, il suo trasformarsi in un immenso, indefinito archivio compulsabile “in rete” o, appunto, nella “memoria” di un dispositivo elettronico, ma non più preservata, coltivata e accresciuta dentro la mente umana. È chiara infatti l’idea sottesa all’intero poemetto: la vigilanza della mente è tutt’uno con la memoria, ma la memoria (individuale e collettiva) non è nostalgica contemplazione del passato, è, invece, lucida presa di coscienza sul passato e sul presente, incessante attività di riflessione dal passato al presente e viceversa, medium il linguaggio della poesia. E infatti:

IX.

Finì la storia, iperbole quarantennale
di generazioni, micromode, subculture
infiocchettate ogni dieci anni, sfumate
in pura scia, ogni giorno, spuma.
Si moltiplicarono i canali,
le vicende, strali spuntati,
puntate in serie, episodi senza trama.
Il frammento punzecchiava gli occhi
e lo stomaco e dava la nausea.

(pag. 28)

Il “frammento” è l’evidenziarsi e il farsi di un processo che al poeta appare negativo e, in tal senso, Transito all’ombra non è disgiunto dalla riflessione radicale avviata da Pound con i Cantos e da Eliot con La terra desolata, continuata in Italia da Pasolini con Trasumanar e organizzar e da Roberto Roversi con L’Italia sepolta dalla neve, da Elio Pagliarani con La ragazza Carla (ma non solo, ovviamente), e intendo riferirmi alla volontà di alcuni autori di confrontarsi con l’estrema complessità del mondo contemporaneo, che sembra davvero esplodere in migliaia e migliaia d’inafferrabili frammenti, sfuggendo a ogni tentativo di rappresentazione, eppure tale volontà poetica e poietica tende a dar vita a nuove idee e realizzazioni di poema, a una predilezione per la “forma lunga” che, nella sua difficile, insidiosa articolazione, sembra meglio corrispondere alla necessità di restituire all’architettura del testo il proprio ruolo. E Gianluca sente il bisogno di un’elencazione che incroci continuamente i due piani (memoria individuale e memoria collettiva) (mi sembra dantesca e poundiana questa scelta, pasoliniana e sereniana):

X.

Aprivano e chiudevano le frontiere,
tutti in fuga sul brusio con altri fascismi.
Il ricordo era una marea deflagrata,
dalle miserie di un dopoguerra fisso
al respiro del paesaggio,
ai pic-nic sul divano davanti ai programmi
grossi, alle immemori tribune elettorali.
Nessuna medaglia olimpica, nonostante
Alberto Cova, Panetta, le siepi d’oro
di una rincorsa ad anello
capovolto, nel doppio e triplo giro
delle comete da orbite ripetenti.
Le cosce delle ragazze, la scuola,
il subbuteo e la compilazione
dei tornei, generazione borghese
d’almanacco, il primo pompino
e la leccatina. Poi arrivò il disgelo,
Tarantino alla marijuana, ricetta
di fine millennio e inizio di altre lotte.
(…)
(…) a Ustica
lo scandalo annegato dell’ultima
guerra fredda. Tanto i focolai
impazzano, s’inventano e furono
torri a lasciarsi sgretolare nel riflesso
radiale e parabolico. Nel focus
miliardi d’impatti per giustificare
un altro scempio nero, infine
lo schermo spento.

(pagg. 30 e 31)

Si noti ancora la presenza dello “schermo”, ché in Transito all’ombra emerge quest’interessante confrontarsi da parte della scrittura poetica con lo strumento potentissimo della televisione (ma, direi, ormai anche del computer e dei vari tipi di dispositivi portatili), per cui il poeta messinese è pienamente consapevole del ruolo decisivo svolto dallo “schermo”, luogo contemporaneo del fare cultura (in qualunque modo quest’ultima venga intesa) e, comunque, in grado di cambiare in maniera profonda e radicale la nostra percezione del mondo e di noi stessi.

XI.

Eccidio, omofobia, femminicidio,
propaggini patriarcali,
benvenute effrazioni del dolore
sempre procrastinabili le scelte,
ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
la classe estinta in testate esiziali,
chiacchiere esorbitanti, nausea.
Ogni fatto morto, ogni effetto
estorto. Il dato certo risorto
in un battito irreperibile,
aquile bianche beccano lo zolfo
e il pietrisco dei Balcani;
silenzio d’Europa e connivenza
aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
confezionate a triplo strato
con pascoli di capre, markor, argali
a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
dei complotti. Piangevamo
il distanziamento intellettuale,
l’alibi e l’annientamento telecomandato
di ras afroasiatici.
Il seguito fu un’origine fragorosa
di acronimi e sintesi verbali,
geroglifici, emoticon, messaggi
connessi in una trama arcipelago.
Bottiglie da un territorio archiviabile

(pagg. 32 e 33).

Al termine della lettura dell’undicesimo testo si ha definitiva conferma non solo dell’attenzione minuziosa del poeta per la storia a lui contemporanea, ma anche della sua convinzione che la scrittura non possa essere separata dalla propria contemporaneità e, specificherei qui, Transito all’ombra è, contemporaneamente, libro in sé concluso e tappa di un percorso a lungo termine lungo il quale Gianluca intende mettere in atto la sua idea di poesia estremamente attenta agli accadimenti, impavida perché non teme di sporcarsi con le cose e con i fatti: per appartenenza generazionale e formazione culturale D’Andrea sa bene che deve fare i conti con l’eredità del Novecento e nello stesso tempo con la necessaria ricerca di un modo di fare poesia dentro un evolversi storico mutato e continuamente mutante rispetto al secolo breve; per questo quella di Transito all’ombra è una scommessa o un salto senza rete di protezione o un esperimento generoso e coraggioso – e scrivendo “esperimento” ho nella mente il verbo francese “essayer”, che vale “saggiare, scandagliare, provare” e anche “tentare” senza garanzie di successo, ma è questo, secondo me, uno dei meriti maggiori del libro (per questo parlavo di coraggio e di generosità), visto che la poesia del poeta messinese abbandona in maniera risoluta il porto sicuro di stilemi, temi e immagini collaudati.

La seconda sezione (Dittico) è, in maniera del tutto coerente e consequenziale, una riflessione sull’identità del poeta, questione molto avvertita da Gianluca il quale appartiene a quella schiera di poeti convinta che il problema della responsabilità della scrittura non vada eluso (malgrado la smaccata marginalizzazione della poesia) e che il poeta stesso, in quanto persona-che-scrive, sia eticamente obbligato a interrogarsi su sé stesso e sul rapporto tra l’io, la scrittura e il mondo. Ecco com’è strutturato il dittico, posto non a caso tra il poemetto appena attraversato dalla nostra lettura e la successiva sezione:

Trasposizione (o l’identità del poeta)

Il fatto di essere non sussiste
esiste l’essere come un fatto
del sentire. Allora io sarà il nucleo
per cui posso essere me stesso,
non il triciclo abbandonato in strada
accanto ai bidoni ustionati.
Mia figlia pedala.
Io è le mutande del ragazzo
al semaforo che vende accendini.
Dopo un giorno di lavoro
brucio i fazzoletti abusivi
e raccolgo parole da uno schermo,
ustionato da tutti i contatti.

(pag. 37)

L’identità (o trasposizione del poeta)

Sentiva di spostarsi e accadimenti
intercedevano per lui che si spostava,
sospinto dalla piena presenza
di se stesso. Impercettibilmente
ad agire era un moto secondario,
che diventava consistente e si perdeva.
Camminava pienamente.
Si alternava in tutto il movimento
la sensazione vera di non essere
se non se stesso in contatto perenne,
come accade nelle passerelle
agli aeroporti dopo un giorno
in piedi a calpestare i propri passi.

(pag. 38)

Direi che nei due testi viene messo in atto il tentativo di oggettivare (distanziare da sé, analizzare in modo freddo e rigoroso, anche impietoso) la questione; la scrittura di Gianluca è estremamente colta e avvertita (e questo è, per me, sempre un valore determinante e discriminante rispetto a tantissima letteratura – non credo nella poesia “istintiva” o “spontanea”, men che meno oggi, quando gli accadimenti e la realtà stessa pretendono da noi una presenza lucida e critica, avvertita e informata, non certo più o meno falsamente ingenua); accade così che, senza indulgere a una sorta di metapoesia (poesia su che cosa sia la poesia o come si faccia poesia), il Dittico, cogliendo la lezione di un poeta che so fondamentale per Gianluca, Bartolo Cattafi, si soffermi in queste poche pagine-cerniera sulla problematica del poeta in quanto io-vivente e in quanto io-scrittore (l’ego scriptor di poundiana memoria, appunto, ma anche quell’io su cui puntigliosamente s’interrogava Pasolini), portando a livello di coscienza il fatto che l’io possa essere e altro dagli oggetti (che può osservare con distacco) e tra gli oggetti immerso (subendone la presenza, le interrelazioni e da tutto questo venendo modificato); altro dato è l’ineludibilità dell’esperienza e della storia personali: in tal modo Gianluca mi sembra accettare il fatto che in poesia possano agire persone e possano essere rappresentati fatti legati alla biografia dell’autore, a condizione che questo sia il punto di partenza e non di arrivo.

Dalla terza sezione, Immagini, i ricordi, andiamo ora a leggere

La resa

Sul viso queste linee perfette
che la luce bagna appena.

Linee dall’alto che sfaldano la luce
ricadendo sulla bambina che dorme,
sui lineamenti dritti, dolci, verticali;

il viso della bambina è diverso
cambia come il giorno
come ogni giorno cambia
per somigliare a se stessa, diversa,
al diverso che cederà nel nulla
che già l’accompagna, rendendo
possibile la sua presenza attuale,
eterna.

Sul viso quelle linee perfette
ogni giorno perfette nella loro incoerenza
col perfetto che è sempre visione.

La visione è qualcosa che si arrende;
ancora, ogni tanto, combatto
con la mia resa,

la lingua diventa l’eco di un campo,
una lancia sospesa nel lancio,
non cade, salta.

La resa non ha obiettivi,
non sa definirsi, si bagna appena
rendendo.

(pagg. 43 e 44)

Che cosa fa in questo testo l’autore siciliano se non, apparentemente scrivendo di sua figlia e della commossa contemplazione di lei da parte del padre, trasmettere in modo efficace il farsi della poesia? Si tratta di una luce che percorre e visualizza il cambiamento continuo, incessante del reale, per cui, paradossalmente e inaspettatamente, l’atto della poesia è una resa e la constatazione di tale resa, non nel senso che la poesia rinunci al suo grimaldello indagatore e conoscitivo, ma nel senso che proprio per continuare a essere presente a sé e al mondo essa deve arrendersi al fatto di essere un’eco della realtà – ma l’eco è anche un accrescimento o una risonanza del paesaggio e degli oggetti in esso presenti, una sorta di sonar o scandaglio che, secondo il principio di Heisenberg, non ci consentirà di conoscere in toto la realtà, ma che, comunque, ce ne restituirà una mappa di relazioni e di interrelazioni, una raffigurazione in continuo movimento, in costante transito.
In tal senso è significativo un altro testo, il cui pre-testo è una visita all’Acquario di Genova:

Acquario

Passano le figure, inseguono gli eventi.
Ombre, i bambini trascorrono
in gesti, in un piede piegato o i passi.
Gli uomini impiegano il tempo
in frazioni strutturate,
il movimento ha passioni e dolori
e quadri che si aprono a brusii,
flussi trapassati, sorprese
negli scorci, membrane che respirano
le azioni compiute;
la giustizia si sposta nello stesso
luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

(pag. 47)

Molto interessante è che, anche qui, al di là dell’apparente referto di una scena usuale (la gita all’acquario), ci sia la riuscita messa in atto tramite la scrittura di una visione del reale che, secondo le più aggiornate interpretazioni fisico-matematiche, è strutturato in quanti che si muovono entro campi di energia, per cui la realtà quale appare ai nostri sensi (e lo si diceva poc’anzi) è frutto di relazioni in perpetuo mutamento, e sia il ritmo interno ai versi, sia le immagini presenti nel testo (si tratta delle vasche trasparenti dell’acquario pullulanti di forme di vita subacquee) sanno con efficacia restituire queste visioni marezzate e mai ferme che provengono dalla realtà che circonda l’io.
Treviglio (la città in cui l’autore vive e lavora) e la Sicilia costituiscono due poli geografici del libro, anche se, vedremo presto, una delle prossime sezioni è dedicata a un andare nomade per alcuni luoghi d’Italia; eccola, la Sicilia, durante uno dei periodici ritorni estivi:

Il fuoco (ritorno in Sicilia)

Camminiamo tra muri con addosso
le vicende di storie impossedute,
i ricordi si accendono in istanti
che dileguano dopo alcuni passi.
Sento i silenzi di questi terreni,
i campi bruciano in luce e miraggi,
nessuna ombra proietta da persone,
ombre stesse, fantoccini, memorie
di spari e micce ad attentare. Facce
mai nelle ombre incolte a ciondolare
tra filari non identificati.
Un passo avanti ancora nel frascame
e si accendono ricordi e passioni,
sogni, sale, in consistenza del fuoco.

(pag. 49)

Interessantissima, poi, la sequenza Trasporto stallatico in 3 movimenti, anche perché offre un esempio particolarmente riuscito d’una scrittura ch’espone volutamente sé stessa al rischio del passo falso, della caduta di tono o di gusto, e che, in maniera del tutto moderna e originale, tematizza la presenza del corpo, e dice di come il corpo, talvolta dimenticato, richiami l’attenzione della mente riconducendola al legame primordiale con il bisogno fisiologico, l’istintualità e la terra:

O corpo glorioso, qualche santo
dovrebbe provare amore per la
tua merda.

P. Valéry

I

Quel giorno in quel luogo
desideravo la sosta,
la città si misurava negli spostamenti.

II

Arrivò nel mezzo inaspettato
l’odore primordiale.
Bisogno dell’essere in stallo,
l’essenza inventata,
dall’uomo e il profluvio della locomozione.

III

Il bisogno sull’autobus
che portava a Porta Garibaldi,
con la soglia antica dell’escremento
esposta alla corrente.
Annusai la presenza
improvvisa, l’alterità
ferace differiva per fermare
lo spostamento
e invase la dimensione
attraente della meta.

(pag. 54)

Il basso e l’alto si richiamano a vicenda, così come il volgare e il sublime, ancora di nuovo secondo il magistero dantesco, ancora di nuovo secondo un percorrere (un “transitare”) tutti gli stadi dell’esistere, ognuno di essi degno perché appartenente all’umano (si pensi alla ricerca di un artista come Anselm Kiefer):

Nuvole sopra l’odore d’altezza (contraltare dinamico)

Che può volere questa massa informe?

V. Majakovskij

Nuvole sopra l’odore d’altezza,
stavolta è la mia vista
a scegliere nel campo
o erba o patate analogiche.

Tutta quest’immaginazione ferve
per desiderio di ritorno a quel luogo –
sia casa, odore, raccolto, riposo,
non si accontenta di nubi dall’alto.

Sensetti magici che colgono
dal mondo circostanze – sentore –
l’anelito di quello interiore.

Sentimento – parola rovinata
che ributti le altezze aeree
e le trasformi in grumi bianchi,
in pallottole di gas da cui spuntano
forme spumeggianti, pulite.

(pag. 55)

E il titolo mandel’štamiano del componimento a seguire introduce a un altro testo in cui l’odore è presenza alla mente di un’identità (in parallelo, si potrebbe seguire il tema dell’odore traverso le tre cantiche della Comedìa):

Epoca

Ancora il ricordo di bambini, ancora Beslan,
tra l’Ossezia e il Canale di Sicilia nessuno spazio.
Il tempo marcisce sugli odori delle stesse tombe,
mentre i volti vivono in altri volti riflessi sugli schermi.
Questi corpi oscillano tra le onde, nel sole,
in questa primavera estiva, tra due continenti-gemelli,
che rischiano il contagio dopo essere stati adottati
da famiglie diverse, con diverse sventure.
Eppure uguali nella stessa indifferenza
che il terrore e milioni di ore
ribattono sul sangue della terra
in un solo mondo gravido di nascite
e di altre ore.

(pag. 56)

La successiva sezione (Era nel racconto) trova nella scuola e nella sua quotidianità uno dei suoi cardini; propongo il testo seguente quale esemplare dell’impiego della scrittura per dare forma ed espressione verbale a momenti della giornata francamente poco confortanti; il centro del componimento e il colpo d’ala che riscatta anche la frustrazione sia personale che professionale sono i versi 8-10, i quali sono pure capaci di giustificare la dedizione alla scrittura, oltre che alla professione d’insegnante: in questi versi s’esplica la dignità della persona e la sua forza etica le quali s’oppongono risolute all’umiliazione di cui sono spesso vittime i lavoratori (qui si tratta di quelli della scuola, ma la cosa si potrebbe estendere ad altri campi professionali):

Concorso (e alla fine, la fine del mondo)

Il plesso, è ancora buio, non rispecchia
l’idea che ho di Einstein, ma l’idea
è marginale, il concorso è marginale,
Vimercate è marginale.
Vivo alcune ore in compagnia
di docenti scalcagnati, come me,
e aspiranti tali.
Ricordo
la possibilità di relazione e le persone conosciute,
i ragazzi e i fantasmi dei ragazzi.
La fine del mondo giunge di continuo,
è l’attesa perenne, quotidiana,
è Vimercate, Zingonia, Treviglio,
Messina, tutto ciò che c’è tra loro,
oltre loro.

(pag. 60)

E successivamente nella Luce nei viaggi (pag. 61) il poeta scriverà in chiusura del componimento: “(…) / i viaggi sono dimore e luoghi in cui scentrarsi, / efficaci nella loro continuità e rapidità, nella loro incertezza” – troviamo qui una delle motivazioni del titolo del libro, evidentemente.
La piccola Sofia, la figlia del poeta, è il legame vivo anche a livello carnale con il presente – e con il futuro; non è allora difficile riconoscere nelle parole rivolte a Sofia una sorta di dichiarazione di “poetica” esistenziale e letteraria:

Lettera a mia figlia

Cara piccola Sofia,
non c’è mondo che si apre
oltre la tua possibilità di vedere,
per questo osserva tanto,
comprendi i tuoi confini,
ciò che senti ricordalo perché ti aiuti
quando continuerai a scoprire sola
la tua voglia di scoprire.
Non ascoltare chi dirà che nulla
è questa fine, perché sarà la fine.
I tuoi giochi e la ricerca
di un consenso sono l’umanità
che è sola nell’individuo, corale
nella necessità.
Tutti siamo piccoli, Sofia,
e abbiamo poco o niente da dire,
eppure questo fiato, così buffo,
è il dovere che ci unisce e dissolve.

(pag. 63)

Non so se Sofia sia una sorta di Beatrice per Gianluca, ma certamente proprio la bambina e anche la moglie dell’autore costituiscono due presenze femminili che l’accompagnano in questa sua andanza traverso l’Italia e anche oltre confine, disegnandosi all’interno di scenari urbani e animandoli o contrapponendovisi, stabilendo così un legame affettivo tra il poeta che osserva e il luogo osservato, ma anche tra il poeta che osserva e le persone osservate, ché molto spesso al centro dei componimenti sono proprio le persone, il loro muoversi, parlare, agire e interagire.
Il poemetto Gli alberi, i ragazzi continua infatti e dilata una tale riflessione, ritornando inoltre sul tema della scuola e del rapporto tra insegnante e allievi (molto, molto a malincuore ne taglio dei passaggi, esso andrebbe letto nella sua interezza); non a caso la scuola (vi ho già accennato), i suoi ragazzi, le realtà personali con cui l’insegnante è chiamato a confrontarsi costituiscono un altro argine, bello e commovente, fondante e di valore del libro (e mi si perdoni, se possibile, il giudizio, lo so, estetizzante, ma credo che la bellezza, in questo lavoro, non sia un risultato da contemplare e di cui compiacersi, bensì un accadere e un processo in fieri, derivato proprio dalla scelta etica dell’autore, dal suo dialogare con le persone, con gli allievi, con la realtà); e in questo frangente mi piace riflettere su come Gianluca D’Andrea coniughi, a mio parere, le risultanze della cosiddetta “linea lombarda” con quella “borbonica”, anche vivendo nella propria biografia l’allontanamento dall’amatissima Sicilia e il convinto impegno didattico in una Lombardia che continua a essere meta d’ininterrotta immigrazione intellettuale dal Sud d’Italia: lo slancio verso il sogno e il fantastico si armonizza con il senso della realtà e della storia, l’aspetto diurno con quello notturno (proprio sette notturni chiudono il libro, vedremo). C’è una coscienza civile e politica ben vigile dalla prima all’ultima pagina, un’indomabile consapevolezza e non si dimentichi che l’intero libro si snoda nel segno dell’esergo di Mandel’štam il quale trova spesso puntuali contrappunti nelle citazioni da altri autori.

Li fogghi si stracàncianu p’amuri:
pàrunu argentu e mànnanu spisiddi.

Pasquale Salvatore

Le schegge che da questo sopravvivere
appaiono scomparendo nello schermo,
nei display sempre accesi in cui gli occhi
dei ragazzi sono immersi
come radici in un campo.
Un mondo germogliante e marginale
che resta apparizione al desiderio
di un’apparizione. Dove il contatto
è un panorama collaterale
il futuro insegue esempi,
vene che provano la strada al tronco,
al fiume in cui convergono correnti
educate da altre correnti.
Un circuito esatto, smisurato,
un organismo che suscita il miracolo composto
in una figura, nella sua parola.

In una scuola di un quartiere suburbano,
dove basso è lo scarto che separa
i riflessi e il vero che la realtà concede,
mi sorprendono mille vicende,
eventi fondanti, si diceva una volta,
emergenze che si fissano nella memoria.
Dai gesti alle urla nella classe il gioco,

gli insulti e le mani dipendenti da qualcosa di più ampio –
rami che si incrociano e uomini che abbandonano
i nodi a cui si avvolgono –
gli sputi di una ragazza ancora bambina
è la linfa di cui nutro la mia sopravvivenza.
I germogli della strada rastrellati in una rete
sondabile, nenia inconsapevole
che affonda in questo luogo
di forte agnizione.

(…)

Gli oggetti sono insieme all’uomo,
lo attraggono, lo sferzano, continuano
la loro funzione protesica,
eppure brilla altro sulla superficie,
è la vita nelle relazioni che i viventi
utilizzano con i loro strumenti.
I ragazzi non lo sanno,
li distruggono,
introiettandone la fine.

(…)

Alcuni frutti maturano, le generazioni
si manifestano in curve e pieghe,
simulo un’altra vita, mi adopero per allontanare
la consapevolezza di morire –
mi lascio trascinare da un cosmo
che si dissolve nell’evidenza
di essere dissolto.
L’albero ravviva i suoi colori,
cosmesi, radice –
le ragazze mascherano l’entropia,
l’abbandono radicale che le genera,
candidamente, la sofferenza
di una famiglia disintegrata
da un habitus d’origine, ecco il trucco:
si assottigliano al sistema e aderiscono
agli eventi fino a fuggire dentro schermi
che oscurano nuove affezioni, o nuove agnizioni.

(…)

Dai ragazzi una richiesta, ma riappare la necessità
e la risposta rimane un miraggio.
Loro fuggono nel loro universo, il mondo
è ricco di aperture e membrane,
i nostri universi si divorano, tangenti
o assiderati dal contatto fino a che appare
una scia che ti forza nei quartieri,
ai margini semivivi o in simbiosi con la morte.

(…)

L’eventualità di un lavoro o, remoto,
un percorso di studi.
In questi desideri e nello sconforto,
si avvolgono i racconti dei piccoli eroi,
raccolti alle radici, intrecciati
al fermento, alla rinascita.

(pagg. 64 – 68)

Amo davvero molto, in questo libro, gli slanci intellettuali ed etici di cui la scrittura dell’autore messinese è capace, perché si tratta di una maniera di scrivere che vuole, in tempi barbari e rassegnati, riaffermare la necessità di un empito generoso e totalmente umano – non voglio essere banale, ma il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà di gramsciana ascendenza trovano ora una possibile manifestazione in poesia, facendo della scrittura anche un fatto politico, vale a dire quel riflettere e persino quel cantare, dentro la polis contemporanea, per le vittime e i deboli, contro gli atti mostruosi dei responsabili della violenza, dell’emarginazione, dello sfruttamento.

Efficace risulta, così, la metafora delle Zone recintate come s’intitola la parte successiva del libro, ancora una volta una polis antiumana e concentrazionaria, ma abitata da menti che praticano il pensiero e la parola:

II.

Non è perfetta la resa,
è il paradiso del resto
una visione spalancata
sull’essere noi
e il desiderio di non esserci.
Prendi il pensiero che si svolge
e riflette atrocità di passaggio,
a volte improvvisa una traccia,
un buco di raccapriccio
che si allarga in un movimento
e cade rapido, immaginifico,
un gravitone nel suo attraversamento.

(pag. 72)

Bellissimo il titolo del poemetto Braccare lo spazio, Giotto nel quale in una serie di testi sia in prosa che in versi Gianluca racconta di un viaggio familiare che tocca diversi luoghi d’Italia e che avrebbe dovuto culminare in una visita (mancata per una banalissima ragione) a quel vertice d’arte e di pensiero ch’è la Cappella degli Scrovegni; l’aspetto interessante è che i minuscoli fatti del viaggio, anche quelli apparentemente privi di bellezza o di dignità memoriale, accadono nel segno di un tale desiderio di bellezza:

Questo gioco, quello della verità, ha come regola che il distinto, il determinato, il separato – l’individuo, la coscienza, il cucito, il punto a filo doppio – non si distingua più nel chiaro intrico del merletto, il quale, anch’esso, si mescola ai velluti o alla seta che orna e che ne sono lo sfondo.

Jean-Luc Nancy

Sono state vacanze rapide ma intense quelle di Pasqua 2015. La micro-famiglia in 5 giorni è stata in 4 città. Nonostante le monellerie della piccola o, anzi, accompagnati dal ritmo, a volte estenuante ma vitale, del “teatro” educativo che si modifica tentando sempre nuovi approcci per diventare efficace, abbiamo braccato lo spazio, frazionando il tempo.
Istantanee e parole hanno fissato alcune sensazioni, ancorato il flusso, riportandolo al passato, rilanciando il futuro – come si diceva una volta – disturbando l’eterno presente.
Mi piace condividere con voi immagini e versi perché si fondono in un unico metodo che salvaguarda lo “spazio” (il mondo, se volete) soffermandosi, solo per istanti è vero, sulla sua implacabile trasformazione.
Restiamo all’erta, la caccia e il desiderio sono la spinta per captare e “proteggere” la mutevolezza.

(pagg. 76 e 77)

Il breve poema in prosa che racconta della mancata visita alla Cappella degli Scrovegni, di conseguenza del mancato omaggio che pure il poeta siciliano ardentemente desiderava rendere al grande pittore fiorentino, ai miei occhi assume la valenza di un ulteriore richiamo anche a Dante, e intendo dire che il testo di Gianluca mi sembra essere un umile e perciò stesso tanto più nobile e originale modo di riconoscere l’inattingibilità per noi epigoni della grandezza dei due Maestri, grandezza cui, però, continuiamo a ispirarci e che cerchiamo, seppur in minima parte date le nostre forze, di travasare nei nostri lavori – ché la scrittura stessa è un ininterrotto transitare e l’ombra è la presenza costante della morte dentro l’esistenza individuale e della violenza dentro la storia collettiva, il margine di buio irrisolto che s’annida nelle nostre vite, ma anche quella gettata su di noi appunto dai grandi, nel cui “cono” ci nutriamo e cresciamo.

VIII. Perugia (sud?)

Sprofondava dentro se stessa
proprio quando arrampicarsi
fu più comodo. Scale mobili
(italiche?) conducono nel cuore
di Paolo III – quello di Tiziano
sprofondato a Napoli. Sempre
in profondo, Rocca Paolina riemerge
da viscere etrusche in vesti pontificie,
in versi lucchesi. I giardini ottocenteschi,
però, sconfinano in un panorama
rupestre; edifici fanno capolino
dalla storia, come funghi indigeribili.
Noi passiamo – Corso Vannucci, il Perugino,
Via dei Priori – e sbuchiamo, lontani
nelle ere, davanti ai gesti tipici.
Mia figlia, in piedi, gioca
con i suoi impulsi, scommettendoli
su uno schermo microscopico.

(pag. 83)

A questo punto (non voglio stabilire un’eventuale filiazione o derivazione o subordinazione del lavoro del poeta siciliano da e a modelli preesistenti, ma dire, propriamente, di un alveo fecondo e stimolante entro cui Transito all’ombra si colloca) a questo punto voglio sottolineare che, leggendo alcune pagine del libro, ci si sente accompagnati non solo da Dante, ma anche da Fabio Pusterla (Aprile 2006. Cartoline d’Italia), da Vittorio Sereni (L’Italia una sterminata domenica), da Franco Buffoni (penso, in particolare, a certe soluzioni e a certi temi contenuti in Roma), (Pusterla e Buffoni sono, inoltre, due persone che molto concretamente hanno seguito il farsi di Transito all’ombra), senza dimenticare le concomitanze dantesche con Luzi o con Zanzotto, né la ricerca intellettuale e di scrittura, perfettamente contemporanea al libro di Gianluca, di autori come Marco Giovenale o Giovanna Frene, interessati a un percorso attraverso l’Italia che è sia geografico che storico e sempre usando lo strumento acuminato, flessibile e inventivo del linguaggio.

In perfetta corrispondenza con la prima parte del libro, ecco ora un Altro dittico:

I.

(…)
Immagino pomeriggi nella stanza
di mia figlia, giocando disteso
sul lettone con lo stetoscopio
nell’orecchio. Gli auricolari trasmettevano
una scansione sconosciuta,
il battito è volgare, la musica
lenta che sconfina nel rumore
e la morte avvertita nelle pause.
Il suono ricomincia a punzecchiare
i sensi. Pregno d’inserzioni, sono
la sensualità che non avverto,
il sigillo del movimento intimo
e la mia firma un essere fluttuante
che si aggira frenetico per le stanze,
la forza centripeta, filiale.

(pag. 87)

II.

E l’abbracciai quella forza
che mi scosse, mutuando dall’inerzia
un fruscio, poi il tocco della pelle,
l’odore di luce liquida –
e la rosa? – che spegne tutti i sensi,
il fatto che i capelli sono brividi,
provocano delicatezze sensuali,
niente di casto ma un limite
che solo il pensiero – e la cultura? –
rende invalicabile.
(…)

(pag. 88)

Come ogni lettore può constatare, riemerge il tema del rapporto con il mondo attraverso i sensi, lo strutturarsi dei nostri processi psichici tra conscio e subconscio, con quell’affermarsi, forte e decisivo, del pensiero e della cultura i quali, mi sembra, costituiscono l’asse portante del libro.

Il notturno è genere musicale (e letterario) legato al concetto e alla pratica della riflessione; eccone alcuni dalla sezione conclusiva, Notturni, appunto:

II.

Il freddo taglia la luna,
notte di fine autunno
prima di un altro sguardo
alla bambina addormentata.
Le linee e la grazia
arrivano da molte zone.
Un film muto, la donna si addormenta
come svegliarla o avvicinarci al riposo?
La notte si addormenta in noi,
parlerò forse
della forza immaginifica nell’aria.
Il mondo può crollare.

(pag. 92)

III.

L’ambiente corre, poche
vicende, non vedo animali.
Il passato non vivente annienta
la nostalgia. Passano in tempo,
gli schermi e il controllo
dopo la vista, pochi contatti.
L’atmosfera impassibile
vibra nel cielo scabro.

(pag. 93)

IV.

(…)
La distanza è un presentimento
di protezione e cura.

(pag. 94)

VII.

Caldo nel buio il sapore
e la lontananza nell’immagine,
è sapere la violenza
e contaminare e inviare a niente.
La luce dietro la tenda
voci video, presenze tratte
mentre ci accampiamo nel semibuio.

(pag. 97)

Con questi versi termina Transito all’ombra, ma si noti come vi sia insita proprio un’impressione di transizione, di attesa e di passaggio al nuovo libro che sta maturando, anche grazie a quei luoghi riassuntivi, nel testo, dell’intero volume: “la lontananza nell’immagine”, “sapere la violenza”, “voci video”, “presenze”, “mentre ci accampiamo nel semibuio” – è quello che abbiamo letto finora, i concetti portanti della scrittura di Gianluca, in particolare quel “sapere la violenza” che esprime la coscienza piena di cui si fa veicolo la scrittura in versi e ancora una volta non posso non pensare alla lezione dantesca, visto che, a ben pensarci, il viaggio rappresentato nella Comedìa porta il poeta a contatto continuo con colpevoli o con vittime di violenza, visto che l’Inferno è il luogo in cui si raccolgono tutta la volgarità, l’offesa, lo stupro perpetrati da esseri umani su altri esseri umani e sul mondo, e che la scrittura possiede la capacità di misurarsi con l’inferno; e quello dantesco è un transitare per i tre regni ultramondani che non sono altro se non tre stadi, spesso compresenti, dell’esistere e della storia.

 

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NUOVI INIZI: “Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda” di Giovanna Frene

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Giovanna Frene (Foto di Dino Ignani)

NUOVI INIZI: Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene, Arcipelago itaca Edizioni, Osimo (AN), 2015 (Collana Lacustrine diretta da Renata Morresi)

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Ci sono opere che richiedono tempo per essere comprese in tutta la loro portata. Giovanna Frene, dal 1999 (anno di pubblicazione di Immagine di voce, sua prima fatica) ad oggi è riuscita a costruire una percorso considerevole in prospettiva futura, senza mai dimenticare la necessità di ricollegarsi e riflettere sulla tradizione linguistica del XX secolo. La dedizione alla storia, ereditata sì dal maestro Zanzotto, ma fondante nelle vicende biografiche della stessa Frene, s’imprime nell’esigenza di comporre una vera e propria narrazione che si scontra con l’aderenza ai fatti, con la loro “presunta” verità.
Una storia “invasiva” che dialoga col soggetto biografico conduce, infatti, in questa operazione a un racconto immaginifico, perché la relazione si fa reinvenzione dei rapporti, è la stessa Frene a confessarlo nel testo esplicativo al termine di Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda: in Storia come allegoria emerge proprio l’allusività esigente di un “nuovo” racconto. La memoria riattivata attraverso dati “illusori” permette la reinvenzione degli stessi soltanto accostandosi, però, a una tradizione consolidata. «La poesia come rappresentazione storica volge il suo sguardo al passato avanzando di spalle verso il futuro» (p. 41), il richiamo non casuale all’angelo della storia di Benjamin rende evidente che la preoccupazione, non solo della presente raccolta, ma di tutto il lavoro della Frene, è rivolta al futuro. Per questo le nozioni di traccia, tradizione e generazione creano la macrostruttura di cui ogni singolo testo è tassello.
Si parte sotto il segno della sovrapposizione. Verità o immaginazione, colpa o redenzione annunciano una sfasatura, la mancata aderenza tra mondo e parola (altro grande cruccio zanzottiano): «l’avanzata se è rapida, è più rapida ancora la traccia/ se disegna in anticipo la falsa coincidenza, che/ conta, si sovrappone, sembra collimare:/ non piove, ma non è mai così» (p. 9).
Iterazioni per scenari postumi («tutto è già avvenuto», p. 11), come alcune sottolineature etimologiche sembrano dimostrare – «scissione scindendo» (p. 11) – e l’Occidente “affonda” nel suo disorientamento.
Alla scomparsa prova ancora a rispondere l’arte, o meglio la τέχνη, ovvero la capacità di fabbricare che ha, comunque, contribuito alla dissoluzione “metafisica” dell’occidente. Sulle basi dell’ambivalenza (ricordiamo che Tecnica di sopravvivenza preannuncia un’opera più vasta la quale, a detta dell’autrice, dovrebbe avere il titolo, alquanto heideggeriano aggiungo io, di Eredità ed estinzione) sembra pressante per la Frene congegnare una fuoriuscita il più possibile a-dialettica: per distanziarsi dal nichilismo della tecnica (ancora Heidegger) occorre che la stessa e il mondo coincidano nel riconoscimento della loro finzione, cioè in un percorso continuo, allusivo, affabulatorio. La «perfezione» di questo «coincidere» sarà, come accennavamo, l’inizio di un nuovo racconto.
Al principio non è il “verbo” ma un’identità che si stratifica – e le voci corsive che s’incontrano in molti testi non sono che “intrusioni” che formano il soggetto, l’alterità fantasmatica che riformula la materia: «se anche andassi per una valle oscura, non temerei alcun bene, perché tu sei con me» (Sestina bosniaca, o del penultimo giorno dell’umanità, p. 20). Dal soggetto sovrapposto all’inversione della traiettoria, un tragitto «imboccato a ritroso come per difetto» (p. 20), perché è la precisione della linea temporale (la “Storia”) ad essere stravolta, la sua evidenza cronologica.
Il futuro, dicevamo, cioè la dimensione del finire – occasus – un crepuscolo eterno, o anche un inizio eterno, a coincidere è, quindi, il tempo nella fine dialettica, come si accennava: «occasione per rispedire indietro le insegne del principio» (Liquefazione – Sestina bizantina, p. 22).
Per questo la “Storia” diventa ossessione della fine, ed è sì una storia pressante per vicinanza biografica (i luoghi della Frene, quelli delle due guerre mondiali: il Monte Grappa col suo “Ossario” è anche metonimia del mondo, dell’alterità funebre che segna le vicende, un po’ come il Montello per Zanzotto), ma la sedimentazione della memoria è il dubbio che non costruisce progresso, bensì morte continua: «non si ricorda una memoria, che è così con-divisa// anche così si rimuore e solamente/ ma anche così il morire è sotto sotto/ solo un morire» (I. Bronzo di Augusto Murer, p. 27. Si noti la “volontà” iterativa).
Se è vero che «inizia da qui la fine del sentiero» (II. A colui che per primo uscì, ferito, dalla galleria di famiglia, p. 28), è vero anche che persiste una simbologia, i codici di regole di condivisione, la convinzione forte che la “finzione veritiera” della letteratura sia l’argine al flusso inappropriabile della storia. Per Frene «resta ferma, insomma, la convinzione che la poesia debba ostinarsi a costituire il “luogo” di un insediamento autenticamente “umano”, mantenendo vivo il ricordo di un “tempo” proiettato verso il “futuro semplice” – banale forse, ma necessario – della speranza» (A. Zanzotto, Sarà (stata) natura, in Coscienza e conoscenza dell’abitare ieri e domani. Trasformazione e abbandono degli insediamenti della Val Belluna, 2006; ora in A. Zanzotto, Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano, 2013, p. 153).
Nonostante i dubbi, cioè, la memoria è il codice ancora condivisibile che permette di accedere alla nostra scomparsa – “il morire e il rimorire” – non per niente appaiono riferimenti a Leopardi e Foscolo, soprattutto nella decisiva Sestina funebre che chiude la serie dei testi “canonici” (escludendo, infatti, le “intermittenze” prosastico-esplicative di p. 31 e p. 39).
La memoria è il medium della rappresentazione (l’allegoria), ovvero il simulacro, l’immagine che proprio fingendo di aderire alla storia si fa narrazione affabulatoria e freschezza immaginifica: «diviene egli stesso immagine, di sé, il corpo morto» (III. Simulacri di libertà o della patria sbagliata, p. 29). E il “corpo morto” è il corpo linguistico che si rianima nella consapevolezza di non poter durare, come ogni traccia, destinato alla sua fine: «e non cambia/ questa morte che è solo una morte,/ la morte non cambia per niente» (ibid., p. 29).
Il simulacro diventa emblema, ornamento immerso nel racconto, immagine nell’immagine, «ombra della cosa», apparenza che si fa reale, prosegue il tragitto, si ri-crea in «nube spessa o altro» (p. 35), così la lingua.
Tornando alla Sestina funebre, è tra “Ossari e dichiarazioni” che si muove il nostro presente – l’eterno presente -, in mezzo a ossessioni mortuarie che si evolvono in nuove certezze della durata di un attimo e che concedono all’ombra del futuro di «camminare», non più senza direzione (il disorientamento di cui all’inizio), ma «in ogni direzione», il che apre senza dubbio alla possibilità che un cammino persista.
Se “bruciano i corpi”, non bruciano «le carte», le tanto “sudate carte” di un’eredità sempre sull’orlo della scomparsa, o meglio, scomparsa per sempre nella sua apparizione fantasmatica che emerge sempre e soltanto dalle stesse “carte”. Lingua come impronta, allora, questa è la speranza della Frene (che in questo caso si scosta dalla tragica fiducia zanzottiana), perché i segni si trasformano in «enigmi», immagini da reinterpretare, «incistati nella vostra lingua morta/ mai più mia» (p. 38), che continuano a dire l’ignoto, la direzione del futuro.

SESTINA COME CANTO FUNEBRE AI LOGOTETI
ANDREA ED EMILIO
TRA OSSARI E DICHIARAZIONI
DETTA SESTINA FUNEBRE

su queste rovine non ho fondato che rovine
(T. S. Eliot)

I.

all’ossessione, si aggiunge la certezza, l’esattezza: aperti
gli occhi, ha visto il nulla. e tu, piccola Cleveland, città sepolta,
sarai chiamata beata tra le genti, perché hai aperto gli occhi
sul sotterrato: sottoterra, vedrai, nulla cambia,
o soldato: timbra il biglietto, non occorre
rispetto, per questa rovina

II.

che cammina in ogni direzione, quest’ombra da dentro attende
la sua prevista canzone, nel circo di sangui, ma non ricorda il passo:
il motivo scritto in un crepuscolo di sasso solo previsto, prima incenerito
del dovuto, annulla l’attesa, se finisce l’azione: sparisce il ricordo
con tutta la canzone
——————————————(…..senza assoluzione)

III.

cade con una fretta irragionevole, anche lei da cavallo
e non vede nulla, o vede proprio il nulla
all’incontrario di chi si chiama vincitore, sottoscritto
fermo sull’attenti che nella guardia si avvicenda,
trascinando rime, maiali, in miglia tutte le possibili
canzoni, colonne sonore di frantumati commilitoni

IV.

che sono in pieno fermento, ribollimento, ammutolito
in un rettangolo sollevato da terra: aperti
gli occhi, vede la guerra delle ossa in sfacelo, del
fiume tagliato a pezzettini con tanto zelo: zero vita. in cambio
di una partita col morto, fui poeta, pigro di patria o
di pietra, sostanzialmente a torto

V.

sentivo da bambino, quand’ero bambino, o soldatino-pennino,
visto disteso nel catino, lucidato, fucilato, quasi
imbalsamato: quando morto, morto. lucidato.
o l’unghia conficcata nell’impronta-urna s’avventa
sbagliata nel momento, o le cose non viste alla luce
nera nel buco non sono, o il tumolo tiene, tormento, cenere (?)

VI

prossima alla terra: guerra, carcassa del pensiero. si brucino
i corpi ma non le carte, che al ritorno ritroverà
il posto, posto tra lo sterno e il cervello, povera pieve
del non-pensiero, mai putredine all’apparir del vero
campo, e santo, santi voi, enigmi incistati
nella vostra lingua morta,
————————————————-mai più mia

(pp. 37-38)

Gianluca D’Andrea
(Gennaio 2016)

Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – “Un ritratto di Frank Bascombe ”

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Richard Ford

di Daniele Greco

Un ritratto di Frank Bascombe
Il protagonista della nota serie dei romanzi di Richard Ford

Immaginate un aspirante scrittore diventato, suo malgrado, cronista sportivo; un uomo sposato e con tre figli, che si separa dalla moglie dopo la morte del primogenito, Ralph. Trasformatelo in colui che decide di acquistare la casa della ex, diventando accidentalmente un agente immobiliare della costa del New Jersey (almeno finché un uragano non spazzerà via gran parte di quei luoghi). Avrete un individuo all’apparenza privo di alcuna particolarità: ordinario, normale, con una vita che procede all’insegna di una parziale rassegnazione. Un nostro simile, quindi, la cui esistenza dominata dal caso ha preso una direzione imprevedibile. Rendete un simile tipo umano il personaggio principale di quattro romanzi straordinari e otterrete il Frank Bascombe di Sportswriter (1992), Il giorno dell’indipendenza (1996), Lo stato delle cose (2006) e Tutto potrebbe andare molto peggio (2015), pubblicati da Feltrinelli.
Dopo Sportswriter, in cui Bascombe racconta come abbia abbandonato le proprie velleità letterarie per ripiegare su una carriera da giornalista sportivo, Il giorno dell’indipendenza (da adesso, GDI) conduce in una fase della vita che egli chiama il Periodo di Esistenza:
«La parte che viene dopo la grande lotta che ha portato alla grande esplosione, il tempo della vita in cui qualunque cosa ci influenzerà “in seguito”, ci influenza realmente, un periodo in cui avanziamo più o meno autonomi e felici, anche se possiamo scegliere di non parlarne o di non ricordarlo in seguito» (GDI, p. 105).
Le vicende che occupano i giorni precedenti l’indipendence day 1988, mostrano come Bascombe voglia ridefinire i rapporti coi propri figli, con la compagna Sally, con la ex moglie, col suo nuovo mestiere di agente immobiliare e con il lutto, sempre presente, del figlio Ralph. Qualcosa però non va, perché la sua buona fede, frammista a una eccessiva indolenza, lo portano a vivere delle avventure drammatiche che lasciano irrisolti i nodi cruciali della sua vita. Anzi, come nel caso del ferimento del figlio Paul, lo mettono sotto una cattiva luce proprio davanti alla ex moglie: un episodio decisivo che sancisce l’inettitudine di Frank e lo porta dal Periodo di Esistenza al Periodo di Permanenza.
La scrittura di Ford è piana, asciutta, intrisa di un realismo che offre uno sguardo lucido e profondo, ma anche disperato, e si realizza per mezzo di numerosi anticlimax, che trasformano un sassolino in una frana ed esemplificano i fallimenti e le sconfitte dei suoi personaggi. Quello che preme a Ford non è rimettere in ordine le tessere di queste vite mancate, ma mostrare in modo quanto più autentico possibile la cecità cognitiva del personaggio Bascombe che, nel vagolare tra le gesta passate e presenti, si avvede delle sue manchevolezze solo dopo che gli eventi lo hanno sommerso.
Ne Lo stato delle cose (SDC) è il 2002. Bascombe è ormai consapevole di dare di sé l’immagine cristallizzata di qualcuno la cui vita non ha più niente da dire e in cui domina un atteggiamento da sconfitto (Periodo di Permanenza). Egli ha una nuova compagna (Sally), è stato operato per un tumore alla prostata, si occupa di volontariato e ha scelto di rinunciare a cercare nel passato la propria innocenza perduta.
«A volte pensiamo che per poter andare avanti nella vita dobbiamo prima sistemare tutto il passato (…). Ma non è vero. Non arriveremo mai da nessuna parte, se fosse così» (SDC, p. 121).
Anche in questo caso, però, le ore che precedono il giorno del Ringraziamento, trasformano l’ordinarietà della vita di Bascombe in una tempesta emotiva.
L’incontro con l’ex moglie (Ann) non è senza conseguenze, così come non lo è la notizia che Sally ha ritrovato il suo primo marito – lo credeva disperso – il quale va a vivere per qualche tempo sotto il tetto di Bascombe.
Il colpo finale, però, arriva nelle pagine forse più belle dell’intera tetralogia di Ford, quando Bascombe, ubriaco ai tavoli di un bar, legge un opuscolo per agenti immobiliari in cui si celebrava il collega Chick Frantal (che aveva superato la morte del figlio ed era tornato a vendere ancora più immobili di prima). Questo episodio porta Frank a pensare al proprio figlio Ralph in un modo nuovo, rimettendo in discussione ogni cosa di sé.
«Tutti questi anni e strategie impegnati ad adattarmi, ad affrontare il mondo, a conviverci, a patteggiare con lui per poterci star bene – la mia svagatezza dopo il divorzio, il lungo periodo iniziale della mezza età, la nostalgia, il mio essere un variabilista, lo stesso Periodo Permanente –, adesso non mi sembrano più forme di accettazione, come credevo prima, ma forme di timorosa non accettazione, le mie maschere del riso e del pianto che indosso per negare il fatto che, come il povero Chick Frantal, anche mio figlio non ci sarà mai più in questa vita che tutti noi arriviamo a conoscere fin troppo bene» (SDC, pp. 399-400).
L’autoinganno di Bascombe era stato guardare erroneamente alla morte del figlio come al filo rosso tra i pezzi della sua vita, e non piuttosto al filo da spezzare per superare il lutto e accettarsi per quello che era sempre stato:
«Un venditore di case usate e un reietto, niente di più. È sconvolgente osservare quanto viviamo vicini a certe sgradevoli intuizioni su noi stessi, e pure quanto la nostra continua ignoranza della realtà renda possibile tanta parte della vita” (SDC, p. 448).
Superata la tempesta emotiva, l’ultimo Bascombe di Tutto potrebbe andare molto peggio, si trova davanti alle conseguenze di una tempesta reale: l’uragano Sandy che nel 2012 ha distrutto molte località della costa del New Jersey.
Ford scrive quattro episodi in cui Bascombe si ritrova davanti il collega di un tempo, che lo porta a vedere le case distrutte dall’uragano; una donna che un tempo abitava nella casa in cui adesso vive Frank; Ann, l’ex moglie, che si è ammalata di Parkinson; infine, un vecchio amico che, prossimo a morire, contatta Frank solo per togliersi dalla coscienza il rimorso di non avergli mai detto di essere andato a letto con Ann. Tutti episodi che un tempo avrebbero minato le fondamenta della vita di Bascombe, ma che ora sembrano finalmente ridimensionati.
Senza sminuire l’ultimo volume che contiene delle pagine molto dense, si ritiene che la clausola migliore per il congedo da Bascombe sia da ricercare nel finale de Lo stato delle cose, che consegna l’eroe di Ford alla grande letteratura contemporanea.
Sono le ultime pagine, quelle in cui l’autore tramite il suo alter ego pronuncia la più cristallina dichiarazione di poetica per un uomo che ha attraversato un’esistenza ricchissima di accadimenti e, lungi, dal sentirsi un fallito, forse verrà ricordato proprio per averci fatto dono di uno dei più autentici e umani modi di stare al mondo:
«Ancora una volta mi sono sentito attirato fuori, con i pantaloni arrotolati ai ginocchi e una vecchia felpa verde, scalzo, fino a dove la sabbia zuppa e brillante mi risucchiava la pianta morbida dei piedi e l’acqua spumosa correva a cingermi le caviglie in una stretta. E ho pensato fra me e me, lì in piedi: questa è la necessità. Questa è la battuta in più: vivere, vivere, vivere fino in fondo» (SDC p. 548).

Ford Book

Francesco Balsamo, “Cresce a mazzetti il quadrifoglio”, Il ponte del sale, Rovigo 2015

Francesco Balsamo 4
Francesco Balsamo

IL MONDO TOCCATO IN SORTE: Francesco Balsamo, Cresce a mazzetti il quadrifoglio, Il Ponte del Sale, Rovigo 2015

cresce-a-mazzetti-il-quadrifoglio-di-francesco-balsamo-su-lestroversoAlla fine del libro (ultima fatica di Francesco Balsamo, autore catanese che affianca la scrittura in versi a un’originalissima produzione figurativa, per la quale mi concedo di rimandare al libro di disegni Non copiare dagli occhi, Incertieditori, Legnago 2012 – con testi di Guido Giuffrè e Renata Morresi) possiamo leggere una dedica particolare al padre che viene paragonato a un albero (così come, all’inizio della raccolta, troviamo un disegno dello stesso Balsamo che rappresenta anch’esso un albero): «mio padre, da maneggiare come un albero – / a mio padre,». La pianta maestosa e insieme fragile, indifesa e imponente, apre e chiude un’operazione “augurale”, all’insegna della protezione e della crescita. Un mondo “vegetale”, un fermento che si confronta con la caduta esiziale – la morte è presente e “vegeta” tra le parole come segnale d’adesione, senza invocazioni tragiche, almeno in apparenza – intrecciando i lineamenti della lingua in un disegno profondamente evocativo.
Il dettato sommesso, frastagliato di oggetti banali che non assolvono sempre al compito loro assegnato – «come fischiare dentro un bicchiere», (p. 21) – o di luoghi comuni rinnovati dalla semplice sostituzione di un termine, sembra preconizzare la scomparsa della funzione utilitaristica della parola, come se ad agire fosse solo il riflesso che la ri-sostanzia – come un’ombra più concreta del reale: «aspetto le prime luci del tavolo», (p. 28). L’effetto che si crea non è straniante ma accogliente perché s’istalla sulla familiarità del quotidiano, minimo, certo, ma non minimalista, non tollerabile a tutti i costi, ma sfuggente.
Balsamo sembra riflettere sulla capacità che le parole possiedono di custodire (ancora un riferimento alla paternità) quello che i giorni ci portano in sorte – «la sfortuna/ (o la fortuna)/ si è inoltrata a passi lunghi», (p. 26) – senza forzare il senso in maniera reattiva ma parlando il linguaggio dell’ospitalità.
Non si tratta di un’operazione accomodata sui minimi risultati, lo accennavamo poc’anzi, perché la lingua resta in tensione, non si distende su una visione “comune” ma ne rilancia i risultati riattivandoli attraverso la composizione di piccoli quadri, apparentemente paradossali, ma che tanto ci dicono del nostro essere “in comune”, sia nell’assolvere i nostri gesti quotidiani, sia nella loro continua dissoluzione: «a volte le cose del giorno non sono molte/ e gli uccelli sono il miglior esempio di ciò che ci manca/ o di ciò che abbiamo, / una foglia non ancora scucita / un’altra che trema nella rete della gola – / basta contare gli spiccioli del pomeriggio, / quel che ne rimane all’orecchio/ e la tristezza a fiori tenui/ poco alla volta ci chiude le mani», (p. 25).
Che non si tratti di un libro “pacificante” sotto l’aspetto del rapporto dialettico parola/mondo (per quanto già dal titolo si respiri una freschezza augurale nella sua originalità) ce lo segnalano le citazioni in apertura, da Ceronetti e, soprattutto, da Aglaja Veteranyi, scrittrice rumena poi naturalizzata svizzera morta suicida nel 2002: «Passiamo molto più tempo da morti che da vivi per questo da morti ci serve molta più fortuna». Oltre il piacere del ribaltamento, strategia cara, come abbiamo visto, all’autore catanese, sempre in direzione dello sconcerto e dello stupore, l’ironia sembra l’unica condizione che renda accettabile la fine, nel gesto apotropaico (come avviene spesso nella prosa frammentaria e “deforme” della Veteranyi) si esorcizza la scomparsa del segno – e del senso – in un continuum che non consente la fissazione ultima, non la vuole. Per questo la parola si trasforma in un’antifrasi incessante, iperbole al ribasso, nel metalogismo che preme e affonda a oltranza per non subire la gabbia del senso, cioè la banalizzazione segnica.
Con questi accorgimenti l’operazione di Balsamo si manifesta nella sua inquietudine, sfruttando la radicalità predestinante dei luoghi d’appartenenza (una Sicilia fatalmente tragica eppure buffa, nella sua mascherata sovrabbondanza che nasconde la paura scaramantica della scomparsa), scomponendola nei passaggi di un racconto sulla sorte che tentano di cogliere e ristrutturare il messaggio effettivo del mondo: nonostante il panorama di sconfitta, all’orizzonte può prefigurarsi l’accoglienza del luogo, ma solo accettando lo sforzo di ri-crearlo. Uno dei caratteri della Sicilia, la predestinazione passiva o il fatalismo, viene frantumato e ricostruito con l’inserzione di un sentire altro. La buona sorte, allora, può diventare il contraltare allegorico della sventura: l’ospitalità.
I movimenti metalogici, cui si faceva riferimento, e le metatassi (le ripetizioni anaforiche in apertura di componimenti diversi, enumerazioni, isocolon: «contrabbandare cose piccole in un foglietto / cose ordinate come per un viaggio», p. 34), nel loro esubero, aumentano l’aspettativa di senso. La parola combatte per la propria autonomia e l’agone non si risolve in una conciliazione, bensì sposta i termini della lotta in una dimensione plastica, arrembante, nel tentativo di frenare la caduta o ribaltarla: «ora basta/ tenersi per cadere/ con la faccia sul foglio», p. 35.
Lo sforzo serio di Balsamo è tutto nella movenza di un gesto sfumato che parte dalle contraddizioni e dall’inadeguatezza dello strumento utilizzato per captare il mondo, o da quella del mondo stesso che non si lascia catturare (l’ironia origina da questo disagio rintracciabile anche nelle operazioni figurative dell’autore). Anche per questo la parola si altera fino a creare nuovi mostri. In questo gioco deformante è coinvolto persino l’amore che diventa commistione, neoformazione: «un ginocchio è gemello / di un ginocchio / come l’altro tuo polmone / è gemello del mio / che si possa andare avanti con quattro / gambe è un prodigio da passante/i / dove sono le mie dita / fra queste venti? / che fra una spalla ci possano stare due teste / adesso si può solo sorriderne», p. 61. Perché nella tensione al mutamento che può imbattersi nella sorpresa, o meglio nella fortuna di qualcosa che ci sorprende, si nasconde una rinascita.

quadrifoglio
Quadrifoglio (Fonte: Wikipedia)

Gianluca D’Andrea
(Agosto 2015)


TESTI

fare la gallina delle cose in miniatura
come faccio io
e con tutte le parole
sparire nel calzino nero di una poesia


scrivere è come segare uno specchio a metà,
come fischiare dentro un bicchiere
anche se invece servirebbe bere –
stare zitto con un pesce in bocca
e far passare a testa bassa una nave da sotto una porta,
facile solo se si potesse fare –
stare di qua, ma sentirsi di là dal muro
ma niente, devi tenerti di qua lo stesso –
come stare al bordo della pioggia
e arrotolarsi e srotolarsi la voce appena sopra la nuca –
un crollo in salita –
tenersi al caldo, perché qualunque cosa si scriva
lentamente la gela la carta,
posarsi allora una mano tutta intera sulla nuca di vetro,
o fare spazio alle foglie di un albero
tenendolo per mano –
scucire boschi per toccare solo il polso di un ramo –
scrivere e scendere lungo i pomeriggi
con un braccio solo
e coprirsi con l’altro, quello che manca –
spalancare le braccia ai giorni con una penna –
tenersi sul fuoco una penna,
quell’unica foglia secca,
perché qualunque cosa lentamente gela –
scrivere allora è cuocere un sasso poco alla volta,
o starci dentro con un brusio
(un brusio di sasso) –
poi voler pagare tutto con quel sasso nero
o, magari, stare come un sasso nella cesta di una faccia –
voler scrivere è come vivere ogni mattina con il palmo
nella tasca di domani,
prendere forse così alla sprovvista la morte di oggi –
scrivere è stare al buio per assomigliare a tutti
ma sembrando lo stesso nessuno
o assomigliare fra i tanti proprio a quello che fischietta
per ritrovarsi il cuore in viso –
scrivere è raccogliere quello che manca e passare di corsa ad altro


la sfortuna
(o la fortuna)
si è inoltrata a passi lunghi
fino al rifugio della bocca
(dove si nascondono i denti d’oro)
la fortuna
(o la sfortuna)
fa scattare con dolcezza
un sorrisetto


aspetto le prime luci del tavolo –
i fischi nei bicchieri –

il bestiario delle vecchie monete –
i soldini dei diminutivi, per te

la neve del convincimento,
che si veda compatta sul davanzale –

aspetto di premere la fronte
sulla fronte del tavolo –

di poggiare un piccolo bene
sul viso in discesa: giù, lento –

di cadere in ombra
per illuminare una cima –

aspetto di cominciare coi fiori
che c’erano prima,

di scegliere con dedizione
il seguito di quei fiori –

e intanto scrivo di morire
come si preme una parola,

come si resta legati a una maniglia,
come la fortuna impigliatasi sul fondo –

aspetto per ore
l’ora che si manda via di notte,

che inizi la pioggia
col pane dell’aria di mezzo


un ginocchio è gemello
di un ginocchio
come l’altro tuo polmone
è gemello del mio
che si possa andare avanti con quattro
gambe è un prodigio da passante/i
dove sono le mie dita
fra queste venti?
che fra una spalla ci possano stare due teste
adesso si può solo sorriderne
e che si sposti il tuo braccio quando si muove il mio
lentamente parlo dentro la più piccola
delle nostre orecchie
e ti dico solo il cuore è uno
solo come il coro di una sola candela


l’amore,
sussurrò!
e si restrinse
e ricacciò una montagna
sotto il cuscino


tutti i pomeriggi è autunno

e ogni foglia secca
si spegne
come una vecchia lampada

è l’alternarsi della notte col giorno
o l’alternarsi del giorno con la notte

tutti i pomeriggi è autunno

e gli alberi in fila sono una sola frase
a perdita d’ombra

così uno manda via i giorni

gli alberi soli hanno la felicità aperta
degli equilibristi

*

l’ombra
è il mio lato di gravità

io scomparso di trenta grammi

è la mia mezzanotte di lavagna
il mio riflesso d’eternità
che calza la terra a grandi passi

l’ombra sono io solitario
e al sicuro, sotterraneo,

settantuno chili di riparo


dorme,
segna la tacca del sonno –
ancora una –
dorme,
tremolante come una candela,
un sonno sorvegliato,
l’ultimo bisbiglio
di una storia,
una storia d’acque notturne
e di luci spente

*

preme il viso sul cuscino:
carta contro carta –
dorme,
è uno dei sacchi di paglia
delle ombre


un abbraccio
è uno stare capovolti
un capogiro
il corpo
che scende spinto
dalla forza di un pendio
uno cade ed è
sorretto dal tremore di una stella


qui è facile come una crepa
farsi strada lentamente,
facile starsene curvi
dentro una bottiglia,
palmo a palmo
si restringe tutto

qui la morte è una cosa piccola,
di cerino,
un piccolo giro di luce
per una fine breve e nera

e dopo una seconda o dopo una terza
minuscola luna, qui
dal tuo corpo fioccano fiori
e si spandono al suolo


i morti ci guardano dagli angoli,
si raccolgono lì
come lanugine –
o lane crespate,
a collo alto,
il tenue collo di un pensiero


chi
muore
sta
tutto
in una
scarpa
si perde
nella punta
di uno stivale
chi muore
può solo sparire
si riempie
del vuoto
che riempie
allarga
le zone di calvizie
della terra

chi muore
scende un sentiero
e torna solo
è un forestiero
col petto aperto


i nostri cari vivi
che per loro conserviamo
scatolette di terra,
dove sbadatamente buttiamo
noccioli di pesca
o di altri frutti, dipende
dalla stagione,
e i nostri cari morti si allungano
familiari come fiori
si alzano in punta di piedi e vivono,
i nostri cari vivi


vivo
mi piego
mi sporgo
per toccarmi
nel farlo
mi sale
lungo il braccio
un poco di terra

vivo
in piedi
tutte
le parole
le leggere per prime
si mettono
a sventolare
piùnerechemai

canzonetta
sotto terra
uno stana
ciò che aspetta

uno intanto
aspetta
e sotto terra
canzonetta


morire è l’orto delle mani
e dei piedi

è anche una tecnica di neve
come un pensiero di dedizione –

morire è stare in casa
con una bandiera nera –

è anche un ricamo
riposto con cura negli armadi –

morire è riconoscere l’aria solo
con una pantofola

è anche stare in mezzo agli altri
e piegarsi con parole proprie


sono diventato come un cucchiaio
e ho nella nuca le profondità della bocca

ho in bocca la ghiaia delle parole
e per intero intravista la coda di un sentiero


poi pace
sale
come un buon profumo
di colazione
ancora in tempo
anche quando è tardi
un miracolo tenue
dunque
la si stringe così
al mattino
accanto a un pentolino
come uno dei molti zeri
del fumo di una tazza
tutto qua dunque
pace
facile come uno zero
poi pace
anche quando manca
e punge di freddo
e mi gela la coda del foglio


balsamo-francesco-copia
Francesco Balsamo (2015)

Francesco Balsamo è nato nel 1969 a Catania, dove vive e lavora. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera e Catania e alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania. È tra i vincitori del premio Eugenio Montale nel 2001 — sezione inediti — con Appendere l’ombra a un chiodo, poesie pubblicate nell’antologia dei premiati, edita da Crocetti nel 2002, nello stesso anno riceve il premio Sandro Penna, per l’inedito, con Discorso dell’albero alle sue foglie, edito da Stamperia dell’Arancio nel 2003. Nel 2010 pubblica Ortografia della neve (Incerti editori, vincitore del premio Maria Marino 2011) cui seguono Tre bei modi di sfruttare l’aria (Forme Libere 2013) e Cresce a mazzetti il quadrifoglio (Il Ponte del Sale 2015). Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste: «Hortus» (Grottammare 2004), «I racconti di Luvi» (Palermo 2004), «Poeti e Poesia» (Roma 2004), «Ore piccole» (Piacenza 2007); e su antologie: Centro Montale – Vent’anni di poesia (Firenze 2001), Ci sono ancora le lucciole (Milano 2004), dieci poesie tradotte in polacco in La comunità dei vulcani (Messina 2006), Poeti e Poesia – poeti nati negli anni sessanta – (Roma 2007). Una sua raccolta è stata tradotta in finlandese e pubblicata a Helsinki nel 2004.

Bruno Galluccio, “La misura dello zero”, Einaudi, Torino 2015

bruno galluccio
Bruno Galluccio

TRA MONDI: Bruno Galluccio, La misura dello zero, Einaudi, Torino 2015

misuraContrazione. Il movimento si riduce e gravita all’essenziale, le parole raccontano processi, costruiscono piccoli quadri di riflessione. La conoscenza fisica è il linguaggio che edifica tassello su tassello lo scenario attuale. Misure, Sfondi, Transizioni, Curvature, tutto si ri-dispone nel cosmo ma sempre nell’angoscia di una possibile fine. Al centro il racconto si fa storia dell’assenza, nella piccola rassegna i tre matematici illustrano il negativo, l’indisposto.
Pitagora, ovvero le origini e lo sviluppo della scienza occidentale in una pratica di vita che ha nell’astensione la sua causa, «ci asteniamo da cibo animale da fave / rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria». Ma è il linguaggio di questa scienza a farsi ironico collegamento col mondo, per diradare la notte. Il velamento oscura ma, allo stesso tempo, congiunge, perché inibisce la trasparenza ed è solo nel mistero che si crea l’alleanza tra mondo e lingua; il geroglifico che riproduce, falsandola, l’illusione di leggere il reale e raccontarlo.
Évariste Galois, matematico francese, morto ventenne per una ferita riportata in un duello, è presentato da Galluccio proprio nel momento culmine della sua breve esistenza: la notte prima del duello passata a sistemare il «guazzabuglio» di carte decisive, quanto scomposte, delle sue teorie. Non concluse un lavoro che nel suo assolvimento rischiò di essere per sempre perduto, dissolto.
Ed è il tempo, la possibilità di completare l’opera ad assillare ogni capacità creativa; per Galois la scomparsa era cosa certa.
Il tempo – e la notte del possibile oblio, notte che è termine chiave nei tre testi della sezione Matematici – si espande nel componimento intitolato a Kurt Gödel, il logico austriaco dei Teoremi di incompletezza delle teorie matematiche. Un vortice paradossale sulla coerenza dell’incoerenza, nel tempo relativo che accompagnava il matematico nelle sue passeggiate americane con Albert Einstein. Anche quella di Gödel fu una vita di privazioni, fobica, che lo condurrà alla morte per inedia: non mangiava più per paura del cibo, il nutrimento divenne la prima causa di possibile morte e restò ucciso da questa drammatica convinzione, avendo paura di nutrirsi della morte stessa.
Il tempo dell’accrescimento ribaltato nella scomparsa della causa, del disegno (Gödel odiava la geometria), il tempo curvo, plastico, di Einstein si cristallizza nell’indeterminabile e il processo si arresta, gira su un perno unico, quasi per reazione il sistema si autogiustifica: siamo sul bordo del post-moderno (Gödel muore nel 1978).
La misura dello zero è questa rotazione spazio-temporale che tenta la fuoriuscita da un’impasse pluridecennale: tenta di rinominare attraverso un linguaggio che, più che scientifico, sembra riflettere sui criteri della scienza, in un periodare estremamente “comune”, cioè comunicabile, che prova, quindi, a ricostruire la trasmissione di un racconto, originandosi dalla “fisica delle cose”.
Le altre sezioni, quelle che ruotano attorno al cardine “matematico” centrale, sono i confini di un resoconto sul mondo che si dirige all’astrazione, alla “fantasmizzazione” di un reale continuamente, ma oggi più che mai, in bilico tra il continuum e l’oblio.
Derive, disgregazioni e dubbi – lo abbiamo visto in Matematici ma possiamo vederlo proiettarsi sull’intera operazione – sono le incerte certezze di una comunque agognabile prosecuzione. Per questo il linguaggio della scienza sembra assumere l’aspetto, forse illusorio, di una ”oracolarità” che si preoccupa del destino del reale (e il presupposto pitagorico sembra trovare la sua giustificazione).
Oraculum versus ratio, o piuttosto l’accordo raggiunto nella dialettica tra visione e osservazione di ciò che avviene. Lo “zero”, allora, sembra indicare il punto di raccordo in cui il mondo si trasforma nel «guazzabuglio» astratto della sua composizione fisica; il passaggio dal fisico al metafisico (o meglio la loro commistione) è il mirino, lo zero, appunto, che capta e rende possibile la misurazione nell’immisurabile transito epocale, il baluginio di un criterio “altro”.
Ben oltre “la natura delle cose” o, platonicamente, più in profondo, sembra focalizzarsi la cooperazione tra la parcellizzazione infinitesimale dell’esistente e il vuoto assoluto, e la poesia di Galluccio sembra indovinare questa urgenza.

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sculpture Budapest zero km (Fonte: cepolina.com)

Gianluca D’Andrea
(Agosto 2015)


TESTI

morire non è ricongiungersi all’infinito
è abbandonarlo dopo aver saggiato
questa idea potente

quando la specie umana sarà estinta
quell’insieme di sapere accumulato
in voli e smarrimenti
sarà disperso
e l’universo non potrà sapere
di essersi riassunto per un periodo limitato
in una sua minima frazione


dici dove non sei
dici attraverso il corpo
la linea degli edifici sull’orizzonte
che ti racchiude
il fango dove passi illeso

bene sarebbe entrare in un locale
ristorante o altro
partecipare a qualche forma di vita
i bicchieri fanno schermo
e transitano tranquilli nel presente
fuori un semaforo si muove e perde luce
verso le auto
che superato l’ultimo rallentamento
si dirigono al bersaglio dell’autostrada
veloci nella protezione degli alberi

sei capitato qui per caso dicevano
è il vapore che si leva dalla strada
è lo sguardo smarrito dai cappotti lucidi

ora tremi nel corpo
esci
ti sembra di non lasciare segni


il sistema di riferimento del no
sull’asse x porta il soggetto
su quello discendente il verbo
riflesso nello specchio
sul terzo trae il peso del tempo

data una sfera nella luce nera
quanto dista il suo centro dall’origine?


Pitagora

Il respiro della notte è onorato
ora va ad attenuarsi lo splendore degli astri.
Pitagora dorme.

Il paesaggio lo assiste
lo accompagna nello scendere cauto su rocce
in vista del mare.
Il sonno cu viene dagli alberi
il respiro dalla luce
che attraversa una lieve fenditura
e alta si espande.
Tutto è numero egli dice.
anche qui nella incomprensibile notte.

È vero: ieri c’è stato uno scatto
di superbia che ha offuscato le fronti.
Ma noi di certo veneriamo gli dei immortali
serbiamo i giuramenti onoriamo gli eroi
come egli ci insegna.
E di solito ci siamo ritirati con modestia
abbiamo cercato di non agire senza ragione
e ben sappiamo come il nostro destino sia la morte.
Il mondo ci confonde
ma noi confidiamo.
Ci asteniamo da cibo animale da fave
rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria
e per quanto possibile in pace soffriamo.

Pitagora dorme.
I sogni gli giungono dagli avi.
Ora il cielo è senza disastri
chi è arrivato sa di poter scegliere.

C’è il quadrato costruito sull’ipotenusa
e ci sono i quadrati costruiti sui cateti.
Generare collegamenti è la natura umana più alta.
Dimostrare è possedere
una parte di mondo dopo averla osservata
condividere una regione del linguaggio.
Frase genera frase e il buio si dirada.

Non portiamo fuori la notte
perché di cose pitagoriche sappiamo
non si debba senza lume conversare.
Tutto è serbato nelle nostre menti
e nei lineamenti tranquilli dei volti.

Tutto è numero – dice.
E ci dispone le proporzioni armoniche
dei suoni e degli astri.
Si pone dietro un telo
perché tutto sia nell’appartenenza
come un viaggio di abbandono
o come i nostri inverni ci cercano
il nostro muoverci negli spazi stellari.
E noi gli crediamo.
Che torneremo a dormire e a guardarci dormire
a far scorrere tra le nostre dita
questa stessa sabbia in un ciclo futuro

andando a ritroso coprendo le cadute di tempo
entriamo nell’agosto di quella passeggiata

la domanda negli occhi scuri
l’impazienza e il dolore per quello
che allora era futuro


malgrado il ruvido che a volte affiorava
e prendeva alla fronte alla voce
eravamo dalla stessa parte

la passeggiata era a tratti contenuta
da un passamano di corda
assecondava le rientranze della roccia

nei punti di sporgenza sul mare
ci prendeva l’aria


il presente mi manca

quel tempo trascorso in cui ora sorridi
le cose oscurate

l’immagine che si forma sulla retina
i bastoncelli magnifici sul mio libro di anatomia

come fare un passo all’indietro e rimanere chiusi
come far scorrere ogni cosa ma di fianco

sei nel giaciglio per far morire le tue ombre
dopo la battaglia viene la pace più dura

dopo le morti le probabilità vengono sconvolte


dopo tutte le morti ritornò a casa
per rieducare il senso del tatto
anche sotto il sole la coltre più esterna lo avvolgeva
a volte si sperdeva nella cucina
preparava cibi insipidi
e quando emergeva dalla lamina di distrazioni leggere
gli sembrava che tutti fossero ancora lì

prese a giocare d’azzardo
si fermò quando gli restava soltanto una striscia
decente di sopravvivenza
prese ad anticipare l’interesse del buio
tutte quelle telefonate
si accumulavano sul tavolino
nell’autunno delle frazioni

una volta mandò dei fiori
sotto un cielo nerissimo
la terra che accoglieva il vento
poi riprese l’avvicinamento alla pietra
a diminuire a restringersi

quasi lontano ci fu un grido
lo portarono via
assetato guardava con tutti gli occhi

*

incominciava la sabbia
l’umido nella testa
il calmarsi progressivo delle vele
spostava lo sguardo seduto sulla panchina
al limite di quella sabbia
nell’acqua c’erano tuffi alti e tranquilli e barche
e uomini dai nomi strani incompresi

eppure non me lo porti il nome


voce e suono porti con misure
lungo la durata il cerchio
si estende cerca ostacoli e risonanze
la sezione aurea dell’orecchio
è la residenza più alta

ciò che piò dirmi produce un rallentamento
prende la forma adatta del tempo
la fa ruotare ne fa gocciolare istanti

come si confondono gli anni le ere
e come gli eventi si vanno coagulando
in luoghi indipendenti dalla loro nascita


il gelo è incluso
il sistema già in movimento
riesci a sollevare tutto questo passato?

il tempo è stato scostato di un poco
perché non ci sia inclinazione
e l’acqua è spenta

si racconta che dopo
questo tragitto che hai di fronte
ci sia aria più netta e tagliente
che lo scenario non sia quello che vedi
ma una altro dotato di sovrimpressioni
che i corpi che abbiamo imparato
siano davvero siano vivi


probabilmente in una stanza diversa
ci sembrerà di ascoltare le stesse voci
e un respiro nella notte sarà tardissimo

*

solo rivedendo la forma
avremo spiragli sui possibili
per tutti i treni perduti
gli orari mai consultati

*

prendere infine in prestito qualcosa
dalla libreria delle stagioni
con le storie che si erano ammonticchiate
mentre si decideva

*

così le cellule del viso i loro attimi
la sincronia tesa col verde
con la modestia dei cespugli

*

lungo le tue sillabe
lievita la tua stanza
levighi il tuo senso del tempo

*

e mentre lo dicevi cadevi nel vuoto


il cielo declina
il plurale di tempo

*

una grotta caverna è scavata all’interno del mito
nelle viscere storia

*

gravità
per due diverse cadute nell’acqua terrestre

*

la capacità di riflettere nello spazio
la nostra albedo

L’OMBRA DELLA DIMORA: “La nudità” di Stelvio Di Spigno, peQuod, Ancona 2010

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Spencer Tunick ©, Dead Sea 6, 2011 (Fonte: Spencer Tunick site)

Prima della pubblicazione della mia riflessione sull’ultimo libro di Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo (Marcos y Marcos, 2015), ripropongo la recensione alla raccolta che precede, con l’obiettivo di rendere più esauriente l’analisi dell’opera del poeta napoletano.


L’OMBRA DELLA DIMORA: La nudità di Stelvio Di Spigno, peQuod, Ancona 2010

«Il sogno è il mondo all’aurora della sua piena esplosione, quando esso è ancora l’esistenza stessa e non è ancora l’universo dell’oggettività».

Michel Foucault

nuditàL’assenza di un luogo conosciuto, l’angoscia che nasce quando un viaggio non può concludersi nel ritorno, sono le metafore “reali” che colpiscono chi fa esperienza di creazione linguistica da sempre.
Il paesaggio desolato di una coscienza senza patria, le difficoltà di un “precariato” psicologico in cerca di una nuova sistemazione nel mondo frammentato della postmodernità sono i nuclei tematici della raccolta La nudità del poeta napoletano Stelvio Di Spigno. Il linguaggio si spoglia di ogni retorica e si fa narrazione del cammino senza approdo di un “io” mascherato del mondo, che si sforza di sentirsi integrato nonostante il contatto con esso lo risospinga centripetamente in sé, nel suo desiderio sotterraneo di una dimora “umanamente” accogliente. Per spiegarmi faccio subito riferimento ad alcuni versi: «Per ascoltare le parole che si dicono nel sonno / dovremo puntare la nostra vecchia barca / dove la casa si fonde con l’Antartico e minaccia / che non vuole accettare questo freddo, / il puro freddo di restare disumani / dopo che ci si è spento tra le mani/ un sogno enorme e vago di noi stessi, senza esplodere» (Fiore di notte, p. 15, vv. 1-7).
Il tentativo anti-nostalgico, anti-elegiaco potremmo dire, è espresso nella necessità ineluttabile dell’agnizione, ecco perché la metafora del sogno non esploso rappresenta l’unica realtà in un mondo disumanizzato. L’innocenza del finale («Ma se ci sveglieremo, in un giorno frainteso, / avremo di nuovo i nostri anni / e come giovani stanchi o vecchi imbambolati / vivremo per sempre innocenti», ibid., vv. 12-15) appare come un barlume flebilissimo del risveglio anestetizzato di chi ha, nel frattempo, vissuto nella protezione del benessere.
Si spiega la scelta del verso lungo nella parentela strettissima di questa posizione antilirica con una prosa discorsiva, desiderante il dialogo nonostante la sfiducia nell’interlocutore.
La tematica della “casa” diventa quasi martellante nella poesia Le due di mattina (p. 31, non per caso il testo che apre la sezione Familiari) in cui il crollo della dimensione dell’abitare si preannuncia in funzione, ancora una volta, di una mutazione antropologica che ci costringe all’accettazione del nostro essere banale, qualunque e, per ciò stesso, comune: «Schiarisciti la mente perché se guardi la mia casa / ci trovi solo uccelli che schivano l’aria dall’interno / e senza più ragnatele e radio d’anteguerra / sembra proprio una casa qualunque e indolore» (ibid., vv. 1-4). L’ammonimento rivolto al lettore pone l’accento sulla sfiducia sostanziale che guida la riflessione in scrittura di Di Spigno, un male esistenziale – di origine novecentesca – che non lascia tregua: «non si sogna e non si dorme per un frastuono / di finestre sbattute che martellano il solaio» (ibid., vv. 6-7), e si esplica in un finale che non apre speranze neanche “ai pochi rimasti” che hanno soltanto la coscienza illusoria «…di non pensare / che crollata una casa anche le altre/ non tarderanno troppo a imitarla» (ibid., vv. 17-19).
Il senso della fine avvenuta, che attraversa l’intera raccolta, rifrange continuamente la spinta a una soluzione che sia rinascita e la blocca nell’indecisione e nell’ambivalenza, rifluendo nel malessere a cui si è accennato.
La poesia dedicata al padre rappresenta il sintomo del movimento appena descritto: l’avvicinamento alla figura familiare, pur non perdendo il suo connotato di trasmissione generazionale, è dislocato in un ricordo che si articola nei tre momenti – le tre strofe – che, dalla mitologia dell’imperfetto verbale dell’incipit, che appartiene alla comprensione del soggetto (il figlio-poeta), si sposta al presente di un dialogo che, non realizzandosi, si presume nella separazione delle trasformazioni di entrambi; l’ultima strofa, infine, presenta la fantasmizzazione della figura genitoriale, il misconoscimento che la allontana nel passato fino a farla sfumare nella possibilità che la relazione non sia mai stata, ribadendo una lontananza insanabile: «così lontano da casa da non sapere dove / ci siamo mai visti, conosciuti o rinfacciati, / se fossimo mai nati e se è vero che eravamo» (Dissolvimento, p. 34, vv. 9-11).
L’impossibilità di un avvicinamento relazionale impregna tutti i componimenti a seguire. In Informale (p. 35) leggiamo: «Perché di voi resti il ricordo e tra tutte le mancanze / si mantenga un amore invischiato eppure grande / che ancora esiste e non morirà di voi» (ibid., vv. 16-18), che i referenti siano i familiari o i lettori in generale non fa differenza, rimane l’atteggiamento di Di Spigno a lavorare sulla scarnificazione del proprio essere nel mondo (La nudità è il titolo della raccolta, teniamolo sempre a mente) e sull’irraggiungibilità del medesimo.
Probabilmente la constatazione di questa irraggiungibilità è l’unica possibilità di ri-scoperta della propria necessità, il percorso di crescita che lascia il soggetto poetico solo con la sua scelta che tenta di farsi definitiva. Così nelle tre poesie che concludono la sezione possiamo individuare, in una consecutività che non lascia scampo, questa tematica espressa nei versi: «Concluderò che stare al mondo è lasciarsi acconsentire/ confiscarti in un luogo che sarà per sempre quello» (Aspettative, p. 36, vv. 20-21); «e cosa significhi il mondo, mentre noi che ci abitiamo, / non possiamo capirlo e neanche ignorarlo» (Escursione, 1978, p. 38, vv. 14-16); «protetto dal mondo e dalla mondovisione/ senza scale da salire né niente da promettere, / solo una tavola apparecchiata con povertà e grandezza / di chi vive senza sapere come né perché / contento di aver visto la luce un altro giorno / e che un altro giorno la luce si sia accesa di sera» (Pibe de oro, p. 39, vv. 5-10).
Il mondo appare in filigrana, sotto la luce di una rassegnazione che combatte costantemente con desideri di rivalsa rispetto ad una definitiva accettazione. La sezione Lo specchio di Dite si annuncia sotto il segno di una speranza di conoscenza più perfetta; la citazione da S. Paolo in apertura ci comunica questa aspirazione e, in tal modo, ribadisce quanto sopra esposto. L’ampia confessione, che tutto il libro sembra rappresentare, in questa sezione ottiene i risultati più lampanti. Sempre sotto il segno dell’ambivalenza, allora, sento l’occorrenza di riportare per intero il componimento più indicativo e riuscito della raccolta:

Animazione

La stanchezza di pensare è come il morbido
di questo cuscino, che è anche un cedimento di lenzuola,
un tradimento di se stessi, perché si è troppo calmi
e io questo di certo non lo voglio: la mia giornata
è clonarmi in tutto, sentirmi in chiunque, parlare lingue strane
per fare due più due con chi entra in un bar
e se due più due per me fa sempre cinque, io divento
la madre nel parco, l’uomo che va in barca,
la sera quando scende a scadenza del tempo:
chissà cosa prova la sera quando scende, ma poi
non è vero che scende: cambia colore, toglie la luce,
ma non è altro che noi che la guardiamo.

Non ho nessuna pelle e assomiglio a tutto,
eppure cerco qualcosa che sia io: una pietra o un’idea,
un essere indifeso per essere sicuro che così
lo si ama. Le parole, quelle sane, lasciamole al sudore
di chi un’identità l’ha già trovata, magari tra i bagagli
in un aereo che dia diritto a una vita sola.

Bella la parola identità, ma chi ne ha colto il frutto,
povero figlio di te stesso, se lo tiene per sé:
stanne certo come il sangue dei lupi.

(p. 44)

Quando il dubbio identitario corrisponde a una fuga più che a un percorso ininterrotto, ecco giungere una meta che si spera definitiva: «ma questa casa è così immaginaria/ da non poter dire con che mente svuotata / esco dall’auto senza più un desiderio / e mi consegno soltanto a me stesso, / a una solitudine ignota ma molto più grande» (Meta, p. 47, vv. 10-14).
La fine della fuga fa i conti con la quotidianità e il rimpianto che anticipa il domani ribadisce l’ambivalenza:

Continuità

Ripassando per una strada un tempo amata e conosciuta
con amici come glia altri che in quella stessa strada
davano al mondo una figura ordinata,
un viso concluso sotto un tunnel di ricordi,

vedendo un uomo che ti filtra con lo sguardo
quasi del colore della ringhiera di casa,
puoi non chiederti se il tempo è passato davvero
e il povero cielo vede qualcosa di nuovo,

ma di te puoi pensare che un altro giorno è compiuto
che davvero c’è una gru gialla che sposta materiali
che se la notte è oscura è perché nessuno la guarda
che c’è l’asfalto dove l’auto inciampa sempre.

Ma di certo non sai cosa rimpiangerà domani
questo vivere ancora e per sempre,
e come sei diventato il guardiano di un oceano
in uno spazio perduto e lontano
dove pochi verranno a disturbarti
e chi ti cerca non sarà un amico.

(p.55)

Nella penultima sezione, La vita in lontananza, la dimensione della dimora, la sua ricerca, si distanzia e prende la figura di un soggetto cui, nel pieno isolamento, non resta che osservare il mondo nella consapevolezza di non poterne partecipare le manifestazioni più comuni. In questo allontanamento sembra trapelare un’incomprensione del proprio tempo che sfocia in un rifugio nel tempo assoluto del ricordo.
L’altezza monocorde, inoltre – ribadita dalla scelta di una forma per lo più uguale a se stessa, tre, quattro strofe composte da versi lunghi che raccontano sempre il medesimo tema –, si riconosce separata «tra gente che non parla la mia lingua […]» (Invarianza, p. 67, v. 13).
In conclusione è sottolineato definitivamente il distacco: Milano diventa metonimia della società capitalistico-occidentale, i “colleghi” scrittori, i poeti, sono ridotti al niente di cui ognuno è presupposto. Questa “nientificazione” di stampo moralistico, però, non possiede alcuna verve che riconduca ad una fuoriuscita, ad una risposta che tenti di sciogliere i nodi del fare nel nostro mondo annichilito. Se muore la relazione, resta il nichilismo indifferente ad ogni dolore, e la desolazione, riempita di sé, rischia uno sterile solipsismo.
Una poesia del 1830 ci ricorda la nostra precarietà e lo slancio per ciò, che pur essendo caduco, è la nostra unica possibilità:

Mal’aria

Amo questo divino sdegno, questo celato,
questo segreto Male, presente in ogni cosa:
nei fiori, nella fonte diafana come vetro,
negli iridati raggi, fin nel cielo di Roma.
Lo stesso firmamento sgombro di nubi, eccelso,
e parimenti il petto leggero e dolce spira,
lo stesso vento caldo che dondola le cime,
lo stesso odor di rose: e tutto questo è Morte!…

E chi potrebbe mai dirlo, nella natura
forse v’hanno profumi, colori, suoni e voci
che sono annunciatori per noi dell’ora estrema
e fanno men crudele la nostra ultima pena.
Con essi del Destino l’inviato fatale,
i figli della Terra dalla vita evocando,
come di lieve trama si ricopre la faccia
ed a loro nasconde l’orrenda sua venuta!

(Fëdor Tjutčev, Poesie, Adelphi, Milano 2011, trad. di T. Landolfi, p. 33).

Spero vivamente che il sobrio narrare in versi di Di Spigno, ricco di sapienza e umile moderazione, riesca a ritrovare la strada che sente il contatto col mondo, per continuare ad ascoltare una delle voci più vibranti della poesia italiana contemporanea.

Gianluca D’Andrea
(Febbraio – Marzo 2012)

NUOVI INIZI: Mariagiorgia Ulbar, “Gli eroi sono gli eroi”, Marcos y Marcos, Milano 2015

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Gli eroi sono gli eroi (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

NUOVI INIZI: Mariagiorgia Ulbar, Gli eroi sono gli eroi, Marcos y Marcos, Milano 2015

ulbar-gli-eroi-sono-gli-eroiNel 2002 Marco Giovenale mi parlava delle difficoltà nell’utilizzo dell’imperfetto in poesia. Ci scambiavamo mail su alcuni miei testi imbastiti su quel tempo verbale; in quegli anni si sprofondava nell’eterno presente di una lingua che cercava di rifondarsi su presupposti “comunicativi”, riemergendo dal buco nero novecentesco.
Mariagiorgia Ulbar, in questo Gli eroi sono gli eroi, tenta un percorso di ri-nominazione attraverso il ricordo e l’imperfetto si attesta come scelta necessitante e decisiva. L’operazione si presenta come fabula materializzatasi partendo da esperienze concrete, coagulate in impasti linguistici grezzi, ma che riescono a organizzarsi in una trama. Il disegno è lo spezzarsi della linea che contribuisce a implementare sul piano tonale la parola, la “eroizza”, ne spinge il senso su registri più alti, pseudo-epici. Si nota chiaramente nelle aperture di molti componimenti una tendenza “oracolare” che si assume il peso del racconto, impattando da subito, frontalmente, la dimensione temporale, sfrangiando gli slanci in ritorni continuativi, in cerca d’orientamento: «… ritornerà l’estate / si scioglieranno scoleranno tutti / i ghiacci tesi e si vedrà più chiaro / alla fine del fondo dei dirupi» (Montagne già più dolci del Gran Sasso, p. 24, vv. 3-6).
Relazione mondo/lingua che si rimette in discussione tramite figurazioni innovative, non sempre definibili, come gli eroi, ombre di una tradizione da conservare per l’attraversamento della mutazione – sociale, antropologica, ontologica? – in atto, ma pur sempre ombre, fantasmi che, come tracce, simboleggiano il verosimile dissolvimento:

Gli amanti non amavano soltanto
e il ballerino non ballava solamente,
l’acrobata con le acrobazie non invecchiava,
la marionetta è viva, possiamo risparmiarla
ma allora muore il bambino al posto suo.
Animali vagano in silenzio nel cortile;
andandomene prenderò le statuette
degli eroi. Gli eroi sono gli eroi,
anche se pesano nelle tasche io li prendo.
Intanto l’angelo inizia il volo sopra il tetto
io vado via, perché lo so tremendo.

(p. 13)

La necessità “memoriale” si lega alle risorse di senso che il soggetto può riscoprire solo facendo agire il passato nel presente e, conseguentemente, lanciando il futuro nell’ipotesi del possibile, in un’immaginifica vivificazione: la favola è anche speranza che elabora nuovi simboli, in un’incubazione faticosa ma indispensabile:

Speleo

I

Il futuro è sotto terra
grotta, caverna, forra,
gola, orrido, dolina.
Oggi ho fatto una gita speleologica.
Si stava bene.

(p. 27)

La gita sul confine, indicata nel titolo della prima sezione, esprime lo sprofondamento materico nel ricordo, il bordo è soglia di visione che solo lo scavo nel viaggio, intimo o “esistenziale”, può provocare. Il tempo è in ribollire, la Ulbar stessa ci avverte in nota che realtà diacronica degli eventi e sincronica della memoria non hanno scarto ma entrano in fusione. Non si tratta di fissare un quadro, quanto di lasciare che la visione fluisca in direzioni che possono anche incrociarsi, oggetti frattali di un diverso dominio. Il mondo che viene è pluristratificato, sottomesso all’autocontrollo nella moltiplicazione dei fuochi d’osservazione, per cui vuoto e pieno di senso oscillano continuamente, slittando l’uno nell’altro. Così piccoli fatti e macro-eventi si unificano in altri, inediti, contenitori:

Giungeremo lentamente e da lontano:
odori insoliti, sapori molto acri
per noi fragili nei palati.
Ma non è Armenia, questa, solo il nome,
un muro, caratteri difficili e due mappe
in cui era più grande e colorata la nazione.
Al collegio di Venezia a colazione
l’ombra non basta, non arriva sulle teste
noi discutiamo al rumore delle imposte
se non serva studiare l’alfabeto
prima di andare fino a laggiù insieme
mettere in un sacchetto il nostro oro
se dovesse servirci all’improvviso
per mangiare, lasciare un posto troppo buio,
salvarti da qualcuno, passare le frontiere nottetempo
fare uno scambio: un mio anello, un mio ricordo
per una indicazione e acqua fredda in cambio.

(p. 35)

Non distinguere è l’accertamento di ciò che avviene e che è avvenuto, perdita irrimediabile delle vecchie cose. Il nostro presente non ha cose ma sintomi; un trauma che ci investe preventivamente in quella disillusione storicamente acquisita, identificabile nel percorso che dal secondo dopoguerra s’infrange sulle torri e s’insinua fino all’oggi:

Fuori quella pioggia ci ha lavato
allagato i cubi di cui ci nutrivamo
e non si è più in grado di trovare
il punto in cui finisce l’acqua
del mare e dall’aria si divide.
È solo acqua ora sopra e sotto
così non c’è modo di tirare
su le àncore, sapere
se è bonaccia o burrasca in queste ore.
È come stare dentro al nulla
non distinguere le cose.

(p. 38)

Ecco che l’imperfetto diventa il tempo del racconto eterno, un “c’era una volta una sfasatura temporale”. Il passato aggredisce il presente e il futuro emerge residuale da quest’impatto, una spoliazione per chi giunge e si ritrova tra le mani il compito di sorvegliare una tradizione che ha raggiunto il suo confine. Dal bordo si espande un orizzonte ancora – e sempre – desolato, la speranza che la parola esista e non sia solo resistenza. E può esistere soltanto se affabula nell’onestà, a caccia di nuovi segni:

Ho piccoli gusti
piccole cose, parole che mi piacciono
quei nomi di x e z dei medicinali
Fossa delle Marianne e Finisterre
In the middle of nowhere, espressione inglese
e Strandgut che invece è in tedesco
ciò che lascia fuori la risacca
gli oggetti strani, dimenticati o rotti
quello che resta, lo scarto, i pezzi.

(p. 39)

Dopo mille chilometri ho trovato
le acacie, quei fiori che inebriano
e fu chiaro che rendeva me assente
la smania di dire, toglieva presenze
in carne e ossa e tagli di luce, di ombre.
Ammucchiarsi di segni, parole, urgenza
giù per un buco, nell’antimateria.

(p. 41)

La cercatrice, seconda sezione del libro, approfondisce lo scavo e orienta la ricerca sulla possibilità della stessa: «io cercavo l’oro dei difficili», «io cercavo di introdurmi / nella breccia affaticata» (Ero una cercatrice di disturbi, p. 51, v. 2 e vv. 6-7). Appare un’identità che, nella precarietà dei punti di vista, si riavvolge nel suo gesto d’investigazione e diviene elemento che modifica i campi d’esperienza, pur nella disposizione decentrata (quantistica, relatività, spostamento dell’asse relazionale): «e qualcosa che al mio tocco si spostava» (ibid., v. 11).
L’imperfetto diventa possibilità, dicevamo, eterna la speranza nella trasmissione del messaggio, ma è in funzione di un attraversamento, uno scavo nel materiale: è la lingua a ri-disporsi in direzione del racconto, anche se senza una linea temporale tracciabile (nessun filo rosso evidente). La mappa è memoriale e immaginifica insieme – sincronica, appunto – si aggomitola in cerchi ossessivi, più spirali e più centri, micro-profezie che arrivano dall’esperienza e si comunicano come in stato d’ipnosi:

Oggi la terra desolata isolata sprofondata
sono io
rondini e usignoli
sono i corvi sempre neri
che stanno appollaiati alla ringhiera
o sul cemento che il traffico spartisce.
Anche oggi è mattina anche oggi
e io mi butto verso il mare.
Ma scomparve.
Forse parla con il cielo che è di spalle
e di spalle grande grosso resistente
copre lui che è più tormento più incostante?
O sbagliammo troppe volte e lui ci ha fatto
questo massimo crudelissimo dispetto.
Ora è sera
chiusa nei caffè gonfi di specchi
chiamo io dalla terra, io dal sale
che spianò la città e la mia testa
e torna l’erba se tu torni solamente
a me a me a me.
O un fiore cade ogni notte e si dissolve
una volta e per sempre
al fondo della mia insabbiata aiuola
della mia tenera mente.

(p. 55)

Ritorni e iterazioni, somme paronomastiche sono i criteri, le evidenze di un nuovo campo d’azione in cui gli eventi si muovono turbinando, in questa terra, quasi ironicamente, «desolata isolata sprofondata» nel «nulla nulla» da cui affiorano comunque «evidenze / chiarezza, la chiarezza acuta dentro l’iride» (Un giorno di neve è il colore dell’eccesso, p. 57, v.2 e vv. 8-9).
Anche ne Gli eroi sono gli eroi, come in altre operazioni contemporanee, è evidente la volontà “annominante”, l’accumulo linguistico come necessità. Ma qui il desiderio ferace di riacquisizione del mondo si compone in una figurazione. L’architettura è fondata su due linee che non s’incastrano in maniera “cartesiana” – nessuna retta – ma fluiscono, curve che roteano attivando altre dinamiche e dimensioni. Mariagiorgia Ulbar ne sembra consapevole, come accennavamo, quando annuncia la sovrapposizione diacronico-sincronica dei procedimenti di raggiungimento delle esperienze. Ma anche in esergo al libro, la citazione dalla famosa striscia “Krazy Kat and Ignatz Mouse” segnala uno spostamento di coordinate spazio-temporali, in un registro ludico che sfrangia la serietà di ogni acquisizione (serietà alla seconda potenza, tragica).
Secondi, milioni di anni, niente, qualcosa e il battito gravitazionale che non rintocca ma attraversa, anche i nostri corpi e, chissà, veramente ci lascia indifferenti. Sull’orlo della catastrofe – che è sempre – s’intravede «un futuro inesprimibile e inespresso» (Io ho pensato sempre al clima, p. 61, v. 13) che poi è l’ossessione del nome che nomina nella desiderata pienezza etico-estetica in cui il soggetto cade quando sente aderenza col mondo. La strada al riconoscimento è «una parola sola» (p. 64) che viaggia tra le epoche, galleggia sulle guerre mondiali in una «lunga canoa di legno» (p. 67), quasi colpevole di non essere stata presente quando il mondo crollava. Cruccio generazionale che accerta un percorso perduto per la parola. Solo comprendendo – e facendosi carico – dell’impossibile arresto del tragitto, il soggetto motiva l’azione verbale, la sua spinta durevole: «poi so che nemmeno qui mi fermerò / […] e guarda come corre in direzione contraria / quest’auto, così che sembra fermo il fiume» (La guerra mondiale, III, p. 69).
Altra consapevolezza e mutamento di prospettiva, necessari perché si riattivino e mondo e parola – nonostante il buio o grazie a esso -, agiscono perché finalmente sappiamo che non vediamo e forse mai vedremo tutto, noi stessi buio del buio:

La guerra mondiale

V

È notte?, non ci vedo. Ora è notte, risponde
al mio fianco una voce, non possiamo
né ridere né accendere il cerino
per fumare. Piangere nemmeno.
Conta le pecore o le onde,
dài dormiamo.

(p. 71)

Sul piano della relazione si aggiungono le riflessioni, sempre riguardanti il tempo, generazionali, le quali hanno il compito di rendere tensivo il dialogo e l’accoglienza di un’eredità, il munus del verbo e la fragilità del suo fiato effimero – sempre più effimero: «In dieci anni solo questo cambia: / non sapere mai più di essere immortale» (Mio padre era un re, p. 79, vv. 5-6). Accumulatio che si trasforma in invocazione, preghiera, che occhieggia dall’intreccio, come considerazione sicura, senza alone auratico ma in una sacralità terrea, che vibra proprio nell’abbraccio della fragilità della parola, del fiato.
Il nome può centrarsi nell’attimo forte della memoria che non è – come in uno dei maestri di questa poesia e non solo, il Fabio Pusterla delle recenti raccolte (ma qui andrebbe aperto un ragionamento sugli influssi dell’autore italo-svizzero sulle ultime generazioni poetiche) – semplice (?) dovere, ma dimensione spaziale, approdo della parola che si affaccia sul futuro dopo lo scavo:

[…] Con ordine non procede la memoria
ma procederà la lingua, l’alfabeto,
che se tutto è nel nome basta dirlo
e tutto è di nuovo richiamato
dove è niente.

Forse non contasti la perversione
Roboante del tempo che bestialmente
Ammiccante faceva cenno con dei segni
Nascosti nelle foschie agostane;
Certamente a me l’avresti detto
E mi avresti indicato scappatoie
Se l’avessi capito tu per primo
Che era quello il momento era allora
O non poter più pronunciare una parola.

Dunque io per cosa sono qui?
Per preparare una mortale bomba?
Dunque per cosa sono qui rimasta?
Deve avere a che fare col tenere,
tenere a mente, andare a capo,
tenere a mente, allargarsi fino a diventare
dieci persone almeno tutte in una
perché i vivi uno spazio solo occupano
ma mai basta invece ai morti così poco […]

(Mio padre era un re, p. 81)

E dopo lo scavo, il senso del segno ha l’unica valenza, precaria, fluttuante, della traccia: «e scriverlo inciso sopra un tronco, / che popoli futuri troveranno/ smussato e fossile e annerito» (ibid., p. 87).
Si corrode ogni disegno all’ombra del simbolo, anzi il segno è lo stesso fantasma, un’incisione che si aggira nei tempi, in simbiosi con la sua capacità di scomparire, di evitarsi. Solo nella consapevolezza dell’inefficacia del senso è possibile la sorpresa dell’inaudito, del sempre uguale che si rinnova, come il sole liminare che è «una sfera arancione dominante, / e intorno una corona di imbrunire» (ibid., p. 89) e con il quale si dice un semplice tramonto ma non solo, perché è il mondo a risorgere nella «notte che è più notte» (ibid., p. 89) , nel nostro oggi estremo.
Il libro si chiude nel movimento, nel modo in cui era iniziato e aveva proceduto. Il viaggio si rilancia, galoppa – come il cavallo mongolo della finale Piccola suite per Gengis Khan – in immagini selvatiche, nel tragitto ancora libero di ri-crearsi un nuovo spazio, senza morsi o freni. Il tempo vortica su questo spazio rinnovabile e che, da immane e incomprensibile, può farsi più familiare, abbracciandoci e nutrendoci nel suo buio luminoso:

La passeggiata
ovvero Poesia per un compleanno

Montato a cavallo fila il tempo più veloce.
Vivi ancora tu e da lontano
da un buco nel paesaggio lassù in alto
fa eco tremolante un’altra voce
si annuncia un’altra era.
Ma io non ho visto che cos’era
che è passato
non ho visto bene prima;
tiro il morso
ma il morso morde a vuoto,
tiro la criniera e si alza il vento,
poi due onde, due scintille
di fuoco, odor di foglie,
frugale pasto sotto il firmamento.

Gianluca D’Andrea
(Giugno 2015)


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Mariagiorgia Ulbar (Foto di Gaetano Bellone)

Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo, ha vissuto a lungo a Bologna e ora vive sulla linea di confine tra l’Abruzzo e le Marche. Insegna e traduce dal tedesco e dall’inglese. Ha pubblicato la raccolta poetica I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, Firenze 2012), la silloge Su pietre tagliate e smosse all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, Milano 2012), le plaquette illustrate in edizione limitata Osnabrück e Transcontinentale (Collana Isola, Bologna 2013) e le prime nove cartoline del progetto autoprodotto Poste/Poesie. Ha fondato la Collana Isola, che pubblica libriccini di poesia e illustrazione di autori contemporanei. Collabora al progetto di poesia e fotografia Il tempo qui non vale niente, che si sviluppa on line al sito lightpo.tumblr.com.

 

Michael Krüger, “Spostare l’ora”, Mondadori, Milano 2015

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Spostare l’ora (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

Michael Krüger, Spostare l’ora, Mondadori, Milano 2015

Spostare l’ora, in tedesco Umstellung der Zeit (cambiamento del tempo, tempo che si sposta). Leggo il libro nella traduzione di Anna Maria Carpi, ogni pagina è la tappa di una lunga vertigine, spazio e tempo appaiono come dilatazioni rimasticate di Storia e Natura, la civiltà è stata una parentesi nella grande suppurazione delle parole che, adesso, testimoniano la verità della sua fine. Così possiamo leggere:

La mia scrivania ad Allmannshausen

Nella casa accanto, su per il pendio,
ha vissuto il ministro degli Esteri di Mussolini
prima che lo portassero in Italia e lo impiccassero.
E una casa più in là il poeta preferito di Hitler,
Hanns Johst, a cui, è chiaro, le parole arrivavano in volo.
Io ho davanti mucche, scoiattoli e cavalli
e con la finestra aperta sento da lontano l’autostrada.
Ad attribuire all’uomo buoni sentimenti
non si è tenuti.
Quando il sole cala, mi vedo riflesso
nella finestra, ma è ovvio che anche gli specchi possono sbagliare.

(p. 9)

La storia è ancora richiamo ma non orientamento. Il ricordo si frantuma nell’impossibile riconoscimento, nello spostamento temporale che è sfasatura ma anche possibilità: «peraltro / anche il melo, che come me / è venuto al mondo durante la guerra, / riprende a fiorire» (Cartolina postale, maggio 2012, p. 13, vv. 14-17).
Storia e Natura sono resettate e la speranza è come congelata, per quanto arrivino barbagli stranianti che richiamano a una salvaguardia che le vecchie parole non possono garantire, per questo occorre svilupparne la resilienza nella mutazione spaziale.

Tre venti, Pentecoste

Un vento birichino
si dondola nelle tende,
un altro legge
in fretta e furia il mio libro,
un terzo raccoglie sassi
perché il mondo non
abbia a sparire prima del tempo.
In quali lingue
dovrebbe uno parlare
per risanare il mondo?
E davvero ci sono
cinquanta parole per dire luce?

(p. 15)

Le trasformazioni in atto vanno lette nel differimento dell’asse della Weltanschauung otto-novecentesca che da visione totalizzante si frantuma nei rivoli dell’esistente. Per questo Krüger (classe 1943) attraversa la crisi etica anche su un piano generazionale. Non c’è rimpianto nella sua poesia, come è possibile intuire leggendo anche le precedenti raccolte (su tutte Il coro del mondo, pubblicata in Italia nel 2010), ma una solida consapevolezza del passaggio epocale: il tempo riassorbe lo spazio conglobando dimensioni percettive non ancora chiaramente esplicabili: «il mondo è diventato così piccolo / che le rondini che volano basso / se lo inghiottono in volo» (Crepuscolo, p. 37, vv. 20-22).
I riferimenti naturalistici – gli alberi e gli animali che si affacciano dalla trama testuale – sono allegorie di un attraversamento, compagini di esseri non troppo diverse dagli uomini, nonostante i vecchi nomi, e sempre in punto di morte: «Una nuova cronologia si apre / l’anno dopo la morte della betulla» (La morte della betulla, 2011, p. 41, vv. 11-12).
Quanto già detto ci orienta in un percorso che fa del dislocamento spazio-temporale l’unica direzione plausibile ma ancora all’interno di un passato linguistico che fatica a interloquire col nuovo scenario. Alcuni passaggi del libro riescono a rielaborare la frammentazione di senso per mezzo dell’accumulo verbale – accumulatio e diallage sono necessità retoriche in direzione di un’inedita volontà del dire -, per cui i pannelli spaziali si aprono sul vuoto, in una scenografia, se non visionaria quantomeno straniante, nella quale macro e micro eventi s’intersecano. Quanti linguistici che tessono una teoria di vicende, quasi una generalizzazione degli stessi su sfondo liquido, ai limiti della percettibilità in cui il soggetto è trasformato in uno di questi stessi pannelli, senza espressione:

Volo per Istanbul

La depressione pannonica, poi Sofia,
inimmaginabile che laggiù ci vivano degli umani.
Ci sono villaggi, ma umani niente.
Il Danubio agile si scansa
se incontra qualche ostacolo.
A tratti monta un lampo,
forse è un bambino smarrito
che fa segnali con uno specchio.
Sono io, io, vorrei gridare.
Esili colonne di fumo, cielo a pecorelle,
e poi si vede già il mare.

(p. 73)

Archeologia, scomparsa del soggetto, fantasmizzazione, surrealtà. Il sottofondo di un buio incipiente che si fa grado a grado sintomo d’inquietudine. “Aver detto tutto” scivola nel “non aver detto nulla”, un’ansia insonne s’insinua dalle propaggini inutilmente definitive del postmoderno e rilancia, per quanto meccanicamente (l’accumulo di cui in precedenza), la nuova necessità di nominazione, proprio all’interno del buio:

Insonne

Una porta semiaperta
in cui s’insinua la notte
per mettere ordine.
In lontananza passano dei treni,
un vagone che somiglia all’altro.
I viaggiatori dormono, nessuno nota
che uno è sceso.
Ora è qui alla mia finestra
per tramutare un’anima disobbediente
in un prezioso recipiente.
Gli occorre molto calore.
Io alla storia non occorro.
Lei procede insonne inciampando
fra Kitsch e Gloria.
Ma sono io il recipiente
colmo di dubbio fino all’orlo.
È la lezione della notte.

(p. 111)

E da quel buio insonne riparte la visione, il sogno (das Träumen):

Quasi nulla

Ho sognato una minuscola pila tascabile
che gettava ombra in cerca di soccorso.
L’ombra mi restava sempre dietro,
sempre dove c’era ancora speranza
di comprendere l’oscurità.
Mi precedevo oppure mi seguivo?
Arrivavo intanto in un posto dove si contavano
le lacrime, sette lacrime per un mondo perduto.
Così fui di ritorno, la porta si spalancava,
e vedevo dove c’erano stati i libri
un mondo in rigoglio.

(p. 129)

La visione sembra abolire la possibilità prospettica ancorata ai vecchi criteri di lettura del reale. Pur partendo dalla realtà, la mimesi si concretizza nell’aderenza al vuoto e non di certo a un passato carnale, terragno: il vuoto astrale e l’inappartenenza diventano nuovi parametri di creazione, fantasticherie (Träumereien) di «Un inizio che non ha inizio / e una fine senza fine e un fulmine / che straccia il tempo come vecchie carte» (Tempo regalato, p. 131, vv. 17-19):

Fantasticheria

Un tardo pomeriggio
che ho trascorso sull’erba,
fra gli uccelli.
Per la cavalletta ho inventato
una biografia,
per la formica una storia.
Grazia volevo chiedere
fra i più piccini degli animali.
La sera ero io stesso
così piccino che anche la morte
non mi ha scorto durante i giri
che fa con le sue seganervi.
Gli alberi si son stretti fra loro.
Sembravano libri con le pagine non tagliate,
un cimitero di tutti gli animali morti oggi.

(p. 191)

È la capacità ri-creante a emergere dal vuoto. I segni s’intensificano nonostante le parole non riescano ancora a decidere, nel nuovo spazio del dopo-fine appaiono germogli, senza altro senso se non la loro comparsa. La parola si avventa sulla cancellazione o è avvento di diverse, ancora inimmaginabili – se non a tratti – fioriture:

Germogli

Oggi ci hanno riportato le nostre due agavi
che hanno svernato a pensione
in un vivaio qui all’angolo, in compagnia,
nella stessa serra
di quelle nobili piante
tanto apprezzate nel nostro quartiere.
Io pensavo che avessero dormito
e sognato il Messico oppure il Levante,
asini stanchi, silenzi,
le bombe che hanno finito di cadere.
Ma è successo il contrario.
Sotto le carnose daghe verde-cetriolo
s’affacciano più di venti germogli,
ignari e curiosi come tanti gattini.
Li togliamo? mi chiede il giardiniere
col suo odore di lana bagnata.
O spaccheranno la terracotta del vaso
o moriranno tutti quanti.
Io ho sessantotto anni
e non so che decidere.
Ne capiremo di più a fine ottobre.

«Che il mondo scompaia / non si può dire» (Breve gita, p. 199, vv. 7-8) senza un soggetto presente pur nella sua debole, fantasmatica consistenza. Il futuro, per quanto incerto, è possibile anche per chi sa di essere «il passato / del futuro» (Aspettando la pioggia, p. 209, vv. 8-9).
Il libro formidabile si chiude sul tremore che preclude il cammino, essere il passato del futuro come limite generazionale che incombe: «La casa trema e il tavolo / racconta una storia oscura/ presa da un’altra vita / che a noi resta preclusa» (Fine estate, p. 225, vv. 11-14). Selvatico l’orizzonte che si apre nel mutamento temporale, la belva spalanca le sue fauci e noi, non come prede ma come insetti casualmente al posto sbagliato, siamo inghiottiti in uno sbadiglio, risucchiati dal vortice in una gora nera. Ma non basta, perché la sfida delle parole è sempre nell’inizio continuo del loro cuore caritatevole, nell’accoglienza, dunque, di ogni mondo a venire, nonostante l’evidenza della possibile fine.

Radura

1

Il dramma delle foglie
quando cadono, e tu,
lontano di qui, ti dai da fare
per leggere un mondo in cui nessuno
comprende più l’addio,
il dietrofront a metà cammino
fra occhio e cuore.

2

Foglie piangono i morti,
soltanto i passeri, gli incuranti,
si lasciano cibare con le briciole.
Il mondo che verrà
per un occhio maligno
prende inizio
nel caritatevole cuore delle parole.

3

Tutto trema.
E anche Dio trema.

Gianluca D’Andrea
(Giugno 2015)


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Michael Krüger

Michael Krüger è nato a Wittgendorf nel 1943, è cresciuto a Berlino e attualmente risiede a Monaco. Ha diretto dal 1976 al 2014 la casa editrice Hanser e la rivista “Arzente”. Poeta e romanziere, in Italia ha pubblicato le raccolte Di notte tra gli alberi (2002), Poco prima del temporale (2005) e Il coro del mondo (2010). Fra le traduzioni italiane delle sue opere ricordiamo Perché Pechino (1987), La fine del romanzo (1994), Il ritorno di Himmelfarb (1995), La violoncellista (2002) e La commedia torinese (2007).

 

NUOVI INIZI: Francesco Maria Tipaldi, “Traum", Lietocolle, Faloppio (CO) 2014

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Adriano Cecioni, “Cane che defeca” 1880 ca.

NUOVI INIZI: Francesco Maria Tipaldi, Traum, Lietocolle, Faloppio (CO) 2014

– Insomma, un Fiore, Rosmarino
O Giglio, vivo o morto, vale
Un escremento d’uccello marino?

A. Rimbaud

francesco_maria_tipaldi_traum_copertinasito1Germinazione, il passaggio dalla poetica della fine a una costruzione dell’essere, di un mondo che rinasce in conflittualità “tensive”, negli slanci a una fuoriuscita che rimargina i vuoti, i buchi comunicativi.
Fine del Novecento, la poesia originaria (e “originale”) di Francesco Maria Tipaldi investe il lettore con le ormai consuete deformazioni, l’impatto “allegorizzante” indugia su circonvoluzioni rococò scaturenti dalla totale immersione nell’ambivalenza finzione-realtà. I quadretti descritti – eppure indescrivibili -, tiepoleschi, vivono della presenza costante del doppio registro, stirando il senso, distribuendolo in stringhe di pensiero che si svolgono tra la sacralità dell’esclusione, dell’hybris linguistica, e la rapsodia volatile, il non senso che si fa strada nel “trauma”, nel sogno (anche il titolo galleggia sull’ambivalenza, in traduzione stavolta, e richiama evidentemente una terminologia “psicologica” legata alle fasi nascenti del XX secolo).
Tra sogno e realtà, la vita volteggia in paradossi folgoranti che riescono ad accendere un nuovo vigore comunicativo:

il papavero della festa

il maiale venne subito acciuffato
la sua fuga fu poco ragionata

fu un trionfo di sangue
sfracello di ossa, rose papaveri
la signora mungeva i ragazzini
sulla salitella

(p. 22)

La tensione instaurata nell’immagine, che si staglia dal vuoto testuale, sembra prendere avvio da un desiderio “espulsivo”, di rifiuto di qualsiasi cantabilità edificante, nella volontaria caduta “escrementizia” che evidenzia – la sempre più postnovecentesca – capacità della lingua di trasformare la “scatologia” in escatologia, nuova erotica relazionale:

Nonostante il contadino urlasse
il cane continuò a defecare – pur volendo
non avrebbe potuto fermarsi.

(p. 26)

Erotica della fine, della morte, della gravità dell’esistere che si ribalta in sgorgo liberatorio, appunto:

il nucleo del sole esplodeva all’esterno,
feroce

passarono i cani veloci al massimo e fu subito giorno
di nuovo, gravità: qualcosa tirò a terra l’enorme
contadina

le api le annusarono l’ano e i seni
ebbero miele
pregiato le api – per sempre – la primavera

(p. 27)

Ma è la dimensione mortuaria ad agire da contraltare “vivificante” nella paradossale, eppure necessaria, domanda dell’attraversamento. Soltanto, sembra dirci Tipaldi, nell’accettazione del male (della sua estenuante banalità) si può scorgere l’approdo a nuove aperture, al nuovo millennio: «la morte era questo calore passato ad altro/ questa forma silenziosa di lavoro» (uscirono per vedere cosa stesse accadendo, p. 30, vv. 5-6).
Già nella precedente raccolta, Humus (uscita nel 2008 per i tipi de L’arcolaio, cui si rimanda qui), l’imago rappresentativa, ombra di comunione, era la spinta di una verbalizzazione, che si confrontava con i bassi e gli alti delle sue capacità comunicative, ad agire. Traum espande questa tensione, aspira a una sacralità che non ha nulla di metafisico ma che sperimenta la potenzialità del mondo a crescere dalle sue “bassezze”: «fu quella distesa d’erba senza fiori, né neve/ il luogo immenso dove tutto/ divenne sacro» (fu quella distesa d’erba senza fiori, né neve, p. 37, vv. 1-3).
Un nuovo desiderio vitalistico si fa luce tra le ombre, ogni vicenda nella sua visionarietà espelle una nuova visuale:

Il tuo azzurro figliolo bambino
Gesù mi ha lasciato
per strada e se n’è andato a pescare
signor Dio, mio Dio della grazia, una donna ha figliato vitelli
non è straordinario?!
Aveva il ventre gonfio e la vagina sporca
era grassa come una vacca e la bocca era immensa
aperta aperta e voleva inghiottire la luna
troia la luna era
nel cielo una compressa effervescente, la notte era un enorme
bicchiere
vodka latte una troia mi ha sputato nella bocca
il seme della morte –

la vita è improbabile, i cessi sono
lontani e pioveva
pioveva la grondaia vomitava furiosamente
Il cassonetto sputava come fosse un drago
i suoi gatti enormi, come fossero
fiamme
– fwhuieiiww –
(i gatti sono persone cattive)

Mentre l’angelo di Dio era lì a guardarmi le spalle
io vi tirai un giavellotto
e lo uccisi,
povero fesso povero fesso
e la grondaia vomitava furiosamente
Qualcuno mi dia un passaggio o dovrò aspettare
che la casa venga in giro a cercarmi
e non credo senta la mia
mancanza

sono bagnato come un rospo
me la sono fatta sotto, sono un fiore
che da solo cammina
sono un fiore con le gambe

(pp. 45-46)

La parcellizzazione secondo novecentesca delle esperienze, la sottrazione di senso che ne è derivata, ha annientato il panorama relazionale in cui l’uomo del passato dimorava. Così l’ossessione perpetua della casa, della patria cui tornare, metaforicamente è riattivata in Tipaldi grazie all’attaccamento viscerale alla terra, alla sua carica destabilizzante di territorio costantemente selvatico, per cui l’orientamento non è plausibile se non nella possibilità della perdizione, senza la nostalgia di approdi ulteriori o ritorni rassicuranti (muore Argo e muore l’esempio “dispersivo” protonovecentesco, come nel componimento Patria di Pascoli):

236

quella trave dove i topi non passano
è la mia casa

le rimango attaccato come la morte
al tuo sesso, gelatina
– che la carne non va a male per mesi
francesco
maria cantare si deve al contrario
non avrai nostalgia, nè tantomeno
avrai ricordi

(p. 48)

Il tempo non è più memoria ma «contrazione» (cfr. p. 60), vortice di ricordi che si deformano. Il “trauma” si fa reale e mostra la sua illeggibilità e, nondimeno, l’ineluttabilità della sua evenienza che solo la cura per il mondo, che emerge dalle capacità affabulatorie di ogni linguaggio, può riattivare, o meglio, eternare.

– correremo nell’acqua nel nome del padre
ed io avrò nove anni –

Il sonno c’aveva abituato alla morte
discesero salmonelle celesti.

mai viste tarantelle tanto cupe
o tanto lente

si scendeva nel lago, gli uomini e le bestie
io e il mio cane Alzheimer e la famiglia,
c’erano tutti,
il grassone si torceva nell’erba, la tigre gli strappava
pezzi di carne

Per arrivare al passato il cammino è immenso

questa è patria di finitudine
i bambini tiravano calci e scappavano
un uomo disegnava un altro uomo
nell’erba

e poi tu passavi, indossavi altre facce
e altri nomi,
io vorrei insieme a te sparire nella luce
vorrei dormire nel cotone
dei tuoi occhi
eternamente

– figli miei, voi avrete la fortuna di assistere a un’apocalisse
significherebbe assistere al compimento,
all’amore dell’amore –

uomini vivi o uomini sognati
questo è il rifugio che Dio stava preparando per noi,
uomini e bestie
oppure è il tanfo della natura che si rigenera
o ancora si tratta del nulla, quello con cui i poeti
vanno fuori a giocare

se solo sarete coscienti, abbiatene cura

(pp. 72-73)

Gianluca D’Andrea
(Aprile 2015)

NUOVI INIZI: Massimo Gezzi, “Il numero dei vivi”, Donzelli, Roma 2015

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Il numero dei vivi (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

NUOVI INIZI: Massimo Gezzi, Il numero dei vivi, Donzelli, Roma 2015

Sereno o grigio il cielo, non importa. Sei
comunque sempre lì, luce segreta.

F. Pusterla

Difendi questa luce, se sei un nulla
come tutti. Difendi questo nulla
che non smette di essere.

(Il numero dei vivi, pp. 13-14, vv. 24-26)

Libro aurorale questo terzo di Massimo Gezzi, Il numero dei vivi tenta, oltre la ricognizione, un nuovo approccio relazionale, concentrandosi sul tempo e la scansione di frammenti di esistenza.
La memoria assume la valenza di un ulteriore orientamento sempre in bilico, però, sulla voragine della scomparsa. Dimensione d’oblio con cui la parola deve fare i conti sommando episodi ed esperienze in contrasto con l’inevitabile sconfitta.
Libro “agonistico”, quindi, tensivo, ricco di propensioni allo sgorgo liberatorio di immagini compresse dal dolore dell’imperfezione, contraddistinto dal rapporto che cose e uomini (o ciò che resta di essi) intrattengono col mondo.
Tenere il numero dei viventi allora (abituati come siamo, da un sistema informativo invasivo, al conteggio degli scomparsi), nonostante tutto:

Prima che tocchi l’erba
la boccia appesa in aria contro il cielo
viola chiaro, prima che atterri –
prima che l’onda si rovesci sulla sabbia
e cancelli
le orme di chi ci ha camminato
per disperdere un pensiero –
prima che l’odore dei pitosfori
sia gelato dall’inverno

devi dirlo il dolore di non essere
più, se la memoria è anche questa
incompiuta congrega di persone
che hanno amato inutilmente,
preoccupate o distratte,
ma per sempre stagliate nell’azzurro
navigato dai pipistrelli che gremivano
il buio rischiarato dai fanali.

Sono loro, ti hanno amato.
Hanno potuto quel che hanno saputo.
Hanno sbagliato.

(p. 82)

Ma è la stratificazione, la volontà di accumulo che espande la misura del pensiero poetico – e quindi del verso – implicando aderenza, compartecipazione alle sorti dell’alterità, in una commistione mimetica che dirime il canto, radice una volta solida in Gezzi. La trama verbale si fa fitta, s’intreccia e s’addensa, edifica dibattendosi nella lingua, inaugurando nuove sperimentazioni. Un riferimento recente al Mazzoni de I mondi emerge nell’elencazione prosastica dei microeventi (anche se già ne L’attimo dopo s’intravedeva quest’urgenza d’accumulo):

Nove cose che capitano

Uno guarda attraverso le bancarelle di un mercato, vede il flusso delle persone, vede lo sfondo cobalto chiaro del cielo, vede l’erba che spacca i grossi cubi di cemento davanti all’ufficio delle Poste.

Uno si muove, sente il bruciore dei succhi gastrici che risalgono l’esofago, scambia questo fatto per il sintomo di un infarto, si ferma, teme il peggio, non muore. Ricomincia a camminare, vede la luce di una mattina di marzo riflessa da tutte le superfici specchianti del pianeta.

Uno capisce di occupare una minima porzione dello spazio. Vede gli uomini che sbagliano quotidianamente, vorrebbe ucciderli, vorrebbe obbligarli a sentire la sofferenza che infliggono agli invisibili, poi rinuncia, scende a patti, non uccide, torna a casa sperando che il bene sia più ubiquo del male, vede un anziano che conta il resto con lo sguardo concentrato e fa sì sì con la testa quando ha finito di contare.

Uno esce perché vuole passeggiare, perché il mare sta scoccando la sua immagine dallo sfondo, uno vede questa scena e prova il bene delle cose che esistono.

Uno sente un altro ingiuriare la donna accovacciata davanti alle Poste a chiedere soldi. Le dice zingara, levati dai coglioni, puzzi di merda e sei più ricca di noi. Gli altri in coda lo guardano e sorridono, anche l’anziano che ha finito di contare i suoi soldi guarda la donna e dice vai a lavorare come tutti, brutta zozza.

Uno esce perché vuole rivedere le cose che ha già visto.

Uno arriva dal paese, un altro lo vede, erano compagni di classe alle elementari. L’altro pensa questa voce non avrei mai creduto di risentirla invece eccola, la voce che il mio corpo ha già sentito, con la stessa frequenza, lo stesso timbro che risveglia sensazioni che non avrei mai immaginato di rivivere, e all’improvviso quello che pensa ricorda una scena dimenticata, sprofondata nella memoria, che non sapeva di ricordare.

Uno torna a casa meditando su quella scena incomprensibile.

Uno mentre vive le scene quotidiane che fino a poco prima gli sembravano banali si accorge che quelle scene saranno uniche.
Uno si preoccupa di capire se questo pensiero debba condurre alla fine o all’amore, e mentre pensa questo vede un altro crollare a terra, come se un fulmine l’avesse centrato, solo che è una bella mattina di marzo, il cielo è limpido, il mare di lontano continua a risplendere azzurro.

(pp. 32-33)

La parola è anche desiderio, certo, comprensione e accoglienza di un vuoto avvertito quando si è necessariamente costretti a partire, lasciare per trovare un futuro, con la conseguenza di portarsi dietro lo sradicamento, il continuo spaesamento:

Dieci piani in via ***

[…]

X.

La parola è impalcatura. Fatta di pali,
di giunti, di fatica condivisa
per costruire una struttura
temporanea, da smantellare,
di cui non resta traccia non appena
la costruzione del condominio è terminata,
la luce è stata accesa e la prima
parola pronunciata fra quattro mura.

(p. 37)

Pietas e condivisione agiscono sin dalle origini della poesia di Gezzi ma in questo libro si aggiungono alla volontà di recupero dell’evento transitante, seguendo da più vicino il magistero di uno dei plausibili referenti de Il numero dei vivi, Fabio Pusterla:

L’intagliatore di lattine

Seduto sulla base
di un pilastro che regge i portici,
avrà dodici, tredici anni.
Cappellino, due piercing
sopra il labbro superiore,
con estrema concentrazione ritaglia
lattine di Redbull, Coca Cola,
birra da quattro soldi.
Le maneggia attentamente,
stringe le forbici con calma
seguendo linee immaginarie
ma chiarissime ai suoi occhi.
Si dev’essere accorto
del mio sguardo perché,
sollevando la testa indispettito
e prima di arrendersi a un sorriso, fa:
«Non lo vedi che faccio?
Trasformo questa merda in tante stelle.
La birra però prima me la bevo».
E riprende.

(p. 42)

Scaricato, almeno in apparenza, da ogni formulazione retorica, il lirismo di Gezzi, sempre più livellato l’orizzonte percettivo dell’autore, aspira a un “realismo” dello sguardo, in cui il soggetto è riconoscibile nell’intercapedine momentanea e fluttuante di uno spazio relazionale sfuggente, e quindi estremamente sfumato.

Responso per R.

Per un’incomprensione banalissima
– una parola pronunciata
a voce troppo bassa, un appunto
stracciato senza cura – la luce
che poteva visitarti si è posata
sullo scuro che si è chiuso
imprevedibilmente: lo slargo di splendore
sul parquet si è frantumato
in quattro sottilissime fessure.
Che non portano a niente,
che nemmeno si intrecciano
in un frivolo shangai da esaminare
nelle meno intorte: tutto qui
il dono sperato, il responso degli oracoli
pregati mentre scivoli nel sonno.
«Che almeno siano buio
al più presto. Che l’inganno sbiadisca
per il colpo di straccio di una nuvola».

(p. 49)

Il tema dell’intreccio, ossessivo nella raccolta, si affianca a quello della costruzione, è il soggetto a necessitare (lo abbiamo accennato in precedenza) di nuove radici, pur essendo espropriato nell’impossibilità di qualsiasi richiamo nostalgico (non è forse il peso ontologico più pressante per quest’umanità d’inizio millennio, postuma di se stessa?).
I passi compiuti sono irrimediabili, ombre di un cammino che si fa urgente, in affanno: «perché non ha detto le parole / che estraggono il reale dal fantasma. / Ora devo camminare, si ripete, fino a perdere il controllo del corpo» (Lo spazio percorso, p. 51, vv. 14-16).
La volontà di controllo attraverso il conteggio numerico, oltre ad avere una funzione “mnemonica” – la poesia adesso è nota a margine che tenta di non farsi sfuggire lacerti di vita – s’incrocia a quell’angoscia d’affanno, l’urgenza rischia di farsi ossessione. Non sarà un caso che all’altezza del centro del libro appaiano le ombre e l’immaginazione squarci il quadro della narrazione: «…Un racconto / di ombre si è proiettato sull’intonaco / che lo custodisce con devozione» (Dal diario di Kafka, p. 57, vv. 4-6, ma si legga anche la successiva Colloquio con l’ombra).
La “chiarezza” del dettato si ricopre di venature, dissolvenze, crepe e l’ultima sezione – Il numero dei vivi, appunto – si apre proprio con un richiamo alla proiezione che (vedi la citazione da Simić) oscura la visuale, vi frappone una schermatura. Ogni certezza, sembra dirci Gezzi, per avverarsi ha bisogno di elaborare la sua frattura, la sua stessa in-essenza, la sua domanda senza risposta: «… quasi sotto casa (casa quale? Si intromette / lo stesso soffio allontanandosi nel buio)» (Ipotesi per una casa, p. 64, vv. 2-3).
Si crea un passaggio e dalla prospettiva infranta appare una visione inedita, l’enigma su cui si fonda l’impulso irreprimibile del desiderio comunicativo, la nostra passività di fronte alla potenza di ogni linguaggio; un vero capovolgimento nell’ineluttabile partendo dalla speranza di dirsi e dire l’altro. In questa direzione è possibile leggere i tre testi dedicati alla figlia, tralucenti proprio nel dubbio e nel desiderio proiettivo che illude il soggetto, rendendolo compartecipe nella dismissione del sé e nel confronto con la propria responsabilità d’ascolto:

Tre per una figlia

III. Chè?

«Che è?», la tua prima domanda.
O forse non proprio così,
forse solo «Chè?», a proposito di tutto:
dei suoni, della luce lontana
delle stelle, del tuo corpo
e del nostro, delle formiche,
perché bastano poche lettere in fila
per aprire sprofondi, baratri,
orridi che noi ricopriamo con affanno
di parole, balbettii:
è il ginocchio, sono le stelle,
sono formiche che risalgono il muro
e lì il cancello. Tu però non desisti:
«Chè?», continui a chiedere,
anche dopo le risposte. Sillabiamo,
ripetiamo, ma sappiamo benissimo
che hai ragione tu.

(p. 72)

Che sia la funzione etica del linguaggio a interessare Gezzi appare chiaro nei continui ripensamenti che contraddistinguono l’ultima parte de Il numero dei vivi (ma non si dimentichino le due epigrafi del libro incentrate sulla perfezione – Simonide, lirico greco del comportamento a-tirannico – e sull’imperfezione come acme e obiettivo di ogni tragitto – “L’imperfection est la cime” ci dice Bonnefoy). Ripensamenti sulle sicurezze, date frettolosamente per acquisite: «la tua quieta / sicurezza di automa imperturbabile che schiva / gli ostacoli e le spinte», possiamo leggere alla fine di un testo (Un passo indietro, p. 73, vv. 21-23) che si apriva con un gesto compassionevole e si trasforma nella descrizione di un allontanamento dalla scelta, una riflessione intima sugli stati d’animo sempre ambivalenti che guidano le nostre azioni.
Eppure è questa incertezza a manifestare, o meglio, a scandire il ritmo dell’esistenza, la sua ritualità:

Discorso ai nuovi vicini

Difendere un perimetro di luci:
qui il muro, lì un tavolo disegnato
contro il bianco, delle tende, il bagliore
intermittente del televisore che le incanta
e le rende vive. Dentro storie semplici,
né colpevoli né innocenti: il termometro
per la febbre, un quadro, uno sguardo
che rade il buio e si consuma nell’attesa.
Chi abbia ragione e chi abbia torto non lo dicono
le case. Eppure tutti, appesi al vostro vuoto
che un passato di generazioni riempie sempre
di un senso, scambiate una parola con il monte
che incombe e guarda il lago come un angelo
di terracotta veglia una casa: senza vederla.
Difendere un perimetro di spazio,
di esistenze, appartenersi nel rito
del risveglio sotto un unico
tetto che sembra casa e non lo è,
perché le luci già tremano e il termometro
dice febbre, e in una, due giornate uno vende
una discendenza, spicca i quadri, strappa le tende,
ne fa stracci. Nella breve parentesi
di questi istanti vivete voi.

(p. 74)

Rito, ritmo, suono che si produce nelle parole dette, nell’ascolto dell’altro, nell’esercizio a questo ascolto che trasforma un’intuizione, una trasmissione che può farsi scambio generazionale, rispetto di una voce nella dimensione conviviale di un incontro. Forse per questo in Lettera a Fabio può sembrare giusto riconsiderare l’ascolto delle esperienze altrui come un arricchimento, un “magistero” che ci offra il senso di un diverso orientamento: «…Sbagliavo direzione, caro Fabio, / non capivo che la geografia delle valli / e dei laghi ammette ancora incidenze, / simmetrie, perpendicolarità / tra vuoti e pieni. Era il lusso di un nulla / imperturbabile, il mio, già sazio di qualunque / delusione, dolore» (Lettera a Fabio, p. 75, vv. 19-25). Siamo in cerca di indizi per ritrovare un cammino che conduca a una casa ancora imprecisabile, data per assodata l’impraticabilità dello schema che distingue diversità e conformazione a un ambiente, in poche parole di un’identità di cui perdiamo continuamente le tracce: «Vedo solo ciò che è uguale, risponde, / mentre il verde della porta trasuda / arancione e un campo di colza / si tinge di marea» (Unisci i puntini, p. 80, vv. 26-29).
Da questa perenne dispersione – e sperimentazione ossessiva – emerge un effetto straniante, un’evidenza trasfigurata per cui il “reale” si riattiva attraverso il mutamento, la plasticità di una lingua che fermenta nel gesto, autorigenerandosi o, forse, che spera nonostante tutto nel suo rinnovamento. Rinascono gli interrogativi sulla necessità della nostra presenza ed ecco che l’enigma, il mistero, il vuoto di conoscenza, diventano lo spazio di una misurazione della stessa. La domanda di un luogo, restando irrisolta, reinnesta un cammino per cui l’accumulo dei giorni, degli eventi, non spegne la curiosa fragilità che fa avvenire le nostre transizioni, il loro divenire.

Ultima domanda

Io non so chi vivrà dentro quei nuovi appartamenti.
Alcuni sono arrivati, altri arriveranno.
Altri se ne andranno prima del dovuto.
Ci incroceremo giù al parco,
davanti al lago, dentro una scuola
o un supermercato. Ci scambieremo persino
qualche parola, un giorno o l’altro.
Non siamo imperdonabili, eppure questa luce
che taglia il versante del monte
prometteva qualcos’altro, tempo fa,
e l’ombra che proiettava dietro a tutti
era la gioia. Adesso attendiamo
altre ombre per contare
di vederci un po’ più spesso, di conoscere
le facce dei figli, di sapere dov’è andato
a finire quel cane
che metteva allegria solo a guardarlo.
Ma sperare in un’ombra, una minaccia
che ci renda meno soli, più vicini,
non possiamo. Il presente è una speranza
che contraddice se stessa, bene e male
che si elidono, il sospetto di non potere,
non sapere, non volere
se non essere. Siamo?

Gianluca D’Andrea
(Marzo 2015)


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Massimo Gezzi (Foto di Daniele Maurizi)

Massimo Gezzi ha pubblicato i libri di poesia Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004) e L’attimo dopo (Luca Sossella editore, 2009, Premi Metauro e Marazza Giovani), più la plaquette trilingue In altre forme/En d’autres formes/In andere Formen, con traduzioni di Mathilde Vischer e Jacqueline Aerne (Transeuropa, 2011). Ha curato l’edizione commentata del Diario del ’71 e del ’72 di Eugenio Montale (Mondadori, 2010) e l’Oscar Poesie 1975-2012 di Franco Buffoni (Mondadori, 2012). In Tra le pagine e il mondo (Italic Pequod, 2015) ha raccolto dieci anni di interviste ai poeti e recensioni. Vive a Lugano, dove insegna italiano presso il Liceo 1.