Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

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Gabriel Del Sarto

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

Il tempo e la vita

Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno
l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo
e immaginavo il ferro e l’ossigeno
nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore
che niente ha cancellato, ho saputo
come la natura si concentri nel tempo
di ciascuno: un’assoluta
ed armonica compossibilità di volti
e sofferenza.
…………   (Esiste quasi
da sempre anche l’Anticlinale,
…………………………è una piega
delle rocce, una struttura
dove gli strati sono convessi
verso l’alto e puoi trovare, dicono,
dal basso a salire, l’acqua
che satura tutti i pori, gli idrocarburi liquidi, il gas
che si accumula all’apice della piega. Ancora
azioni e parole. La contraddizione
che governa ogni cosa.)

Ogni tanto ancora un cenno. Fa parte
di noi, di questa storia ricordata.
Può bastare un articolo o un post
in rete letto a voce alta dentro
le stanze che abitiamo, il silenzio
dopo, uno sguardo al posto di ogni cosa,
leggere contrazioni, siamo noi,
è la vita, quando la prima morte
è quella della parola che manca.

(da Il grande innocente, Aragno, Torino, 2017)


È subito in scena un dialogo in questo testo d’esordio dell’ultima raccolta di Gabriel Del Sarto. In tutto Il grande innocente – ho avuto modo di parlarne in maniera più diffusa qui – il pathos del linguaggio si scontra con la «compossibilità» di relazioni non più mediate da alcuna sovrastruttura, per cui l’Io (il soggetto, il “primo rispetto ai concetti”, nell’interpretazione deleuziana di Benveniste), linguisticamente si pone come intermediario del rapporto e, quindi, strategicamente “dentro” un senso. Tale posizione del soggetto non è più marginale ma interrelata e in “ascolto”: «ti ascoltavo / e immaginavo».
Sin da questo punto testuale s’intravede una rinnovata fiducia, perché l’ascolto dell’altro (reale, cioè dentro il piano dove scorre il linguaggio, in un avvallamento) “cambia” il destino – particolare – dell’interlocutore, suscitando un percorso immaginifico. Ognuno è qualcosa (aliquid, il banale che non poggia su alcuna infrastruttura che non sia il linguaggio) con un senso. La forzatura che intromette questa diversa dimensione del tempo testuale è strategica, dicevamo, in funzione di una poetica, non so quanto consapevole, dell’accostamento. Accostamento che, però, non colma il “mancamento” del senso, ma si lascia trasportare dalla necessità del racconto, senza affabulare, senza fingere una mitologia che blocchi nuovamente la parola alla sola ricezione passiva, ma, al contrario, riattivi costantemente «la vita, quando la prima morte / è quella della parola che manca».


Tema della voce

Ecco il mondo, e questa è una città, questa una bambola
che soffre il mal di gola. Potremmo insieme
offrirle della gommose alla menta, che poi
finirai tu, sul divano o nel letto
di quella camera d’albergo davanti alla stazione.

Può bastare il cammino che abbiamo percorso
fra le calli di Venezia dopo Natale
per osservare i volti, alcuni acuti, e capirne in silenzio
le pedagogie assolute. Le parli
e la bambola smette di tossire. Ecco un’altra
città, un mondo già diverso, proprio quando scende
la sera.
———-– Ricordo il dolore di portarti sulle spalle
e poi te sotto al letto con un libro.

Possiamo farlo: l’esercizio
di un’estensione della luna, a due voci,
su un mondo scollato, un puzzle
senza ribellione – e poi tornare
al nostro abbraccio, al calore della spalla
solo tua, a te, sotto il letto, con un libro,
che disegni quello che siamo
nella tua mente contorni
di alberi, rami di queste parole.

(Inedito)


Il dialogo, con l’acquisizione della prima persona plurale, il noi che emerge come una neo-formazione dal testo pubblicato, manifesta un accostamento più profondo in questo inedito.
Intanto, la voce narrante è uguale a quella che nel precedente componimento stava in ascolto (l’Io è ancora «primo, perché fa iniziare la parola», direbbe Deleuze). Questa stessa voce presenta adesso il suo racconto a un essere (nessuna entità, ma «l’essere come verbo “essere”» seguendo Nancy) evidentemente più “piccolo”, in fase di crescita (i referenti sono evidenti e non nascondono, semmai velano di pudore: «bambola», «gommose alla menta», ecc.). Quella che viene raccontata è la storia di «un mondo già diverso», un mondo in trasformazione nel suo essere la stessa trasformazione, senza trascendenze, ma nell’evidenza che si può essere «insieme» in un’offerta di sé che arricchisce il soggetto che si dis-pone all’altro.
Sul piano del linguaggio, però, questa commistione (la «compossibilità» del testo precedente “concretata” in questo inedito) ha bisogno – ancora necessità, e, quindi, evento puro – di uno slittamento di senso (nel caso specifico del testo, il soggetto delega al suo oggetto, il “tu” rimpicciolito – quasi forma desiderante del soggetto stesso – la scoperta di un nuovo linguaggio). Per questo dall’«abbraccio» l’essere si distanzia, per ritrovare quella “vacanza” di senso, appunto, che permette di disegnare “nuovamente” «quello che siamo»: «contorni / di alberi, rami di queste parole», cioè un’altra lingua rinnovata nella continuità che, incessantemente, si sviluppa.

(Ottobre 2017)


Gabriel Del Sarto (1972) ha pubblicato le raccolte poetiche I viali (2003), Sul vuoto (2011, Premio Apuane 2015 e finalista Premio Carducci 2013), Il grande innocente (2017) ed è presente in diverse antologie fra cui L’opera comune (1999) e Nuovissima poesia italiana (2004). È autore di saggi sull’uso della narrazione nelle pratiche educative, fra cui Raccontare storie (con Federico Batini, 2007) e In un inizio di mattina (2012). Sue poesie sono tradotte in portoghese e spagnolo.

Poeti italiani (3) – Spazio inediti: Marco Simonelli

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Marco Simonelli

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (3) – Spazio inediti: Marco Simonelli

La somma dei miei mali opprime il plesso
ostruendo le vene e poi l’arterie;
questo male la testa ha compromesso,
ridotta in condizione più che serie.
Il sesso è quella cosa ch’apre e chiude
il respiro, il coraggio addormentato
che, sveglio, salta, corre e non delude
qual cucciolo di cane appena nato.
Ma quando poi si fa licantropia,
mensile vocazione a distruzione
allarme accende, pulsa rossa spia
a segnalar di mente distrazione.
Non è bussola questo strano cuore
ma timer, ordigno, contatore.

(da Will – 24 sonetti, Edizioni d’If, Napoli, 2009)


 

«Intendo parlare d’un turbamento elementare,
la cui essenza è il disordine, il travolgimento».

G. Bataille

La serie amorosa dei sonetti, da cui il testo è estrapolato, immette al trasporto relazionale. Il componimento presentato, in particolare, è il sintomo della traslazione affettiva che l’individuo compie e proietta all’esterno, evidenziando con l’esposizione della propria libido, la pulsione erotica che sembra rappresentare la vita delle società: il fondo mortuario o caotico della libera espressione estatica, concentrata sul versante dionisiaco della contemplazione. Lontano da ogni concezione “estetizzante”, l’arte (di cui il sesso è allegoria nel testo presentato), manifesta le ambivalenze necessarie dell’esistenza, la sua potenza «ch’apre e chiude/ il respiro» e che si accompagna alla «vocazione a distruzione» dello stesso esistere. Il quadro costruttivo/distruttivo si espande, con uno sforzo etico tendente all’emancipazione del genere sessuale, altra maschera di libertà espressiva e verità, quasi gnoseologica, del fare poetico.
A un passo dall’esplosione s’interrompe l’ordigno testuale, la cui conflagrazione, sempre possibile, annienterebbe la facoltà artistica del linguaggio di sviluppare nuove apparizioni estatiche, nuove prospettive o epifanie d’esperienza ovvero di continuare il percorso ritmico dell’esistere, il respiro.
Il ciclo dei sonetti, la forma chiusa tradizionale dell’amore, non fa che rilevare il carattere necessario e concluso di una tappa esperienziale del soggetto, come in un resoconto memoriale. Anche la formazione circostanziale del ciclo sarà inevitabilmente sottoposta alla necessità successiva del travolgimento, del nuovo inizio.


Il diciassette barrato, la pioggia di novembre
ci sorprende sui viali deserti all’improvviso.
Sale, lui, completamente asciutto
e senza ombrello, sfavato, sfasato
e tuttavia scafato, abituato
ai malefìci urbani durante questi freddi.

Con tutti i posti liberi si siede accanto a me
(e sono più che certo sia salito
sprovvisto di biglietto). Si direbbe
un bel ragazzo, davvero, uno di noi
un altro sconosciuto sopra il bus
che cerca solo di tornare a casa.

Con le cuffiette bianche dell’iPod,
il piercing ovviamente al sopracciglio
un’incoscienza giovane e beota di tamarro
pronto a credersi il più figo della terra,
coi suoi calzini bianchi da sportivo
che coprono odorosi lo zoccolo caprino.

(Inedito)


Nuovo inizio che l’inedito qui offerto preannuncia sin dall’esordio, in cui l’ambientazione in uno spazio comune, pubblico, ha la funzione di turbare l’artefatto formale del primo testo, l’impostazione estetica residua di un genere. Si ha la rielaborazione (e riabilitazione) della forma nelle possibilità di sfasatura rispetto a un dettato che si fa “normale” e riesce a cancellare le tracce manieristiche o, se si vuole, post-moderne, artate, osservate in precedenza. Gli artifici presenti – come le paronomasie «sfavato», «sfasato», «scafato» – in questo caso, introducono la riscoperta epifanica del mondo attraverso un’esperienza, abbiamo visto assai banale: i «malefici urbani» sono il campo magico d’attrazione di un soggetto all’erta, che riesce a intravedere nell’alterità una comunione d’obiettivi («uno di noi/ un altro sconosciuto sopra il bus/ che cerca solo di tornare a casa»). Il luogo comune della maschera, nell’ambito dell’inedito, non va “smascherato”, come invece avveniva nel sonetto precedente, poiché l’esposizione esibita del proprio sé – per quanto martoriato – può offrire solo ulteriori conferme allo scandalo dell’esistere, alla sua sovrastimata mostruosità, che rischia di restare in questo modo inafferrabile, non rinnovabile, concluso nella sua maniera inerte.
Abbassandosi all’ambiente il soggetto trova la sua espansione e scopre il vero sotto il reale, l’estasi d’origine: «Con le cuffiette bianche dell’iPod,/ il piercing ovviamente al sopracciglio/ un’incoscienza giovane e beota di tamarro/ pronto a credersi il più figo della terra,/ coi suoi calzini bianchi da sportivo/ che coprono odorosi lo zoccolo caprino».
Il percorso di Simonelli sembra attestarsi sulla comprensione degli eventi comuni, è in procinto di riscoprire una nuova umiltà; l’esibizione del corpo testuale, avvertita come necessaria nelle prime prove, si scioglie nell’immersione contestuale, si accinge ad abbandonare il testo unico della teatralità a favore di un testo multiforme (o “multitesto”) della collettività.

(Settembre 2014)


Marco Simonelli, poeta, traduttore e performer. È nato nel 1979 a Firenze, dove vive. Ha esordito col racconto in versi Memorie di un casamento ferroviere del ’66. Del 2004 è il poemetto drammatico Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste riscrittura omoerotica del martirio di San Sebastiano: dal testo è stata tratta una performance vocale. Nel 2007 è uscito Palinsesti – Canzoniere Catodico. Nel 2009 vince il premio Russo – Mazzacurati con Will – 24 sonetti. Per Massimo e Pierce di Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente, poema per voce ed elettronica. Nel 2011 è uscito L’estate sta finendo e nel 2012 Firenze Mare è apparso in Poesia Contemporanea. Undicesimo Quaderno Italiano.

Poeti italiani (2) – Spazio inediti: Laura Liberale

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Laura Liberale

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (2) – Spazio inediti: Laura Liberale

Che cosa ti mostro io del cielo
puntandolo con la parola cielo?
Forse t’inscatolo a falde, tutt’insieme,
azzurri, grigi, arancioni, rosa,
lilla, viola, bianchi, neri,
nuvole, acqua, ghiaccio, neve,
venti, stelle, sole, luna, pianeti,
uccelli, lampi, tuoni, aerei ed eclissi?
T’insegno che nell’uno ci sta il molto
(e deve starci)?
Eppure a volte ho come l’impressione
che a dirla a te si riconquisti, la parola
si riconsegni a una necessità
perda la realtà di convenzione.
E se al tuo orecchio bisbiglio cielo
– sostando col respiro sul dittongo –
mi sembra che sia l’unica possibile
pienissima parola, straboccante.
La dico, guarda
e già ne sbuca fuori un uccellino
pronto al volo.

(da Sari (poesie per la figlia), Edizioni d’If, Napoli, 2009)


Il primo testo sfrutta appieno le potenzialità di trasmissione della parola. Suona, nell’andamento riflessivo e ondulante, una melodia in due tempi. L’inspirazione per accumulo della prima parte si coagula nelle interrogazioni ribadite, per cui la parola, indicando, preannuncia, pur nel dubbio, la propria possibilità di contenitore polisemico. Fino al verso 10, la volontà e il desiderio di trasmettere creano conglomerati, il dubbio asintotico dei primi due versi espone la distanza tra il cielo “effettivo” e il cielo “verbale” e scivola nell’elencazione per asindeto; il respiro si rilascia espellendo l’illusione del tutto, che poi è il dovere imposto da una comunicazione didascalica. Così, nella seconda parte (dal verso 11 in poi), il dire ragionativo, senza più zavorre “convenzionali”, diventa sempre più fluido, riesce a “riconsegnare” la parola alla sua “necessità” d’apertura, alla sua libertà ri-creante. Solo negli ultimi versi, la poesia, secondo il tragitto esposto, si dona, o meglio dona la fuoriuscita di un senso che si rinnova ripetendosi, anticonvenzionale perché comune. Gli artifici si spengono, l’apparente banalità del gesto finale illumina facendo vibrare i sensi: la madre è finalmente libera di offrire alla figlia il mondo, la sua “infima” evidenza; la sua parola indica, appunto, senza il vincolo dell’ammaestramento, l’appartenenza al mondo stesso, l’elencazione lascia il posto all’analogia, l’abbraccio essenziale tra le cose: come la bimba, da “quel” cielo «sbuca fuori un uccellino/ pronto al volo».


Ti porto
come il più necessario dei pesi
il più caro
il più doloroso
soma d’inerme bellezza
che mai più, mai più.
Sulle spalle ti porto
sono un uomo piegato
che strazia i punti cardinali
con la tua esposizione
un dio deposto
che ti lascerà cadere
frammentata in meteore
a fecondare la terra
su cui ora strisciano le fronti.
E cadranno i tuoi occhi
irraggiando cupole e vicoli di nerezza
cadranno le tue gambe
moltiplicando tumuli e altari
cadrà il velo dei tuoi capelli
su ogni operosità e ogni rinuncia
cadrà il tuo ventre
l’humus del sesso
a colmare i solchi perimetrali
cadrà anche la chiostra dei tuoi denti
ad azzannare l’aria del precipizio
e spalancare i templi.
Il tuo corpo smembrato
fonderà città e territori.
Il tuo corpo smembrato
edificherà la topografia del lutto.

(Inedito)


L’inedito sembra prendere spunto da quella versione del mito induista di Sati e Śiva, secondo la quale quest’ultimo – a seguito del sacrificio della moglie causato dagli insulti rivolti dal padre di costei nei confronti dello stesso Śiva – in preda alla follia, prende sulle spalle il corpo della moglie, cominciando a danzare. Altre divinità, al cospetto di questa scena, preoccupate per le eventuali conseguenze negative, decidono di invocare Viśnu, il quale smembra il corpo di Sati, le cui parti, cadute in svariati punti del territorio indiano, costituiscono, a tutt’oggi, dei luoghi sacri.
La conferma, o meno, di tale ipotesi non ostacola la necessità di nominazione che muove la scrittura della Liberale. Se nel primo testo si avvertiva il peso del dubbio – specialmente nella prima parte, come abbiamo visto – sulle capacità ri-creanti della parola, adesso lo stesso dubbio è risolto nella fiducia (o fede) “affabulatoria”. Il μῦϑος, risalendo il suo corso etimologico, è racconto, parola, origine sonora, l’azione di dar fiato alla bocca è matrice dello sviluppo successivo della trasformazione di un gesto in possibilità di comprensione. Le comunità hanno i loro miti da cui si è poi biforcata la Storia. Ancora accumuli di memoria e di senso ci permettono di svolgere la trama testuale: il climax discendente negli attributi presenti nei versi 2-5, “necessario”, “caro”, “doloroso”, “inerme”, fino alla scomparsa, «mai più, mai più» (v. 6). Il racconto della vicenda, poi, ha un ritmo scandito e quasi sincopato in versi di misura breve, concentrati, il respiro è contratto, incalzante. In poesia, il racconto non ha bisogno della prosa ma di un ritmo, in questa direzione l’inedito della Liberale manifesta l’evoluzione di una parola che, nell’essenziale, ha la sua forza, anche quando la necessità del dire, nella sua incombenza, cerca di farsi exemplum. La sensazione è che, dalla relazione intima con la figlia del primo componimento, si sia passati a una fase di confronto educativo più ampio ed “esterno”, per questo la scrittura poetica, adesso, sembra confrontarsi con quelle capacità affabulatorie e di trasmissione che, comunque già nel primo testo, erano avvertite come necessità e dovere.
Un ultimo appunto sulla conclusione dell’inedito: nei miti il sacrificio, oltre ad offrire funzioni catartiche, liberatorie (anche la fede in una parola che è in grado di esporre il proprio mythos è liberazione, della parola stessa dal dubbio di non poter nominare, come abbiamo osservato più volte), è fulcro di un riconoscimento comunitario nell’accettazione della norma. Il rischio è sempre in agguato nell’evidenza e Liberale lo sa: «Il tuo corpo smembrato/ fonderà città e territori./ Il tuo corpo smembrato/ edificherà la topografia del lutto» (vv. 28-31). Nel mito cui facevamo cenno all’inizio, il suicidio di Sati potrebbe essere all’origine di quella pratica funeraria chiamata Mahasati, la grande sati, o la Sahagamana, la dipartita congiunta, cioè l’antica usanza indù di cremare viva la vedova sulla pira funebre del marito morto.

(Giugno 2014)


Laura Liberale è laureata in Filosofia e dottore di ricerca in Studi Indologici. Dal 2006 tiene corsi e seminari di scrittura creativa. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e narrativa. Suoi testi sono apparsi su riviste e antologie. Ha pubblicato, oltre ad alcuni saggi indologici, i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009) e Madreferro (Perdisa Pop, 2012); le raccolte poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009) e Ballabile terreo (d’If, 2011). È inoltre tra gli autori di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012). È co-curatrice dell’antologia Sogni senza Frontiere (Edizioni dell’Arco, 2013) e curatrice dell’antologia Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi (Ratio et Revelatio, 2014).

Poeti italiani (1) – Spazio inediti: Tiziana Cera Rosco

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Tiziana Cera Rosco

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (1) – Spazio inediti: Tiziana Cera Rosco

Se tu mi incantassi i capelli
e come serpi si issassero a funi
e da essi salissero o scendessero scimmie
le forre che riservo a te dopo il candore
– lo credi bianco
ma è una margherita architettata a labirinto
è un corvo che becca le tue vocali –
Se tu non avessi gli abbracci logici degli amanti nominali
e nella bocca ti incendiasse il fiato
e me lo vampassi sottolingua
quando mi muovo come un’ardesia
mi inoltrassi al cielo,
oltre ai figli
i molluschi neri di questo ventre salato
vedresti la mia predilezione per le scale.
Se tu dimenticassi le cose che sai di me
e mi lasciassi fare prati
con quei peli mischiati dallo sperma
e mangiassi alla vulva zuppe di miracoli
e il lenzuolo non salpasse come un polmone aperto
con me annegata sotto
e invece di tuffarti tu stessi
sul dorso del mare
leggero come al sagrato di una chiesa
ed io fossi per te pane
sapresti che sono punita dal sole
che Proserpina cambia dolore sulla crosta
che premo e prego su tronchi di pioggia
quando scendono anime a colonne d’acqua
e la mia bocca ha sete
della linfa segreta dei viventi.

Questo cuore – vedi? – è un amuleto
inciso, un talismano
che ne trarrai senza religione?
se ti stringi alle mie cosce
e frughi a braccio intero
e rimescoli tetto a sottosuolo.
Mi stai dentro io impalata come pesce aperto.
Ma dentro – dentro – non c’è alcova.
È danaide.

Dai miei occhi saliva inguine a pozzi.

(da Il sangue trattenere, Edizioni Atelier, Borgomanero, 2003, pp. 31, 32)


Il primo testo che presentiamo, pubblicato nel 2003, inscena un’assenza proprio dentro il discorso amoroso. La pagina è palinsesto che si accumula per raschiamento, riduce il rapporto a monologo, per giungere al fondo scabro della mancanza, unico movimento che riapra al desiderio. Desiderio che, però, nelle prime battute, scompare a causa del movimento ipotetico della sintassi, per cui l’irrealtà del contatto è ruvidamente imposta a un “tu” incapace di capire, trivellato da un dettato che l’autrice carica di aggettivazioni insolite, fughe metaforiche che non accettano «gli abbracci logici degli amanti nominali» (v. 8), per un rapporto che si vuole esigente, quasi incontentabile, estremo: «Se tu dimenticassi le cose che sai di me/ e mi lasciassi fare prati/ con quei peli mischiati dallo sperma/ e mangiassi alla vulva zuppe di miracoli» (vv. 16-19). Questa tensione espressionistica è in funzione di uno svelamento che si vuole necessariamente cruento, perché solo nel sacrificio è possibile l’iniziazione del vero rapporto che testimonia l’alterità. Mistica del martirio, appunto, che ancora non aspira a circoscriversi, non può ancora sentire l’invadenza dell’io, perché è totalmente impiegata nello scardinamento dell’Altro avvertito come pericolo, falsificazione del Vero. Questa carica è in bilico, tra la voglia di rottura linguistica, che potrebbe portare alla Visione, e un ordine raccolto, arginamento umile delle spinte. Per questo, forse, il componimento si chiude sull’assenza, sull’impossibilità d’intimità erotica, fino alla chiusura, dell’ultimo verso isolato, che sintetizza in maniera eccedente le continue traslazioni cui il linguaggio, in fuga, è costretto per non adagiarsi sulla significazione comune, banalizzante: «Mi stai dentro io impalata come pesce aperto./ Ma dentro – dentro – non c’è alcova./ È danaide.// Dai miei occhi saliva inguine a pozzi» (vv. 38-41).


E mentre cercavamo di capirci
Ecco che incontri il mio Ultimo Giorno in me
Io sono l’osso di uno scheletro di un solo osso
Uno squilibrio di presente
Che rompe le parole inutili come una statuina
Da cui stillano piccoli ori.
L’abbandono del discorso
La debole anemia del ma io ma tu ma io
La frattura della sete nel regno di tutte le mancanze
Mi dico sono solo una reazione oculare verso la luce
Assorbimi luce
Andiamocene da qui
Succhia tutta l’acqua dalla testa
E abbassa questa cenere
Il mio amore che ha già bruciato
Tutto quello che viene dal domani.

(Inedito)


L’inedito, che immaginiamo composto di recente, ci offre la possibilità di seguire lo sviluppo della poetica dell’autrice. Si avverte una fragilità più esposta all’alterità, al dialogo con la stessa. La congiunzione d’apertura è diversa, passiamo dal “se” ipotetico, in funzione di distanziamento desiderante, alla semplice “e” copulativa positiva che consente al monologo di trasformarsi in dialogo, per quanto non pacificato. Infatti, nei versi successivi, sembra ripartire il dissenso del soggetto rispetto alla «debole anemia del ma io ma tu ma io» (v. 8), al ripetersi del contrasto che non consente una definizione univoca. L’ambiguità del linguaggio in un’epoca deficitaria di senso, fa dell’io «[…] l’osso di uno scheletro di un solo osso/ Uno squilibrio di presente/ Che rompe le parole inutili […]» (vv. 3-5), nel desiderio di unità e Verità che contraddistingueva anche il testo precedente. Il segno di una continuità che si è lasciata alle spalle i parossismi più deformanti delle origini, accogliendo nella lingua le proprie ossessioni, anzi incanalandole verso la scelta plausibile dell’assimilazione, la Visione cui accennavamo nella prima nota: «Assorbimi luce/ Andiamocene da qui/ Succhia tutta l’acqua dalla testa/ E abbassa questa cenere» (vv. 11-14). Contrariamente a quanto avviene altrove, la poesia di Tiziana Cera Rosco non si arrende alla frammentazione dell’esistente, anzi, continua a lasciarsi tentare dalla fascinazione del senso, semmai i toni sono cambiati, la visione si è fatta più scabra, riesce a coagularsi senza farsi bruciante. I residui dell’incendio toccano il reale con la grazia di parole che non si arrendono al dato, alla nominazione banalizzante, ma che, dopo essersi esposte alla distruzione, possono ancora aspirare a cantare l’unicità dell’essere che sempre avviene, in assoluto, senza cedimenti di fronte alle scansioni periodizzanti imposte dall’uomo: «Il mio amore che ha già bruciato/ Tutto quello che viene dal domani» (vv. 15-16).

(Marzo 2014)


Tiziana Cera Rosco è nata a Milano nel 1973 ma cresciuta nel Parco Nazionale d’Abruzzo.
Autrice dei libri: Dio Il Macedone (ed. Lietocolle 2009); Il Compito (ed. La Vita Felice, curato da Milo De Angelis 2008); Lluvia (ed. Lietocolle 2004); Il Sangue Trattenere (ed. Atelier 2003); Calco Dei Tuoi Arti (ed. Lietocolle curato da Giuseppe Conte e Giampiero Neri, 2003).
Del videopoema: Non salvarti (Reggio FilmFestival, Reggio Emilia) con musiche di Teho Teardo.
Delle scritture per voce sola: Così poco destino nei vostri sguardi (Teatro di Monfalcone, Monfalcone 2010); Da chi vuoi ritornare? (Festival di Edimburgo, Edimburgo 2009); Segnata E Gli Idioti (Teatro Out Off in Contrasti Poetici, Milano 2009); Demonio o del perdono ( Teatro Olimpico, Vicenza 2007).
E’ in pubblicazione per Raffaelli editore la “traduzione” al Libro Dei Numeri della Bibbia (a cui seguirà un’installazione).
Autrice delle raccolte fotografiche: Cercatemi e Fuoriuscite (Tempio di Adriano, Roma 2011); The Deep (Nigredo, Roma 2010); Il Doppio (Luci Della Città, Caserta 2010) Lambs o dell’Icona Familiare (Sull’Icona, Zagabria 2009); The bed.
Sue fotografie sono apparse su diverse riviste del settore ed è l’autrice della foto di copertina del disco di Paolo Saporiti.
Ha illustrato il libro Asèt di Flavio Santi per la Barca di Babele ed.
E’ autrice della canzone Il Garofano Nero uscita nell’ultimo disco di Mauro Ermanno Giovanardi e di svariati brani del progetto Songs For Ulan.
Attualmente sta lavorando al suo primo romanzo: BiancoRh.e a due soggetti per film.
E sotto il titolo di Terapia Della Lettura tiene corsi di Umanesimo Spinto dal 2006.