Il Novecento: Stefano D’Arrigo – 3 poesie

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Stefano D’Arrigo, 1988 – Ferdinando Scianna – Magnum Photos

Stefano D’Arrigo – 3 poesie

(tratte da Codice siciliano, Scheiwiller 1957, e poi, ampliato, Mondadori 1978, infine Mesogea 2015)

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PREGRECA

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

Isola, sole e luna e moventi
mortali, misteriosi paradigmi
di sfingi, puma, leoni ruggenti
con faccia d’uomo, profilo d’enigmi
rugosi sotto palpebre di belva,
appostati in una oscura parola,
nella loro stessa ombra, in una selva
colore di funebre lava viola.

. . . . .

da Lipari, Milazzo, Caucana,
dal Conzo, dalla Favignana,
dalle miniere di Monte Tabuto
(le gallerie di selci come greti
di fiumi discesi insino
all’aldilà, navigati sepolcreti),
da Monte Pellegrino, nelle grotte
dove qualcuno chiese aiuto
nella profonda notte,
da Levanzo, da Stentinello,
da Megara Hyblea, da Paceco,
da Naxos, per ogni budello
d’arenaria dove la vita un’eco
lasciò fuggendo, una bava
di lumaca sull’ocra, sulla lava,
una frana di formica, un cieco
verso d’uccello, un’impronta digitale
sopra un vaso a spirale,
lo stampo della vita
rigato da un polpastrello,
un grido, un graffio: quello e quello

. . . . .

cacciati di qua, dai ruggenti
enigmi, gli innocenti,
coi perduti averi, le vite,
le labbra per sempre cucite,
emigravano nell’aldilà.

S’imbarcavano per quelle rive
in classe unica, ammucchiati
o clandestini nelle stive
di necropoli come navi olearie.
All’impiedi nelle giare, rannicchiati
sui talloni, masticando qualcosa
nella notte, forse tossico
(quali pensieri? quali memorie?)
nella tenace, paziente posa
dal cafone resa famosa

. . . . .

e realtà e allegoria di gesta
future, d’offese senza difesa,
d’uomo che a uomo fa vita arresa,
le mani dietro la testa,
allacciate alla nuca,
alle spalle scavata la buca.

Navigavano nell’argilla,
nel soffice tufo, nelle pieghe
della pomice, coprendosi di rughe
a emigrare stilla a stilla
fra la polvere e le atre schiume
delle necropoli occhiute
esposte ai lidi, battute
da echi grigi, lontani,
di salsedine e cenere insieme,
di gridi rochi di gabbiani.

Per l’altomare di pietre
senza stelle, fra stasi
e procelle di silenzio, anelito
a non svanire nel nulla, a essere
seguiti, ritrovati poi
in una scintilla da me, da voi,
si lasciavano dietro, quasi
soffiati dall’alito
nel vetro dei vulcani,
segni incisi, saluti
siciliani, gesti muti:
il dito sulle labbra, le ciglia
alzate, il silenzio indomito
di chi vive come in una conchiglia,
vivo e già morto e graffito.

Oh disegni dell’aurora, quali
sogni di libertà detti
in gergo di congiurati
rei confessi vi furono allusi,
quali pegni inespressi, stretti
da mani di vivi con occhi
di morti come nodi al fazzoletto,
con la fatalità di chi
emigra e si riposa vinto
nella posa del feto,
i pugni chiusi sugli occhi,
i ginocchi contro il petto
come in ventre al mistero, in un segreto
barlume di labirinto.

Oh alfabeto di morti
emigranti, oh linguaggio di dita
figurato di morte e di vita,
chi sotto metafora impresse
un così lucente raggio
al suo scheletro, chi riflesse
dal vetro un messaggio
di libertà che a noi viene, da noi va
ieri, domani, aldiquà, aldilà?

Con linea esile, d’aria dura,
grafia labile, esotica
libertà qui si figura
cerbiatta malinconica
che tremula, esterrefatta
corre l’alea ma intatta
metafora vola dall’aldilà,
libertà sempre in fuga, intravista
sulla immemore pista
dei morti, così ignota
da arrossirgli ancora la gota

libertà un palpito a prua delle barche
trasmigranti come arche
nel sale cha asciuga le impronte
di chi muore ed emigra
con una ruga in fronte

antico ardire, inerme bramosia
libertà sia di vivere sia
di morire, oscuro geroglifico
dall’eco dileguata di segreti
murmuri immensi di alfabeti.

Gli altri migravano su chimere,
per mari d’aria e remare d’anime,
con dolce tuono di procellarie.
I siciliani emigravano invece
su navi scalfite su patere
(alito di venti e vele di rame),
in pietrapomice e arenarie,
in tufo di calcare e salgemma,
calati in stive di pece,
i pensieri spiumati di mimosa:
in giare e nicchie, ritti
o chini sui talloni, nella posa
dei cafoni, nel loro stemma
di senzaterra, di sconfitti

carne da macello, qui o là,
in Australia, nell’aldilà,
oltremare, dovunque sia
una miniera, un qualsiasi
budello per seppellire
l’enigmatica frenesia
di chi per morte s’imbarca
come su di un’arca
di libertà, coi bisogni
stretti alla vita e i sogni
zavorra viavia
da gettare e alleggerire
i petti di nostalgia
mentre diventavano scheletri
e le armi al piede, i vetri
di ossidiana segnavano,
buia e struggente
meridiana di paure,
l’emigrare e le sue figure.

Forse non era l’aldilà
tutta questa gran novità,
forse pure di camorra,
di enigmi e d’omertà
era regno l’aldilà,
forse pure sottoterra
sfingi, puma, leoni ruggenti
mantenevano la guerra.
Anche di là gli innocenti
emigrarono, strage su strage,
dal calcare di Pantalica
in America, nel Borinage.

*

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIÙ DIRE

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri,
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.

O in una lingua che non so più dire.

*

DOVE GALLEGGIANO SQUAME

suvvìa, qua vieni,
ferma la nave e il nostro canto ascolta.

Odissea, XII

In quale scuola fatata d’aprile
ci si chiede il colore, il colorito
delle gote e del crine, ci si chiede
se ha pensieri e quali amori il tonno,
il pescespada, il delfino, se a sera
la sirena nel suo sonno annusano.

Dove sono quei dolci flauti in gola,
quel gorgheggiare a colpi di coda?
Dove sono quelle voci, quei rauchi
motivi alla moda, quell’implorare
per acuti, in solitudine e fede?
Dove galleggiano squame, su quale
spiaggia s’interrogano le scaglie,
il pettine, i capelli, quelle brame?

Ora inermi, umane, mortali
l’altomare veleggiano sui tacchi
in una camera, sole o a schiere,
fiutano alle imposte la salsedine
delle quaglie migrate a pelo d’acqua.

Ora esistono in una conchiglia
souvenir le tempeste, i maremoti
che nella pece lievitano estivi
dove sono eterne le schiume, quelle nevi,
sotto pennacchi di fumo, vulcani.

Ora dice un lunario i giorni, i mesi,
quando i venti di scirocco e grecale
spirano fatalità su terraferma
per eventi d’infamia e d’onore
mutano destino, pettinatura.

Ora si legge sul giornale quando
scendono oggi semidei in terra
recando sul solino la Polare,
sulle spalle quel blu dell’oltremare.
Allora bruciano navi alla fonda,
una guerra finita ricomincia
e di passaggi sullo Stretto, a vita,
rimane un fazzoletto fra le dita.

Ora remigano da boa a boa, quelle,
accennano con lunghe ciglia al mondo,
persino un uomo le tocca con mano.
Di quelle polene s’indora la prua,
della loro bocca udita in famiglia
catturata con sapore di sale.

Oggi si segnano ignote, sicure
stelle azzurre nei tatuaggi fedeli,
Venere fra le mammelle si additano.


Stefano D’Arrigo. Scrittore italiano (Alì 1919 – Roma 1992); a parte le poesie del Codice siciliano (1957; nuova ed. accresciuta, 1978 e 2015), è noto per il contrastato successo del monumentale romanzo Horcynus Orca (1975): un progetto ambiziosissimo, teso a riunire in un solo libro tutta la tradizione narrativa dell’Occidente, dalla Bibbia a Omero, al Decameron, ai poemi cavallereschi, per riscriverla e coglierne l’immutata vitalità simbolica e affabulatoria sull’orizzonte delle grandi innovazioni della narrativa del nostro secolo (almeno a J. Joyce, il rinvio è obbligatorio). La realizzazione risulta elaborata anche sul piano dell’invenzione linguistica. Più discutibile è invece la riuscita del romanzo successivo, Cima delle nobildonne (1985).

(Fonte: Treccani.it)

Il Novecento: Antonio Verri – 2 poesie

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Antonio Verri

Antonio Verri – 2 poesie
(tratte da il pane sotto la neve, Kurumuny/Poesia, 2003)

per Daniele Greco, grazie

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L’angoscia delle mie parole
questo sapore di morte
e quasi miti
il criscenti di mille pene
le comete in fila i frisi
la Cattedrale
i sogni i segni
Zobeida i segnalamenti
la cesura nei miei versi
mio padre con camicia di cambrì
i discorsi di Brighella
l’aridore la crusca
dei miei pensieri
il cielo alto consumato
la polla il biancore l’afasia

son le cose che mi narro per belluria.

*

(a Maria Corti)

Il Castello di Munot è quando
decisi di mettere una lamiera
sugli occhi
son le cantate allo Star Quik
i miei drammi allo Swanen
o quando briscola col Padre Emilio.

A dire le cose come stanno
è anche un orzaiolo
un amico in fonderia
biscotti tedeschi e marmellata,
è il grido senza rumore
che mi tirai da dentro
una notte
che mia madre girava col groppo
tutti i luoghi dove perdeva un figlio
le sue lune che mi chiuse in una borsa
pochissime lire un po’ di tremore
i colpi di tosse di mio padre.

Scrissi che ero un portento alla Torre del Serpe
che tornavo ad aspettar la neve
che la fortuna era da sempre il pane e il miele.


Antonio Leonardo Verri (Caprarica di Lecce, 22 febbraio 1949 – 9 maggio 1993) è stato un romanziere, poeta, pubblicista ed editore italiano. Aderì al Movimento Genetico di Francesco Saverio Dòdaro e fu tra i principali animatori del dibattito letterario degli anni ottanta dell’Avanguardia meridionale. Fa parte dei cosiddetti “poeti maledetti salentini” (detti anche “selvaggi salentini”), tra cui figura anche Salvatore Toma. Fondò e diresse le riviste letterarie Caffè Greco(1979-1981), Pensionante de’ Saraceni (1982-1986) e Quotidiano dei Poeti (1989-1992) che dal maggio 1991 si interseca con un’altra testata: Ballyhoo – Quotidiano di comunicazione. Rimasta memorabile una sua “performance culturale”; quella di riuscire a diffondere per dodici giorni consecutivi il Quotidiano dei poeti, un quotidiano fatto di sola poesia, stampato a Maglie, presso la Erreci edizioni di Pino Refolo, e distribuito in giornata, attraverso una rete di amici e militanti, a Bari, Napoli, Roma, Matera, Perugia, Milano, Trento e Belluno. Collaborò con la rassegna Sudpuglia (1986-1993) e Titivillus (1991-1992), e diresse On Board (1990). Organizzò due edizioni di una mostra mercato di poesia pugliese, dal titolo: Al banco di Caffè Greco, e poi due mostre-letture, di cui la prima fu su James Joyce e Raymond Queneau e la seconda sullo Scrap, gioco di scrittura con scarti tipografici. Allestì poi, con la collaborazione di Raffaele Nigro, un dramma radiofonico alla Rai di Bari tratto dal suo Il fabbricante d’armonia, nel maggio 1985. Curò tutte le attività legate al Centro Culturale Pensionante de’ Saraceni e le collane: I quaderni del Pensionante (1983-1987), Spagine. Scrittura Infinita (1991), Compact Type. Nuova Narrativa (1990), Diapositive. Scritture per gli schermi(1990), Mail Fiction (1991), con la collaborazione di Francesco Saverio Dòdaro, Abitudini. Cartelle d’autore (1988-1990), e contribuì con il suo apporto alla collana de I Mascheroni (1990-1992) di “Media 2000”.Un progetto a cui teneva particolarmente vide la luce nel 1992: Ballyhoo-Litterature, ovvero il Declaro. Il libro che nell’idea di Verri potesse contenere il suo mondo, una sorta di personale libro infinito.A Cursi, nel leccese, fu istituito il “Fondo internazionale contemporaneo Pensionante de’ Saraceni”, un’eccentrica e preziosa biblioteca composta da oltre tremila tra volumi, riviste, manoscritti, cataloghi, spartiti e audiovisivi.Morì in un incidente automobilistico nel maggio 1993 (Fonte: Wikipedia).

Libri: il pane sotto la neve (1983); Il fabbricante d’armonia (1985); La cultura dei tao (1986); La Betissa (1987); I trofei della città di Guisnes(1988), Ballyhoo Ballyhoo (1990); E per cuore una grossa vocale(1990); Il naviglio innocente (1990).

Il Novecento: Ercole Ugo D’Andrea – 2 poesie

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Ercole Ugo D’Andrea

Ercole Ugo D’Andrea – 2 poesie
(tratte da Bellezza della madre, Capone editore, 1981)

per Daniele Greco, grazie

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Quasi inverno

Anche è dolce la giornata invernale,
avere il sonno, m’aspetto fioriture…
Riposa con le viole a te d’accanto,
abbi pace, dammene a tua volta,
ché siamo nello stesso
crogiolo di materia che si muta.

5.12.1979

*

Lo strazio dei giardini

Lo strazio solitario dei giardini
che si sentono stretti fra le case
(questo il paese, che cresce)
somiglia il tuo cuore,
che enarra quel tanto di colore
alle nostre memorie scialbate.

13.4.1981


Ercole Ugo D’Andrea è nato nel 1937 a Galatone (Lecce) ed è morto nel 2002. Tra le sue opere: Rosario di stagioni (Quaderni del Critone, 1964), Spazio domestico (Rebellato, 1967) Ozi e negozi (Vallecchi, 1973), Bellezza della madre (Capone, 1981), La confettiera di Sèvres (Lacaita, 1989), Fra grata e gelsomino (Garzanti, 1990), L’orto dei ribes di corallo(Lacaita, 1999).

La ricezione di Montale in Europa. Paulina Malicka: «Oggi ti porgo un dono in forma di parole»: Eugenio Montale e la sua (in)attualità in Polonia

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Eugenio Montale (© Giorgio Lotti , 1975)

Paulina Malicka*

«Oggi ti porgo un dono in forma di parole»:
Eugenio Montale e la sua (in)attualità in Polonia

(Testo contenuto in L’Italia e la cultura europea, Franco Cesati Editore, Firenze 2015)

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L’affermazione che la poesia di Eugenio Montale, uno dei più grandi poeti del Novecento italiano, abbia lasciato poche tracce in Polonia (per non parlare della sua attività critico-letteraria, giornalistica o prosastica), è diventata quasi un mantra ripetuto instancabilmente dagli addetti ai lavori che da oltre 50 anni tentano con diversi risultati di avvicinare al lettore polacco la figura del Nobel italiano. Dalla pubblicazione delle prime traduzioni polacche della poesia montaliana e dalla comparsa dei primi testi critici, o per meglio dire dei primi paratesti a essa dedicati, ci separa mezzo secolo e a queste latitudini, dopo oltre un decennio del ventunesimo secolo, pare che nulla sia cambiato: Montale continua a essere definito come sfortunato in quanto quasi del tutto assente all’interno di un contesto critico-letterario e traduttologico nel nostro paese. Un tale stato di cose può suscitare un certo disorientamento soprattutto se si pensa alla non indifferente frequenza con cui a partire dal 1958 venivano pubblicate le traduzioni delle liriche montaliane in diversi periodici, riviste e antologie, accompagnate spesso dalle note biografiche o dai saggi critici. Esiste quindi un marcato squilibrio tra la quantità di nuovi testi tradotti che arrivano nelle mani di un lettore polacco e il comunicato ripetitivo che li accompagna. Così tra le formule che a volte seguono le liriche montaliane in polacco troveremo un continuo ripetersi dei «quasi sconosciuto» o «poco conosciuto» che sembra suggerire come la presenza di Eugenio Montale nel nostro paese sia pressoché nulla, ma nello stesso tempo paradossalmente riconferma il contrario.
A forza di sottolineare la non-presenza di Montale sul nostro mercato editoriale si è caduti in una sorta di trappola adottando la formula stereotipata che racchiude la figura del poeta e la sua immagine nella nicchia perenne dei grandi incompresi, spesso senza approfondire il livello effettivo della divulgazione della sua opera in Polonia. A cadere in questo fuorviante cliché è stata del resto la scrivente stessa che ha dato troppo credito alle fuggevoli notizie dedicate al caso Montale, ritrovate tra le pagine dei periodici, riviste letterarie e settimanali come «Literatura na Świecie», «Znak», «Nowa Kultura», «Współczesność» e tra quelle contenute in diverse antologie o bibliografie e in due uniche raccolte dei versi montaliani; la prima tradotta da Zygmunt Ławrynowicz (Wiersze Wybrane, Londyn, Kwiat Lotosu, 1977), la seconda curata da Halina Kralowa (Montale. Poezje wybrane, Warszawa, PIW, 1987).
Nel tentativo di sfatare il mito di una fama infelice di Montale in Polonia, un importante contributo va riconosciuto a Jadwiga Miszalska, Monika Gurgul, Monika Surma-Gawłowska e Monika Woźniak, autrici della bibliografia Od Dantego do Fo; włoska poezja i dramat w Polsce (od XVI do XXI wieku), dove per la prima volta vengono raccolti e sistematizzati i testi di e su Montale. In soccorso vengono subito dopo le ricerche del 2013 di Mateusz Kłodecki [1], condotte sotto la supervisione della professoressa Joanna Szymanowska dell’università di Varsavia che gettano nuova luce sulla ricezione del Nobel italiano nel nostro paese. Le ricerche di Kłodecki dimostrano che Montale in Polonia sicuramente c’è, ma che le sue tracce sono molto dispersive e disseminate in circa 30 periodici, 15 libri dedicati alla letteratura italiana o mondiale e in 15 enciclopedie, mentre la quantità delle liriche tradotte ammonta a 190 con 250 versioni proposte da circa 26 traduttori.
La vastità delle fonti a cui ha attinto il meticoloso studente lascia davvero perplessi: le tracce di Montale si disperdono tra varie riviste, settimanali, giornali, periodici, manuali, monografie, dizionari ed enciclopedie. Le testimonianze della sua presenza in Polonia quindi ci sono, anche se frammentarie e disorganiche. Tuttavia è pur sempre un Montale incompleto, soprattutto se prendiamo in considerazione la monotonia delle tematiche con cui si è soliti descrivere la sua poesia e la mancanza di quelle che invece permetterebbero di scoprire un nuovo volto della sua scrittura poetica. I suggerimenti su come leggere ci arrivano dal poeta stesso che nel 1975, in riferimento alla quarta raccolta poetica intitolata Satura, spiegava: «Ho scritto un solo libro, di cui prima ho dato il recto, ora do il verso» [2]; e altrove ribadiva: «I primi 3 libri sono scritti in frac, gli altri in pigiama o, diciamo, in abito da passeggio». In Polonia il rovescio della medaglia purtroppo continua a mancare.
L’aggettivo sfortunato che per 50 anni è stato ripetutamente affibbiato alla figura di Eugenio Montale in Polonia appare nella relazione di Eugeniusz Kabatc, all’epoca redattore della rivista «Letteratura nel mondo», presentata in occasione del Convegno Internazionale La poesia di Eugenio Montale tenutosi a Genova dal 25 al 28 novembre 1982, un anno dopo la morte del ligure. Kabatc parla della sfortuna anziché della fortuna del poeta in Polonia e lamenta con amarezza la scarsa conoscenza di Montale in Polonia, rivendicando però in anticipo l’ottusità italiana nei confronti del Nobel polacco Czesław Miłosz. Ecco il malizioso, ma alquanto significativo commento del critico:

Due anni fa con vero dispiacere, per la verità addirittura disgustati, abbiamo sentito italiani reagire per il nuovo premio Nobel, che era appunto un polacco: «ma chi è questo Czesław Miłosz? Mai sentito nominare!». Una cosa triste, sì, poco piacevole per noi polacchi, ma devo ricordare che la stessa domanda, qualche anno prima, si era avuta in Polonia, in occasione del nuovo Nobel italiano: «ma chi è questo Eugenio Montale? Mai sentito nominare!» Che tristezza, ripeto, la poesia gira e rigira attorno a noi, ma non ci tocca affatto, quasi non fossimo più Europa [3].

La conclusione è davvero preoccupante: la poesia straniera (italiana o polacca che sia) in generale già allora veniva letta e tradotta sempre meno e Kabatc non intende convincerci del contrario. Cercando di spiegare il motivo della sfortuna di Montale in Polonia, Kabatc allude tra le righe all’incomprensibilità della sua parola poetica e alla difficoltà o addirittura all’impossibilità di tradurla in quanto in ogni passaggio da una lingua all’altra si cela un tradimento, vi si imprime un’inevitabile traccia di noi stessi che traduciamo, o peggio ancora vi si cancella la traccia di partenza e si sottomette il testo tradotto «alla propria personalità poetica» [4], come quando il poeta traduttore supera il poeta tradotto. Il critico, infine, accoglie con grande entusiasmo il prezioso contributo di Halina Kralowa (a suo avviso la più grande esperta di Montale accanto a Ławrynowicz), che nell’antologia delle poesie montaliane propone nuove traduzioni delle sue poesie fatte dai «giovani scrupolosissimi traduttori» [5] e dagli «illustri poeti polacchi» [6] e conclude dicendo che la poesia del Nobel non ha avuto una grande fortuna in Polonia, ma i più sfortunati siamo noi lettori polacchi che continuiamo ad avere sempre troppe poche occasioni per incontrarla. Due anni dopo il convegno genovese, sulle pagine della rivista «Literatura na świecie», Kabatc ricorda l’evento con un disarmante interrogativo:

Soltanto la morte scopre un poeta? Gli strappa di dosso la fradicia materia delle vesti di costume, quelle sociali, politiche, denuda completamente il corpo e l’anima di un uomo che in ogni caso ha qualcosa di più da dire rispetto a noi? [7]

In effetti, in Polonia è soprattutto con l’effetto Nobel e con la scomparsa del poeta che si torna a ricordarlo, a rileggerlo e a tradurlo con più assiduità e convinzione.
Tra i più significativi vanno menzionati l’intervento di Halina Kralowa su «Polityka» (44/1975) intitolato Il poeta disimpegnato, quello di Zygmunt Ławrynowicz, Eugenio Montale, pubblicato su «Tygodnik Powszechny» (45/1975), cui segue il testo di Marek Baterowicz, Eugenio Montale Nobel – 1975, apparso anch’esso su «Tygodnik Powszechny» (50/1975), quello di Elżbieta Jogałło su Przekrój (1597/1975) e molti altri ancora che non sfuggono all’attenta indagine di Mateusz Kłodecki. Alla lista dei grandi che contribuiscono alla successiva promozione della lirica montaliana in Polonia si aggiungono i saggi di Jadwiga Miszalska del 1987 Montale – il poeta dei nostri tempi pubblicato su «Znak» (389/1987) e accompagnato dalla traduzione dell’autrice della lirica Sogno del prigioniero; quello di Jarosław Mikołajewski (Słowo o hermetyzmie) e di nuovo quello di Halina Kralowa (Trobar clus współczesnego poety) su «Literatura na świecie» nel n. 11 del 1987 con traduzioni di Cezary Geroń; vi si aggiungono in seguito le traduzioni di Joanna Ugniewska raccolte nell’antologia Radość rozbitków. Antologia poezji włoskiej XX wieku a cura di Jarosław Mikołajewski, che propone nello stesso volume la sua traduzione dell’unica poesia appartenente alla raccolta Poesie disperse intitolata Non ho molta fiducia d’incontrarti.
L’immagine di Eugenio Montale e la natura della sua poesia che viene delineata nei saggi critici degli studiosi polacchi è spesso univoca e ripetitiva e la collocazione stessa di singole traduzioni è spesso casuale e priva di ulteriori commenti. Oltre alle informazioni bibliografiche, ai fatti di vita vissuta, alle vicende personali e ai diversi momenti della formazione del poeta, scopriamo la particolarità del suo universo poetico, che ruota attorno a temi quali il pessimismo e il malessere esistenziale, il male di vivere, il delirio di immobilità, la frustrazione, l’incapacità di decidere, l’impossibilità di superare il varco di obblighi e di necessità che opprimono l’individuo, l’imbarbarimento della cultura, l’invasione dei mezzi di massa.
Una tale visione della poetica montaliana inquadrata come ermetica, buia, incomprensibile, lapidaria – soprattutto nella prima fase dell’attività letteraria di Montale – e a tratti ironica, burlesca, comica, caratterizzata da un linguaggio colloquiale e prosastico – come quello presente nelle raccolte Satura, Diario del ’71 e del ’72, Quaderno di quattro anni, Altri versi – non permette, a mio avviso, di scoprire a fondo la peculiarità del suo messaggio poetico e comprenderne la missione. Abituati a leggere Montale attraverso una lente di ingrandimento che raddoppia e rafforza la sua fama di sfortunato, in quanto poco noto al pubblico polacco e particolarmente inaccessibile sul piano della comprensione, non riusciamo a cogliere il verso di cui parlava Montale, il rovescio della sua prima stagione poetica. Il verso che forse potrebbe invogliare sia i traduttori che i lettori stessi non solo in Polonia, ma anche in Italia, a ritornare sui passi montaliani, inseguire le sue tracce e provare a decifrare ancora una volta il loro significato.
Le ultime due raccolte montaliane, Diario Postumo e La casa di Olgiate e altre poesie, che al lettore italiano sono giunte dall’aldilà, nel 1996 la prima e nel 2006 la seconda, tardano ad arrivare nel nostro paese. Allora sì che il secondo Montale, quello in pigiama o in abito da passeggio, appare davvero sfortunato in Polonia, in quanto del tutto assente sia nelle riviste letterarie sia nelle antologie. E la cosa ancora più preoccupante è che oggi, nell’ambito dell’editoria polacca, nessuno pare interessato a scoprire questo ottavo o addirittura nono Montale, a dedicargli una sola nota, a tradurre un solo verso. Che si tratti di una questione giuridica di diritti d’autore, in fondo non cambia molto: rimaniamo noi i veri sfortunati per non aver incontrato più spesso lo spiritoso vecchietto in pigiama.
Nel 1969 Montale, tentato dall’idea di pubblicare un libro postumo, donava all’amica-poetessa Annalisa Cima due liriche di cui lei stessa era destinataria e ispiratrice: Mattinata e Foce. Fu l’inizio di «una serie di preziosi doni» [8] che dovevano rinsaldare l’amicizia fra il poeta e la donna. Il geniale progetto del poeta voleva costituirsi per fasi successive a partire dal quinto anniversario della sua morte, avvenuta nel 1981. In tal modo i sessantasei componimenti distribuiti in undici buste avrebbero visto la luce del giorno con una scansione annuale, scatenando un vero e proprio polverone della critica. In conformità con il desiderio espresso dal poeta, le prime sei liriche furono pubblicate in un fascicolo intitolato Poesie inedite di Eugenio Montale.
Nell’arco di undici anni si delinea così un’opera nuova che con l’ultima busta si arricchisce imprevedibilmente di altri diciotto testi risalenti al periodo 1969-1979. La prima parte dell’ottavo libro montaliano che Annalisa in veste definitiva ha voluto intitolare Diario postumo è uscita nel 1991 nella «Collana dello Specchio» di Mondadori e conteneva trenta poesie. La versione completa del Diario, con un totale di sessantasei componimenti più altri diciotto conservati nell’ultima busta, è apparsa nel centenario della nascita del poeta, ovvero nel 1996, con una postfazione dell’erede e curatrice dei versi. Tra i motivi ricorrenti nel Diario spiccano quelli dell’amicizia, della paternità desiderata e mai vissuta. Non mancano critiche al costume sociale, condanne al consumismo, all’utilitarismo e alla civiltà imbarbarita, diffidenza nei confronti delle scoperte scientifiche e tecnologiche. Tuttavia, il perno centrale della raccolta è per eccellenza la donna-Annalisa e la gratuità del dono della poesia che lei stessa rappresenta e a cui lei stessa allude nella postfazione, constatando che

Lasciare erede qualcuno non è solo un atto di magnanimità, in questo caso è un modo per restare materiato in fogli, buste, scritti, è l’esigenza di ricreare un mondo dopo di noi dove la presenza della parola sia attualizzata, rivolta all’amico in quell’istante prezioso che è il presente. Montale, visitatore dell’altro mondo, compie un viaggio nel dopo per desiderio di una seconda vita; questa è la chiave dell’enigma che lasciò sotto forma di dono [9].

Non a caso in una lirica del Diario postumo, il cui verso offre il titolo a questo testo, leggiamo:

[…] Oggi ti porgo un dono in forma di parole,
perché tu possa inerpicarti e resistere
alla sorte; hai tre talismani:
penna, musica e colori.
Il tuo crederti inutile, che ripeti
Sovente, mi fa dire: rimani, accetta,
anch’io sono un fallito come gli altri;
siamo dei condannati che cercano
una tregua e proprio mentre ogni cosa
sembrava incarbonirsi, quest’anime confuse
sentono accanto un’anima gemella[10].

Il dono di cui parla la destinataria della raccolta e di cui scrive il poeta assume qui una funzione molto significativa in quanto assurge al ruolo di un vero e proprio progetto poetico, che si sottrae al tempo e che straborda le dimensioni per raggiungere il lettore e offrirgli a piene mani un contaminarsi reciproco di vita e scrittura. E nonostante il fatto che i testi postumi di Montale abbiano trovato uno scarso riscontro presso gli esegeti, non possiamo screditare l’importanza di questo penultimo lascito testamentario di Montale che, a nostro avviso, getta luce sull’intero corpus poetico del ligure. L’ultima raccolta del poeta acquista, secondo noi, un valore fondamentale nella corretta ermeneutica del suo intero corpus poetico. Non tanto per le tematiche, quanto per l’intenzionalità del gesto del suo artefice che vi si trova implicata. L’idea del poeta di consegnare la propria poesia al dopo di sé la rende dono pregiato per eccellenza, gratuito, disinteressato, in quanto non attende il ricambio ma rivendica l’accoglienza. L’estrema libertà e l’imprevedibilità con cui ci viene offerta svela la natura dell’arte poetica di Montale, scevra da qualsiasi tornaconto e da qualsiasi violenza di uno scambio imposto.
Questo è l’ultimo dono fortemente voluto e intenzionale del poeta, una voce perenne quale è quella della poesia la cui interpretazione può, anzi deve, rimanere inesauribile. Questo è un Montale che il lettore polacco purtroppo non conosce e che forse dovrà attendere anni per incontrare e per leggere magari in pigiama o anche senza veli. Non importa, tanto la sua parola non potrà mai denudarlo, nello stesso modo in cui la morte di un poeta non può scoprirlo del tutto e svelare il mistero della sua poesia, come pensava fosse accaduto Eugeniusz Kabatc oltre trent’anni fa. La poesia di Montale, al contrario, ci riveste sempre di doni pregiati, come del resto ogni buona scrittura poetica sa fare, compresa quella di Miłosz. La poesia la ascoltiamo solo nei giorni di festa [11], si lamentava Kabatc a Genova nel lontano 1982. Ma oggi è un giorno di festa e oggi Montale ci porge «un dono in forma di parole», a cui fa coro quello di Miłosz: anch’esso intriso di una gratuità verticale che sentiamo giungerci dall’aldilà, come quando ci si alza in piedi per vedere e far confluire in noi «il mare azzurro e le vele» [12].

DONO (Czesław Miłosz)

Un giorno così felice.
La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.
I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio.
Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere.
Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.
Il male accadutomi, l’avevo dimenticato.
Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.
Nessun dolore nel mio corpo.
Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e le vele.


Note:

* Università Adam Mickiewicz di Poznań

[1] Mateusz Kłodecki, L’immagine di Eugenio Montale in Polonia. Analisi dei contesti e dei paratesti, tesi di laurea scritta sotto la supervisione di Joanna Szymanowska, presso la cattedra di Italianistica di Varsavia, 2013.

[2] Eugenio Montale, Sulla poesia, Milano, Mondadori, 1976, p. 593.

[3] Eugeniusz Kabatc, Fortuna e sfortuna della poesia di Eugenio Montale in Polonia, in La poesia di Eugenio Montale. Atti del Convegno Internazionale tenuto a Genova dal 25 al 28 novembre 1982, a cura di Sergio Campailla e Cesare Federico Goffis, Firenze, Le Monnier, 1984, pp. 437-438.

[4] Ivi, p. 441.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Eugeniusz Kabatc, Genua ’82, in «Literatura na Świecie», 1984, 1/150, p. 324.

[8] Angelo Marchese, Prefazione al Diario postumo. 66 poesie e altre, a cura di Annalisa Cima,
Milano, Mondadori, 1996, p. XV.

[9] Annalisa Cima, Diario postumo, cit., p. XI.

[10] Eugenio Montale, Nell’orizzonte incerto d’una porta, in Diario Postumo, cit., p. 70.

[11] Cfr. Eugeniusz Kabatc, Fortuna e sfortuna, cit., p. 443.

[12] Czesław Miłosz, Dar, in Wiersze wszystkie, Kraków, Znak, 2011.

Il Novecento: Giovanni Occhipinti – 3 poesie da “Rime nel museo delle cere”, Scheiwiller, Milano 1991

occhipinti
Giovanni Occhipinti

rime-nel-museoGIOVANNI OCCHIPINTI
(Santa Croce Camerina, Ragusa, 1936)

Principali pubblicazioni: L’arco maggiore (1967), L’agave spinosa (1970), Occasioni per un poemetto intorno a ipotesi di distruzione (1972), Il giuoco demente (1973), Mitogrammi (1974), Poema ultimo (1976), Agl’Inferi all’Averno (1977), Giro di boa (1980), Il cantastorie dell’Apocalisse (1983), Il giorno che ci vive (1983), Come una Maranta (1985), Lo stigma del verso (1987), Rime nel museo delle cere (1991), Un’ombra di dialogo (1997), L’acqua e il sogno (2000), Dalla placenta del mare (2000), Sinfonia per conchiglia (2000), Lapsus d’autore (2002), Le occasioni del verso (2003), Dialogo con le comete (2005), Il viaggio dello sguardo (2007), La veggenza del verso (2007), Corale con trittico (2009).

TESTI

INVOCAZIONE

Quel tuo male
di vivere, Montale,
non so se appartenga
più a me
che a te.

La tua ironia
-ma più atroce-
ben venga in questa poesia
da dessert,
così che la tua voce
si confonda con la mia,
sprofondi nell’antico male
né mio né tuo, Montale.

*

AGGIUNTA ALLE POESIE DI CAPRONI

Caproni, quel tuo Dio
lo cerco anch’io.

E se lo prendessimo al laccio
io e te, insieme, di nascosto?

Che ragazzaccio
quel tuo/mio Dio,
Caproni, se non ha preso
al laccio
noi!

*

LA RIVE GAUCHE, OGGI

Da Saint-Germain-des-Prés
alla Riva Sinistra della Senna
(o alla sinistra riva?)
l’irriverente fracasso di una benna,
Malraux Gide Aragon
Apollinaire Sartre Camus
e non il canto, dalle Caves,
della Gréco.

E tu Mallarmé,
hai giocato ai dadi la tua penna?

Questo ed altro penso
leggendo Un coup de dés:
per esempio, che su questa riva
sinistra della Senna
più della vostra gloria
può il fracasso di un motore,
il rumore
di una benna.

Franco Fortini: un omaggio

franco-fortini-tutte-le-poesie

fortini
Franco Fortini nelle officine Olivetti

Il 28 novembre 1994 moriva Franco Fortini: un omaggio al grande intellettuale e poeta fiorentino con una piccola scelta di testi. Buona lettura.
(Gianluca D’Andrea)


Franco Fortini – Poesie

Da: Foglio di via e altri versi (1946)

Foglio di via

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

*

La rosa sepolta

Dove ricercheremo noi le corone di fiori
Le musiche dei violini e le fiaccole delle sere

Dove saranno gli ori delle pupille
Le tenebre, le voci – quando traverso il pianto

Discenderanno i cavalieri di grigi mantelli
Sui prati senza colore, accennando. E di noi

Dietro quel trotto senza suono per le valli
D’esilio irrevocabili, seguiranno le immagini.

Ma il più distrutto destino è libertà.
Odora eterna la rosa sepolta.

Dove splendeva la nostra fedele letizia
Altri ritroverà le corone di fiori.

Da: Poesia e errore (1959)

Arte poetica

Tu occhi di carta tu labbra di creta
tu dalla prima saliva malfatto
anima di strazio e ridicolo
di allori finti e gestri

tu di allarmi e rossori
tu di debole cervello
ladro di parole cieche
uomo da dimenticare

dichiara che il canto vero
è oltre il tuo sonno fondo
e i vertici bianchi del mondo
per altre pupille avvenire.

Scrivi che i veri uomini amici
parlano oltre i tuoi giorni che presto
saranno disfatti. E già li attendi. E questo
solo ancora è il tuo onore.

E voi parole mio odio e ribrezzo,
se non vi so liberare
tra le mie mani ancora
non vi spezzate.

*

Quando tra sassi

Quando tra sassi e cardi di un altopiano
sotto la moltitudine delle nuvole lente
tra cento e più anni un uomo vada modesto e sovrano
di noi chiedendo ai colpi del sangue e del vento,

se lo avranno disposto conoscenza o amore
alla pietà o alla intelligenza,
come genî cortesi e senza dolore
vedrà i nostri visi nell’aria della coscienza.

Delle grida degli arsi e dei traditi,
delle vite dirotte come lampi,
della nostra vergogna, dei mai finiti
interrotti pensieri, degli straziati tempi,

udrà voci umili d’erbe e di chiari
cumuli voli, né saprà, nella sera, se ascolta
sibilo d’avvenire o l’addio alto
di un suo passato incerto e caro.

Da: Una volta per sempre (1963)

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

*

Le radici

Ormai dopo quest’ora non verrà nessuno.
Così siamo ancora soli, amore,
e per questo riposo vedi

nell’esistere unico, nel limite
che la tua mano ha dell’aria
come la rosa nella sera dell’orto,

quanto ci punge, quanto si disegna
vera e a sé giunge chiara
la storia tremenda ma degna di noi

che il mondo è stato. Ora in fondo alla terra
si nasconde l’acqua tenera
che versi alle piante innocenti.

Da: Questo muro (1973)

Il presente

Guardo le acque e le canne
di un braccio di fiume e il sole
dentro l’acqua.

Guardavo, ero ma sono.
La melma si asciuga fra le radici.
Il mio verbo è al presente.
Questo mondo residuo d’incendi
vuole esistere.
Insetti tendono
trappole lunghe millenni.
Le effimere sfumano. Si sfanno
impresse nel dolce vento d’Arcadia.
Attraversa il fiume una barca.
E’ un servo del vescovo Baudo.
Va tra la paglia d’una capanna
sfogliata sotto molte lune.
Detto la mia legge ironica
alle foglie che ronzano, al trasvolo
nervoso del drago-cervo.
Confido alle canne false eterne
la grande strategia da Yenan allo Hopei.
Seguo il segno che una mano armata incide
sulla scorza del pino
e prepara il fuoco dell’ambra dove starò visibile.

*

Gli alberi

Gli alberi sembrano identici
che vedo dalla finestra.
Ma non è vero. Uno grandissimo
si spezzò e ora non ricordiamo
più che grande parete verde era.
Altri hanno un male.
La terra non respira abbastanza.
Le siepi fanno appena in tempo
a metter fuori foglie nuove
che agosto le strozza di polvere
e ottobre di fumo.
La storia del giardino e della città
non interessa. Non abbiamo tempo
per disegnare le foglie e gli insetti
o sedere alla luce candida
lunghe ore a lavorare.
Gli alberi sembrano identici,
la specie pare fedele.
E sono invece portati via
molto lontano. Nemmeno un grido,
nemmeno un sibilo ne arriva.
Non è il caso di disperarsene,
figlia mia, ma di saperlo
mentre insieme guardiamo gli alberi
e tu impari chi è tuo padre.

Da: Paesaggio con serpente (1984)

I lampi della magnolia

Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.

La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.

Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.

*

Molto chiare…

Molto chiare si vedono le cose.
Puoi contare ogni foglia dei platani.
Lungo il parco di settembre
l’autobus già ne porta via qualcuna.
Ad uno ad uno tornano gli ultimi mesi,
il lavoro imperfetto e l’ansia,
le mattine, le attese e le piogge.

Lo sguardo è là ma non vede una storia
di sé o di altri. Non sa più chi sia
l’ostinato che a notte annera carte
coi segni di una lingua non più sua
e replica il suo errore.
È niente? È qualche cosa?
Una riposta a queste domande è dovuta.
La forza di luglio era grande.
Quando è passata, è passata l’estate.
Però l’estate non è tutto.

Da: L’ospite ingrato (1985)

Out of print

Non difenderti più.

Ma più tardi, più tardi
– quando staranno fissi
fra satin e giunchiglie

ma molto, molto tempo dopo
– quando saremo tutti out of print

certe parole
che una volta avevo curate
perché quasi certo di avere ragione

sarà molto bello vederle volare
dove il vento le vuole lavorare
come quel fumo bianco sparito il jet.

*

Sonetto dei sette cinesi

Una volta il poeta di Augsburg ebbe a dire
che alla parete della stanza aveva appeso
l’Uomo del Dubbio, una stampa cinese.
L’immagine chiedeva: come agire?

Ho una foto alla parete. Vent’anni fa
nel mio obiettivo guardarono sette operai cinesi.
Guardano diffidenti o ironici o sospesi.
Sanno che non scrivo per loro. Io

so che non sono vissuti per me.
Eppure il loro dubbio qualche volta mi ha chiesto
più candide parole o atti più credibili.

A loro chiedo aiuto perché siano visibili
contraddizioni e identità fra noi.
Se un senso esiste, è questo.

Da: Composita solvantur (1994)

Stanotte…

Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sottocasa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di visceri viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
E non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.

*

Sopra questa pietra…

Sopra questa pietra
posso ora fermarmi. Dico alcune parole
nello spazio vuoto preciso.
Le grandi storie
tentennano in sonno, vacillano
nelle teche i crani
dei poeti sovrani.
L’enigma verde ride la sua promessa.

Olmi e oh vetrate di Trinity illuminatevi!
Ecco il fulmine di giugno.
Batte l’acquata gronde e guglie.
Lo spazio dei dilemmi è verde e vuoto.
Non può vedermi più nessuno qui, nessuno
mi farà male mai più.

Poesie per il fine settimana: Luciano Erba (da “Il tranviere metafisico”, 1987)

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Luciano Erba

Poesie per il fine settimana: Luciano Erba (da Il tranviere metafisico, 1987)

Ponte e città

riattraversarlo vorrebbe anche se oscilla
periglioso, sospeso sull’abisso
non importa se manca qualche asse
tra le corde stanche e sfilacciate
se il vento che soffia nella gola
fa trepido e incerto il suo passaggio
vorrebbe metter piede all’altra sponda
sponda come? di un’erba calpestata
un po’ verde, un po’ gialla, di città
di sobborgo, non landa né steppa
quali umani? se stesso nei passanti
per vie di pioggia, di negozi chiusi
tra facciate notturne di finestre
illuminate di ussari, di musiche
né mai chiedersi a un angolo di strada
ed io, io, ospite di quale sera?

*

Seguivo il tuo viaggio

seguivo il tuo viaggio
provavo le tue impressioni
pensavo i tuoi pensieri
meglio del simulatore di un centro spaziale
che riproduce a terra le vicende
di un’astronave in volo tra le stelle
finché scese le ombre sopra i tetti
te addormentata, perso ogni contatto
caddi di quota, riabitai un mio baratro
tra voci inascoltate e la spezzata
illusione di un filo che legasse
non solo a te ma a ogni cosa sperata
ai grandi assenti, a eterni invisibilia

*

Il tranviere metafisico

Ritorna a volte il sogno in cui mi avviene
di manovrare un tram senza rotaie
tra campi di patate e fichi verdi
nel coltivato le ruote non sprofondano
schivo spaventapasseri e capanni
vado incontro a settembre, verso ottobre
i passeggeri sono i miei defunti.
Al risveglio rispunta il dubbio antico
se questa vita non sia evento del caso
e il nostro solo un povero monologo
di domande e risposte fatte in casa.
Credo, non credo, quando credo vorrei
portarmi all’al di là un po’ di qua
anche la cicatrice che mi segna
una gamba e mi fa compagnia.
Già, ma allora? sembra dica in excelsis
un’altra voce.
Altra?

*

L’ippopotamo

forse la galleria che si apre
l’ippopotamo nel folto della giungla
per arrivare al fiume, i curvi pascoli
di foglie nate a forma di cuore

forse il varco tra alberi e liane
gli ostacoli divelti, le improvvise
irruzioni d’azzurro nelle tenebre
su un umido scempio di orchidee

forse questo e qualsiasi tracciato
come a Parigi la Neuilly-Vincennes
o l’umile ‘infiorata’ di Genzano

o un canale di Marte, altro non sono
che eventi privi d’ombra e di riflesso
soltanto un segno che segna se stesso.

Il Novecento: Leonardo Sciascia – 6 poesie

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Leonardo Sciascia

6 poesie

(da La Sicilia, il suo cuore, Roma, Bardi, 1952)

LA SICILIA, IL SUO CUORE

Come Chagall, vorrei cogliere questa terra
dentro l’immobile occhio del bue.
Non un lento carosello di immagini,
una raggiera di nostalgie: soltanto
queste nuvole accagliate,
i corvi che discendono lenti;
e le stoppie bruciate, i radi alberi,
che s’incidono come filigrane.
Un miope specchio di pena, un greve destino
di piogge: tanto lontana è l’estate
che qui distese la sua calda nudità
squamosa di luce – e tanto diverso
l’annuncio dell’autunno,
senza le voci della vendemmia.
Il silenzio è vorace sulle cose.
S’incrina, se il flauto di canna
tenta vena di suono: e una fonda paura dirama.
Gli antichi a questa luce non risero,
strozzata dalle nuvole, che geme
sui prati stenti, sui greti aspri,
nell’occhio melmoso delle fonti;
le ninfe inseguite
qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
non nutrirono frutti agli eroi.
Qui la Sicilia ascolta la sua vita.

°

IN MEMORIA

L’inverno lungo improvviso si estenua
nel maggio sciroccoso: una gelida
nitida favola che ti porta, al suo finire,
la morte – così come i papaveri
accendono ora una fiorita di sangue.
E le prime rose son presso le tue mani esangui,
le prime rose sbocciate in questa valle
di zolfo e d’ulivi, lungo i morti binari,
vicino ad acque gialle di fango
che i greci dissero d’oro. E noi d’oro
diciamo la tua vita, la nostra
che ci rimane – mentre le rondini
tramano coi loro voli la sera,
questa mia triste sera che è tua.

°

I MORTI

I morti vanno, dentro il nero carro
incrostato di funebre oro, col passo
lento dei cavalli: e spesso
per loro suona la banda.
Al passaggio, le donne si precipitano
a chiudere le finestre di casa,
le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio
per guardare al dolore dei parenti,
al numero degli amici che è dietro,
alla classe del carro, alle corone.
Così vanno via i morti, al mio paese;
finestre e porte chiuse, ad implorarli
di passar oltre, di dimenticare
le donne affaccendate nelle case,
il bottegaio che pesa e ruba,
il bambino che gioca ed odia,
gli occhi vivi che brulicano
dietro l’inganno delle imposte chiuse.

°

APRILE

Sto a far camorra sulle cose, seduto
al sole d’aprile che in me torna
a un suo azzardo di risentimenti e di inganni.
Guardo accendersi il gioco dei ragazzi,
una rissa leggera che s’incanta
di luce, cerca un suo cuore di musica;
forse un suo cuore di pena.
Il paese, non lontano, sembra affondare
nel verde: di là da questo gioco
pieno di voci, è solo un paese di silenzio.

°

DAL TRENO, GIUNGENDO A B***

La casa splende bianca in riva al mare;
e la palma che svetta nell’azzurro,
il verde trapunto dal giallo dei limoni,
la fredda ombra sotto la trama dei rami.
I suoni stridono sul cristallo del giorno,
una barca rossa si allontana piena di voci.
La ragazza che esce sulla spiaggia
ha dimenticato i sussurrati segreti della notte;
saluta con la mano alta i clamori della barca,
l’azzurro giorno marino, il sole già alto;
poi si china armoniosa a slacciare i sandali vivaci.

°

FINE DELL’ESTATE

Dopo la raccolta, ragazzi scalzi invadono
i mandorleti: scettri di miseria
le lunghe canne tentennanti.
I loro occhi acuti
s’incrunano tra le rame, scoprono
la nuda mandorla lasciata.
Mi giunge il picchio delle canne,
il lieve tonfo sulla zolla: suoni
dell’estate che muore, dell’autunno
delle piogge e dei poveri.

Il Novecento: Vincenzo Cardarelli – 8 poesie

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Vincenzo Cardarelli

8 Poesie

(da Poesie, Mondadori, Milano 1942)

SERA DI GAVINANA

Ecco la sera e spiove
sul toscano Appennino.
Con lo scender che fan le nubi a valle,
prese a lembi qua e là
come ragie fra gli alberi intricate,
si colorano i monti di viola.
Dolce vagare allora
per chi s’affanna il giorno
ed in se stesso, incredulo, si torce.
Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,
un vociar lieto e folto in cui si sente
il giorno che declina
e il riposo imminente.
Vi si mischia il pulsare, il batter secco
ed alto del camion sullo stradone
bianco che varca i monti.
E tutto quanto a sera,
grilli, campane, fonti,
fa concerto e preghiera,
trema nell’aria sgombra.
Ma come più rifulge,
nell’ora che non ha un’altra luce,
il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.
Sui tuoi prati che salgono a gironi,
questo liquido verde, che rispunta
fra gl’inganni del sole ad ogni acquata,
al vento trascolora, e mi rapisce,
per l’inquieto cammino,
sí che teneramente fa star muta
l’anima vagabonda.

°

FUGA

Brevi sono le forme
che il caos inquieto produce.
La vita è fiamma vinta.
Ogni cosa è costretta
in uno spazio imperioso.
Ascese immani s’appuntano
al vertice di un’ora
per ricadere dolorosamente
in una perduta impotenza.
Se poi ci si rialzerà,
non è certo.
A volte il destino divaga.
Attese di anni non bastano
a dar tempo di giungere a un momento.
E noi stringiamo la grazia
come una mano che si ritira.

°

DISTACCO

Io ti sento tacere da lontano.
Odo nel mio silenzio il tuo silenzio.
Di giorno in giorno assisto
all’opera che il tempo,
complice mio solerte, va compiendo.
E già quello che ieri era presente
divine passato e quel che ci pareva
incredibile accade.
Io e te ci separiamo.
Tu che fosti per me più che una sposa!
Tu che volevi entrare
nella mia vita, impavida,
come in inferno un angelo
e ne fosti scacciata.
Ora che t’ho lasciata,
la vita mi rimane
quale un’indegna, un’inutile soma,
da non poterne avere più alcun bene.

°

PASSATO

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo,
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dore
che m’appartieni
e qualchecosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

°

SPIRAGLI

Che cosa mi colpisce oramai!
Un velo d’ombra di mare
sui monti lontani,
un lembo di nuvola tutelare.
Ma basta levare la testa.
Le cose non stanno che a ricordare.
Piano piano i minuti vissuti,
fedelmente li ritroveremo.
Coraggio, guardiamo.

°

PASSAGGIO NOTTURNO

Giace lassú la mia infanzia.
Lassú in quella collina
ch’io rivengo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch’io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.

°

ALLA MORTE

Morire sí,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo.
Quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.

°

TEMPO CHE MUTA

Come varia il colore
delle stagioni,
cosí gli umori e i pensieri degli uomini.

Tutto nel mondo è mutevole tempo.
Ed ecco, è già il pallido,
sepolcrale autunno,
quando pur ieri imperava
la rigogliosa quasi terna estate.