Una nota su “La città che c’entra” di Roberto Minardi, Zona, 2015

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La città che c’entra (nota di Gianluca D’Andrea)

la cittàÈ un’atmosfera apparentemente ingenua, il tono sincopato di chi si aggrappa a una lingua semiperduta, a imbastire La città che c’entra di Roberto Minardi. Il poeta ragusano ordisce e organizza, con risultati non sempre convincenti in questa prima fase (si vedano anche gli inediti che preparano la presente raccolta, qui), una poetica che chiamerei della “dissonanza”, traducendo il proprio desiderio di accoglienza dal basso degli eventi. I toni “umorali” – ma anche umoristici – oscillano tra un polo solare – che si spinge nei recessi del caricaturale («il sole si ritira/ come un contrasto che/ la dice lunga o forse/ non dice niente e si offre alla vista/ di chi dal finestrino/ in questa ora di punta/ forse neppure osserva,/ mentre in silenzio giudico/ le smorfie, i gesti…», La città che c’entra, p. 13), per cercare epifanie di senso – e il polo dell’ubertà prosciugata in un’ironia che stempera il giudizio sul mondo: «Lasciate ogni baldanza e cantate/ lasciate che si stacchi ogni umore/ gli occhi volgete verso i buchini/ l’acqua massaggerà le palpebre/ se esce, se ne sarà restata/ fuori vi è il mondo e non ci crediamo» (La doccia e oltre, p. 65). Si crea un registro dissociato, spaesante, la cui presunta debolezza emerge nell’impossibile dissolvenza dei due modi, o mancata pacificazione. La forma esuberante nasconde la chiarezza, la forma prosciugata scivola nel macchiettismo: «… lasciamo stare/ e per ora si affida a un turbine/ la spirale dell’ugola/ com’è bello scrutare l’interno/ le interiora ci fanno un po’ schifo/ asciugare col fono la cute/ è un piacere segreto…» (Tornando al discorso, p. 68).
Eppure, è nel discrimine tra i due poli che si riesce a rintracciare il messaggio di una mutazione avvenuta, proprio quando Minardi riesce a incastrare ed equilibrare al meglio le due tensioni, allora l’aderenza totale alla “surrealtà” del vivente invischia la parola e la trasporta all’accettazione dello stesso esistere: «… il potere di cogliere in flagrante/ il gioco di chi tira i fili/ la fede appartiene a chi la fabbrica/ la femmina della giraffa urina in bocca al maschio/ che dal gusto del liquido/ capirà se lei è in calore/ è parso anche a voi di sentire un richiamo/ la voglia lacerante/ di vivere fino a morire?» (Prima di diventare padre, p. 70).


Testi da La città che c’entra

La città che c’entra

Le pulegge, le carrucole, le gru,
impalcature e pettorine – la
capacità di esibire un lavoro
senza nessun pudore –
a fianco sfilano binari senza
un fine, arrugginiti, insomma una
tensione non da poco,
quando con discrezione
il sole si ritira
come un contrasto che
la dice lunga o forse
non dice niente e si offre alla vista
di chi dal finestrino
in questa ora di punta
forse neppure osserva,
mentre in silenzio giudico
le smorfie, i gesti, i giornali gratuiti
e le riviste che vengono lette,
o le conversazioni di chi siede
accanto al posto mio, perché chi giudica
si crede un’isola più pittoresca
e quanto più lo fa più si dimentica
di cosa soffrono le tempie oppure
qualsiasi punto che appartiene al corpo
e che vorrebbe mettersi a gridare
come un bambino petulante,
alquanto insopportabile,
esageratamente insoddisfatto.

*

Accadrà e farà caldo

La poesia più bella arriverà e sarà
come bruciare tutto mentre il corpo gravita,
sotto luci che scrutano la postura di un uomo
che si scioglie ed aspira mentre vivo, in balcone,
se ne sta a torso nudo, appoggiato, e trasogna…
Basterà un niente e gli occhi arrossiranno,
come quando ti immagino – nella foto hai tre anni
e la tua canottiera è di un rosso sbiadito –
a rincorrere un cane tra le palme e il fogliame,
tra galline che saltano e sbattono le ali,
con la grazia terrena dei tuoi piccoli piedi,
con l’innocenza che hanno i sandali di gomma,
mentre nell’aria oscilla il piccolo rametto
che tieni in una mano, come per comandare.

*

A capo

La grinta si consuma
con l’esercizio delle elezioni,
col gesto inesistente di versare
i contributi per la pensione,
con la preoccupazione
di chiudere la porta a più mandate
e anche coi paletti.
Ridursi a un colpo di tosse dietro l’altro
non per amor dell’arte
ma perché non si può
fare a meno che stridere…
Ed ogni punto che sospende insieme agli altri
ricorderà la cicatrice che vive
su questa parte di pelle, proprio qui
dove accarezzo e rifiuto
di venire toccato,
di essere chiamato
per nome o per titolo
giacché non sono altro
che un verso in più
nella politica infinita dei monologhi…
La caffettiera brontola, è vero,
e il desiderio aumenta,
quello di essere un genio
o un canarino,
anche solo l’artefice
di un motivo che riesca a redimere
i fumi scaricati
i venti opposti, diametralmente,
e le intenzioni derise dal tempo,
quelle nel tempo annegate
con la solita scusa del tempo.

*

A fuoco lento

saranno i nostri debiti
a renderci immortali

Quaggiù si scardina di tutto
e tanti hanno gli occhi asciutti
la paura del buio allumato
nelle ore, le zone regresse
appartiene alle classi appropriate
la luce arancio
delle giornate che si allungano
non la si può inquadrare
e addolcisce e irrita
e fa venire la malinconia
e la spavalderia attorno
ci appartiene a momenti
alla fermata della corriera
batteva la pioggia sulla tettoia
e non era la domanda da porsi
ma in mezzo a stillicidi e scarchi
saremo in grado di eseguire i passi
con onestà, muniti, come siamo
di dita che picchiettano sui legni
quando ci rintaniamo? nell’attesa
ecco che l’acqua condensa, emoziona
quando risale dalla casseruola
l’olio scoppietta e l’aglio dora
fatta da parte l’estasi olfattiva
a dirla con politica passione
l’unica regina che serva è un’ape
abbiate dunque presente la strage
dei corpi neri, pelosi, dorati
e frequentate un corso
per impollinatori.

*

Prima di diventare padre

Voglio stendere un velo mediamente pietoso
sui nervi che testimoniano
in un pianeta fuori dalla portata
viaggiano le radici
vanno a cercare nutrimento
l’intera storia nei cerchi
voglio morire il più tardi possibile
per essere in grado di vivere
prima o poi
si chiederanno che vorrò dire e lo faranno
se non avranno intuito
perfino quello che non c’era da comprendere
è ficcante il potere di cogliere in flagrante
il gioco di chi tira i fili
la fede appartiene a chi la fabbrica
la femmina della giraffa urina in bocca al maschio
che dal gusto del liquido
capirà se lei è in calore
è parso anche a voi di sentire un richiamo
la voglia lacerante
di vivere fino a morire?
to be looking like nothing
to be looking nothing like

l’assenza di volti gentili è spossante
signore con tintura all’henné indossa
giubbotto in finta pelle
il calcagno delle scarpe è liso
sorride mentre scende dall’autobus
ma non si sa perché né a chi
e molti altri curvi individui
solo lavoro è la vita
disse il poeta con piglio banale
dopo abbondanti sorsi di vino
il sonno è disturbato
la pancia già ingrassa
sono tutti bravi così, ci vuole poco
pensa qualcuno ma non mette in atto
come progetto su due piedi
eviterei le fiumane di gente
le dita che al vento si distraggono
il discorso non piega
è sicuro
sicure sono le stesse mani
l’unico modo di andare avanti è deciso
fuori di me però non solo
la storia viene impastata
da chi è conciato meno bene
con varie espulsioni, emulsioni
la musica non sappiamo da dove arriva
sui pensieri la nebbia si affaccia
le industrie belliche falliranno
avercela col male non è facile
stupenda creatura a me ignota
il male non tange il più delle volte
credo nel verde e nel marrone
della campagna
nell’oleosa proprietà del mare
vi voglio bene e non vi voglio
penso alla schiuma
al pianoforte che non so suonare
chiunque tu sia
sono dalla tua parte
ma fino a un certo punto
nella stupenda sorpresa olfattiva
di quando torno a essere umano
un movimento d’aria sbalordito
ti dico che amo ed è così
difficile accettare dei miracoli.

Spazio inediti – “Pasti” (5 componimenti inediti) di Roberto Minardi

piccioni-parisiens

Pasti

(5 componimenti inediti) di Roberto Minardi

Sfuggono i testi di Minardi. Il poeta ragusano, trasferitosi in Inghilterra 15 anni fa, presenta flussi che impastano i registri, dall’alto al basso, realizzando una tonalità stridente, dissonante, come se a dover incidere sia lo spaesamento, il disorientamento di una lingua ironica mescolata ad accensioni dal basso, dove umile è il terreno. Humour o umore, la pressione limite che sale da riferimenti comuni, quotidiani, per irrompere e, infine, esplodere, alla fine dei componimenti, in un climax che tende a distruggere la norma, il senso comune, l’incastro del mondo: «…è l’ora / della mansione diaria, del peto / segreto fra le vie della città».

Gianluca D’Andrea


Fonte della salute

Un luccichio gli imperla la fronte.
Spiega come si può, con i pianeti,
sapere chi siamo e assaggia
i vari tipi di formaggio, cava
dal pane la mollica. Predice
che sarà il sindaco di un capoluogo.
Sono per la falena, gli schiaffi
tirati all’aria, per cacciarla via,
e sono possidenti morti
a offrire la visione sullo sfondo;
il castello, corredato di torre, di luna
che ammalia tanto da parere finta.
I sottostanti commentano e fanno
girare i piatti e la caraffa –
uno mi dà una pacca sulla spalla.
Si sposa ogni dettaglio alle minuzie,
a seghettare la storia ci pensano
le voci o l’ammiccare. Ci si perde
nel tintinnio del vetro, negli echi
stridenti dell’acciaio e nel fumo
che si dirada e tinge
lo sfondo terso con riccioli bianchi.
Colui che intrattiene, preme
il filtro fra le labbra,
il resto della sigaretta balla.
Nessuno sospetta la voglia
di battere la pietra erosa e lucida
di una parete antica
con la fronte e con gioia
per calcare i pensieri castrati,
perché le minchionate più poetiche
possano incidere il proprio volume.
Nessuno immagina, immagino io,
la smania di elargire e di ricevere
abbracci sudaticci o profumati.

*

Commedia al caffè

Ridono con fragore
e succhiano frappé con le cannucce.
Da parte mia consumo una tartina,
osservo le briciole
che si raccolgono dentro il piattino
e non può importare
se è meno estenuante ritirarsi
dentro un locale, impregnarsi del tanfo
di grasso cucinato, dell’odore
dei chicchi torrefatti di caffè.
Di là della vetrina si affastellano,
dei piccioni, beccano
le macerie di un sandwich
sparse sul marciapiede,
ma un uomo passa rapido,
mette in allarme, svolazzano,
il pasto in aria esplode.
Non viene di ragionare;
un giovane strofina i tavolini
con nonchalance,
i suoni emersi dagli scontri
del vasellame e le posate
vanno dal tenero all’acuto, accompagnano
la penuria di slanci, non fosse che
col cucchiaino raschio
il fondo della tazza e ne sollevo
il rimasuglio cremoso,
unica gloria da immagazzinare,
coronamento di un tempo morto
benché la clientela pulsi
e il personale pure,
non si prevedono colpi di scena,
a meno che nel finale non venga
arrotondato il conto per lasciare
la mancia sopra il vassoietto.
Lo schermo della videocamera
di sicurezza, rivela senza tinte
il corpo potenziale del reato
nonché le santità insediatesi
in forma di calvizie. È logico
che lacrimi il bebè,
cioè dire non mi sembra strano,
non servirà cullarlo fra le braccia,
bisogna quantomeno attendere
che sia passato l’autoambulanza
e la sirena cessi di assordare.

*

La meraviglia asciuga

Perdonino le olive per il male
che insceniamo quando le infilziamo
con lo stecchino. Un sorso di vino
fresco, rosé, dal lato giusto il sole
batte su ogni idea e la rallenta.
Ma quando passa la nuvola, l’ombra
raffredda l’ottimismo, è solo maggio,
dice, non ci si può aspettare tanto –
non si può dire sia eccezionale
quell’agio procurato dalla felpa…
Ma quale superuomo, qui l’impegno
è nel rubare lo sguardo a una donna,
provando a non deluderne il bambino
quando si gira e vuole attenzione
con delle smorfie per farlo sorridere.

*

La puntualità dell’acquazzone

La cresta oscuramente rossa, ritta –
il gallo ostenta il verso e non si cura
delle preghiere a palpebre in giù,
di quei ringraziamenti per il pane
e i piatti sistemati sulla tavola.
Lo stesso gallo impegnato a umiliare
il galletto, ha detto il capofamiglia,
di cui in seguito ha annunciato
l’esecuzione imminente, mentre
durante il pasto ripassava l’indice
fra le gengive e ne cacciava fuori
quell’ossicino che s’era impigliato…
Le foglie del banano si piegano
e un tuono annuncia la pressione;
spostiamo il tavolo sotto lo zinco.

*

Da portare

Con una pasta involtata
ed una tazza di carta che fuma,
senza pensare al lenzuolo sudato,
giustamente, ci si avvia, è l’ora
della mansione diaria, del peto
segreto fra le vie della città.


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Roberto Minardi

Roberto Minardi (Ragusa, 1977). Nel 1999 si è trasferito in Inghilterra. Dal 2005 al 2006 ha vissuto a Panama dove ha pubblicato la sua prima plaquette di poesie in versione bilingue. Nell’aprile 2007 la Archilibri di Comiso (RG) ha pubblicato la silloge Note dallo sterno. Suoi testi sono apparsi in riviste letterarie (Tratti, Semicerchio, La Mosca di Milano, Prospektiva, Il foglio clandestino), in rete (Atti impuri, Poem Shot Vol. I), su alcune antologie di concorsi (Poesie al mondo, Tapirulan, Premio Anna Osti) e sull’archivio multimediale Phonodia. La sua raccolta inedita Nel senso che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano nel 2011. Nell’aprile 2014 viene premiato con la pubblicazione della silloge Il bello del presente dalla Edizioni Tapirulan. A settembre 2015 uscirà la silloge La città che c’entra per Zona Contemporanea. Gestisce, insieme ad altri, il blog e le attività di dopotutto [una poesia italiana fuori]. Risiede a Londra dove lavora come insegnante di lingue.