VOCI DALL’INIZIO (1) – STEFANO MODEO

Stefano Modeo

Il primo capitolo della mia rubrica Voci dall’inizio per Nuova Ciminiera

da La Terra del Rimorso:

  
I. 

La piazza semivuota del tuo cuore.
Hai percorso la piazza.
Hai smesso di guardare il passo tuo nella piazza:
tra la gente cercavi la tua gente.
Scarpe e volti nella piazza mattutina.
Le parole sono tante le idee sono poche.
Sei tornato a casa e hai scritto una poesia:
la leggeremo in piazza, risuonerà alta:
nella piazza semivuota del tuo cuore.

III.

[Caro mio,]
tua moglie ha dei figli dello Stato.
Tra di noi non ce lo diciamochiniamo la testa – non ci guardiamo
della paura di morire che abbiamo
che quasi è una vergogna.
Niente è giusto (qui)
tua madre lo sa
i tuoi figli lo sanno
le bestie lo sanno.
Eppure dopo giorni si pacifica tutto
rimane la luna nel mare dipinta e
[Caro mio,]
dimentica di te [di me, di lei, di noi]
neppure il vento freddo delle parole testimoni
i volti fotografati nei cortei disorganizzati.
Salutami tutti, abbraccia quei cari.

 

Inedito:

 Tempo solenne

 
Tu conosci il tempo solenne
delle dediche al bene degli altri.
Sai che sottrarsi è fare un torto
alla tristezza della morte, il suo
avvicinarsi lenta dal cielo fumoso.
Nessuno può capire il tuo capire,
al contrario: appari asciutta e fredda
smunta dalla cima dolomitica
Vedi? La nuova casa. –
dove i tuoi avi e le tue pene ricordano
i dolori delle mani arrampicate.
Per questo anche accogli il silenzio,
il vuoto di chi guarda l’abisso.
Ora guarda questo crollo della fede
i balconi come vengono giù sulla terra
guarda gli uomini e le donne trafitti
dalla loro incertezza. Non sanno che fare.
Ma noi non possiamo toccare questo dolore
non ne abbiamo il diritto e neppure la voce.
Possiamo soltanto essere accanto,
dirci presenti fino alla conclusione
del buio locale, della maledizione sortita.
Tu conosci questo tempo solenne
non averne fastidio, è resistenza
a un potere indecifrabile. Forse presto
nascerà l’antidoto, un segnale definitivo di fuga
allo scricchiolio perenne del nostro presente

 

 

di Gianluca D’Andrea

Nei testi di Stefano Modeo è in evidenza un ampliamento dello spazio. Sin dal primo componimento, una certa “platealità” in funzione della nominazione emerge proprio dalla ripetizione del sostantivo “piazza”. Un desiderio di fuoriuscita e di riappropriazione del linguaggio per una nuova agnizione – “tra la gente cercavi la tua gente” – che sembra lanciare una sfida all’autoreferenzialità, al circolo vizioso della parola chiusa su se stessa (vedi, a tal proposito, incipit ed explicit del componimento, margini di un cammino da ri-verificare, ma che crea un collegamento stretto tra le due piazze: la reale ed esterna e quella intima e metaforica del “cuore”).

Il secondo testo si apre riaffermando una volontà comunicativa: la forma epistolare è segnale evidente di un’urgenza, che, però, sembra disillusa. Alcuni segnali – lo “Stato” al secondo verso e l’anticlimax dei versi 7-10 – ci indirizzano a questa ipotesi, per cui la plausibilità di una “giustizia” collettiva (ancora una volontà “desiderante” sembra muovere la penna di Modeo), è risucchiata in una disorganizzazione basilare e nell’indifferenza statale (in tal senso, essere “figli dello Stato” è sintomo di una subordinazione o, meglio, sottomissione a qualcosa di più grande, che si sposta dalla dimensione civile verso qualcosa di più ampio, metafisico).

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Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio

Premio Internazionale Franco Fortini 2019 (Foto dell’autore)

Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio (01/12/2019)

L’ultima lettera di Tommaso Di Dio (Lettera a Gianluca D’Andrea di Tommaso Di Dio, Nuova Ciminiera, 26/11/2019, qui) si chiudeva sul “canto della macchina” e mi ha fatto pensare a un’affermazione di Jean-Luc Nancy del 2018, “anomala” per me che seguo da molti anni questo autore così lontano da “meccanicismi” di sorta. Dice Nancy: “La vita è una macchina di sviluppo, di mantenimento e di riproduzione delle sue capacità e caratteristiche” (Cosa resta della gratuità, 2018), il che può ricondursi a una delle preoccupazioni di Fortini (soprattutto tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso) per cui il rischio della “reificazione” del mondo si svolge in contesti (intesi dal nostro come “ambienti e insiemi di determinazioni socio-culturali”) “di classe” che ci parlano di un mutamento storico ancora in atto. Sì, perché la “questione” storica va riattivata e l’eterno presente della nostra attualità è già in trasformazione, in cammino verso una nuova tensione tra passato e futuro, con uno sbilanciamento verso il secondo termine che può e deve essere re-immaginato partendo dalle capacità di immagazzinamento e archivio della memoria. La macchina potrebbe “non cantare” senza una riattivazione e una spinta “verso” da compiere attraverso un nuovo engagement.
Il nostro presente, dicevamo, è già reificato, è già “l’oggetto che ci pensa” (parafrasando un titolo di Baudrillard degli anni ’90 in cui si parla di immagine e fotografia), eppure da questa “oggettività” raggiunta, emergono nuove forme, non ancora identificate. Così, tra “formalismi e tendenze espressivistiche”, secondo una classificazione “in negativo” di William Carlos Williams (ben presente al nostro Fortini), sembrano ancora dividersi le pratiche di scrittura poetica. Tra “testualità” e “contesto” occorre si verifichi un incontro in direzione di una metatestualità che includa il mondo, da intendere, per quel che comporta la sua reificazione, come testo ulteriore, cioè come sua stessa allusione o evocazione. In questo modo il “canto della macchina” non è solo plausibile ma diventa necessario.
Fortini, a mio avviso, ha insistito su questo punto, tanto da diventare il suo lascito più attuale: la richiesta di mantenere le due istanze, la formalista e l’espressivistica, cioè FORMA e VITA in un unico ipertesto. L’abbrivo restando la reificazione e, quindi, la potenziale estraneità o inaccettabilità del mondo, solo sentendone l’effettività la poesia potrà avvertirne la necessità di trasformazione, in due direzioni: azione o rifiuto (che può interpretarsi come speranza). In buona sostanza è produttivo ancora sentire la necessità del NO. Dice infatti Fortini, seguendo Brecht: “l’utopia, l’oltranza, l’estremismo sono ineliminabili” (L’ospite ingrato, 1966). È solo ripartendo da questo NO che, però, è consapevole di una fine – quella del mondo “progressivo” – e di un inizio post-ideologico che può riattivarsi la storia. Quella di un “passato” (la forma, ciò che è formato), allora, che si “propone/oppone a un futuro” (in formazione. Fortini lo dice ne I confini della poesia, 1981) è la sfida lasciata in sospeso dal nostro. Recupero della tradizione e slancio trasformativo che possono far ripartire il mondo:

“Allora comincerò con un altro disegno 
un’altra carta, ancora una leggenda”.

(F. Fortini, Il custode, 1989)