Viaggio dentro il cuore dell’apocalisse: Nella spirale di Gianluca D’Andrea (Pietro Russo per Limina)

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La recensione di Pietro Russo per Limina


La scrittura di Gianluca D’Andrea ha l’ossessione del movimento. Da Transito all’ombra (Marcos Y Marcos, 2016) a Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019) è come se essa rifiutasse, una volta tratta dal magma delle infinite possibilità, di cristallizzarsi definitivamente sopra un supporto, analogico o digitale che sia, e quindi volesse continuare ad avvilupparsi in un percorso polimorfo, multiplo nonché multi sequenziale, spiraliforme più che logico-lineare. Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), edito dalla nuova Industria&Letteratura (2021), porta alle estreme conseguenze questa tensione che non è solo espressiva, ma ha un fondamento epistemologico e cognitivo piuttosto evidente. L’immagine-concetto del movimento che curva intorno a un centro definito chiama in causa l’esperienza storica del soggetto e il suo rappresentare/interpretare il tempo come un vortice presente di passato-futuro. Già Vincenzo Consolo, conterraneo del messinese D’Andrea, proponeva questa visione della storia nel suo Sorriso dell’ignoto marinaio (Mondadori): 

«Ma ora noi leggiamo questa chiocciola per doveroso compito, con amarezza e insieme con speranza, nel senso di interpretare questi segni loquenti sopra il muro d’antica pena e quindi di riurto: conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene; immaginare anche quella che si farà nell’avvenire.»

Se il senso della storia poggia su questa premessa, è chiaro allora che la profezia della fine, dell’apocalisse – la «catastrofe» evocata dal sottotitolo – si innesta sulla scansione ciclica del tempo stagionale oltre che sulla misura del passaggio umano. La prospettiva della catastrofe è necessariamente antropica, riguarda cioè la relazione tra essere umano e mondo, con il primo termine che si trova al centro di questo discorso apocalittico e decentrato allo stesso tempo: «In cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’ideale quindi, per il poeta, sarebbe una fusione panica che azzeri ogni confine, un climax impossibile da raggiungere: «Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra».

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Oltre la paura per raggiungere un mondo nuovo – Gerardo Iandoli su “Nella spirale” per Strisciarossa

In questo momento di riaperture, ripensare ai giorni del confinamento potrebbe significare trasformare in opportunità quel tempo che, per molti mesi, ci è apparso come perso. È quello che prova a fare Gianluca D’Andrea, con il suo Nella spirale (Stagioni di una catastrofe). Il testo è suddiviso in quattro sezioni, intitolate con i nomi delle quattro stagioni.

Le prime tre sono composte da testi di difficile definizione: sono delle riflessioni intime a partire da citazioni, poetiche o filosofiche, dei più svariati autori. La voce del poeta, nell’impossibilità di attraversare il reale a causa del confinamento, passeggia tra le letture e definisce un proprio spazio intimo di pensiero, in cui muoversi, seppur virtualmente.

Il percepire il tempo come «ultima era» (p. 9) dà avvio alle riflessioni della voce poetica: in questo è riconoscibile, per utilizzare un’espressione del filosofo Michaël Fœssel, una «ragione apocalittica», in cui il pensiero si pone di fronte a una scelta irreversibile, che bisogna prendere necessariamente e dalla quale non si può tornare indietro. In questa «urgenza» (p. 12), la poesia diventa lo strumento per ripristinare la profondità semantica delle parole, al fine di «vedere un altro mondo», per richiedere «un nuovo inizio» (p. 13).

Le prime tre sezioni sembrano essere il racconto di un percorso intimo e intellettuale, in cui la voce poetica stabilisce le ragioni del suo fare e ne predispone gli strumenti, al fine di iniziare la sua poiesis, la costruzione del proprio mondo poetico. È interessante notare come sia la sezione Inverno quella in cui compaiono i primi versi:

Inverno, pallido sfregio di cellule,
in quale giorno sfacelando smisi
stanco lo scanto accettando la crisi?
La luna, argentea danza di libellule,
fissa e mobile in stanze nere osserva
la fine assiderata della belva
le ultime movenze, il suo respiro
vapore astratto, rapido ritiro.

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Il bagliore prima della scomparsa – Luca Mannella su “Nella spirale” per Marvin

La scrittura di Gianluca D’Andrea, da Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016) fino all’ultimo Nella spirale (industria & letteratura, 2021), passando per la sospensione saggistica di Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019), ricade negli stessi gorghi di memoria, nelle stesse spirali geografiche, temporali, esistenziali, poetiche e semantiche con leggere ma significative variazioni. Se in Transito all’ombra a dominare, a livello formale, era un certo lirismo talvolta a misura d’endecasillabo, oppure aperto al racconto mitologico e allegorico in versi anisosillabici (come nella prima sezione: La storia, i ricordi), in questa nuova raccolta D’Andrea, attraversata la prosa di Forme del tempo, trova un equilibrio, e di stile e di forme, nel prosimetro. Anche le aree tematiche delle due opere precedenti vengono rimescolate e riprese in una struttura più compatta e geometrica, che prende in prestito la scansione stagionale per segnare le tappe di un viaggio, di un transito, di nuovo dantesco, nella poesia, verso la catastrofe ambientale e politica, la fine del mondo e le sue possibilità rigenerative.

Dunque PrimaveraEstateAutunno Inverno sono le quattro sezioni, abbellite dai disegni di Vito M. Bonito, che, in una simmetria perfetta, ospitano dieci testi ognuna. A partire dal macrotesto D’Andrea richiama e si smarca dalle forme di narratività interna presenti in Transito all’ombra. Le richiama perché in entrambe le raccolte il poeta racconta “camminando” nel tempo e nello spazio, in una narrazione nella narrazione – come accade in Nella spirale, nella catabasi e ascesi della sezione Estate; si smarca perché, se in Transito all’ombra si trattava di una risalita sulla linea del tempo fin dalla remota infanzia e dagli anni ottanta, in Nella spirale cade il principio stesso di temporalità, annullato dalla figuratività dello stesso titolo: una spirale che risucchia la memoria, cancellando passato-presente-futuro.

Nella spirale è di fatto un libro che si fa nel suo stesso progredire, nell’avanzare della sua scrittura che non punta verso un ideale progresso, un punto prefissato. In Il terreno ha accumulato calore D’Andrea scrive che «in cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’io lirico si scansa per contemplare una visione, e come diceva in Forme del tempo – quasi in una anticipazione teorica di quello che avrebbe messo in pratica nel successivo lavoro – traccia la sua scomparsa: «perché l’osservatore passa e il passaggio lo intride di tracce» (Cogliendo altri segnali). Il soggetto scomparso corrisponde, giustamente, alla «massa informe dell’uomo-moneta, dell’uomo-dato monetizzabile» (Geografia del dominio) nel contesto della società neoliberista. È anche il soggetto che compie il viaggio a partire dal testo Colei che brucia le navi, un viaggio, tipico nella poesia di D’Andrea, in un passato impercorribile, ma che la letteratura riaccende, fa scintillare nell’ombra. Secondo una tecnica ancora tipica di D’Andrea, cioè il montaggio (benjaminiano?) dell’inserto, della citazione esplicita da altri autori, si comprende l’entità e le potenzialità di questo soggetto dai versi di Robertson: «non posso riportare intatto nulla di ciò. / La mia faccia è fumo, il mio corpo acqua, / le mie orme sono fatte di neve».

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Diego Conticello su “Nella spirale” per La Balena Bianca

«Se voi, nati in questi tardi tempi» vorrete incamminarvi dentro le stagioni,

scopriremo i prossimi sentieri e le nuove deviazioni. 

La notte ci inseguiva col suo buio proteiforme

Per un reale complesso, disarticolato e in progressivo disfacimento serve una scrittura altrettanto stratificata, multiforme, sfaccettata, prismatica come questa del nuovo libro di Gianluca D’Andrea Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), Industria & Letteratura 2021, postfazione di Fabio Pusterla – che non teme le commistioni, gli invischiamenti, le metamorfosi, il sommarsi dell’agone linguistico a quello dominante le scene del mondo in cui sopra-viviamo.

Ho conosciuto per la prima volta Gianluca proprio nell’ottobre di dieci anni fa, giusto nei giorni precedenti la dipartita di un grande maestro come Zanzotto, che per il nostro ha rappresentato un continuo riferimento cui aggrapparsi nel consolidare uno stile personale, peraltro più sulla scorta pluri-poietica del polimorfismo di Sull’altopiano. Racconti e prose (1942-1954) o di Conglomerati. In questo nuovo libro il modello si rende ancor più manifesto, ma era felicemente già esibito in Forme del tempo (letture 2016-2018).

Più di un decennio fa la poesia di Gianluca si orientava già verso un trobar clus quale sostenuta e arcigna tempra stilistica, compensando la dichiarata mise en abîme di un sistema strutturato di contenuti con le possenti impalcature linguistiche, costruite per neologismi e solecismi, ma soprattutto per via di un’elasticità di varianze distorte e dilatate alle estreme possibilità consentite, alla maniera appunto di Zanzotto. Adesso diviene ancor più indulgente da un lato verso la memoria degli ‘ecosistemi’ natii (la sua, la nostra Sicilia è descritta come «terra di filari sparuti e boschi rigogliosi») attraverso meccanismi sinestetici corroborati da un linguaggio lirico di pronunciata ricercatezza, dall’altro a un dettato versificatorio tendente ad indagare in maniera certosina il dettaglio sfuggente, il particolare trascurato, anche con l’ausilio dell’accensione metaforica. In ragione di tale sforzo la lingua risulta meno orfica e più rarefatta, caratterizzata da un ordito non distante dalle matrici ermetiche di primo Novecento, dunque – come queste ultime – scaturente dalla crisi e, pertanto, in essa immersa.

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Nella spirale sulla Gazzetta del Sud

 Marcello Mento 

«Le parole dovrebbero rispondere a un’urgenza. Invece in questi giorni “forzati”, nell’imprecisione dei comunicati e dei decreti, negli sforzi di una politica boccheggiante, si delinea dal contagio “universale” un’assenza». Accade cioè che «le parole non corrispondono, non stabiliscono contatti, non producono “calore”». Ma se questo è vero perché «indugiare su questa consapevolezza, che poi, a ben vedere, è una reazione, un moralismo». Che fare allora? Gianluca D’Andrea, scrittore tra i più sensibili e colti della scena letteraria italiana, invita a provare un nuovo racconto per dire del calore che la terra continua a emanare. 

E per farlo occorre uscire dall’impasse in cui la pandemia ci ha costretto e mettersi in cammino e guardare al mondo in divenire, trovare il modo, il nostro modo, per stare in un mondo che non è più lo stesso, anche se tale può sembrarci se ci fermiamo alla sua apparenza. 

A sollecitare queste riflessioni l’ultimo libro di D’Andrea, “Nella spirale” sottotitolo “Stagioni di una catastrofe”, edito da Industria&Letteratura, uscito da qualche giorno e che nella produzione letteraria dell’autore messinese, trapiantato ormai da anni al Nord, costituisce un capitolo decisamente nuovo e originale. D’Andrea è autore anche di alcune raccolte di poesie, tra cui Transito all’ombra, edito da MarcosyMarcos. 

«Sì, questo è un libro “in cammino”, polimorfo, secondo alcuni è una sorta di prosimetro (opera letteraria contenente parti in prosa e parti in versi, ndr) sullo stile appunto della Vita nova di Dante e, per questo, si aspira proprio a un rinnovamento e alla speranza, nonostante la catastrofe – dice d’un fiato D’Andrea -. D’altronde l’origine effettiva del termine catastrofe è “rivolgimento”, così come l’origine di apocalisse (altro tema forte presente nel libro, anche se in modo non religioso ma più specificamente “umano”) è svelamento e, quindi, rivelazione». 

Un libro “apocalittico”, quindi, che, come sostiene l’esegeta francese Paul Beauchamp, si potrebbe inscrivere in quella letteratura che «nasce per aiutare a sopportare l’insopportabile». Mai come oggi, infatti, abbiamo bisogno, alla luce della devastazione relazionale e spirituale causata dalla pandemia di un messaggio di speranza. Nello stesso tempo, ci suggeriscono le note editoriali, è diario e saggio, rivelazione poetica e racconto visionario. 

Il libro, che si presenta in un piacevole formato quadrato, si articola in quattro sezioni, ognuna di esse porta il nome di una stagione. Da qui il sottotitolo. 

«La prima sezione, la primavera – racconta D’Andrea -, è la parte riflessiva che inaugura un nuovo tempo, anche se non per forza vitale, cioè caratterizzato da una rinascita, perché il clima sembra fuor di sesto. A ispirarmi sicuramente “La terra desolata” di Eliot. Un tempo preoccupante ma da cui, nonostante tutto, si può ripartire. 

Estate, invece, è un racconto immaginifico, onirico, sulla mia infanzia e preadolescenza messinese, in cui parlo delle colline vicino al condominio in cui abitavo con i miei genitori e che, nella trasfigurazione della memoria, diventano il tragitto di un percorso di iniziazione e possibile avventura: un nuovo-vecchio inizio che, però, preannuncia una fine imminente». 

«La terza sezione, Autunno – spiega il nostro autore -, è una sorta di sintesi dei primi due capitoli, in cui l’esperienza messinese dell’infanzia si fa recupero linguistico, anche se questo recupero si può trasformare in invettiva nei confronti delle devastazioni compiute dall’uomo dal punto di vista climatico, che tanti problemi sta causando e tanti altri ne causerà. Ultima sezione, Inverno, recupera le forme poetiche “chiuse” della nostra tradizione. I riferimenti maggiori sono al Dante della Vita nova, chiaramente, e a Jacopo da Lentini con sua canzone ‘namoranza disïosa, infatti si trovano madrigali, sirventesi (componimento poetico, talvolta musicato, d’origine provenzale, ndr), sonetti, una canzone sullo stile della scuola siciliana delle origini e una sestina che, per composizione e forma, richiama il movimento a spirale evocato dal titolo del libro». 

Nella Spirale inizia il suo viaggio. La lettura di Antonio Devicienti per Via Lepsius

Viene pubblicato oggi per le Edizioni Industria & Letteratura il libro di Gianluca D’Andrea Nella spirale (Stagioni di una catastrofe).

In un messaggio privato Gianluca mi scrive di considerare l’opera un prosimetro e in effetti il libro (elegantissimo nel suo taglio tipografico, impreziosito dalla copertina di Francesco Balsamo e dai sette disegni a colori all’interno di mano di Vito M. Bonito – postfazione di Fabio Pusterla) continua, sviluppa e raccoglie tutto quello cui Gianluca ha lavorato finora in sede di scrittura in versi, scrittura critica, scrittura di teoria della letteratura e della poesia; “raccoglie” nel senso che gli stimoli, le riflessioni, le scoperte del lungo e fecondo tempo che ha preceduto Nella spirale concorrono a dar vita a questo complesso lavoro.

È un lavoro ambizioso perché facendo riferimento (e le cita esplicitamente) a molte voci di poeti, filosofi, sociologi, economisti, scrittori si confronta con la complessità estrema del nostro reale e cerca una scrittura che, appunto, travalichi i singoli “generi”, che, in maniera estremamente avvertita e decisa, si lasci alle spalle ogni attardata (per quanto nobile) tradizione: i modi di scrivere del passato (anche recente e recentissimo) non sono più sufficienti per dar conto della realtà dentro cui siamo immersi – stiamo, infatti, “nella spirale” e l’urgenza consiste nel cercare e nel trovare uno sguardo il più possibile lucido, capace d’individuare coordinate e direzioni, se ce ne sono.

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NUOVI INIZI: Fabio Pusterla, ‘Cenere, o terra’, Marcos y Marcos, Milano, 2018 – su L’EstroVerso

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Sulla crisi e il mutamento si fonda Cenere, o terra, l’ultimo libro di Fabio Pusterla, pubblicato da Marcos y Marcos.  E su ritualità penitenziali e di passaggio evidenziate sin dal titolo, il cui rimando è al canto IX del Purgatorio, si apre questa nuova operazione. Il nono canto, dicevamo, che è sempre, nelle strategie compositive della Commedia, un luogo di transito, rappresentato da soglie via via – dall’Inferno al Paradiso – più sfumate. E la soglia è ormai figura topica di tutta l’opera di Pusterla, quasi aggancio metonimico e ancoraggio nella precarietà di un tempo percepito nella sua inesorabile scomparsa.
La percezione transeunte del tempo ha, sin dalle origini, condotto il nostro poeta a confrontarsi con l’archeologia del segno, nella prospettiva/speranza che la conoscenza del passato potesse aprire brecce nel presente, in direzione di un futuro possibilmente luminoso. A sottolineare quest’urgenza di poetica, sono segni tematici e retorici che attraversando l’intera opera sembrano consolidarsi proprio in Cenere, o terra.
Partendo, allora, dal concetto di soglia suggerito dal richiamo alla Commedia, possiamo da subito individuare il nucleo tematico che, con ogni probabilità, guida il cammino di recupero e contemporaneo rilancio etico di Pusterla: l’umiltà.
«Cenere, o terra che secca si cavi, / d’un color fora col suo vestimento», così Dante descrive la veste, praticamente un saio, dell’angelo custode all’entrata del Purgatorio, ed è la tensione all’unità, attraverso un ultimo splendore che riattivi la relazione – io/altro, parola/mondo – a spingere il poeta verso una successiva, forse estrema, riflessione sui valori tradizionali.

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Note su “L’indifferenza naturale” di Italo Testa (Le Ali, Marcos y Marcos, 2018) su Nazione Indiana

Oggi su Nazione Indiana una mia nota a L’indifferenza naturale di Italo Testa (Marcos y Marcos, Le Ali, 2018)

l'indifferenza naturale

Note su L’indifferenza naturale di Italo Testa

 

di Gianluca D’Andrea

Lo sguardo è lenta costruzione […] la mente rumina le cose
le afferma per sottrazione

L’indifferenza naturale

 

L’ultimo libro di Italo Testa sembra attraversato da una carica metafisica che fa leva sulla sospensione. La parola si fa basilare, tocca il basso e l’umido di una terra di passaggio che solo in lontananza sembra fare risuonare paesaggi realmente attraversati dall’autore.

Sicuramente balugina una necessità di rinascita ma essenziale, appunto, o “naturale” come l’in-differenza cui il titolo introduce e che suggerisce una percezione ambivalente: «la vita che ignota fermenta dai fossi / in un’onda di calore svapora» (pastura, p. 16, vv. 5-6), o ancora «guarda la vita che anonima fermenta / il ritmo uguale dei giorni senza meta» (la lenza, p. 17, vv. 1-2). Ambivalenza che, almeno nei testi da cui gli estratti sono riportati, sembra inoltrarsi nella terra di mezzo di una nominazione franta, da un lato sentinella di una presenza che si appressa ma, d’altro canto, che s’immobilizza nel “non nominabile” “di un’assenza” (come è evidente nell’ultimo componimento del libro a p. 117).

Partendo da questi estremi, nella divaricazione di una cammino che si dipana per segnali e intermittenze, è possibile rintracciare ombre di presenza in una realtà indistinta, limacciosa, cui sembra destinato a ritornare ogni segno umano (e, nello specifico, la parola della poesia). Ogni documento, potrebbe “realizzarsi” in un’archiviazione indifferente, in un enorme “no-cumento” – questo il rischio che le capacità di archiviazione attuali immettono nel nostro vissuto se si dimentica la stratificazione “geologica” che i segni producono – ma la poesia indica la direzione di un recupero, per quanto disillusa, verso cui sembra muoversi l’opera di Italo Testa, incluso L’indifferenza naturale che sembra porsi in posizione “originaria” rispetto ai depositi e alle stratificazioni successive di La divisione della gioia, I camminatori e Tutto accade ovunque.

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Domenico Cipriano, L’origine, L’arcolaio, Forlì, 2017 su “Punto – Almanacco di poesia”. A cura di Salvatore Ritrovato

Recensione di Salvatore Ritrovato a L’origine di Domenico Cipriano (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2017 – Collana Φ a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello)

Domenico Cipriano, L’origine, L’arcolaio, Forlì, 2017
di Salvatore Ritrovato

copertina-ciprianoQuello che mi ha da sempre colpito della poesia di Domenico Cipriano è la sua versatilità, una dote non comune fra i poeti di oggi. Versatilità soprattutto formale, che non discende da una indecisione stilistica, bensì dal dubbio che la poesia non debba inseguire il verso, se mai il contrario. Rispetto a Novembre (Transeuropa, 2010) e a Il centro del mondo (Transeuropa, 2014), alcune delle più importanti raccolte di Cipriano, L’origine (L’arcolaio, Forlì, 2017) spicca per una più marcata estensione della sonorità timbrica del verso che non si appaga più di misure metrico-ritmiche fisse e regolari, ancorché chiuse, e predilige invece il taglio obliquo, sghembo, di una voce che si ferma e ricomincia proprio nel punto in cui l’immagine, quale si snoda nel verso, ad ogni ripartenza fino all’a-capo, libera ormai lo slancio lirico.
Ne deriva una “forma-testo”, per questa nuova raccolta, che non possiamo dire del tutto inedita nella poesia di Cipriano, dal momento che si apparenta, almeno nella costruzione del fraseggio, a quella della musica jazz, le cui forme compositive, di là dai differenti generi – sia qui lecito semplificare – si caratterizzano per una sviluppo della linea melodica fra sincopi ed extrasistoli, e per quella capacità propria di improvvisare di volta in volta (ed è qui il senso di libertà che esso procura) un’idea musicale.

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Su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea: Saggio di Davide Castiglione su In realtà, la poesia

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di Davide Castiglione

Su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea: progettualità, diegesi, tangenze

È chiaro fin dall’esergo di Mandel’štam che due saranno gli elementi precipui attraversati in questo ultimo lavoro di Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (il titolo, ci ricorda lo stesso autore, è un omaggio a Wallace Stevens, che nel 1947 pubblicò Transport to Summer): il primo è il tempo, a sua volta dialetticamente composto di tempo storico-sociale e personale-archetipico, come messo in evidenza, direi programmaticamente, dal titolo della prima sezione (“Il tempo, i ricordi”); tema già rilevato da altri commentatori, per esempio da Gian Ruggiero Manzoni quando scrive che “la storia d’insieme pare, di continuo, collassare e rimandare a quella di se stessi, del singolo”[1]. Il secondo nodo, molto più nascosto, più attitudine che tematica, è tutto nella volizione di quel voglio da Mandel’štam, che sembra ispirare lo sforzo strutturante-architettonico del libro e forse anche condurre a qualche sua deriva didascalica su cui mi soffermerò dopo – deriva che mi porta in parte a dissentire con Antonio Lanza quando scrive che è “venuto meno il rischio che una progettualità narrativa di ampio respiro appesantisca la materia poetica”[2]. Il compenetrarsi di biografia personale e storia collettiva notato da Gian Ruggiero Manzoni non va ovviamente letto nella prospettiva di una qualche discutibile emblematicità della vicenda dell’io. È piuttosto l’affidamento sincero a una epistemologia empirica, per cui la conoscenza del mondo arriva dai sensi e dall’esperienza anche quando quest’ultima è mediata dalla semiosi dei mezzi di comunicazione, che nella prima sezione fanno irruzione con saltuaria violenza. E al tempo stesso è forse leggibile come contro-reazione all’annullamento trasversale della Storia negli anni ’80, un decennio i cui strascichi ideologici ed emotivi sembrano arrivare fino ad oggi, come si legge in un bell’articolo di Andrea Cortellessa[3]. A tal proposito, è interessante notare come un coetaneo di D’Andrea, Matteo Marchesini, intitoli Cronaca senza storia la sua prima e per ora unica raccolta poetica, e che Andrea De Alberti nel recente Dall’interno della specie guardi al presente dalla lente remota dei tempi evolutivi. Recupero dialettico della storia in D’Andrea, constatazione amaro-ironica della sua impossibilità in Marchesini, sua trascendenza laica tramite la scienza dell’evoluzione in De Alberti: strategie diverse, ma che rimettono la centralità della storia nei versi.

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