Pitture rupestri e visioni di poetica in Bortolotti, D’Andrea, Di Dio, Mari

Oggi su Poetarum Silva un articolo di Andrea Accardi (che qui ringrazio) parla di pitture rupestri e visioni, analizzando opere recenti di Bortolotti, Di Dio, Mari e il sottoscritto (nello specifico Nuovo Inizio). Qui di seguito l’estratto che mi riguarda e il rimando all’intero articolo. Buona lettura.


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Concludo con Gianluca D’Andrea e con il suo Nuovo inizio, che non è materialmente un libro, ma un poema ipermediale in due parti, che mischia versi, prosa, immagini, video, un progetto molto ambizioso e suggestivo, fruibile per intero sul sito dell’autore. Anche qui troviamo una sorta di cornice fantascientifica, la strana situazione in cui si trova l’io lirico protagonista: «Nella capsula, l’aria viziata/ non era stata ancora incanalata/ nel tubo di espulsione./ Guardavo in apprensione/ eppure con distacco/ l’acqua intoccabile dopo/ che l’ultimo strato si era dissolto./ Fuori dalla piccola sfera/ non avrei sopportato l’aria/ se non per qualche ora» (I, I). Molti frammenti dopo, scopriamo però che si era trattato piuttosto di un qualche esperimento psichico: «Al risveglio non mi sentivo frastornato, perché il ciclo di ottanta minuti, se non disturbato da imprevisti esterni, come nella fase REM, si conclude senza traumi. Lo psicologo è subito pronto a riattivare il dialogo che, nella percezione del soggetto, sembra interrotto da anni» (I, XL). Il tutto si configura come uno sprofondamento nella mente e nella memoria, dove ricordi, associazioni, visioni personali emergono comunque da una dimensione collettiva stridente e totalizzante, che va dalle tragedie della Storia al pop più scanzonato. Durante il tragitto incrociamo quindi il record di Ben Johnson, l’architettura razionalista, il Trittico delle delizie e l’incubo di Füssli, MasterChef, IKEA, le ombre di Hiroshima stampate sui muri dal flash dell’esplosione, le canzoni di Fiordaliso che accompagnano tramonti che uniscono «la luce aranciata […] allo strato fuligginoso dell’atmosfera» (I, XIV), e poi il discorso di Martin Luther King e la dichiarazione di guerra di Mussolini, Sinéad O’Connor, David Bowie, il secondo tragico Fantozzi, la visita di Primo Levi ad Auschwitz, e molto altro ancora. Nella seconda parte, con il ritorno a casa, il protagonista ha come un’allucinazione nel salotto, che si riempie di pitture rupestri: «Riflettevo su realtà e rappresentazione perché le ombre sulle pareti assumevano forme sempre meno vaghe. Immaginavo o vedevo animali stilizzati? Scene di caccia preistoriche, come in quei graffiti negli anfratti antichi delle grotte. I predecessori sono il baratro in cui sono risucchiati gli orrori, le ferite e i traumi, i sogni morbosi di ombre che vengono incontro, le forze esterne pronte ad annientarci. La paura di essere niente ha prodotto ogni macchinazione. Cadevo dalla superficie delle pareti dentro le ombre» (II, IV). È come se ogni avvenimento del passato nella memoria si rapprendesse in una scena violenta, incontrollata e misteriosa, come se queste immagini stilizzate non fossero che il precipitato nella mente di tutte quelle altre, senza un centro, un asse che le organizzi insieme («tutti i mostri sfilano/ da epoche numerose, da crepe spalancate», II, XL). Da quel momento in poi attraversiamo un incubo più tradizionale, senza mediazione, dentro spazi aperti, «un lago viscoso […] dentro cui sciamavano/ frotte di moscerini a stento visibili» (II, V), una donna enorme che «avanzava guidando un enorme triciclo» (II, VI), una porta di calcio «disegnata su una parete ricoperta di edera e crepe» e un bambino che incide il pallone «con un falcetto» (II, XVI), la casa di una vecchia zoppa, le alghe del lago appese ai cembri di un sentiero, e la sensazione che ogni evento della vita non abbia «alcuna connessione con ciò che ci ostiniamo a chiamare reale» (II, XXXVI). Questa strana opera ci dice molto insomma sulla nostra mente all’epoca della medialità esplosa, e lo fa in modo mimetico, si fa essa stessa capsula ridondante, scorribanda di immagini, e continua come un percorso in levare verso il proprio sé, che risulta però schermato, fino all’ultimo, perfino negli affetti privati, contro «la paura di essere niente» (chiude infatti la traccia audio di Senza Fine, Gino Paoli, come l’ennesimo contrappunto ironico).

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Gianluca D’Andrea racconta Nuovo inizio – Biblioteca San Giorgio Pistoia

Oggi sul canale YouTube della Bibilioteca San Giorgio di Pistoia per l’iniziativa La San Giorgio a porte chiuse – Videomessaggi di autori, traduttori ed editori a tutti i lettori della San Giorgio, presento e leggo alcuni estratti da Nuovo Inizio – Un poema in versi, prosa e altri media, fruibile gratuitamente al link https://www.gianlucadandrea.eu/ipertesto/

Un grazie grande a Martino Baldi per l’ospitalità e a Francesco Terzago per il lavoro d’impaginazione.

NUOVO INIZIO – Estratti (Gianluca D’Andrea)

Estratti dal poema ipermediale NUOVO INIZIO su L’l’EstroVerso con un grande ringraziamento a Grazia Calanna

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NUOVO INIZIO – Estratti

(https://www.gianlucadandrea.eu/ipertesto/)

In copertina Gianluca D’Andrea, foto Dino Ignani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla I PARTE – LO SPETTACOLO DELLA FINE

 

I.

Nella capsula, l’aria viziata
non era ancora stata incanalata
nel tubo di espulsione.
Guardavo in apprensione
eppure con distacco
l’acqua intoccabile dopo
che l’ultimo strato si era dissolto.
Fuori dalla piccola sfera
non avrei sopportato l’aria
se non per qualche ora.
Due o tre, secondo i dati acquisiti
alla console. L’acidità dell’atmosfera
era visibile all’orizzonte; la nebulosa
gialla copriva metà della visuale
e gradualmente la prospettiva
si restringeva, diminuiva l’opacità.

Un senso di spossatezza accompagnava
la curiosità di vedere ogni evento –
solo con la giusta attenzione
avrei avuto la possibilità
di ricostruire i particolari
nella memoria. Dal vivo,
per così dire, senza il filtro
dello schermo se avessi registrato.
Mi addormentai comunque. Al risveglio,
dopo qualche ora, potei constatare
che l’evento era ancora in corso.
Mi feci ricadere sul letto rigido
posto dietro la console, come
in ogni capsula, e provai a ricordare
l’origine dei fatti.

 

IV.

Un ottantanove infinito, un ottantotto…
il nastro girava sulla stessa scena:
Ben Johnson batteva Carl Lewis,
Carl Lewis battuto da una bomba
mai esplosa. No, occorre osservare
bene, ricominciare (dalla console
nella mia capsula): Ben Johnson
abbatte il record del mondo,
la creazione dell’uomo supera l’uomo,
lo spirito olimpico è in esubero, lo spirito.
Giunge al tracollo lo spirito.
La realtà dice di polizie scientifiche
e di controlli scientifici e risultati scientifici, ecc.
Osservo lo scatto della scienza,
lo sprint della chimica, l’impatto organico
sulla linea della sostanza, sull’organon
risonante di tempo che sposta il traguardo
e lo oltrepassa. Il corpo sacro dello sport
è superato, nasceranno altri fenomeni
come fulmini e ultimi scenari
della storia. La storia della fine
inaugurata dal figlio della sfortuna
a discapito del figlio del vento,
con un’audacia che rende merito all’assenza,
all’adattamento, alla selezione
innaturale dei nuovi vincitori.

Seul 1988 – Finale 100 metri: https://www.youtube.com/watch?v=_SKlNUbyhwA

 

VII.

«È spaventoso pensare che mio papà impugnasse gli elettrodi per la tortura con le stesse mani con cui mi accarezzava», racconta Analía, 34 anni, figlia di Eduardo Kalinec. Per tutti era Dottor K, uno dei più feroci aguzzini, condannato all’ergastolo nel 2010. «All’inizio non sapevo, poi non volevo vedere, alla fine ho aperto gli occhi», spiega Analía.

Questo era su Dagospia del primo dicembre duemiladiciassette ed era un rimbalzo da un articolo di Filippo Femia per “La Stampa”.

 

Il rimbalzo conta e il fatto che resti oltre lo scandalo
la notizia e le associazioni suscitate, i fantasmi del tempo –
dell’Argentina il velo biancoceleste –
non esiste altra storia se non quella di un individuo
e la quantità di informazioni incamerate.
Dottor K, mi fa pensare a mosche e scarafaggi, scarti
reietti, eppure lui ha nome e soprannome, e gli elettrizzati?
I morti affogati e imbottiti di Pentothal (altro nome
della morte buona e pietosa) e lanciati – pesi morti – e schiantati
e disidentificati e sparpagliati e discomparsi e mancanti e anestetizzati, ecc.
Tutto gestibile ancora meglio dalla console, perché è accaduto
e ho ancora un po’ di tempo per fare le mie ricerche, aspettare
e guardare e leggere e informarmi e incamerare e quantificare
e potenziarmi, e lavorare su nuovi aggettivi, ecc.
È spaventoso pensare che il corpo svelato sia così puro e tenero
e abbia una chimica così complessa, un’emivita così prolungata…
raddoppiata e dimezzata tendente al vegetale – la forma di vita perfetta.
Alba celeste che non sorgerai più come la videro gli scomparsi di allora
o i calciatori e gli insetti, alba che finisci in un tempo che vuole
rinnovarsi e perpetuarsi in altri cicli, alba naturaleinnaturale, darwiniana
e rituale, alba che induci al canto meccanico ogni essere digitale
prima di comprendere e neutralizzare anche la scomparsa.

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