Carteggio XXXI – Nuovi giorni (riflessioni poetiche)

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Incisioni rupestri sul Lago di Garda

di Gianluca D’Andrea

Nuovi giorni (riflessioni poetiche)

Una necessità di scambio questa mi spinge a concludere l’anno con uno scambio epistolare che è anche, e soprattutto, una discussione sulla poesia. Ringrazio Yari Bernasconi che ha trasformato una mia recensione, non proprio positiva, al suo Nuovi giorni di polvere (vedi qui) in una veramente “nuova” possibilità di scambio.  Il post si apre con un componimento in forma di lettera, una risposta che Yari ha sentito di inviarmi per chiarire alcune sue perplessità sulla mia lettura del suo libro. Riconosco, grazie ai suoi interventi – qui riportati, oltre alla poesia, preferisco inserire anche il testo della mail che l’accompagna – la mia, a volte necessaria, altre esagerata, esaltazione critica. Comprendo che non ci siano certezze assolute, ma è anche vero che una direzione il critico deve rischiarla, altrimenti la lettura di un libro – e il libro stesso, nonché quello che può rappresentare – scompare nel turbine senza attrito dei così necessari oggigiorno, ma non fondanti, “mi piace”/”non mi piace”. La mia lettura cercava di focalizzare alcuni aspetti della tradizione poetica del recente passato, il tipo di reazione che scatena lo studio approfondito di quella, e lo slancio linguistico che ne può derivare. Passato-presente-futuro si coagulano in un tempo diverso che necessita di un suo linguaggio. Siamo qui e proviamo a sentirlo il tempo, a intuire una direzione che non sia solo legata al momento ma costruisca una prospettiva. Yari mi ha suggerito la sua considerazione del passato, la funzione “progressiva” che ne emerge non può che trovarmi concorde, dico infatti questo nella mia recensione: «Ciò che è avvenuto è causa diretta di ciò che avviene, in una progressione abbastanza lineare degli eventi e delle esperienze compiute in cui risulti più facile un orientamento nel presente».
Si ragionava, inoltre, sui luoghi in cui nasce la scrittura poetica. Nella mia lettura ho detto di una Svizzera “chiusa”, ma riflettevo partendo da un luogo comune per arrivare a una considerazione sul carattere di una conformazione geografica e di conseguenza storico-politica, in questi termini, a mio avviso, una risultante linguistica: «Non è mia intenzione scadere in generalizzazioni “nazionalistiche”, è pur vero, però, che dentro la neutralizzazione degli eventi può nascondersi una voragine di colpa e proprio nella modalità del distanziamento dello sguardo che diventa habitus, cambiando la prospettiva del soggetto. Così l’allontanamento imposto dalla storia, una specie di oltre-confine (non saprei come altro definirlo), sembra condurre nel cuore dell’agone, ed è cruccio per Bernasconi, che è l’attraversamento». E infatti cercavo di dire l’attraversamento linguistico in atto, per Yari, come per uno dei suoi riferimenti più stretti, Fabio Pusterla (del quale inserisco la recensione, molto più positiva della mia, dedicata al libro di Bernasconi), questo attraversamento è in corso, per me è avvenuto e vive nella deformazione: del concetto di poesia, ma su questo c’è accordo, infatti gli strumenti e le fonti delle cose poetiche sono svariati ma anche sempre più concentrati sulle nuove strumentazioni tecnologiche (molti testi nascono da ricerche internettiane o dai nuovi metodi di socializzazione informatica); dell’etica, che richiede pudore ma anche una forza che queste parole di Yari sembrano trascurare: «Ogni volta mi interrogo su come posso “dire” meglio la realtà. Credo insomma in una riflessione continua e non in un programma o un approccio programmatico. E sono quindi contro “il dovere di sperimentare un nuovo cammino”: primo perché, come dicevo, ogni volta che si prende la responsabilità di scrivere bisogna ricominciare a interrogarsi sul “come”; secondo perché il linguaggio, come la letteratura, non deve, ma può. Il momento in cui la letteratura deve comunicare o fare qualcosa perde ai miei occhi quasi tutto il suo valore». Dicevo di una “forza” in cui il dovere di rischiare una posizione si lega alla necessità di orientamento che il nostro tempo ci chiede (non per niente uno dei crucci dei primi anni del nuovo millennio, un lamento costante, è la “scomparsa” della critica, una volta militante, oggi quantomeno resistente). Ecco perché le intenzioni linguistiche di Yari, rispettabilissime nel tentativo di resistenza, non sono sufficienti, ed è proprio il “come” si può scrivere a richiedere il dovere di riscrivere il proprio tempo. Per quanto non creda neppure io alle valenze metafisiche del senso – questo l’opposto dell’aderenza al reale reclamato da Bernasconi – né alla vecchissima tradizioni lirica che ne è conseguenza, ribadisco che il soggetto non può sopravvivere nella rinuncia a dire di più per non perdere aderenza con la sua riduzione a cosa tra le cose, perché la scrittura non sia solo accettazione e pudore, ma anche risposta e forzatura del dato, non solo gentilezza ma agonismo, attrito.

Gianluca D’Andrea


Di seguito, in ordine: la lettera/poesia e la risposta via mail di Yari Bernasconi; la recensione di Fabio Pusterla a Nuovi giorni di polvere.

***

Breve lettera a Gianluca

Gianluca, queste pietre sono anche nostre,
sono adesso e qui intorno. Segnano strade
che forse ignoreremo, ma ci sono.
Il foglio non è mai soltanto bianco.

(I ragni e gli insetti si muovono sulle pareti,
con invisibili fili e battaglie.)

Neppure c’è un ritorno che valga una partenza:
c’è l’andare incostante e poco altro.
Cosa vuol dire Svizzera? Le frontiere
sono un luogo ogni giorno più comune,
meglio ascoltare cosa pulsa davvero.
Cercare di volta in volta le parole meno sbagliate
senza doveri o fedeltà.

***

Caro Gianluca,
eccomi qui con la breve lettera in versi. Per me è importante che tu l’abbia.
Nel dettaglio, sono tre i punti che mi sembra di non condividere, o che forse sono solo al centro di un malinteso. Il primo riguarda la memoria, lo “storicismo” e la “cura e salvaguardia” dei reperti; in realtà, sono cose che mi interessano soltanto nella considerazione seguente: non esiste la tabula rasa. Il nostro presente e il nostro futuro prendono forma su tracce esistenti, indipendentemente dalla strada che si sceglie di percorrere. Il passato in sé, quindi, non mi interessa proprio; sottolineo però appena posso che le decisioni prese per il presente e il futuro non devono ignorare (o peggio, far finta di ignorare) il passato e i suoi residui. In poche parole, l’esposizione museale mi lascia del tutto indifferente se è fine a sé stessa, se non ha un collegamento diretto con il presente, con la vita. Non so se mi spiego.
Il secondo punto riguarda la Svizzera. Ma qui è una semplice questione biografica: sono nato in Svizzera ma ho il doppio passaporto (italiano e svizzero, appunto). Mia madre, ligure, fa parte di quella generazione di migranti che è arrivata in Svizzera all’inizio degli anni ’60 (ti tralascio storie tristi che forse già conosci sull’accoglienza ricevuta). Questo per dire che la mia condizione ha certo dei privilegi, ma non credo siano quelli che indichi tu (penso per esempio all’atteggiamento “borghese”). Forse anche per questo sono sì cresciuto in Ticino, ma poi già a 19 anni sono partito per la Svizzera francese e ora vivo nella Svizzera tedesca. Come cerco di spiegare nel libro, non credo molto nell’appartenenza a un luogo (che infatti non saprei indicare); se mai, a più luoghi, a una “geografia mobile” (e comunque la Svizzera è molto più mobile e diversificata di quanto si pensi, malgrado i tanti clichés o luoghi comuni). E quando mi permetto di parlare di emarginazione, migrazione, incomprensioni sociali, lo faccio perché (direttamente o indirettamente) mi riguardano da vicino.
Il terzo e ultimo punto riguarda il linguaggio. Non so come procedi tu, quando scrivi, ma per quanto mi riguarda la scelta della forma, come la scelta delle parole, è ogni volta una storia nuova. Ogni volta mi interrogo su come posso “dire” meglio la realtà. Credo insomma in una riflessione continua e non in un programma o un approccio programmatico. E sono quindi contro “il dovere di sperimentare un nuovo cammino”: primo perché, come dicevo, ogni volta che si prende la responsabilità di scrivere bisogna ricominciare a interrogarsi sul “come”; secondo perché il linguaggio, come la letteratura, non deve, ma può. Il momento in cui la letteratura deve comunicare o fare qualcosa perde ai miei occhi quasi tutto il suo valore.
Scusa per il pippone. In realtà, non è detto che le nostre posizioni siano così lontane. Ma ci tenevo a risponderti, così come desidero che tu abbia la poesia che ti allego. Del resto, il tuo è un bel testo, ricco di spunti e anche di parole gentili: se ti scrivo è anche per questo.
Ti abbraccio, ringraziandoti ancora.

Yari

***

Fabio Pusterla

Recensione a Yari Bernasconi, Nuovi giorni di polvere, Casagrande, Bellinzona, 2015 (apparsa su viceversa letteratura, 16/11/2015)

La raccolta poetica di Yari Bernasconi si apre e si chiude in modo speculare, su un paesaggio di rovine e di abbandono. Il primo verso, che inaugura il libro ma schiude anche il recitativo della Lettera da Dejevo, suona infatti come un condensato di motivi destinati ad essere svolti lungo tutta l’opera: «Dice che abbandonando i caseggiati / avevano rotto tutto, i russi»; mentre la clausola del conclusivo Un commiato, che fa risuonare l’ultima nota di questi Nuovi giorni di polvere, mette in campo un’altra forma di abbandono, memoriale e esistenziale, con cui l’io si congeda: «Perdona se non tornerò in quello spazio /perenne».
E a ben guardare il dialogo a distanza tra incipit e explicit è dominato dalla duplice figura del tu, subito chiamato in causa all’inizio, e dell’io, cui spetta invece l’ultima parola e l’ultima scelta. Proprio in questa dinamica mi pare si possa cogliere un tratto significativo e notevole dell’opera: perché tanto il tu quanto l’io di questo libro raccolgono in sé l’eredità di una lunga tradizione poetica, eppure la modificano radicalmente. Intanto, la figura dominante, in buona parte del volume, è proprio quella del tu, rispetto alla quale l’io tende a ridursi a mero ricettore, orecchio che ascolta o occhio che guarda, ora sgomento ora come impossibilitato a condividere fino in fondo, a rivivere fino in fondo, l’orrida eppure vive realtà che il tu gli rivela (ed ecco un altro motivo ricorrente: l’inanità dell’io, la sua estraneità ai fatti). In questo senso, quel dici iniziale è gravido di conseguenze, se sposta la barra nel campo del tu, affidandogli la responsabilità dell’esplorazione: siamo agli antipodi rispetto alla dorsale della grande poesia novecentesca, che dal Taci dannunziano al Tu non ricordi la casa dei doganieri montaliano affidava all’io il compito di parlare, e di evocare un tu spesso assente o lontano. Qui, al contrario, l’io si ritrae, si rattrappisce, e si affida alle rivelazioni del tu, si lascia condurre dal tu lungo un viaggio quasi infernale attraverso gli orrori e i disastri che costellano la realtà, una realtà stratificata in cui la Storia ha lasciato le sue cicatrici immedicabili.
Dall’Estonia lacerata alla lunga striscia di morti sul lavoro del Gottardo, dalle emersioni di un avvenuto orrore quasi eugenetico in Svizzera alle falde infuocate del vulcano Merapi, alla peregrinazione infine sulle lande irlandesi o nei paesaggi italo-svizzeri: ovunque un tu cangiante e implacabile indica gli indizi della devastazione; ma una devastazione già data, già consumata e già vissuta, che l’io può certo registrare ma forse non fare propria fino in fondo; e anche in questa impossibilità e attonita estraneità risiede un’aggravante che motiva il titolo terribile della seconda sezione: Non è vero che saremo perdonati. Titolo fortiniano, come già osservava Uberto Motta nell’ottima introduzione all’Undicesimo quaderno italiano, rivelando la poesia di Bernasconi ai lettori italiani, che spazza via ogni troppo facile ipotesi consolatoria o salvifica. Non saremo perdonati, no: non solo per ciò che è stato fatto prima o al di fuori di noi, ma forse anche e soprattutto per la nostra disattenzione, per il nostro venire dopo, a cose fatte e a tortura avvenuta: «Se c’è qualcosa di vero è già sbiadito, già trascorso», dice il verso ultimo di Galway. E del resto, come è inevitabile, gli «elementi del disastro» giungono all’io di sbieco, mediati; proprio come la memoria di quei morti del San Gottardo già calcinati nel passato viene attivata dalla contemplazione delle sculture di Vincenzo Vela. Corre così, lungo tutto il libro, un senso di incredulità, e insieme la difficoltà di vivere pienamente l’oggi nella coscienza stranita di ciò che prima di oggi è esploso. La vraie vie est ailleurs: dichiarazione rischiosa di Rimbaud, di cui forse si coglie qui a tratti l’ultima trasformazione, un’ultima tentazione.
Un giovane critico e poeta italiano, Gianluca D’Andrea, ha osservato recentemente, recensendo il volume, che in Yari Bernasconi giocherebbe anche un’altra modulazione della colpa, cioè il suo/nostro porsi, in quanto privilegiati abitanti di un paese rimasto ai margini degli orrori, come testimone non partecipe, apparentemente innocente e per questo forse tanto più colpevole. Non si può escludere che un simile elemento abbia qualche importanza del mondo che il poeta sta mettendo in scena per i suoi lettori; ma si ha l’impressione che la variante temporale sia più significativa di quella geopolitica, e che lo stato d’animo prevalente nei Nuovi giorni di polvere sia lo straniato sentimento di fuoriuscita da un Novecento terribile e pulsante, rispetto al quale i nuovi giorni ancora non sanno assumere o proporre una dignità e una verità, e ci condannino ad un percorso di smarrimento e d’incertezza; senza assurdi rimpianti, ma anche senza reali prospettive. «La condizione dell’inerme come postulato fondamentale» diceva Uberto Motta, con esattezza; e forse anche del disperso, si potrebbe aggiungere, se l’evidenza dell’estraneità si insinua anche nei luoghi più conosciuti, nelle situazioni più familiari: «Questo paese di campane e di lago, / così sofferente al silenzio di chi vive, / così schiacciato da questo monte flaccido / e lento: mi sembra di non averci mai vissuto, / ma di averlo attraversato distratto, poche volte, / come si fa con la nebbia o con la pioggia» (Trittico per un paesaggio).
Sul piano formale, tutto questo si traduce in una secca, nitida, tendenzialmente distaccata pronuncia delle cose: la parola esatta, la tessitura del verso e della strofa, tutto porta con sé, ancora una volta, la coscienza e la conoscenza della grande tradizione (e basterà fare il nome dall’autore più intensamente studiato e attraversato da Yari Bernasconi, ossia Giorgio Orelli, la cui perizia espressiva ha certo nutrito profondamente questa poesia, nell’attenzione minuziosa alla lettera e al necessario rapporto intimo tra suono e senso), ma piegandola impercettibilmente verso lo stridore, l’attrito; verso la polvere del titolo, che si insinua caparbia, oltre che nei giorni, anche nelle maglie della scrittura. Il lettore ne potrà agevolmente seguire, tanto nelle immagini quanto negli effetti ritmici, la presenza costante, che in Una poesia per la galleria ferroviaria del San Gottardo diventa addirittura condizione esistenziale: «Manca la luce e ne soffriamo. Non tanto sotto, / in questo esofago di terra, ma sopra, all’aria, / quando si esce dal buco e il grigiore del cielo / si accascia sul profilo delle montagne, il sole / si rabbuia nel ricordo ostentato di qualcosa di più, / qualcosa di diverso. Una speranza, sì: la speranza / rifiutata, respinta giorno dopo giorno». Insomma, in questo notevole libro d’esordio, che è subito stato notato e giustamente apprezzato dalla critica, si può forse anche scorgere il territorio, faticoso e non ancora esattamente definito, di una transizione, di un mutamento in atto; per il momento, tradizione e novità, modelli di riferimento e intuizione di altri modi di essere e di intendere la poesia, si parlano con cautela, guardinghi, incerti tra l’alleanza, che per ora prevale, e il combattimento, o per lo meno il distacco, che a tratti fa capolino; ma si sente già la presenza di una voce vera, originale, che in futuro dovrà e potrà ulteriormente affinarsi e svilupparsi per giungere alla sua pienezza espressiva.

(Dicembre 2015)

 

Yari Bernasconi, “Nuovi giorni di polvere”, Casagrande, Bellinzona 2015

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Yari Bernasconi (Fonte: AN|SICH|TEN – SRF Schweizer Literatur)

Yari Bernasconi, Nuovi giorni di polvere (Casagrande, Bellinzona 2015)

nuovi-giorni-di-polvereUn filone della poesia contemporanea in lingua italiana vede nel ritorno alla storia, personale e collettiva, la possibilità di ricostruire un contatto con l’epoca, col tempo incerto in cui ci troviamo a vivere. Se proprio una tendenza applicabile alle fasi di passaggio deve esserci, questo nuovo “storicismo” è contraddistinto dall’attenzione “archeologica” al passato, ai residui e ai reperti linguistici che precedono l’oggi. Questa modalità di scavo può tradursi in “pietas” e tenta di focalizzarsi sul rischio di distruzione dei segni per riattivare il movimento opposto di cura e salvaguardia degli stessi. Ciò che è avvenuto è causa diretta di ciò che avviene, in una progressione abbastanza lineare degli eventi e delle esperienze compiute in cui risulti più facile un orientamento nel presente. L’opera di Yari Bernasconi sembra installarsi su queste posizioni; sulla scia dell’autorità di Pusterla, soprattutto, e in parte di Buffoni, Nuovi giorni di polvere sceglie la strada del racconto “memoriale”, compiuto da un osservatore comune.
Il linguaggio adoperato introduce alla nostalgia di una sconfitta, la storia è stata subita ma non per questo il soggetto rinuncia a presentare la narrazione di questa stessa perdita. Nel Prologo di Lettere da Dejevo, proprio in apertura, leggiamo:

Dici che abbandonando i caseggiati
avevano rotto tutto, i russi: raschiato
i pavimenti non crollati,
abbattute le finestre e le porte,
sradicate le tubature, le sale scoperchiate
con le stanze, i corridoi.

Nell’ombra, però, sotto i segni
di propaganda, un muretto si tiene
in piedi, quasi fiero.
Come in attesa di un’esecuzione.

(p. 11)

Dejevo, Estonia, paese costretto a ritornare a se stesso, dopo la disastrosa parentesi sovietica, ma il soggetto poetante, non potendo condividere i mutamenti di una storia chiaramente circoscritta, ne cerca, per quanto «indifferente,/ spalancando al vuoto un altro vuoto» (p. 12), i segnali nel presente. Vuoto della memoria, cioè assenza che rimpicciolisce lo stesso soggetto, schiacciandolo sul passato in cerca della ricostruzione, di una ricomparsa. Si compone un’etica (e un’epica?) del ricordo cui si ricorre in cerca di un appiglio che contrasti il senso di vuoto lasciato in eredità dalla “storia” del secolo trascorso.
Nuovi giorni di polvere mette in scena, ancora una volta, la marginalità dell’io lirico e l’inadeguatezza che deriva dalla nuova, e difficilmente leggibile, collocazione dello stesso nella realtà. L’attaccamento a questa tradizione, però, a volte semplifica per eccesso la narrazione, limitandola al resoconto periferico dei fatti, in bilico tra senso di colpa e volontà di emancipazione:

Ho scelto io di sedermi in silenzio
ad aspettare? Tu ti muovi fra i blocchi
ma ti piace la crepa che sgretola il muro
portante, pronto a trascinare nella terra
non il primo e non l’ultimo boato.
E ti consola il villaggio di strazi evidenti:
così facile la speranza, chiara la condanna.

Non ho scelto io questa libertà
senza censure, incrostata all’assenza
di sangue.

(p. 16)

Bernasconi è svizzero e la Svizzera, almeno nell’immaginario collettivo, identifica un isolamento privilegiato ottenuto con duro lavoro, certo, ma anche per mezzo di dubbie scelte esclusive. Non è mia intenzione scadere in generalizzazioni “nazionalistiche”, è pur vero, però, che dentro la neutralizzazione degli eventi può nascondersi una voragine di colpa e proprio nella modalità del distanziamento dello sguardo che diventa habitus, cambiando la prospettiva del soggetto. Così l’allontanamento imposto dalla storia, una specie di oltre-confine (non saprei come altro definirlo), sembra condurre nel cuore dell’agone, ed è cruccio per Bernasconi, che è l’attraversamento. Tra fuoriuscita e ritorno pacificante dentro il margine raccolto, “comunitario” – non so perché penso alle passeggiate immaginifiche di Walser, o all’estremo senso di giustizia di Dürrenmatt, così “oltranzistico” da condurre la scrittura nei territori della simbolizzazione grottesca, alla “mostrificazione” del reale -, Nuovi giorni di polvere manifesta insofferenza che si mescola a un nostalgico rimpianto: «Non ricordo il dolore. Non posso piangere/ di quello che so: anche i miei nonni,/ reduci a modo loro, sono troppo lontani» (p. 14).
Questa riflessione preliminare offre lo spunto per focalizzare la cifra stilistica più evidente del libro: il tono. La necessità del racconto e l’identità marginale conducono al livellamento del registro, alla purificazione dei contenuti, senza sperimentazioni o plasticità, in direzione di un accordo col reale. In una parola al classicismo, cioè la scelta formale che per ricreare equilibrio o aderenza al contesto ne idealizza il significato. Provo a spiegarmi: la perdita, la sconfitta appartenenti al passato, conducono certo al resoconto, ma in funzione della ripresa di un cammino che si dà per bloccato e che si vorrebbe riattivato a discapito del senso di colpa individuale e collettivo. In pratica si corre sul filo della forzatura del senso, proprio quando la “preghiera” del soggetto diventa richiesta di perdono ai residui del mondo scomparso – alla polvere, appunto, di fantiana memoria:

Un ritratto

Vedi l’asfalto bagnato, da lì: le venature
percorse dall’acqua e rotte solo dalla fanghiglia,
più lenta. I rami delle piante di città.
Anche oggi, da fuori, i rintocchi si ripetono,
prolungano il suono della notte.

La giustizia è giustizia, pensi: malgrado tutto,
era giustizia anche per noi e tanti sono passati
a miglior vita; sacrificarsi era l’unica strada,
stringere i denti con onore.

Le grida rauche dei ragazzi si spengono lontano,
da qualche parte, mentre cadi nell’ombra
della tua poltrona: la pipa, la tosse, la televisione.

(p. 31)

Il verso lungo, la forma compatta, le inserzioni prosastiche tradiscono questa tendenza a uscire dal «guscio di voci» (p. 32) in cui spesso il soggetto è rinchiuso. L’atteggiamento (borghese?) di questa ricerca accomodante provoca strozzature proprio in quel racconto che si vuole svolto in una nuova trama. Per fortuna, ed è merito di Bernasconi, la ricerca riesce, a volte, ad aprire brecce sull’innominabile della vera circuitazione etica, quella che si scontra con le ombre. Sciolto il nodo della cravatta eccoci immersi nell’agone, senza rimpianti: «Il lago s’insacca tra alcuni rilievi. Sono morti/ i vecchi platani, li hanno strappati anni fa./ Ora che c’è il sole si cercano altri spazi,/ ombre nuove» (p. 40).
Poche volte si squarcia, come nell’esempio citato, la sicurezza di un soggetto che, per quanto diminuito, è sempre presente nel suo viaggio di andata e ritorno da una dimora “solida”, conforme. Dall’Irlanda, all’Estonia, all’Indonesia, si osserva il movimento eterno di fatti interscambiabili causa un’avvertibile distanza, su cui si riflette nei ritorni dentro argini noti, senza possibilità di smarrimento, terribile eppure vivificante. Accade, per esempio, che i bambini della Landstrasse (programma di rieducazione per i figli dei girovaghi realizzato in Svizzera tra il 1926 e il 1972, come ci avverte la nota dell’autore) siano in grado, per non perdere l’orientamento, di adattarsi alla dinamica “correttiva” dettata dalle istituzioni, il che ne giustifica l’intervento:

Siamo felici nella nostra carovana, tra i volti
che conosciamo. Ma siamo troppo pochi
e nessuno ci crede: i nostri occhi
parlano lingue straniere, non sanno
giustificare il viaggio e l’orizzonte.
O non vogliono farlo, per evitare
di smarrirsi.

(p. 44)

La dinamica appena esposta appartiene all’autore, per quanto non necessariamente in maniera consapevole, perché se il male entra di rado nei testi del libro (e sempre di sbieco) sussiste un’incomprensione di fondo dello stesso (collegabile al senso di colpa di cui all’inizio). Questa difficoltà di accesso, per quanto in alcuni frangenti sia esibito il contrario – «Siamo insieme e inseguiamo la notte./ Goffi e testardi ma sempre selvatici» (p. 75) – limita, chiaramente, la volontà di fuoriuscita: «Altre volte ci sono mali incomprensibili/ e incidenti silenziosi, che cancellano/ le densità più fitte. Saperlo senza mai/ veramente saperlo è già abbastanza/ e non meno insopportabile» (p. 77).
A rivelarsi inconsistente è la carica eversiva del linguaggio, forse non cercata da Bernasconi nel rispetto del modello di riferimento “classicista”, ma non per questo non necessaria in un’epoca, la nostra, cui non sembrano adattarsi vecchi paradigmi di conoscenza e nella quale i linguaggi virano verso la commistione e l’ibridazione. Se il tentativo di recupero può essere importante, perché permette la sopravvivenza di una specifica tradizione linguistica – almeno nei poeti citati all’inizio della nostra riflessione (Pusterla e Buffoni), dal punto di vista generazionale ineluttabilmente radicati nel Novecento – non sembra più plausibile incontrarlo in autori che hanno attraversato il discrimine del secolo e avrebbero il dovere di sperimentare un nuovo cammino. Tra sponde lacustri e oceano aperto passa la sofferta consapevolezza di non possedere il linguaggio ma di adoperare strumenti che creano scatti e rientranze, un altro paesaggio e non l’accettazione del già acquisito.

Gianluca D’Andrea
(Ottobre 2015)

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Man Ray, Elévage de Poussière (Allevamento di polvere) – 1920