“Esseri umani” di Alessandro Fo (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello) da oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line

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Alessandro Fo

Esseri umani di Alessandro Fo (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello)

esseri umaniDa oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line, Esseri umani di Alessandro Fo, seconda uscita della collana Φ per la casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri. Il volume è a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello, con disegno inaugurale di Francesco Balsamo e ritratto dell’autore di Marta Pegoraro.
Di seguito la nota di Gianluca D’Andrea:

Dopo Mancanze (2014), la poesia di Alessandro Fo si propone, nella consueta raffinatezza di stile, un ulteriore scandaglio dell’animo umano. La storia minima dell’individuo che, con tutte le sue fragilità, permette di costruire una nuova trama fatta di incroci e inserzioni dialoganti. Come avviene, per esempio, nel trittico per Edda Laghi Corrieri, che trasmette in “presa diretta” le potenzialità relazionali della parola in un coinvolgimento sempre assediato dalla solitudine: «Sto di guardia quasi tutto il giorno. / Ora, da quando ci sono qui io / non è successo più. // Non restano che minime mansioni». Ed è questa dimensione “minima” a illuminare le vicende degli “esseri umani”, la loro capacità di sorprendersi, nonostante il male, nello splendore.

Gianluca D’Andrea

…infinite persone
che un caso ha posto di fronte allo splendore,
ferendole per sempre.

(da Esseri umani di Alessandro Fo, L’arcolaio, collana Φ, Forlimpopoli, 2018)

“L’origine” di Domenico Cipriano (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello) da oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line

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Domenico Cipriano in una foto di Dino Ignani
L’origine di Domenico Cipriano (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello)
lorigineDa oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line, L’origine di Domenico Cipriano, volume che inaugura la nuova collana Φ della casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri. Ideata e diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello, si avvale del contributo artistico di Francesco Balsamo (disegno inaugurale) e Marta Pegoraro (ritratto finale dell’autore).
Le uscite annuali saranno tre: dopo questa inaugurale, ci sposteremo nel primo trimestre del 2018, per arrivare alla terza uscita in dicembre dello stesso anno.
Per chi volesse mandare in visione testi, raccolte o suggerimenti può farlo direttamente ai curatori, anche se occorre sottolineare che si tratterà per lo più di pubblicazioni su invito, a tal proposito ci teniamo a dire che il 2018 è già programmato (a breve pubblicheremo i nomi dei prossimi autori).
Sperando di aver iniziato un progetto duraturo che faccia del servizio alla parola poetica la sua unica missione, non posso che consigliarvi l’acquisto del libro di Cipriano, autore che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni se non i suoi stessi versi:
“Rifluisce in me ogni istante
e un’onda col suo flusso mi rinnova
spingendo la corrente di risacca
a un nuovo inizio”.

Una nota su “Solo l’uomo” di Andrea Italiano, Ladolfi Editore, 2016

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George Bellows, Stag at Sharkey’s, 1909 (Fonte: Il Post)

Solo l’uomo (nota di Gianluca D’Andrea)

solo l'uomoIl segno della precarietà, quasi un’evidenza testamentaria, è la cifra dei diciassette testi che Andrea Italiano (Barcellona Pozzo di Gotto, 1980) ha raccolto per la sua ultima pubblicazione: Solo l’uomo, Ladolfi Editore (NO), 2016.
Precarietà che si manifesta in uno stile inquieto, che alterna, anche all’interno degli stessi componimenti, ritmi spezzati e respiri lunghi quasi a ricreare una perpetua apprensione, un disagio nei confronti di una storia, quella presente, percepita nella sua assenza di prospettive: «sono nel mezzo della vita / metà ormai dietro le spalle / metà forse non ci sarà» (p. 15).
Precarietà, si diceva, non solo sociale ma più tragicamente esistenziale, l’identità non è semplicemente scissa bensì boccheggiante: «io sono già morto / non più decadente» (p. 19).
Una poesia postuma, allora, che non vibra, ha, com’è giusto, rinunciato per necessità ad ogni afflato lirico, indirizzandosi all’evidenza della fine. Se il senso – e il segno – è qualcosa di deperibile, non per questo è possibile rinunciare alla traccia, a un’azione che ripete per “dovere” l’urgenza di essere, per quanto effimera, in quanto ombra: «Lo scherzo alla maestra / aveva preso i contorni di allegoria / lei scriveva noi cancellavamo / lei scriveva noi cancellavamo / lei scriveva noi cancellavamo / com’è vana la vita» (p. 20).
Cancellazione e sfasatura, nessun appiglio se non nella stessa insicurezza che ci costituisce. Se, infatti, «nel tuo stesso nome ti ritrovi straniero» (p. 22), è la condizione umana a evidenziare la propria alienazione, e il titolo della raccolta, neanche troppo ironicamente, ne è segnale esplicito.
Ribadendo uno sfondo di sfiducia nei confronti del mondo e, soprattutto, nei confronti dell’uomo escluso da ogni azione nel mondo, emerge infine una volontà accusatoria, diretta, come si legge nell’ultimo testo, alle recenti generazioni. Eppure trasudante, in modo del tutto originale, speranza per il futuro. “Spes contra spem”, ma solo escludendo gli attori del presente, padri e figli, incapsulati irrimediabilmente nel circolo vizioso della ripetitività che oscilla tra inutilità e convenienza.


Testi da Solo l’uomo

Fiorin lavora con me
è rumeno più piccolo di me
ha due figli Alessio e Sonia
sua moglie Adriana la incontro ogni mattina
mentre va al lavoro
cammina con passo leggero e veloce
come chi ha troppi pensieri nella testa
ogni tanto gli parlo di matrimonio
gli dico che mi spaventano le bollette le scadenze
i conti da saldare e poi i figli
se vengono malati? se crescono storti?
lui non mi capisce
mi dice di guardare alla sua vita
povero come me cane come me
eppure tira avanti
il futuro lo spaventa ma lo aspetta
mi sembra di vedere i miei nonni
qualche anno dopo la guerra
nessun sogno in testa
tanta forza nelle braccia
Florin non lo sa
che i suoi nipoti parleranno come me
lui è giovane
io sono già morto
non più decadente.

*

Lo scherzo alla maestra
aveva preso i contorni di allegoria
lei scriveva noi cancellavamo
lei scriveva noi cancellavamo
lei scriveva noi cancellavamo
com’è vana la vita
avrà pensato alla centesima volta
anche il solco più profondo
il vento la pioggia lo cancella
eppure continuò a scrivere
e dopo noi per altri
è un dovere sforzare la mano al segno buono
trattenere è l’unico dovere che ci compete
ohimè.

*

Anche togliere una virgola
uno starnuto dal discorso
da quelle origini che non conosci
una via anziché un’altra
questione di centimetri
e la catena salta la vita prende altre direzioni
da biondo a bruno
da ricco a povero
da vivo a morto e non sei più tu
nel tuo stesso nome ti ritrovi straniero.

*

Laura è un puglile
sta sul ring come una farfalla
sembra che i colpi non le arrivino
non le facciano male
ma non è così
e giorni ci sono che passa al martello
ti stringe alle corde
ti lascia di stucco
“cappello” ti fa dire
Laura ci sa fare
arrossisce lieve per uno sguardo
per una carezza sulla mano
ma credimi quando ti dico
che la felicità non è sempre facile
che spesso la vita è un prestito a usura
e per questo il tuo treno destro
usalo spesso più spesso
schiantaci
ma Laura lei non è un fiore
lei è un augurio.

*

Dolcemente ucciditi
padre
fallo con gran spargimento di sangue
e ucciditi
facci questo ultimo dono
perché noi non sappiamo farlo
fallo come è giusto che sia
ci hai messo al mondo ora facci spazio
e sulla tua carcassa benedetta
cresceremo i nostri figli
così che possano ucciderci
almeno loro con le loro mani
perché è giusto così
oh beata generazione quella dei nostri figli
si riprenderanno il loro posto nell’universo
sapranno essere uomini e costruttori di futuro
nel loro nome si riconosceranno
assassini e giusti
faranno più cose di noi
e padri sgozzati
cambieranno qualcosa di quello che a noi sembra una scena immutabile
faranno il mondo nel modo in cui il mondo si fa
moriranno contenti
voi no (perché questi figli impotenti li avete cresciuti voi)
noi nemmeno (perché questi padri onnipresenti ci hanno fatto comodo.

Rubrica degli inverni di Paolo Lanaro, Marcos y Marcos – Le Ali, Milano 2016

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Paolo Lanaro

C’è una morale in tutto questo?
Probabilmente no.

 P. Lanaro

Rubrica-degli-inverni_webL’appartenenza a una stagione passata, il nucleo della recente raccolta di Paolo Lanaro potrebbe, a una prima lettura, essere la nostalgia. In effetti, la prima sezione del libro, Vetri appannati, potrebbe indurre a pensare di trovarci dentro una poesia di nominazione nostalgica – vedi le datazioni precise, 1981-2011 – nomi, soprattutto botanici e animali, ancora più definiti, precisi, apparentemente tesi a «tenere le cose in piedi» (Vetri appannati, p. 12, v. 1), a constatare il “nulla” incipiente.
Le prime pagine di Rubrica degli inverni, così, imprimono la strana sensazione di un risentimento contrito, facendo sorgere il timore di essere davanti a un’opera che tenti di “ritrovare” i tempi andati, trascurando il presente-futuro, tempo nefando e inappropriabile, nefando perché inappropriabile da chi ha vissuto ben altre stagioni.
A soccorrerci e liberarci da questa sensazione è la lettura complessiva e l’impostazione “ascendente” della struttura del libro, la sua “volontà” di fuoriuscita. Così, ritornando alla prima serie, dopo aver attraversato tutto, possiamo rintracciare in due testi abbastanza vicini un’incrinatura, una scissione o, meglio, una velatura percettiva: «Tutto è passato / e per questo ormai così strano» (Una volta, p. 13, vv. 2-3) e «Quel tempo è ora un lichene da considerare / finché ha nutrito ogni lineamento» (Ci fu un deserto, p. 17, vv. 9-10). Questi due passaggi rappresenterebbero il passaggio a uno straniamento nella percezione del tempo, aliena ai parametri di lettura del mondo acquisiti dal soggetto, la caduta di ogni rassicurazione del passato, il tentativo di revisione imposto al tempo stesso. Si fa breccia la speranza che, in un’atmosfera quasi estinta, possa ancora baluginare un percorso. Esiste una tensione non rassegnata nell’«omuncolo solitario» (Esercizi di ballo, p. 23, v. 9) che vaga nella neve, metafora semplice e raggelante della cancellazione della storia, che segue la direzione del “niente” e prova a riaprire gli occhi.
Per realizzare questa nuova apertura, occorre che il soggetto smussi gli spigoli di un’apparente “centralità”, occorre, appunto, una caduta: «Sapere che dopo un giorno ne verranno / mille altri o che dopo un eone / spunterà ancora l’alba su un campo di trifoglio / mi fa sentire un verme» (Eternità, p. 24, vv. 7-10), occorre la giusta dose di autoironia che “banalizza” il soggetto, lo spinge ai margini dell’opera:

Come back

Non si può tornare indietro.
Quell’espressione che pare una tagliola,
‘come back’, è un invito al nulla.
una volta deve averlo detto anche Thomas Wolfe,
riferendosi a una polpetta lasciata
un secondo di troppo sulla griglia.
Non è possibile riavere le carezze
che non ci sono state date.
E neanche si può tornare a quel giorno
in cui ci colse l’idea esatta e semplice del bello.
Né si può fare in modo che piova
per tutti i mesi in cui restammo all’asciutto.
Purtroppo l’acqua che vedi cadere sta sciupando
l’elicriso e i lillà, come temevo.

(p. 30)

Dall’indecisione iniziale, il libro compie il tragitto di una crescita, una consapevolezza che non si ferma sulla stessa autoironia, non corre il rischio di un minimalismo arreso, ma mantiene un equilibrio di accensioni di senso calibrando le dosi di straniamento:

Sulla statua della beata Giovanna Maria Bonomo tra le rovine di Asiago

Nella cartolina, in mezzo alle rovine
causate dalla ‘furia distruggitrice austriaca’,
spicca la statua intatta
della beata Giovanna Maria Bonomo.
Un episodio così è davvero raro,
come quando ci càpita di evitare un disastro
solo perché eravamo al telefono
o eravamo fuori a fumare.
Quando ne parlai con alcuni amici mi trovavo
dalle parti dello Stadio del Ghiaccio.
Tirava un vento fortissimo che piegava
le cime degli abeti e spazzava violento le strade.
All’improvviso da un tetto piovve una tegola
che ci mancò per un niente.
In seguito discutemmo a lungo del fatto.
Di come la morte giochi a rimpiattino,
del perché ci servano parole pacate,
di cosa credere e cosa non credere,
di un inverno che ci colse duro e farraginoso.

(p. 32)

Allora saranno gli eventi quotidiani ad assumere un ruolo necessario per una fuoriuscita dal sé, per un’espansione della visuale («Perché la poesia è un modo di vedere, / prima che di parlare», Ciao, mamma, p. 80, vv. 41-42) che, partendo da una nominazione precisa, pare arrendersi al mondo, per capire che oltre la nostra prospettiva «Qualcosa al di là succede» (Festa notturna, p. 41, v. 3).
Non una visione pacificata ma una diversa tensione, lo dicevamo, appare a partire dalla seconda sezione, Vasi di Pandora, e si estende alle ultime due, sicuramente le più belle del libro. La parola che esprime la tendenza alla riduzione del sé a cui accennavamo è “comune”. Comune è la scelta di un linguaggio piano, comprensibile, comuni le idiosincrasie: «In realtà a nessuno piace il mondo com’è, / con tutti quei mascalzoni nei posti-chiave, / telecamere dappertutto, una checklist per i fiori, / i formaggi, i donatori di organi» (Come un avviso, p. 45, vv. 7-10). Ma la “banalizzazione” degli eventi manifesta il legame relazionale, affettivo, di chi ha finalmente rinunciato alla sua centralità e si dedica con occhio nuovo alla responsabilità dell’accoglienza, con una fiducia certo disillusa nella potenzialità delle parole:

Dove ambientare i versi?

Dove ambientare i versi?
Sotto una cupola di rame
in mezzo a silfidi e amorini?
In un’aula magna, tra seggiole
di velluto e scaffali di vocabolari?
In un mattatoio dismesso, trasformato
in un garage per auto d’epoca?
Nel millenovecentocinquantaquattro
quando Marilyn sposò Joe DiMaggio?
in un quaderno proibito?
In una vaporiera con patate,
cicoria e peperoni?
Supini, per terra, tra briciole
di pane e fogli di giornale?
Su Nettuno? Su Andromeda?
Sopra un cornicione, tra metope
annerite e cacche di piccione?
Vicino al water-closet sulla striscia
che pende dal distributore?
In un campo di festuche morenti?
Oppure? Oppure?
Dove ambientare dei versi per adoperarli
davvero, invece di ammirarli estasiati
come si trattasse di haute couture?
Ma soprattutto dove cercarli se non sono
da nessuna parte, non forniscono prove e hanno
scarse probabilità come il bel tempo?

(pp. 53-54)

La registrazione dei fatti, la “rubricazione” di eventi minimi che cozzano pervicacemente con le potenzialità della nominazione (niente di evenemenziale, epifanie stinte, invernali appunto), i tempi ridotti, diluiscono la necessità del poco che è esposto «per bruciare meglio» (Registrazione di alcuni fatti all’inizio dell’inverno, III, p. 59, v. 10) ed estorcere un po’ di speranza al «buio secolare» (ibid., p. 59, v. 14).
Nel poemetto al centro della raccolta, Registrazione di alcuni fatti all’inizio dell’inverno, assistiamo alla maturazione dello sguardo, allo svelamento del disincanto, alla trasformazione del tempo della storia in presenza:

IV

Leggo i fatti crudeli, come le enfumades
dei ribelli algerini ordinate dai francesi.
La storia è fatta così: soldataglie
che massacrano soldataglie.
Non saprei chi sia stato il peggiore.
Lo penso avvolto in un plaid di lana,
sotto una luce rosa, vicino a una madia chiara.
Come ci sia qualcuno disposto a morire
perché noi possiamo arrotolarci nei plaid,
leggere libri di storia, addormentarci dolcemente,
riflettendo sull’essere.

(p. 60)

X

Cosa mai ne saprà Marina, la nostra
domestica venuta da Chișinău?
Cosa mai farà di domenica, lei come tutte
le altre ragazze di Chișinău?
Vestite da festa, camminano su e giù
per la città come avveniva
duecento anni fa.

Marina pensa ai giovani moldavi, ai gaugazi
dai capelli neri, ai piccoli orti di ciliegi,
a Mateo Muriano e a Hieronimo da Cesena,
a quanti anelli d’oro andarono perduti
lungo le strade per Roma e Venezia.

La storia è una china pericolosa.
Lassù un refe sottile congiunge i cieli.

(p. 67)

L’ultima sezione, Ascendenti, ribalta totalmente l’assunto iniziale del ricordo nostalgico a favore di un successivo svelamento. Il soggetto disilluso si scopre nello spazio della sensazione e rifugge la mera registrazione dei fatti. Il tempo ridotto nel ricordo imprime una necessità che resiste alla scomparsa, per quanto inevitabile: «… era restato poco tempo. Quello necessario / ad aprire una porta, a percorrere un corridoio, / a bollire il latte, a preparare un letto» (Poco tempo, p. 84, vv. 8-10). Così è il ricordo a far sorgere rivelazioni come nella bellissima Ciao, mamma:

Ciao, mamma

Ciao, mamma. Metto per iscritto le parole
che ti ho detto quella sera, quando l’infermiera
asciugandoti un batuffolo bianco sulla bocca,
mi ha sussurrato: “Guardi che non c’è più”.

Non sono stato capace di dirti altro,
come i ciclisti dopo la vittoria di tappa
o come un marmocchio alla sua prima foto
da scolaro, mentre cerca i suoi nella folla

che si accalca dietro una Polaroid.
Ecco: il lampo del magnesio e poi un buio fitto.
Chissà dov’eri finché ti salutavo.
Eri in quel buio naturalmente,

con le tue scorte di cipria e il tuo
finissimo scialle rosa sulle spalle,
con i tuoi occhi grigi che, ho capito finalmente,
mi restavano in eredità.

Sono contento di avere i tuoi occhi.
Mi sa che perforavano un sacco di cose,
forse anche i muri di oblio che gli anni
ti avevano piazzato accanto a tua insaputa.

“Ciao, mamma” ho balbettato guardandomi intorno,
preoccupato che le tue compagne di camera
mi prendessero per scemo. E mi sentivo
per davvero scemo, un po’ stranito,

come se la tua morte fosse colpa mia
e, mentre le orecchie mi fischiavano,
come se un rimbombo oscuro
si stesse frantumando in mille suoni orribili.

Intanto si era alzato il vento. Dal finestrone
vicino al tuo letto vedevo le cime dei castagni
piegarsi. È lì che ho pensato che il vento
è la cosa più simile alla felicità: nessuno sa

dove nasca e neanche quando finisce.
Come quel brusco vento garbino
di sessant’anni fa quando, seduto sul sellino
della tua bici con una girandola in pugno,

salutavo un mondo di vetro che correva via.
E tu che sussurravi: sembra una poesia.
Devo averti presa sul serio. Per questo
quella sera non ho spiccicato altro.

Perché la poesia è un modo di vedere,
prima che di parlare. E basta molto poco
per riempire il silenzio fino all’orlo.
Mentre dottori e suore e infermiere

andavano e venivano, io e te ci siamo messi
a guardare quella girandola rossa fiammante
che loro non potevano neanche immaginare
e che girava all’impazzata come un tempo.

Ripensandoci, credo che ‘ciao’
fosse proprio la parola giusta.

(pp. 79-81)

La contrazione del senso nel dolore e nel ricordo suscitato dal momento della scomparsa, la compresenza del soggetto con un’alterità spiazzante ma vissuta, negli ultimi testi del libro raggiunge i suoi esiti più alti. Il ricordo è epifania che non si fissa ma ritorna costantemente alla fluidità dell’esistenza: «… Era come essere sul ciglio / del tempo, invasi da un’acqua inaudita» (Liber usualis, p. 82, vv. 10-11).
“Essere sul ciglio del tempo”, vale a dire riscoprire la storia (il flusso) nella “non-storia” dell’esperienza personale:

Non-storia

Mio padre che canticchiava radendosi,
era non-storia.
Mia madre che a Carnevale
con uova, burro e limone faceva dei riccioli
da leccarsi le dita, era non-storia.
Mio fratello che da bambino
era istrionico come Gesù nel tempio,
era non-storia.
Io che allora avevo la bronchite asmatica,
ero non-storia.
La storia è soltanto l’accumulo
di tante, fugaci, non-storie.

(p. 87)

La consapevolezza di essere niente e tutto, l’astrazione del ricordo che permette di aderire alla dimensione materica del mondo consente di raggiungere la vita con tutte le “stranezze” percepite da un soggetto in deficit, ma presente e conscio di una scomparsa sempre imminente. Se «la vita è strana. È una pioggia di ricordi / perfino sciocchi…» (Bloom, p. 89, vv. 12-13), noi siamo per testimoniare fugacemente il mondo, sempre prima, sempre spostati verso qualcos’altro da noi, «un’acqua grigia che ci porta via…» (Una fredda domenica di giugno, p. 93, v. 15).

Gianluca D’Andrea
(Luglio 2016)

BREVI APPUNTI SULLA FINE IV – La relazione?: “E io che intanto parlo – Poesie 1990-2015” di Anna Maria Carpi, Marcos y Marcos, Milano 2016

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Anna Maria Carpi (Foto di Dino Ignani)

Brevi appunti sulla fine IV – La relazione?: “E io che intanto parlo – Poesie 1990-2015” di Anna Maria Carpi, Marcos y Marcos, Milano 2016

E perché io non esiste
senza di tu di lui di noi di voi di loro

 A. M. Carpi

E-io-che-intanto-parlo_primawebL’operazione poetica di Anna Maria Carpi, a cui la pubblicazione complessiva che inaugura la nuova collana di poesia della Marcos y Marcos ci permette di accedere, è incentrata sulla tematica, forse troppo novecentesca, dell’assenza. Del soggetto lirico e, di conseguenza, relazionale, per questo la traccia macroscopica, la presenza sovraesposta della prima persona, sembra diventare il segnale di un disorientamento, di una carenza originaria dell’identità.
Le attuali analisi di quest’opera, strutturata in sei tappe che si muovono in direzione di un tentativo di fuoriuscita dall’impasse identitaria – sin dalla prima raccolta, A morte Talleyrand del 1993, impostata su un dialogo con un analista e che si muove alla ricerca, quindi, di un trauma di cui non sembra importare realmente la natura, e infatti è l’ironia a ribaltare la “serietà” con cui affrontare se stessi, primo segnale di una marginalizzazione dell’io – fanno sempre riferimento (Testa, Galaverni, infine Pusterla nella prefazione al libro) all’irresolutezza caproniana, al tono di sospensione e inadeguatezza del soggetto nel quadro della rappresentazione. Insomma, partendo da una sfiducia collaterale – il Caproni ironicamente dis-topico, almeno dal Congedo in poi, Carpi tenta una risalita, prova ad attraversare il negativo e prova a rilanciare (si veda il titolo dell’ultima raccolta, L’animato porto del 2015 che ribalta l’assunto del perduto approdo, di matrice addirittura primonovecentesca se pensiamo che Il porto sepolto fu pubblicato nel 1916) un barlume di speranza.
Cominciamo dalla fine:

LA MIA LINGUA è inattuale?
Io piaccio
a giovanissimi ignoti che mi scrivono
su facebook. Quale faccia,
se ogni giorno cambiano.
E perché piaccio? Perché parlo semplice?
Sentono in me a distanza
il cucciolo pezzato
che fa salti e che abbaia
perché, lui così crede,
la poesia emana dalla vita?

Poi sparsi non datati ho dei seguaci
seri nerobarbuti
che ancora guardano alla montagna sacra
dove senza di noi,
dissennata, da sé,
la lingua compie ancora dei prodigi.
Poi vedo che mi apprezzano
i fermi
i senza fede,
sono onesti e di solida cultura
e credono all’io interno, solitario.

E poi ci sono i vecchi,
voglio dire i nati nei Cinquanta
o nei Sessanta, che in molti già si sentono
nel vento della morte. Così presto, perché?
Sono loro i compagni che vorrei
Ma quel che in me gli manca è la bravura
Di far misteri fra parola e cosa.

Qual è stato il mio tempo? Io non lo so.

(p. 225)

Se si esclude il compiacimento per un’accoglienza intercettata in extremis, piuttosto dissimulato d’altronde, si può cogliere un lieve cambiamento di prospettiva nella considerazione di chi, modificando fittiziamente i propri connotati – «Quale faccia, / se ogni giorno la cambiano» – non sente più necessaria la dimensione del riconoscimento. Certo, è solo questo, perché poi il testo nella sua discorsività esposta, finge disinteresse ma poi tende all’auto-agnizione e si rifugia nel dubbio: «Qual è stato il mio tempo? Io non lo so».
Ma tornando alle origini del cammino proviamo a leggere un testo dalla seconda raccolta, Compagni corpi del 2004:

È PERCHÉ IO NON ESISTE
Senza di tu di lui di noi di voi di loro.
“Coraggio, baby, ci vediamo presto”,
“o prima o poi” ridacchia il vento
su per la cappa “è tardi, è tardi…”
Parole-avanzi,
lo sporco nel camino dopo il fuoco – e nulla,
nulla mi rassicura,
e mi divora
non sapere chi sono.

Andarono in fumo alcuni
dentro un bianco cielo tedesco –
altri come bimbi
nel bianco di una stanzuccia
o come vecchi su un viale alberato d’autunno,
rade le foglie, radi i capelli.
I pro-, i ge-
nitori
non si muovono più.
Posano ancora però: per un ritratto
che sembri vivo e resti
un altro mezzo secolo.
Quasi nessuno da vivo aveva coraggio,
forse si muore
per pura viltà.

(p. 69)

La mancanza di ogni sicurezza “divora” l’io, ma perché è la scomparsa di chi viene prima a rendere orfano il presente. La seconda raccolta ha la stimmate esposta della grande Assenza (e infatti è inaugurata da uno dei grandi padri del vuoto novecentesco, Paul Celan): «Ancel ancora all’incontro / di Dio – nella sua lingua si chiama Nessuno» (Gli ebrei, diceva l’ebreo, p. 61, vv. 10-11); della perdita delle tracce dei «pro-, ge- / nitori», della scissione tragica che si allarga dal trauma della storia.
Nel movimento io/mondo, tra le vicende del quotidiano, infatti, s’insinua spesso il grande Altro della Storia, ma il “piccolo” altro è già pressante all’altezza della terza raccolta, E tu fra i due chi sei, 2007:

ORA FA BUIO e sarà buio un pezzo
e lungo il viaggio, il tempo
per contemplare gli altri
che non sanno di me né io di loro
e non abbiamo niente da temere:
la gente è buona fuori del suo ambiente.
C’è chi ha aperto il computer, chi telefona,
c’è chi ha un giornale,
e chi lascia la nuca al poggiatesta
e dorme a bocca aperta – perché mai quel sussulto
che gli prende ogni poco
per riassettarsi, richiamare il mento?
Un rigurgito, l’immagine di sé?
Nessuno è mai ciò che vorrebbe essere.
Poi il mento ricade:
va bene, sono brutto, come voi,
chi è bello qui?

Le fermate intermedie: da abolire.
Perché si alza, perché vuole scendere
quell’uomo che ho di fronte da Friburgo?
E perché scende
la simpatica donna là di fronte
nella morta Lucerna o a Bellinzona
e va nell’irreale,
nella notte del mondo?
Figli, marito, un lavoro, un congresso?
Li troverà? Lei crede.
Nessuno trova niente alla sua meta,
a volte un letto caldo e non è poco
ma è bianco come le vesti dei fantasmi.

Non ve ne andate. Eravamo compagni.
Perché arrivate?
Solo un viaggio comune è senza fine.

(pp. 111-112)

L’altro che s’incontra casualmente – e forse non s’incontra realmente – nelle «fermate intermedie», in quelle fasi di passaggio, i viaggi, in cui non è importante che il linguaggio faccia presa, ma ugualmente possa agire nelle pieghe cronologiche, nella fugacità di una locazione temporanea che non necessita di affondo nel riconoscimento: «la gente è buona fuori del suo ambiente», perché inconoscibile se non per visuali rapide, per soggettive presuntive, «Nessuno è mai ciò che vorrebbe essere», che introiettano l’altro e allo stesso tempo lo tengono a distanza.
Eppure un altro modello più che plausibile, almeno per sintonie d’intenti e avvertita affinità, così si esprimeva nel 2002: «Sono quella che sono. / Un caso inconcepibile / come ogni caso» (W. Szymborska, Nella moltitudine, in Attimo, Scheiwiller, Milano, 2004, a cura di P. Marchesani), il che manifesta un avvicinamento all’altro nella casualità – il negativo? – che in Carpi non avviene, forse a causa dell’ingombro identitario. Comunque anche dall’accostamento al modello si può intuire quale sia il movente, il desiderio di essere “tra” che muove la scrittura della Carpi.
Così lo spostamento alla fuoriuscita si scontra sempre con l’«ossessione» di sé, pur cercando di tendersi «in mezzo agli altri»:

FUORI DEL MONDO infine.
Ah, quanto mento.
A me soltanto il mondo mi consola.
Ridono: il mondo? Cosa diavolo intendi?
È una sera a teatro, è una platea,
fra tante luci e io che vado in scena,
come comparsa o autore del copione,
ma essere in gioco, in mezzo,
in mezzo agli altri, in mezzo senza fine.
Questa è la mia ossessione.

(p. 131)

Mentre in Szymborska sembra agire una reclamata assenza (presenza in/del negativo), Carpi insinua una reclamata presenza (assenza in/del negativo). È presente la tensione per il ribaltamento del negativo novecentesco ma non si raggiunge lo scopo, neppure nelle ultime tre raccolte. Se ne L’asso nella neve (2011) le vicende storiche paiono preavvisare una nuova apertura, è anche vero che siamo sempre lontani dal vero, e ricadiamo nella fame di un orientamento perduto: «Fame di padri, fame senza fine», oppure «Mai il vero mi ha interessato» (Ad uno ad uno se ne sono andati, p. 154). Non avviene trasposizione perché ancora “io” cerca una ribalta, combatte la sua marginalità.
I dispersi sparsi qua e là nel libro sembrano confermare la separazione identitaria e, infatti, ancora all’altezza di Quando avrò tempo (2013), possiamo leggere: «Solo in quell’uno che vuol far diverso / io vedo un senso, una gioiosa / sanguinosa traccia di un dio» (24 Dicembre, i quotidiani, p. 190) e anche «Come potrebbe chi come il poeta / spera imperterrito / d’esser figlio di Dio, figlio unigenito?» (Un tempo qui arrivava il luccichio, p. 191).
È proprio il desiderio, ma sempre respinto come per dovere, di un’unità – perduta? da ritrovare? – a lasciare segni irrisolti d’ambivalenza. Forse il risultato peggiore, in termini di irresolutezza espressiva, è proprio l’ultima raccolta, L’animato porto (2015), nonostante il programmatico tentativo, come accennavamo in precedenza riferendoci al titolo, di rinnovare l’approdo sepolto.
Certo, alcune avvisaglie di allontanamento definitivo dal sé ci sono:

RAINOTTE. Nulla può più accadere.
Per oggi è tutto,
vi ringraziamo per averci seguiti.
Un lampo: ho spento, e non devo più nulla.
Sotto le coltri
con l’amante sonno
coi piedi tocco la felicità
tutto il corpo è speranza.
Alle tre ancora nulla, non un suono,
non c’è più il mondo,
il leviatano dorme.

Notte innocente che non sa di ore
né del primo biancore
là verso i monti sopra la ferrovia,
lo stupro della luce che ritorna.

(p. 210)

Ma la sensazione complessiva è di resa a una temporalità implosa, come se non ci fosse più niente da dire: «Non lo senti anche tu che non c’è più? / Il tempo non c’è più, / Tu sorridi: in che senso? / Non stiamo forse andando…? / Sì, uno a uno / ma finora il tempo era anche altro, / era anche un padre. / L’avevamo in comune» (Non lo senti anche tu che non c’è più?, p. 215).
È vero, non abbiamo un “padre in comune”, non esiste forse neanche una comunità, termini condivisibili – «Un altro mondo? È assodato, non c’è», p. 218 – eppure il mondo è qualcosa che balugina dal suo non esserci, e forse è anche il momento di sconfessarla la comunità, di eliminare ogni residuo da vecchio «confort» (p. 218).
Per ora la poesia di Anna Maria Carpi si ferma sulla scelta della fuga, sembra volersi preservare dalla trasfigurazione, così come sembra annunciare anche l’inedito a fine volume, Caro Agostino: «E allora è al padre / che mi rivolgo, come nell’infanzia, / a quel barbuto volto in mezzo ai nembi. // Ma non è l’amore. / O è l’amore questo, / non me non lui non gli altri / solo un’arsura, solo sete sete / di trascendenza» (p. 229).
Non so a cosa miri questa trascendenza ma forse è solo un moto del desiderio, un tentativo per leggere l’attuale ed infinita mutazione.

Gianluca D’Andrea
(Maggio 2016)

Poeti italiani (12) – Spazio inediti: Fabiano Alborghetti

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Fabiano Alborghetti

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (12) – Spazio inediti: Fabiano Alborghetti

Il canto muto della distanza

C’è una stanza. E’ arredata da ombre
qualche azione. Forse un nome. Ha un odore.
———————————————-Moltissimo è perduto
o sopravvive per frammenti:
vi si aggrappa come fossero presenti. Ogni giorno
si domanda quanto manca per tornare.

E’ in prestito, ancora oggi, dopo anni.
Forse qui dovrà morire. E in quale terra
——————————————-andrà il suo corpo?
Riportarlo dove è nato
dove noi siamo gli assenti o fargli un torto
e seppellirlo dove noi siamo i presenti?

Questa storia è poca cosa
————è vicenda personale.
Quante ossa, indossate dalla terra, sono ora fuori posto?
Chi è tornato porta avanti una memoria
—————————————————-parla, almeno:
ha qualcosa che appartiene. Non è ospite, né intruso.
E i figli? Quelli nati nell’altrove?
C’è qualcuno a cui non pesa: altra vita, passaporto
poi gli amori. Altri
aspettano irrisolti e ogni bacio è una frontiera.


mirror
Lucas Samaras, Room No.2, o ‘Mirror Room’ (1966)

Incede per scatti – piccoli nuclei di senso che cercano di ricomporsi – l’inedito di Fabiano Alborghetti. Come preannunciato nel climax dei primi due versi, scandito da punteggiatura forte: «C’è una stanza. È arredata da ombre/ qualche azione. Forse un nome. Ha un odore». Con un’andatura ritmica incistata in blocchi (la tendenza anapestica isolata in ogni gradino del climax) si confondono i termini di un lamento per qualcosa di perduto che vuole rinascere, almeno nella memoria. E infatti: «Ogni giorno/ si domanda quanto manca per tornare». La “stanza”, scarto metonimico di una dimora in sospensione, crea il tempo dell’attesa; ombre e corpi cadaverici (corpo testuale?), assenze e presenze che rimescolano i luoghi e, quindi, la disposizione stessa dei corpi in cui il soggetto scava in cerca di un frammento di “comunità”. È la vicenda “personale” e de-localizzata di un organismo (quello linguistico?) che «… Non è ospite, né intruso». Eppure con tutte le sue ambivalenze, il testo in questione sembra aprirsi a un nuovo orizzonte di senso, proprio analizzando la storia della scissione dell’io. Il margine, l’orlo, la «frontiera» sono i canali di fuga che tentano di indirizzare un nuovo edificio, dispositivo che intravede in altri («E i figli?»), nel loro “altrove”, un’«altra vita»; un «passaporto» diverso, per attraversare, infine, il limite di chi è ancora fermo ad aspettare (il soggetto stesso), “irrisolto”.

(Maggio 2016)


Fabiano Alborghetti (1970), vive in Canton Ticino (Svizzera) Ha pubblicato 6 libri e la sua poesia è stata tradotta in più di 10 lingue.
Grazie alla Fondazione Svizzera per le Arti Pro Helvetia ha rappresentato la Svizzera in numerosi festival nel mondo. Il suo sito è all’indirizzo: www.fabianoalborghetti.ch

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Una nota su “Sciami” di Mario De Santis, Ladolfi Editore, 2015

 

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The Kilobots (Fonte: Harvard School of Engineering and Applied Sciences)

Sciami (nota di Gianluca D’Andrea)

sciamiC’è qualcosa di stonato in Sciami. Il titolo dovrebbe indicare una fuoriuscita, ma da cosa? dalla moltitudine confusionale data per implicita dall’immersione nella vita collettiva? l’impatto del versamento verrebbe inibito dall’attrito soggetto/contesto e in favore di che?
«The dreadful sundry of this world», la spaventosa accozzaglia di questo mondo, di stevensiana memoria, sembra moralmente inaccettabile o semplicemente illeggibile: «Abito l’inabile paesaggio, fatto e divorato, / nei vincoli la furia estiva, gli insetti stanno nel cavo / di sonno a milioni come noi» (p. 7). In un linguaggio oscillante tra astratto e concreto, il soggetto vuole guadagnare spazio  e ristabilire una connessione con un’assertività che sfiora il trascendentale: «Qui la vita che si fa più grande / di ogni suo creatore, che l’ha voluta qui, / si fa senz’ombre, pure, e senza direzione» (p. 9), cioè in un tempo che si dissolve senza direzione, il linguaggio non fa presa, non raggiunge quella sospensione ricreante che deriva dall’accertamento del versante negativo del senso. Sembra di stare dentro i soliti margini dialettici, tranne quando, e qui i migliori risultati del libretto, i quadri quotidiani circoscrivono i punti di fuga: «…Crolli minimi che sento / intorno come fioritura, / avverto del palazzo, del pericolo e lontano / un altro posto da occupare. Così fermo la fuga / aprendo una porta all’improvviso, salutando» (p. 11).
Quando il soggetto resta ai margini e fa parlare il mondo (come nel testo citato o nel primo della serie Sarajevo, secolo e, ancora in alcuni di Milano, secolo – vedi per sprazzi Quasi a quest’ora tutti i giorni, p. 28) la parola di De Santis comunica al lettore un senso di appartenenza e crea vicinanza. Il dispositivo si apre e ingloba l’osservatore, allora ogni fuoriuscita dal collettivo riesce ad arginarsi, a non incorrere in pretese o in dubbi esclusivamente personali. Solo se l’altro è accolto, infatti, si può «col sangue […] trattenere i nomi».


Testi da Sciami

(il giorno, fuori)

Arrivo con il tram dove Milano non esiste ancora
per ogni passeggero la strada si dirama, è un delta
di piazze e di cantieri abbandonati e ha svolte, all’improvviso.
Noi le passiamo e tutto corre in noi, ritardo senza peso
le mattine delle città sono già fiumi scontrosi e senza vuoti.
Eppure le coincidenze fanno ogni persona
o il suo corpo che va da lievità a posa informe,
un’esistenza – e c’è chi sciama via per un batterio,
per l’invisibile che si nasconde all’aria.
Il rifugiato che abita il riposo
illecito in corpo ha cielo ed ha prigione;
la libertà di fatto cerca facili indirizzi.
Ben venga allora morire per la prima volta
nel tuo respiro e poi restare avvolto da correnti,
nell’impazienza ascolto la moltitudine di avvisi
e nomi in codici. Crolli minimi che sento
intorno come fioritura,
avverto del palazzo, del pericolo e lontano
un altro posto da occupare. Così fermo la fuga
aprendo un porta all’improvviso, salutando.

*

(la notte, dentro)

È nel muro di calce viva la telecamera che sgrana
volti e luci in cui rifletto e vivo, in cui sconfino:
è un panorama bianco di feste all’improvviso, di bar, di frenesia
con la città d’estate che si circonda di incendi periferici.
Le conseguenze mai capite di una vita che si allontana,
come una fuga senza inseguitori, sta nella pace dei ritratti
conservati negli archivi di controllo: i visi sconosciuti,
malcerti nello sguardo, pallidi e senza febbre,
lì durano per essere scordati, lì solo siamo noi.
Ed è su questo muro illuminato che mi fermo,
stretto dal suo calore postumo, la sera.
Divento anch’io di fumo e d’ombra moltiplicata,
un taglio di fotogrammi. Tutte queste vene scollegate,
come un museo di elenchi telefonici, la folla unita
in una mappa casuale che non trattiene un solo nome:
i sogni pure sono lasciati al vago ormai
e se ascolto il mio, so che è l’assurdo mormorìo
che viene dal fondo della via, dalla porta appena schiusa
dell’uscita d’emergenza.

*

Sarajevo, secolo

1.

per Adriano Sofri, Erri De Luca, occhi del secolo
12 ottobre 1992-2012

Per oggi aloni di ammazzati, rimasti ognuno
con la distanza scritta dentro gli occhi
disegnano misero l’oriente delle foreste nude
e i solchi ovunque in aria, a terra tra le fosse, terra
ormai superflua vista in cielo, solo sfondo tra le mani
dei colonnelli d’aeronautica; oggi soltanto piove fuoco
e l’urto di pressione provocherà maltempo,
mentre la terra si ritrae nel grigio
costretta nel mirino. Di là c’è la fontana
ma il pericolo sarà la grandine di piombo, il fumo delle case.
C’è un uomo con la tanica e solo la sua corsa.
Il bollettino è incerto, povero Bernacca,
ecco le tue correnti dei Balcani, nel gelo che si nega
sull’Europa, mio caro colonnello.
Domani che sarà? La febbre che si scioglie via dal corpo,
scossa di piuma soffiata, sciame di gocce immobili, domani
che sarà domani, occhio di belva, che sarà,
questa mia vita che sarà? Nella provvista d’acqua
si annuncia solo un passo, mille formiche pazze
e solo una promessa di bersaglio, che sarà.

*

Quasi a quest’ora tutti i giorni
il sogno di Milano si fa rosa di smalto
atroce ed isolato. Qui l’acqua era la forma
del futuro annunciato e irripetibile;
e ancora, tuttavia, c’è un salto più assoluto
nei vuoti che si formano tra file di piccioni
inermi e neri: tra loro gli spettri, gli assenti, i sepolti
ad armare quadrilateri, fortezze in polvere
dissoluzioni ostili. E la piazza così muore perfetta
piena ed invisibile, col sangue a trattenere i nomi.

Tra lo squilibrio del coma e il grembo nasce l’adorazione
per chi non sarà mai. Resta quest’ora presente,
di caduti, scomparsi, mai arrivati, mai nati
una sentenza che somma le pozze della pioggia
a gemme d’ansia. Qui prende forma la patria
che ha solo presente e non sarà
che questo vago orientamento di passanti.
Da qui, nessuno dopo noi, da qui
la nostra corsa salta l’ombra,
si chiude ogni immediata lievità.
La storia diventa in un istante dubbio
e qui si vedono di noi
quei volti di vertigine, aperti all’aria opaca
che non avranno somiglianze.

Una nota su “La città che c’entra” di Roberto Minardi, Zona, 2015

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La città che c’entra (nota di Gianluca D’Andrea)

la cittàÈ un’atmosfera apparentemente ingenua, il tono sincopato di chi si aggrappa a una lingua semiperduta, a imbastire La città che c’entra di Roberto Minardi. Il poeta ragusano ordisce e organizza, con risultati non sempre convincenti in questa prima fase (si vedano anche gli inediti che preparano la presente raccolta, qui), una poetica che chiamerei della “dissonanza”, traducendo il proprio desiderio di accoglienza dal basso degli eventi. I toni “umorali” – ma anche umoristici – oscillano tra un polo solare – che si spinge nei recessi del caricaturale («il sole si ritira/ come un contrasto che/ la dice lunga o forse/ non dice niente e si offre alla vista/ di chi dal finestrino/ in questa ora di punta/ forse neppure osserva,/ mentre in silenzio giudico/ le smorfie, i gesti…», La città che c’entra, p. 13), per cercare epifanie di senso – e il polo dell’ubertà prosciugata in un’ironia che stempera il giudizio sul mondo: «Lasciate ogni baldanza e cantate/ lasciate che si stacchi ogni umore/ gli occhi volgete verso i buchini/ l’acqua massaggerà le palpebre/ se esce, se ne sarà restata/ fuori vi è il mondo e non ci crediamo» (La doccia e oltre, p. 65). Si crea un registro dissociato, spaesante, la cui presunta debolezza emerge nell’impossibile dissolvenza dei due modi, o mancata pacificazione. La forma esuberante nasconde la chiarezza, la forma prosciugata scivola nel macchiettismo: «… lasciamo stare/ e per ora si affida a un turbine/ la spirale dell’ugola/ com’è bello scrutare l’interno/ le interiora ci fanno un po’ schifo/ asciugare col fono la cute/ è un piacere segreto…» (Tornando al discorso, p. 68).
Eppure, è nel discrimine tra i due poli che si riesce a rintracciare il messaggio di una mutazione avvenuta, proprio quando Minardi riesce a incastrare ed equilibrare al meglio le due tensioni, allora l’aderenza totale alla “surrealtà” del vivente invischia la parola e la trasporta all’accettazione dello stesso esistere: «… il potere di cogliere in flagrante/ il gioco di chi tira i fili/ la fede appartiene a chi la fabbrica/ la femmina della giraffa urina in bocca al maschio/ che dal gusto del liquido/ capirà se lei è in calore/ è parso anche a voi di sentire un richiamo/ la voglia lacerante/ di vivere fino a morire?» (Prima di diventare padre, p. 70).


Testi da La città che c’entra

La città che c’entra

Le pulegge, le carrucole, le gru,
impalcature e pettorine – la
capacità di esibire un lavoro
senza nessun pudore –
a fianco sfilano binari senza
un fine, arrugginiti, insomma una
tensione non da poco,
quando con discrezione
il sole si ritira
come un contrasto che
la dice lunga o forse
non dice niente e si offre alla vista
di chi dal finestrino
in questa ora di punta
forse neppure osserva,
mentre in silenzio giudico
le smorfie, i gesti, i giornali gratuiti
e le riviste che vengono lette,
o le conversazioni di chi siede
accanto al posto mio, perché chi giudica
si crede un’isola più pittoresca
e quanto più lo fa più si dimentica
di cosa soffrono le tempie oppure
qualsiasi punto che appartiene al corpo
e che vorrebbe mettersi a gridare
come un bambino petulante,
alquanto insopportabile,
esageratamente insoddisfatto.

*

Accadrà e farà caldo

La poesia più bella arriverà e sarà
come bruciare tutto mentre il corpo gravita,
sotto luci che scrutano la postura di un uomo
che si scioglie ed aspira mentre vivo, in balcone,
se ne sta a torso nudo, appoggiato, e trasogna…
Basterà un niente e gli occhi arrossiranno,
come quando ti immagino – nella foto hai tre anni
e la tua canottiera è di un rosso sbiadito –
a rincorrere un cane tra le palme e il fogliame,
tra galline che saltano e sbattono le ali,
con la grazia terrena dei tuoi piccoli piedi,
con l’innocenza che hanno i sandali di gomma,
mentre nell’aria oscilla il piccolo rametto
che tieni in una mano, come per comandare.

*

A capo

La grinta si consuma
con l’esercizio delle elezioni,
col gesto inesistente di versare
i contributi per la pensione,
con la preoccupazione
di chiudere la porta a più mandate
e anche coi paletti.
Ridursi a un colpo di tosse dietro l’altro
non per amor dell’arte
ma perché non si può
fare a meno che stridere…
Ed ogni punto che sospende insieme agli altri
ricorderà la cicatrice che vive
su questa parte di pelle, proprio qui
dove accarezzo e rifiuto
di venire toccato,
di essere chiamato
per nome o per titolo
giacché non sono altro
che un verso in più
nella politica infinita dei monologhi…
La caffettiera brontola, è vero,
e il desiderio aumenta,
quello di essere un genio
o un canarino,
anche solo l’artefice
di un motivo che riesca a redimere
i fumi scaricati
i venti opposti, diametralmente,
e le intenzioni derise dal tempo,
quelle nel tempo annegate
con la solita scusa del tempo.

*

A fuoco lento

saranno i nostri debiti
a renderci immortali

Quaggiù si scardina di tutto
e tanti hanno gli occhi asciutti
la paura del buio allumato
nelle ore, le zone regresse
appartiene alle classi appropriate
la luce arancio
delle giornate che si allungano
non la si può inquadrare
e addolcisce e irrita
e fa venire la malinconia
e la spavalderia attorno
ci appartiene a momenti
alla fermata della corriera
batteva la pioggia sulla tettoia
e non era la domanda da porsi
ma in mezzo a stillicidi e scarchi
saremo in grado di eseguire i passi
con onestà, muniti, come siamo
di dita che picchiettano sui legni
quando ci rintaniamo? nell’attesa
ecco che l’acqua condensa, emoziona
quando risale dalla casseruola
l’olio scoppietta e l’aglio dora
fatta da parte l’estasi olfattiva
a dirla con politica passione
l’unica regina che serva è un’ape
abbiate dunque presente la strage
dei corpi neri, pelosi, dorati
e frequentate un corso
per impollinatori.

*

Prima di diventare padre

Voglio stendere un velo mediamente pietoso
sui nervi che testimoniano
in un pianeta fuori dalla portata
viaggiano le radici
vanno a cercare nutrimento
l’intera storia nei cerchi
voglio morire il più tardi possibile
per essere in grado di vivere
prima o poi
si chiederanno che vorrò dire e lo faranno
se non avranno intuito
perfino quello che non c’era da comprendere
è ficcante il potere di cogliere in flagrante
il gioco di chi tira i fili
la fede appartiene a chi la fabbrica
la femmina della giraffa urina in bocca al maschio
che dal gusto del liquido
capirà se lei è in calore
è parso anche a voi di sentire un richiamo
la voglia lacerante
di vivere fino a morire?
to be looking like nothing
to be looking nothing like

l’assenza di volti gentili è spossante
signore con tintura all’henné indossa
giubbotto in finta pelle
il calcagno delle scarpe è liso
sorride mentre scende dall’autobus
ma non si sa perché né a chi
e molti altri curvi individui
solo lavoro è la vita
disse il poeta con piglio banale
dopo abbondanti sorsi di vino
il sonno è disturbato
la pancia già ingrassa
sono tutti bravi così, ci vuole poco
pensa qualcuno ma non mette in atto
come progetto su due piedi
eviterei le fiumane di gente
le dita che al vento si distraggono
il discorso non piega
è sicuro
sicure sono le stesse mani
l’unico modo di andare avanti è deciso
fuori di me però non solo
la storia viene impastata
da chi è conciato meno bene
con varie espulsioni, emulsioni
la musica non sappiamo da dove arriva
sui pensieri la nebbia si affaccia
le industrie belliche falliranno
avercela col male non è facile
stupenda creatura a me ignota
il male non tange il più delle volte
credo nel verde e nel marrone
della campagna
nell’oleosa proprietà del mare
vi voglio bene e non vi voglio
penso alla schiuma
al pianoforte che non so suonare
chiunque tu sia
sono dalla tua parte
ma fino a un certo punto
nella stupenda sorpresa olfattiva
di quando torno a essere umano
un movimento d’aria sbalordito
ti dico che amo ed è così
difficile accettare dei miracoli.

Cesare Viviani – 6 poesie da “Osare dire” (Einaudi 2016)

vedenti
Composizione fotografica di Ruggero Pellegrin e Marta Gambazza: Vedenti © (Fonte: Notizie comuni italiani)

osare_direTra lo gnomico e il didascalico, Osare dire, di Cesare Viviani, impone un senso di inaderenza che toglie fiato. Già a partire da Silenzio dell’universo, il tentativo “esistenziale” dell’autore toscano imprime, e proprio nella direzione mistico-contemplativa agognata, un eccessivo distacco dalle “lordure” materiche. Così la lingua, proprio per via del distacco, si semplifica fino all’appiattimento, non sorprende “criticamente” il mondo lasciandolo vibrare nella totale indistinzione. La poetica, stucchevole ormai, del distacco identitario non si rinnova e non aggredisce linguisticamente la sponda negativa del reale, ma si lascia trascorrere nello stesso flusso indistinto, rilevando – senza strumenti di setaccio convincenti – soltanto la stessa indistinzione. Ma oggi, in tempi postumi e non semplicemente post-identitari, è veramente necessario lasciarsi andare alle cosiddette “cose ultime” o mantenere quel “riserbo” spacciato per valore, il cui unico azzardo, però, è l’allontanamento dai fatti?
In questo smorto paesaggio, che abbonda in autoreferenza, salviamo dei testi che, almeno sul piano concettuale, mantengono in piedi la spoglia del vero.

Gianluca D’Andrea


Cesare Viviani – Osare dire (6 testi)

Quando il cielo si tinge di nero,
a buio,
gli affaticati che ottengono
un giusto riposo a casa
non siamo noi,
affannati a smontare
e a rimontare il vero.

*

Cresceva il non essere.
E chi l’avrebbe fermata l’onda celeste
che scendeva dal cielo a portare il vuoto
e lo diffondeva nell’aria,
e allora c’era chi reagiva
con il sollevamento pesi o con gli addominali,
chi scaraventandosi dal primo cliente
a insistere
per concludere un contratto,
chi si indebitava per comprare una macchina suv,
chi correva in chiesa a supplicare Dio
d rimediare a tutto.

*

Chi non si impegna
resta nella fossa, tale e quale
l’hanno calato.
Chi invece vuole acquisire
uno stato migliore, si dà da fare,
cerca il pertugio per arrivare
al buio più profondo,
all’assoluta quiete,
all’eterno immutabile.

*

Immagine resisti, resisti,
non mi privare della speranza
che un giorno tu possa essere vera,
scoperta dal puro sentire.
Un peso secolare grava
sull’organo del cuore.
E ora non c’è più presenza,
ma tante assenze
che si richiamano
all’insaputa di tutti.

*

E se fossimo noi luce del giorno,
e non il sole?
Acquietarci nel nostro essere vero,
finalmente trovato, essere noi
anche portatori di tenebre,
col tremolio del riposo e del sogno.
E se il tempo fosse solo pensiero?
Ma dall’universo provengono
le alterazioni del corpo
e la febbre.

*

È passata la vita,
e non ce ne siamo accorti.

Una nota su “Il cane di Tokyo” di Marco Bini, Giulio Perrone Editore, 2015

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Marco Bini

Il cane di Tokyo (nota di Gianluca D’Andrea)

cane_tokyoForse il limite di questo recente lavoro di Marco Bini (Vignola – MO, 1984) è proprio in quella «rinuncia […] a ricomporre in unità narrativa e “posticcia” (tale ricomposizione sarebbe possibile solo per via memoriale o sentimentale) i motivi dominanti delle quattro parti in cui […] libro è suddiviso» che Alberto Bertoni segnala nella sua Introduzione a Il cane di Tokyo.
Sì, perché molti dei testi del libro, presi singolarmente, sono veramente notevoli (soprattutto alcuni delle ultime due sezioni, ad esempio l’incipit del poemetto che dà il titolo alla raccolta, oppure YPRES: CENTENARIO e Dal nocciolo elettrico del temporale c’è chi, della sezione Resilienze, davvero la più riuscita dell’intera operazione, come annunciato sempre da Bertoni nella succitata Introduzione), perché ci presentano un senso di precarietà spaesante e angosciosa, che prova a farsi strada tra i meandri di una storia individuale per lanciarsi in incursioni nel collettivo.
Certo, pur avendo chiaro che siamo «Precipitati da qualche parte nel tempo» (YPRES: CENTENARIO, cit., p. 47) e “accomunati” solo da «un’origine convenzionale» (ibid., p. 47), la Storia sembra adagiarsi troppo passivamente sulla sua scomparsa, su una memoria ridotta a «magnifica desolazione» (BUZZ ALDRIN, p. 49), su uno sforzo inane che, almeno nell’ottica di Bini, pone i suoi riflettori troppo esclusivamente sui “primi”. Anche per questo la vicenda “eroica” dei “secondi” (ad es. Aldrin fu il secondo uomo a calpestare il suolo lunare ed ebbe problemi d’alcolismo, così come in A DIGIONE NEL ’79, p. 56, Gilles Villeneuve è “solo” secondo dopo un eroico duello con Arnoux) assume i toni del “risarcimento” storiografico. Il Soggetto, in questi termini, si pone ai margini insieme a queste figure subalterne (i classici anti-eroi, seguendo schemi tradizionali secondo-novecenteschi) e, solo così, può accogliere la propria identità al ribasso, della quale è necessario ricostruire l’immagine necessariamente partendo dai bassifondi della storia.
Mi sembra allora inesatto affermare, come fa Bertoni, che «l’efficacia inventiva e combinatoria di Bini risiede […] nella rinuncia a qualsivoglia morale o bilancio storico-esistenziale», perché, per quanto in ribasso sia l’identità, l’autore ha compiuto la sua scelta etica e proprio cercando «un’attualizzazione nitidissima e coinvolgente di ciò che per sempre sopravvive» (Bertoni, Introduzione, p. 9).
Perché proprio ciò che “sempre sopravvive” ha bisogno di ricomporsi in un’unità complessa, in un racconto che, per quanto possa apparire frammentario, non può più accontentarsi di questa evidenza. Magari dai rivoli della “desolazione”, dalla desertificazione della Storia, è già in cammino un nuovo racconto che le «Ore trascorse a mordersi la coda» (Ore trascorse a mordersi la coda, p. 13) reclamano «nel brancolare vicino casa» (DAI VENTI AI TRENTA TRA GLI ZERO E I DIECI, p. 64) e, riavvolgendo gli eventi, sia realmente possibile fissare «a terra/ le unghie» (Ore trascorse a mordersi la coda, cit., p. 13) per farne «radici» (ibid., p. 13).


Testi da Il cane di Tokyo

 

Ore trascorse a mordersi la coda
contano, eccome: sono ore vita
comunque si declini la nozione
riguardo l’utile e il tempo perso
il da farsi, il già fatto e il faceto
movimento del tempo quando annoda
i fili incustoditi in un gomitolo
serrato che non si apre con le dita.

Il piede piega alla posa del cane.

Il richiamo è uno schiocco trancia-vento
altro che un angolo ampio in eccesso
non dispiega davanti alla paura
della bocca che mastica e va a vuoto.

Così le zampe si fissano a terra
le unghie – dure – si fanno radici.

*

Nient’altro che un rimpallo di materia
infinitesima e non sparizione
degli strati più zingari del mondo
si ottiene a insistere fino alla crosta
atomica dei piani; è il pianeta
che espulso per igiene fa ritorno
e generandosi ancora si addensa.
Dal panno al vento: armata di puntini,
un uragano in una bolla elettrica.

Spogliazione. A un profilo più prudente
il rasoio riduce delle guglie,
al formicaio ripiega le case.
Rattrappiscono i corpi e la memoria
si assembla per sfaldarsi. A galla, polvere,
dei flutti fino al fondale s’infiltra,
sott’acqua ricongiunge terre emerse.

Millenni di travaso e l’equilibrio
di un’unica palude dilagante:
in un sottomarino articolarsi
nostalgico dell’alba non c’è scoria
rimasta intatta al nostro dilavarci,
solo avanzi sommersi senza storia.

*

Il cane di Tokyo

I

L’attesa è il tempo che stringe le tempie
morsa di gomma e vento tra le orecchie,
osso spolpato più volte al midollo.
C’è uno spartito di questo tuo stare?
Sì, ma si spezza in contrappunti e fughe
svelte per paura dell’identico
proporsi dei minuti privi di ali.

Che ci fai, occhi attenti e zampe salde,
piccola parte del creato tu
nel pieno cuore di un filo sospeso
tra due finestre alternate di gioia
pulita biancheria stesa, lucente?

*

YPRES: CENTENARIO

due i petti tra gola e basso ventre
uno traspira mobile bersaglio
l’altro di fango è una replica esatta
dei campi abrasi attorno che a secchiate
il sangue inglese tedesco francese
sterili ha reso ai germogli piovendo
a terra dopo l’arco di granata
disegnato su fondo grigio-belga…

Precipitati da qualche parte nel tempo,
foglio bianco senza bordi, una matita
sta al guinzaglio di un’origine convenzionale.

Caduta e botto non si sovrapposero.
Strati di terra lo fecero invece
cicatrizzando ripiene di schegge
le ferite; affidabile il metallo
per annientare assemblato o durare.

Storia, un filamento unico e malvagio,
amica malfidata che nello zaino sorprese
infila e conseguenze. Srotolarsi continuo,
ma se due nodi uguali si ripetono nel filo?

A testa bassa nessuno li nota.
Dicono che a non chiedere e non dire
a malapena parlando la lingua
col crescere dei muri si riemerga
per ricompensa alla luce fiamminga.
Sparire silenziosi dentro il caos.
Mulinando il badile sulle zolle
brillare di sudore. Due gli ignari
quattro le braccia – BUM – da rimpiazzare.

*

Dal nocciolo elettrico del temporale c’è chi
ci ha scattato un’istantanea; si è tirato
il nero delle nubi sulla testa e ha fatto clic.
Di sorpresa ci ha colti nel bagliore
riassumendoci nei contorni e nel nero
di concavità e nodi sottraendoci spessore:
adesivi apposti su natura viva.
Sulla ghiaia erbacce portate dal vento sbalordisce
quanto siamo casuali e smontati a compromessi
confinati dalle spalle e sotto il peso dei capelli.

Vale allora un lampo a fare luce anche dentro
noi e l’aria compresi nello squarcio
ad attrarci gli occhi gli uni dentro gli altri
a rivelare quanto inerme è la pelle, e la pietra.

È una sera di quelle che l’indomani non sapremo
raccontare, l’attimo prima della bomba:
uno spavento al confronto è fosforo allo stato puro.

*

DAI VENTI AI TRENTA TRA GLI ZERO E I DIECI

Esorbitanti ne capitavano, incontenuti dai recinti
e altri che in un buco alla difesa il perimetro
eccedeva: gli anni si inanellano e non tornano
nel conto in diretta piuttosto collimando
al ricordo cui disporsi. Sereno, trattabile,
nei venti tra gli Zero e i Dieci ad urti
proceduti e scatti come evolvendosi una specie,
accerchiato dall’eccentrico mio espandermi.

Di frequente nella fronte si rovesciava il sangue
dal rischio manifesto spinto forte
che allo scrutarmi crollasse il sipario delle ciglia.
Ore per calmare il cuore e nello sbattere
il tappeto volante posteggiato sotto casa.

Sarà la vampa che si ossigena ammattita
a temprare o il bluastro sottotono delle braci
undicimila giorni dopo con la forza avermi offerto
l’aria il destino cui mi accingo o che già incarno?

Non sopito un indizio almeno nella cenere
lucciola preziosa la notte riorienti
un soffio attizzi e non sparpagli come stelle
ciò che ancora in qualche mia parte brucia:
mi faccia luce nel brancolare vicino casa.