Exit numéro 92

Poésie sicilienne : la parole peut alarmer la cible
Dossier préparé par Francis Catalano
avec la collaboration de Gianluca D’Andrea et de Diego Conticello avec des poèmes de Franca Alaimo, Maria Attanasio, Francesco Balsamo, Diego Conticello, Gianluca D’Andrea, Giampaolo De Pietro, Nino De Vita, Antonio Lanza, Luciano Mazziotta, Marilena Renda, Margherita Rimi, Pietro Russo, Patrizia Sardisco et Angelo Scandurra.

Un grazie a Francis, Antonella e alla redazione di Exit per questo splendido dossier.

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Sulità | Nino De Vita | Zest Letteratura sostenible

Oggi su Zest – Letteratura Sostenibile


sulitàSulità | Nino De Vita
Mesogea, 2017

Nota di Gianluca D’Andrea

Continuano i racconti in versi nel dialetto personalissimo e assoluto di Cutusìu. Nino De Vita sembra proseguire per accumulo di esperienze trasfigurate nel ricordo e, proprio attraverso la trasformazione, ne ri-delinea i connotati, riuscendo a vivificare epicamente un mondo apparentemente estinto, sublimando le ombre e svelando, sotto la loro apparenza, una realtà arcaica ma ancora produttiva, quasi archetipo di un’umanità assoluta.

Certo, la Sicilia di De Vita, circoscritta al territorio d’origine, nonostante le vibrazioni suscitate dalle vicende dei personaggi raccontati, si basa su una fissità etica che rischia l’immobilismo, ma la fa sua forza risiede in un “classicismo” super partes che non abbisogna di altri giudizi se non quello della testimonianza.

Questo classicismo etico riflette non tanto l’ostinazione di parlare della “propria provincia”, ma l’umiltà di limitarsi a raccogliere quello che l’alterità rende disponibile – d’altronde, come diceva Balzac: “beato chi ha una provincia da raccontare”.

Si tratta, allora, di aderire a un humus produttivo, con tutte le incongruenze o gli estremi di violenza e rassegnazione leggibili, ad esempio, nel bellissimo racconto in versi A sciarra (Il litigio), in cui una semplice vicenda familiare contiene nei rapidi giri dei versi, nelle inarcature così frequenti e dirette, nei termini quasi basilari – da sottolineare la presenza di parole alterate con effetto straniante, dai diminutivi “Uzzu”, “niputeddu”, “tanticchia” fino all’accrescitivo “tintuna” – un universo umano fatto di gelosie, ripicche, vendette tremende (è un uomo a raccontare in prima persona la vendetta truce del genero che, per non aver ricevuto la terra in eredità, non solo non fa conoscere ai nonni il nipote dopo la nascita, ma, come se non bastasse, li sbeffeggia, facendo percepire la presenza del bambino portandolo via prima che loro riescano a vederlo). Un panorama umano sfaccettato ma accomunato nella lotta per la sopravvivenza, come nell’episodio del benzinaio che assume un vecchio di novant’anni, il quale vorrebbe arrotondare l’esigua pensione, pagandolo con una “anticchia ri bbenzina” per il nipote, lamentandosi anche della cattiva efficienza dell’uomo.

Dicevo di una vivificazione epica del mondo attraverso il racconto e di una tracciabilità “teatrale” delle vicende (a tal proposito cfr. L’idioma universale – A ccanciu ri Maria) che attraversa tutta l’opera di De Vita, e che è riscontrabile anche in Sulità. Resta da verificare se in quest’ultimo lavoro la stessa “teatralità” sia ancora in funzione di testimonianza (attraverso il teatro della vita si giunge al reale?) oppure se questa costante “rappresentativa” si stia trasformando in qualcos’altro.

Continua a leggere l’articolo…

“A ccanciu ri Maria” di Nino De Vita, Mesogea, Messina 2015

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Nino De Vita (Foto di Dino Ignani)

L’IDIOMA UNIVERSALE
(su A ccanciu ri Maria di Nino De Vita)

a-ccanciu-ri-mariaAvevo concluso la mia ultima riflessione sulla poesia di Nino De Vita (Riflessioni sulla lingua, 2 inediti di Nino De Vita, in Gianluca D’Andrea, 29 giugno 2014 [qui]) con la nozione di “confine”. Cercando di focalizzare la scelta di un’“idioma” all’interno di un quadro più vasto, di uno spazio linguistico “mondializzato”, provavo ad analizzare lo spostamento comunicativo conseguente alla mutazione relazionale, soggetto/mondo, in atto.
Ecco, il soggetto in De Vita è completamente assorbito in quella trama testuale che negli anni il poeta di Marsala è riuscito a costruire (non è un caso che, ad accompagnare la presente raccolta, sia uscita anche una scelta antologica del lavoro precedente dell’autore: Nino De Vita – Antologia 1984-2014, Mesogea, Messina, 2015, a cura di Silvio Perrella), utilizzando uno strumento così personale da rappresentare il sintomo di una scomparsa. Provo a spiegarmi: a dissolversi è l’io lirico nella contorsione di una lingua ctonia, profonda, di un “idioma”, appunto, in pratica sconosciuto e, per questo, adatto a ogni trasfigurazione affabulatoria.
Nel corso del tempo, questa scelta radicale si è stratificata costruendo un conglomerato mitico di figure, le quali, finalmente accostate, ci offrono l’estremo tentativo di sopravvivenza di una storia, “della storia”, cioè dell’ultima grande metafora in cui è riassunto il tragitto della trasmissione dei messaggi tra le generazioni.
Nel piccolo saggio, richiamato all’inizio della riflessione, si parlava di ibridazione linguistica come fenomeno risultante dalla mutazione del rapporto io/mondo, la tensione all’incrocio di due realtà non più separate ma conglobate in una nuova definizione, in un “monstrum” linguistico. Nel caso di De Vita, invece, viene da pensare a fenomeni di concrezione. Lingua e mondo si coagulano, fanno uso di un procedimento che non richiede una forzatura “genetica” dello strumento lingua (anche così provo a spiegarmi la scelta del dialetto delle origini), ma il pudore di chi accoglie una tradizione e non rinuncia alla sua spinta. Il dialetto di De Vita possiede questa dimensione pudica insieme a una carica di resistenza che continua a dire il passato, conservandolo nel proprio DNA. È il racconto della memoria la vera necessità che spinge al mutamento, nonché il limite con cui lo stesso si scontra.
Ho parlato del pudore, ora posso tornare al concetto di confine: «Adam qui est forma futuri», leggiamo nell’Epistola ai Romani (5, 14), come si provava a dire, solo il tentativo di recuperare il passato apre la possibilità di “vedere” un futuro. E questo proprio perché ognuno di noi è quel confine che separa e unisce le due soglie. Per quanto – o volutamente – dialettica, la dimensione del “locus” originario è, in De Vita, proiezione del sempre (se questa non è epica, allora dovremmo forse rimodulare le definizione per indicare i poemi omerici), certa è, infatti, nella “riduzione” al proprio vissuto, la strategia dell’accoglienza di ciò che è noto, di una “realtà” con uno schema di valori identificabili dal punto di vista relazionale. Perché gli “attori” di De Vita sono le persone del “proprio” paese (o di zone strettamente ravvicinate), cioè figure che si muovono in uno spazio raccolto, un proscenio delimitato, un teatro. Affinché la rappresentazione abbia inizio – e in A ccanciu ri Maria questo avviene – occorre un fraintendimento, uno spostamento d’oggetto. Lo scambio tra le sorelle Maria e Margherita in una notte ventosa, è il racconto ricco di pathos di un gesto comune che non centra il suo obiettivo; il rapimento (in Sicilia, in altri tempi, neanche troppo distanti, le donne si “rapivano” per amore) di Pietro – che è costretto a prendere Margherita al posto, “a ccanciu”, di Maria per una questione d’onore – non fa che sfaldare il circolo della predestinazione del senso. La pietas che traluce dall’operazione, scaturisce dalla mancata convergenza tra arbitrio e obiettivo. Nonostante il piano, il progetto da portare a termine, ogni soggetto può fallire perché esistono concause che indirizzano gli esiti delle vicende a prescindere dalla volontà di chi le compie. L’altro da noi ci determina, per questo la poesia di De Vita preferisce le concause, la storia, il racconto che si coagula in un percorso d’inclusione/esclusione del soggetto, tra il comico e il tragico. Il dramma dell’individuo nella storia è anche, e soprattutto, l’ostacolo per il segno che aspira a uno scopo che non sia solo comunicazione ma un po’ di più (o forse un po’ di meno): la liberazione del senso nel futuro. Utopia cui il soggetto non può che arrendersi, ricadendo nel dovere di riconsiderare l’impossibilità della propria emancipazione dal contesto. Ecco perché il passato acquisisce centralità in termini di rivalutazione del vissuto e del tragitto effettivamente attraversato.
Qualcuno ha detto che senza un progetto la poesia non esiste ed è ancor più vero se si considera la poesia di De Vita, poiché la dimensione linguistica, la scelta del “proprio” idioma, ha nel nostro una funzione politica, un programma. Il dialogo tra passato e presente in proiezione futura è il progresso di una mutazione che vuole conservarsi, senza mai trasformarsi in “conservatorismo”. Soltanto la capacità di considerare le ombre del passato per conformare il futuro elimina gli spettri del presente o, quantomeno, come in ogni finzione che divenga vera arte, può ancora illuderci che un percorso “da fare” ci sia, per questo occorre saper costruire, progettare appunto, lanciando il segnale che si scosta dal circolo vizioso di un presente eticamente svuotato, “fantasmizzato”.
Scriveva nel 1978 Franco Fortini: «Così la nostra generazione ha potuto vedere il trionfo della trasformazione della società in spettacolo […]. La sua trasformazione in “testo” ossia in apparenza e fantasma. La lotta contro gli esseri abusivi che abbiamo generato e che ormai ci abitano, contro gli spettri del pieno giorno, nati anche da quella che si chiama “l’autonomia dei significanti”, è una lotta collettiva ossia politica» (F. Fortini, I confini della poesia, Castelvecchi, Roma, 2015, p. 37). L’educazione “civile” di De Vita si è mossa su questa scia fino a diventare nella maturità dell’autore (come A ccanciu ri Maria sta qui a dimostrare e tappa non conclusiva di un lungo e sempre coerente percorso) una regola ferrea, un possibile ammaestramento. Anche per questo mi avvalgo, ancora una volta in conclusione, delle parole di Fortini che molto meglio delle mie riescono a riassumere il viaggio dell’opera di De Vita: «L’unico modo di resistere alla morte è quello di costituirsi entro un sistema, secondo un progetto e quindi con un’autoeducazione di cui le opere d’arte sono un esempio» (F. Fortini, Intervista per dopodomani, in Uomini usciti di pianto in ragione. Saggi su Franco Fortini, a cura di M. De Filippis, manifestolibri, 1996, p. 160, ora in I confini della poesia, op. cit., p. 7).

ESTRATTI

I

Me’ patri rissi fèrmati,
lassa stari all’aceddi,
veni cca, venisenti
sta storia.
Cuntava, e ggheu cu Petru
chi sintìamu.
Quanneni chi finiu «È tuttu veru»
rissi Petru. «Accussì
successi».
Me’ patri mi taliava.
Eu m’arrassai. Mi nn’jivi
pi sutta ri dd’alivu
chi cc’era.
Ô ciciuliu pinzai,
tramazzatu, all’accupu,
‘u rriminìu ri dda
notti…

… Mio padre disse fermati,/ lascia perdere gli uccelli,/ vieni qui, vieni a sentire/ questa storia./ Raccontava, e io e Pietro/ che ascoltavamo./ Quando finì «È tutto vero»/ disse Pietro. «Così è successo»./ Mio padre mi guardava./ Io mi allontanai. Andai a sedere/ all’ombra di quell’unico/ ulivo che c’era./ Il mormorio immaginai,/ turbato, l’angoscia,/ i gesti di quella/notte…

II

Manciava e gghia cuntannu.
Eu facia l’azziccusu:
vulia, ri stu mpirigghiu,
fora ‘un lassari nenti.
Cci nfilava nna punta
ru cuteddu un pizzuddu
ri pani e l’ammugghiava
nnall’ogghiu.
Ddi cosi fidduliati
chi cc’eranu appizzava,
‘a sarda, ‘u pumaroru, bbaddiceddi
ri chiàppari, ‘a cipudda…
Masticava e parlava.
Pi’ ddu’ voti assaggiau
‘u vinu, vippi l’acqua,
vutànnusi ruttau.
Quann’è ch’accuminciau
a scìnniri, pigghiatu,
nno ntrìsicu ra notti,
cu Margherita nchiusi
nno casottu, ‘u trattinni.
«Nna chissu, Petru, ‘un cci
trasu».

Misi ‘i cosi nna coffa,
quannu accabbau, e nni
susemu.

«Ti facisti ora scenti?» mi spiau.

… Mangiava e raccontava./ Io chiedevo, seccante:/ volevo, di questo fatto,/ che fuori non restasse niente./ Infilzava nella punta/ del coltello un pezzetto/ di pane e lo bagnava/ nell’olio./ Quelle cose affettate/ che c’erano appuntava,/ la sarda, il pomodoro, bottoncini/ di capperi, la cipolla…/ Masticava e parlava./ Per due volte sorseggiò/ il vino, bevve l’acqua,/ girandosi eruttò./ Quando cominciò,/ tutto preso, a scendere/ nell’intimo della notte,/ con Margherita chiusi/ nel casotto, lo fermai./ «Di questo, Pietro, non mi/ importa».// Rimise le cose nella sporta,/ quando finì, e ci/ alzammo.// «Ti sei ora persuaso?» mi chiese. …

III

Si nnamurau ri unu Margherita.
Facia ‘u nzitaturi.
Passav ru timpuni
ri Cutusìu, ra strata
ravanti ra so’ casa.
‘A picciotta, pi vvillu,
si mpustava, aspittannu,
rarreni ra finestra.
Frisculiava ‘u picciottu
passànnu, si chiamava
Caloriu…

… Si innamorò di uno Margherita./ Faceva l’innestatore./ Passava dalla timpa/ di Cutusio, dalla strada/ davanti alla sua casa./ La ragazza, per vederlo,/ si metteva, in attesa,/ dietro alla finestra./ Fischiettava il giovane/ passando, si chiamava/ Calogero…

IV

Petru vitti a Maria
‘u jornu ra Rumìnica ri Parmi,
a Salunardu, ‘n chiesa.
Nna rumìnica appressu
‘a vitti e poi nnall’àvutra
arrè.

Appena ri nne ngagghi
cc’è una nzinga ri luci
‘a penza.
Nno carrettu
‘a penza chi s’abbia
nno feu…
È sempri idda.
Maria ch’un s’alluntana
ri l’occhi e cci cuvìa.

Pietro vide a Maria/ il giorno della Domenica delle Palme,/ a San Leonardo, in chiesa./ La domenica appresso/ la vide e poi nell’altra/ ancora.// Appena dalle fessure/ entra un poco di luce/ la pensa./ Sul carretto/ la pensa mentre che va/ al feudo…/ È sempre lei./ Maria che dagli occhi/ suoi non va più via. …

V

Petru amava a Maria,
ma ‘u patri ra picciotta
si misi, pi stu fattu,
a mussiari.
Appalurau ‘a zzitata,
e ddoppu rissi â figghia
‘unn’esti bbonu, làassalu,
l’ha vistu travagghiari.
È cunnuciusu. Aisa.
Adduma e fuma, scura,
cogghi ‘a mucigghia e p’iddu
‘u jornu è cunchiurutu…
‘Unn’esti come Vanni
Sinacori, pi ddilla,
chi vvinni cca p’a conza
ri marzu…
Maria ricia ri no,
s’avia nciammatu ri
Petru.

… Pietro amava a Maria,/ ma il padre della ragazza/ cominciò, di questo fatto,/ a tentennare./ Accordò il fidanzamento/ e dopo disse alla figlia/ non è buono, lascialo,/ l’ho visto lavorare./ È lento. Si mette all’in piedi./ Accende e fuma, scura,/ raccoglie gli attrezzi e per lui/ la giornata è conclusa…/ Non è come Giovanni/ Sinacore, per dire,/ che è venuto qui da noi per l’aratura/ di marzo…/ Maria diceva di no,/ si era innamorata di/ Pietro. …

VI

Stava ‘a picciotta muta,
tirata, arricugghiuta.
Taliava ô ‘n facci r’idda
– ma ‘u viria, ‘unn’u viria –
chiddu chi ddi latati
si nn’jia; taliava acciancu
ri nna rrota, dda sutta,
‘a strata chi paria
jiri p’arrivirsina.
Petru cci rrivulgia,
aliquannu, ‘a palora.
«Chi fai, comu ti senti».
Passava tanticchiedda.
«Talia com’è bbidduni
cca ntunnu a nniatri, ‘u viri?».
Margherita ‘un parlava.
Petru ‘un parlava cchiù.
Si nn’jia ‘u carruzzinu
nna strata a ddittufilu.
Bbattia abbracatu, mezzu
quarusu, ‘u ventu ncapu
‘i facci.

… Stava la ragazza muta,/ afflitta, tutta raccolta./ Guardava davanti a sé/ – ma vedeva, non lo vedeva -/ quello che di lato/ passava; guardava a fianco/ della ruota, lì sotto,/ la strada che sembrava/ correre all’incontrario./ Pietro le rivolgeva,/ di tanto in tanto, la parola./ «Che fai, come ti senti»./ Passava ancora un poco./ «Guarda com’è bello/ qui attorno a noi, lo vedi?»./ Margherita non parlava./ Pietro non parlava più./ Andava il carrozzino/ lungo la strada dritta./ Batteva infiacchito, quasi/ caldo, il vento sulle/ facce. …

VII

Maria avia appuiatu
‘u cozzu nna spaddera.
Si po’ ddiri chi stava
Sssittata, ‘i rrinocchia
Aisati, gnutticati.
Farsiava, pi ddu ncegnu
picchiusu, ‘u cantaranu.
«È ancora accussì prestu»
rissi Maria «o nonna…».
«E aadummìsciti tu.
Si t’addummisci ‘un ti
nn’adduni. Astura eu,
quann’è chi sugnu sula,
rormu. To’ patri rormi,
pirora, Margherita,
to’ matri…
Sulu vìgghianu
i maluntinziunati.

Maria aveva addossato/ la nuca alla spalliera./ Si può dire che stava/ seduta, le ginocchia/ sollevate, piegate./ tremolava, per quello stoppino/ fioco, il canterano./ «È ancora così presto»/ disse Maria «o nonna…»./ «E addormentati tu./ Se ti addormenti non te/ ne accorgi. A quest’ora io,/ quand’è che sono sola,/ dormo. Tuo padre dorme,/ per ora, Margherita,/ tua madre…/ Stanno a vegliare solo/ i malintenzionati. …

VIII

‘U violu avia giummara
nno mezzu, ê lati, irvazza,
mintastru, cura, spini,
felli: scinnia, rannìa,
nzicchia, turcia, facia
truppicari, sbutari
‘u peri.

Nno carruzzinu Petru
‘a muddau, jiu pi so’
cugnatu. «A lassu cca»
cci rissi «e nna squagghiamu».
Bbastianu l’attrappau.
«’Un mi mpuzzari Petru chi ti scannu».
«E annunca?» fici Petru.
«Annunca nna purtamu».
«’A purtamu cu nniatri
a ccanciu ri Maria?».
«A ccanciu ri Maria.
E dduppu e duoppu, Petru:
sempri fìmmina è!».
«Ma comu…» fici Petru, cu dd’annicchia
ri vuci ch’arrinnia.
Bbastianu era chiantatu.
Petru s’arricugghiu
una man unno cozzu, s’agguantau
i capiddi e ddopu ‘i
lintau.

Il sentiero aveva ciuffi di palma nana/ nel mezzo, ai lati, erbacce,/ mentastro, pietre, spine,/ ferule: scendeva, ingrandiva,/ rimpiccioliva, curvava, faceva/ inciampare, distorcere/ il piede.// Al carrozzino Pietro/ la liberò, accostò a suo/ cognato. «La lascio qui»/ gli disse «e ce ne andiamo»./ Bastiano lo afferrò./ «Non rovinarmi Pietro che ti scanno»./ «E allora?» fece Pietro./ «Allora ce la portiamo»./ «La portiamo con noi/ in cambio di Maria?»./ «In cambio di Maria./ E dopo e dopo, Petro:/ sempre femmina è!»./ «Ma come…» fece Pietro, con quel poco/ di voce che arrendeva./ Bastiano stava fermo./ Pietro si portò/ la mano sulla nuca, si acchiappò/ i capelli e li/ lasciò. …

IX

Jiu p’a porta e cu ‘a chiavi
spirmau.
«Cc’è tuttu» rissi Pietru
a Margherita, mentri
chi l’aiutava a scìnniri. «Pinzamu
a tutt. ‘A pasta, l’ogghiu,
‘u pani… Cc’è, nno puzzu,
tutta l’acqua chi vvoi…
Cc’è tuttu, Margherita.
‘U lettu havi ‘i linzola
puliti…».

Si cci misi
pu nfacciu. CCi strinciu
‘i vrazza, si turciu
pi talialla nnall’occhi.
«Cu mmia» cci rissi «’unn’hai
mpirugghi».

Margherita, ddavanti
ra purticedda, e stava
pi ttravirsari «Diu»
rissi «o Diu meu» rissi.

Andò verso la porta e con la chiave/ aprì./ «C’è tutto» disse Pietro/ a Margherita, mentre/ che l’aiutava a scendere. «Pensammo/ a tutto. La pasta, l’olio,/ il pane… C’è, nel pozzo,/ tutta l’acqua che vuoi…/ C’è tutto, Margherita./ Il letto ha le lenzuola/ pulite…».// Le si pose/ di fronte. Le strinse/ le braccia, tentò/ di guardarla negli occhi./ «Con me» le disse «non ne avrai/ dispiaceri».// Margherita, davanti/ alla porticina, e stava per varcare/ la soglia «Dio»/ disse «o Dio mio» disse.

Gianluca D’Andrea
(Novembre 2015)

Approcci al dialetto: 5 poesie di Pasquale Salvatore

Sull’importanza del dialetto abbiamo accennato nel post RIFLESSIONI SULLA LINGUA, 2 INEDITI DI NINO DE VITA del 29 giugno scorso. Adesso proponiamo ai lettori alcuni autori dialettali messinesi del novecento, semi-sconosciuti o dimenticati. Atto dovuto, la semplice riattivazione dei testi con una traduzione basilare, adatta alla comprensione. Buona lettura.


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De Kooning, Willem. Donna seduta, c. 1940, olio e carboncino su masonite, 137.2 x 91.4 cm. Philadelphia Museum of Art

Pasquale Salvatore (nato a Messina nel 1885. In gioventù collaborò ad alcuni periodici messinesi del tempo: Il telefonoIl marchesinoIl gazzettino rosa. Nel 1908, anno del terremoto, si trovava a Milano, dove lavorava nell’Amministrazione delle Poste. Fece ritorno a Messina nel 1920 e vi rimase fino alla morte, nel 1958. Pubblicazioni: Tràstuli, Messina 1949; Lu buttiscu – Idillio in dialetto messinese, Roma 1978).


5 poesie

LISSA

(da Tràstuli)

La lissa chi mi smancia, o amica duci,
è vermu vilinusu e senza paci.
Rùsica notti e gghiornu, e m’arriduci
vacanti, com’a certi bucalaci.

Strìnciu li denti pi non fari vuci;
cu tantu friddu, non dumannu braci:
campu a lu scuru: non ni vogghiu luci;
vardu a cu’ vola, e iò restu ramaci.

Cc’è quannu m’addumannu: iò chi fici
pi sòffriri sta pena chi mi coci?
pirchì non cercu d’éssiri filìci?

Ma chì! Li ciuri li struncò la fôci,
spirìu lu suli; lu celu di pici:
sulu cc’è lissa, lissa chi mi scoci.

NOIA
La noia che mi rode, o dolce amica,/ è verme velenoso e senza pace./ Rosicchia notte e giorno, e mi riduce/ vuoto, come certe chiocciole.// Stringo i denti per non gridare:/ con tanto freddo, non domando fuoco:/ vivo al buio:/ non ne voglio luce;/ guardo chi vola, ed io resto a terra.// C’è quando mi chiedo: che ho fatto/ per soffrire questa pena che mi scuoce?/ perché non cerco di essere felice?// Macché! I fiori li ha stroncati la falce,/ è scomparso il sole; il cielo è di pece:/ c’è solo noia, noia che mi scuoce.

°

‘NVERNU

(da Tràstuli)

Chi maligna jurnata di frivaru!
La campagna è accurata di la nigghia.
Tutta la chiana è un gelu paru paru:
jetta lu ‘nvernu la so’ purvirigghia.

Senza cchiù fogghi, l’àrburi aggrancaru;
e suli non cci nn’è mi l’arrispigghia.
Gelu cc’è puru ‘ntra stu cori amaru,
senza cunfortu di ‘na lamparigghia.

Passu affunnannu ‘ntra la terra modda:
lu fangu è troppu, e la scarpa mi pisa.
Cchiù mi strascinu, e cchiù ‘nterra s’incodda.

Si cadu, non cc’è nuddu chi mi isa…
Forza, allura! Arrivari haju a la Codda!
Ddà cc’è genti, cc’è casi e cc’è ginisa.

INVERNO
Che maligna giornata di febbraio!/ La campagna è afflitta dalla nebbia./ Tutta la pianura è un gelo paro paro:/ getta l’inverno la sua polverina.// Senza più foglie, gli alberi sono intirizziti;/ e sole non ce n’è per risvegliarli./ Gelo c’è pure nel cuore angosciato,/ senza conforto di una lampada.// Passo affondando nella terra molle:/ il fango è troppo, e la scarpa mi pesa./ Più mi trascino, e più in terra si attacca.// Se cado, non c’è nessuno che mi sollevi…/ Forza, allora! Debbo arrivare sui monti!|/ là c’è gente, ci sono case e c’è carbonella.

°

LU CHIUPPU

(da Tràstuli)

Crisci lu chiuppu, pi lu so’ distinu,
‘nta li vadduni o arrantu a li ciumari.
Vidi lu suli quannu già è matinu,
prestu ogni sira lu vidi cuddari.

Cunfortu so’ è lu ciumi, ddavicinu,
che cci pïaci di parracïari;
o, certi notti, lu cantu divinu
d’un rusignolu ammenzu a li pignari.

Lu sulità non è lu so’ scuntentu:
anzi, ringrazzïannu cu firvuri,
li brazza dilicati isa a li stiddi.

E si lu bacia po’ ciatu di ventu,
li fogghi si stracàncianu p’amuri:
pàrunu argentu e mànnanu spisiddi.

IL PIOPPO
Cresce il pioppo, per il suo destino,/ nelle valli o lungo le fiumare./ Vede il sole quando è già mattino,/ presto ogni sera lo vede tramontare.// Conforto suo è il fiume, là vicino,/ e gli piace parlottare;/ o, certe notti, il canto divino/ d’un usignolo in mezzo ai pini.// La solitudine non è la sua infelicità:/ anzi, ringraziando con fervore,/ le braccia delicate alza alle stelle.// E se lo bacia poi alito di vento,/ le foglie cambiano colore per amore:/ sembrano argento e mandano scintille.

°

A GIUVANNI PASCOLI
pi la so’ puisia «La cavallina storna»

(da Tràstuli)

O vera palummedda senza feli,
Puëta di li cosi duci e santi!
Era lu cori to’ zùccaru e meli,
chi non odiasti mancu a li birbanti.

Forsi vardavi di li setti celi
lu munnu nostru cu li so’ ‘gnuranti,
quannu, senza ammucciàrila cu veli,
tu ‘na gran verità passasti avanti.

Si ‘nzertu un nomu, tu fammi un signali –
dissi la mamma to’ a ddu cavadduzzu.
E arrispunnìu, ‘bbramannu, dd’animali!…

Cuntannu chistu cu la to’ mudestia,
tu non vidi la luna ‘ntra lu puzzu;
ma vidi chi ‘na bestia non è bestia.

A GIOVANNI PASCOLI (per la sua poesia «La cavallina storna»)
O vera palombella senza fiele,/ poeta delle cose dolci e sante!/ Era il cuore tuo zucchero e miele,/ tu che non odiasti nemmeno i briganti.// Forse guardavi dai sette cieli/ il nostro mondo con i suoi ignoranti,/ quando, senza nasconderla con veli,/ una grande verità passasti avanti.// – Se azzecco un nome, fammi un segnale! -/ disse tua mamma al cavallino./ E rispose, nitrendo, l’animale!…// Raccontandolo con la tua modestia,/ tu non vedi la una nel pozzo;/ ma vedi che una bestia non è bestia.

°

[NI VINNI SONNU]

(da Lu buttiscu)

Nni vinni sonnu; ed accussì abbrazzati,
stèsimu ancora qualche quarto d’ura.
Nni svigghiò ‘n scalambru, pi vintura,
chí li spaddi uni avìumu bagnati:
era acqua, chi vinìa di la quartara
china ‘nzinu a la bucca;
e fu furtuna e a tempu dea svigghiata.
«Prestu! lu suli abbucca!»
dissi Grazia surgènnusi.
Cu ‘na pezza, appuntata a la cintura,
si ‘ntrìccia la cuddura
e si la para ‘ntesta. La quartara
l’ammutta, e, cu ‘na brevi
smorfiedda pi lu sforzu,
ddassupra si la para.

Passammu all’umbra di lu castagnitu,
‘nchianammu, annannu allèggiu, la trazzera.
A la sipala, unn’era
la ficarazza, la strada spartìa;
e ddà nni salutammu.

[CI VENNE SONNO]
Ci venne sonno; e così abbracciati,/ stemmo ancora qualche quarto d’ora./ Ci svegliò un calabrone, per fortuna,/ perché le spalle le avevamo bagnate:/ era acqua, che veniva dalla brocca/ piena sino alla bocca;/ e fu fortuna e a tempo quel risveglio./ «Presto! il sole scende!»/ disse Grazia alzandosi./ Con una pezza, appuntata alla cintura,/ s’intreccia la corona/ e se la para in testa. La brocca/ se la carica, e, con una piccola/ smorfia per lo sforzo,/ lassù se la para.// Passammo all’ombra del castagneto,/ salimmo, andando piano, lungo il viottolo./ Alla siepe, dov’era/ l’alta pianta di fico, la strada si divideva;/ e là ci salutammo.


Testi dialettali e relative traduzioni sono in Charybdis. Poesia messinese in dialetto, a cura di G. Cavarra, Intilla editore, Messina 1995.

Riflessioni sulla lingua, 2 inediti di Nino De Vita

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Nino De Vita

Riflessioni sulla lingua, 2 inediti di Nino De Vita

… e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso…

G. Leopardi

In un recentissimo intervento sulla poesia italiana contemporanea, Franco Buffoni ha parlato della «caduta libera della poesia dialettale» (F. Buffoni, Dialogo con Franco Buffoni, in L’Ulisse, Rivista di poesia, arti e scritture, 17 – Mappe del nuovo. Percorsi nella poesia contemporanea, p. 58). Colpisce il dato che, pur partendo da un resoconto limitato alla compilazione dei Quaderni di poesia contemporanea, accende un’altra riflessione sulla lingua e i suoi presunti destini. Forse lo “spostamento” linguistico è un indizio del mutamento prospettico che, sul piano concettuale, è stato espresso più e più volte e che è sotto gli occhi di tutti, riassumibile in un termine utilizzato dal filosofo francese Jean-Luc Nancy: mondializzazione. La mondializzazione, intesa in termini di arte e linguaggio, «ha, dunque, l’incarico di attestare il mondo in quanto mondialità che toglie, allontana, o sottrae, tanto l’unità di un cosmo o di un mondo-oggetto (di una “natura”), quanto di un mondo-soggetto (una “storia”)» (J. L. Nancy, L’arte di fare un mondo, in Prendere la parola, Moretti&Vitali, Bergamo, 2013, p. 203). Per questo, a mio avviso, il dialetto, rischiando l’estinzione, è l’esempio macroscopico di una resistenza testimoniale, l’ultimo baluardo di un approccio “storico” del soggetto che si dispone frontalmente rispetto al mondo. La visuale (non la visione!) collaterale nel dialetto è impossibile proprio a causa della sua pregnanza testimoniale, nella tensione resiliente che si oppone a una scomparsa. Il dialetto guarda negli occhi un mondo che non si guarda ma si pertiene. Richiamando ancora Buffoni: come «Il soggetto: è il soggetto – quello che “mi detta dentro” – a far sì che si possa scrivere in modi tanto diversi. Personalmente non sono né un fautore della sparizione dell’io […], né un fautore della presenza dell’io» (F. Buffoni, Dialogo con Franco Buffoni, cit., p. 63), così il dialetto, è il dialetto con la sua specificità localizzata, in qualche modo separata, a far sì che si possa scrivere “per altri versi”. L’ibridazione, di cui si parla anche nell’intervista più volte citata, è un fenomeno che riguarda più le lingue nazionali che, a loro volta, sembrano prendere la strada del dialetto, laddove la “mescolanza”, dovuta anche agli spostamenti antropici oltre che alla possibilità di accesso “multilinguistico” per mezzo della rete, sostituisce ogni “purezza”, cioè il residuo archeologico della lingua. Andrei più a fondo: se qualunque lingua è, in “potenza”, residuo, allora non si tratta soltanto di lasciarsi andare all’ascolto del soggetto ma anche rapprendersi nella sua “forza” di valutazione: «Si tratta del valore che non dipende da alcuna proiezione, ma dalla forza della valutazione per la quale il “soggetto” è esso stesso dentro al suo “progetto”, ma non a titolo di “pro” della proiezione: a titolo di “gettar-si” dentro, o meglio di “essere-gettato” dentro» (J. L. Nancy, L’arte di fare un mondo, in Prendere la parola, cit., p. 200).
Viviamo il tempo dell’ibridazione, è vero, ma solo in termini di potenzialità che è possibilità di non utilizzo di un sistema (nel nostro caso, linguistico). Il non-utilizzo di una lingua nazionale, e la non-scelta di un linguaggio “retrocesso” come il dialetto, non è più azione ideologica ma è il modo di trascinare, come direbbe Jean-Cristophe Bailly, «il paese al di là di sé, rendendolo in qualche modo infinito», cioè non originario, eppure ugualmente “testimoniale”. La “caduta” del dialetto, allora, è la “caduta” della lingua nella sua, questa sì “eterna”, divisibilità. In tal caso, è impossibile definire una lingua se non per preconcetti nazionalistici o accademici – che vogliono dire “il russo, il cinese, il giapponese”, se non l’etichettatura delle potenzialità che la lingua offre? «La partizione (partage) delle lingue è la condizione del linguaggio: gli idiomi sono i limiti sui quali si apre il silenzio, sempre che non si tratti di glossolalia. Neanche la poesia può rientrare in un’assegnazione di stampo quasi nazionalista o identitario in generale (in base, per esempio, al nome dell’autore)» (J. L. Nancy, Il sistema, ieri e oggi, in Prendere la parola, cit., p. 151).
Mi piace concludere questa piccola riflessione, prima di passare ai testi “dialettali”, gentilmente concessi dal poeta siciliano Nino De Vita, con un breve estratto dallo Zibaldone che ci parla di quella “varietà” indispensabile, perché effettiva, che il linguaggio possiede, il senso dell’alterità che attiva il divenire, l’esistente, nello scambio tra soggetto e mondo:
«La gran libertà, varietà, ricchezza della lingua greca, ed italiana, (siccome oggi della tedesca) qualità proprie del loro carattere, oltre le altre cagioni assegnatene altrove, riconosce come una delle principali cause la circostanza contraria a quella che produsse le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, [2127] spirito, letteratura e lingua nazionale. Omero e Dante (massime Dante) fecero espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia d’Italia, e per lingua cortigiana l’Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d’Italia in que’ tempi. Simile fu il caso d’Omero e della Grecia a’ suoi tempi e poi. Simile è quello dell’Italia anche oggi, e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev’essere assolutamente la massima fondamentale d’ogni vero filosofo linguista italiano, come lo è fra’ tedeschi. (19. Nov. 1821.)», aggiungo solo che l’ibridazione tanto discussa, non ha altro valore se non l’accoglienza del diverso, fuori dal concetto di confine nazionale, perché ognuno di noi è già confine.

Gianluca D’Andrea


2 inediti di Nino De Vita

ADDINI
(Galline)

’U STRALLÀSCITU

Sti cusuzzi chi ggìranu, ri notti,
nichi p’attornu ô lumi,
trùzzanu, cci nni sunnu
nna tàvula sminnati,
abbruciati pi ddintra
ô tubbu.

’A ciamma stava
ferma. Si l’ammicciavu
cchiù nchiccu m’addunavu
ammeci chi trimava.

Vinni una straquatina
ru puddaru. Vuciaru, svulazzaru
l’addini – carcariau
quarcuna – e si zzitteru.
Stesi, allarmatu, ’a testa
aisata ri nno libbru,
a sèntiri.

E arreni ddu strallàscitu,
’i vuci ri l’addini.
Mi cafuddai annunca
pi ffora.

’A porta ru puddaru era attangata.
’Un vitti vurpi e mmancu
bbaddòttula fuìri.
P’addabbanna
ra rriti, l’addini ( aisi
un peri – accura – e ’u posi; e ddoppu, tisa,
l’àvutru) araciu chi
muvìanu.
Currì a pigghiari ’u lumi,
nna cucina e turnai.
Tirai ’u firriggiaru.

Dda stramera chi cc’era
ri pinni stravuliati.
Avia un’addina ’a testa
ascippata. Sbizziati
ri cca, ri dda, ri sangu
’n terra….

Onnumani me’ matri
spinnau l’addina morta e ’a fici a bbroru.
Eu, pi ddavanti ô piattu
chi purtau, mi mussiavu.
“ ’Un cci pinzari” rissi
me’ patri. “ ’Un cci pinzari.
Mancia, ch’è bbonu, mancia, ’un cci pinzari ”.
E ddoppu, seriu: “E pènzacci”
mi rissi.

LO SCHIAMAZZO. Queste cosette che girano, di notte,/ piccole attorno al lume,/ sbattono contro il vetro, ce ne sono/ sul tavolo ferite,/ bruciate dentro/ il tubo.// La fiamma stava/ ferma. Se la guardavo/ più fisso mi accorgevo/ invece che tremava.// Giunse uno starnazzare/ dal pollaio. Vociarono, svolazzarono/ le galline – qualcuna/ chiocciò – e si zittirono./ Rimasi, allarmato, la testa/ sollevata dal libro,/ ad ascoltare.// E di nuovo quello schiamazzo,/ la voce delle galline./ Mi precipitai allora/ fuori.// La porta del pollaio era serrata./ Non vidi volpe né/ donnola fuggire./ Dall’altro lato/ della rete, le galline (alzi/ un piede – attenta – e lo poggi; e dopo, tesa,/ l’altro) lente che si/ muovevano./ Corsi a prendere il lume/ nella cucina e tornai./ Spostai il chiavistello.// La massa che c’era/ di penne sparpagliate./ Aveva una gallina la testa/ staccata. Gocce/ di qua, di là, di sangue/ per terra….// L’indomani mia madre/ spennò la gallina morta e la fece in brodo./ Io, davanti al piatto/ che portò, tentennavo./ “Non ci pensare” disse/ mio padre. “Non ci pensare./ Mangia, che è buono, mangia, non ci pensare”./ E dopo, serio: “E pensaci”/ mi disse.

°

’A PERPÈTUA

Ma chi putiti viatri
capiri, mancu vi
passa p’a ciricòppula,
socch’éni chi l’addina,
nnall’ariuni, facia.
Jittava ncapu un ciancu,
addizzava e abbuccava
nnall’àvutru, caria
e si susia; nnavanti
jia, pu nnarrè, firriava
pi ntunnu, sdivacava
aggabballaria, pi
morta.
Ma ’unn’era morta.
Abbiava e truppicava
nna nnenti, tummuliava,
s’abbaffava. Rapia
’u bbeccu, addumannava
acqua, chi sacciu, l’aria pi campari…

Ciccinu, c’u bbiccheri
ri perpètua nne manu
“Aggàrrala” mi rissi
“chi cci nni ramu ancora
tanticchia. Vegna, aggàrrala,
ràpicci ’a vucca, aiùtami”.
“E no” cci rissi “làssala.
Mi sentu tramazzatu, ’a testa cci haiu
nnacquariata… ’Unn’u viri
comu si mazzulìa.
Prima chicchiriddiava,
ora è làccana, è foddi,
nfuscata, pari chi
cci fìciru una cosa
tinta, chi fa, chi vvoli,
è senza sicuranzia,
scamina, cci havi ’u trèmulu,
scancedda. Signuruzzu
portala tu a dunn’havi
a gghiri…”

Ciccinu m’ammicciau,
schifiànnumi pi tuttu
ddu ranni mutuperiu
ri palori ch’avia
rittu.
“ Cu mmia ’un mmeni cchiù
a gghiucari” mi rissi
“picciriddu ngangà”.

IL VINO VECCHIO. Ma che potete voi/ capire, nemmeno vi/ passa per la testa,/ quello che la gallina,/ nel cortile, faceva./ Sbandava su di un lato,/ si drizzava e abbatteva/ sull’altro, cadeva/ e si rialzava; avanti/ andava, indietro, girava/ attorno a sé, crollava/ con le zampe in aria, come/ morta./ Ma non era morta./ Si avviava e incespicava/ su niente, stramazzava,/ si accovacciava. Apriva/ il becco, domandava/ acqua, che so, l’aria per campare…// Ciccino, con il bicchiere/ di vino vecchio in mano/ “Afferrala” mi disse/ “che ce ne diamo ancora/ un poco. Avanti, afferrala,/ aprigli la bocca, aiutami”./ “E no” gli dissi “lasciala./ Sono confuso, la testa ho/ smarrita… Non lo vedi/ come si dibatte./ Prima chiocciava,/ ora è floscia, è pazza,/ senza la ragione, pare che/ le abbiano fatto un/ maleficio, che fa, che vuole,/ non ha più certezza,/ vaga, è presa dal tremito,/ il cammino sconosce. Signuruzzu/ portala tu sulla sua/ via…// Ciccino mi fissò,/ disprezzandomi, per tutta/ quella quantità/ di parole che avevo/ detto./ “Con me non vieni più/ a giocare” mi disse/ “bambino appena nato”.


Nino De Vita è nato a Marsala nel 1950, dove vive e lavora. È autore di “Fosse Chiti” (Milano, 1984) e della trilogia pubblicata da Mesogea composta da “Cutusìu” (2001), “Cùntura” (2003) e “Nnòmura” (2005). Nel 2011, sempre con Mesogea, è uscito “Òmini”, il suo quarto libro in dialetto (Premio della Giuria Viareggio-Rèpaci 2012). È autore anche di diverse raccolte di versi pubblicate in edizioni a tiratura limitata. Riconosciuto come una delle voci più interessanti e rigorose della poesia contemporanea, nel 1996 ha ottenuto il Premio Alberto Moravia per la letteratura italiana, nel 2002, il Premio Mondello “Ignazio Buttitta”, nel 2004, il Premio Napoli e, nel 2009, il Premio Tarquinia Cardarelli per la poesia. Nel catalogo dell’Editore Orecchio Acerbo di Roma tre suoi racconti per ragazzi: “La casa sull’altura” illustrato da Simone Massi (2011), “Il racconto del lombrico” illustrato da Francesca Ghermandi (2007) e “Il cacciatore” illustrato da Michele Ferri (2006).

LENTI AL BRULICHIO: “Fosse chiti” di Nino De Vita, Mesogea, Messina 2007

de vita
Nino De Vita

LENTI AL BRULICHIO: Fosse chiti di Nino De Vita, Mesogea, Messina 2007

NZOOgni poesia, che possa definirsi tale, deve possedere la facoltà di accendere una riflessione che, dalle scelte linguistiche dell’autore, conduca il lettore alla significazione di un mondo ed alla scoperta o salvaguardia di una tradizione.
Alla luce di questi fatti colgo la possibilità, offertami dalla casa editrice messinese Mesogea, di concentrarmi sulla lettura della ri-edizione di Fosse chiti, opera prima del poeta marsalese Nino De Vita.
Non mi dilungo sulle vicende biografiche di un autore ormai noto, anche se non ancora degnamente considerato, nel panorama letterario italiano, ma preferisco indirizzarmi sulla lettura di alcuni testi che, seppur composti in lingua nazionale (De Vita è conosciuto soprattutto per l’ammirevole produzione dialettale), rappresentano, oltre che un avvio, una tappa fondamentale nell’originale percorso del poeta siciliano.
Fosse chiti titolo che allude ad una località ben precisa, nel trapanese, e significa “fosse cretose”, “fosse di creta, nel quale è già ammesso e descritto un luogo concreto.
Indizio di partenza e testimone di uno stile che tenta una ricognizione: quella di un mondo vissuto nelle sue contraddizioni oltre che in un chiaro isolamento. Questo non significa che De Vita prediliga i contrasti, le metafore brucianti, le illuminazioni spasmodiche.
De Vita è poeta dell’umile vita osservata in maniera quasi ossessiva nei minimi dettagli e come al microscopio.
Le poesie della prima sezione sono tutte giocate nella concentrazione visiva e si sviluppano come un reportage, forse a volte monotono, della vita naturale:

Guarda il cielo,
le nubi e qualche uccello,
le stelle

—————come arrossa
il sole quando scende
a mare.

(Ha piovuto, p. 37-38, vv 24-29)

Certo questa densità dello sguardo è il sintomo di una visceralità che lega l’autore al suo territorio, ma non è fine a se stessa. In altri luoghi della raccolta campeggia uno scatto, l’intermittenza che disturba la contemplazione e fa esplodere un dubbio: l’osservazione naturale in tutte le sue forme abbraccia anche gli aspetti brutali, letali senza contraddizioni moraliste, bensì cogliendo i barlumi di vitalità negli stessi contrasti, come se ogni processo si nutrisse delle stesse dicotomie:

Ha la forma di un vaso
il mandorlo fiorito
——————–biancorosa
aggrappato alla terra
calcarea

—————-un po’ abbattuto
per il vento marino
sul lato delle case…

(p. 69)

La fioritura della pianta che si lega alla vita abbarbicandosi ad un terreno impervio, duro, pietroso, immagine che conduce ad una riflessione sulla precarietà sostanziale dell’esistere e alla volontà effettiva di una resistenza che va ben oltre le difficoltà (forse leopardianamente?).
L’esposizione ai fenomeni, la concretizzazione degli stessi sotto lo sguardo assorto del poeta, rende necessaria per ciò stesso la testimonianza:

Qui non c’è più nessuno
che lasci orme
———————–schiacci
quest’erbaccia che cresce nel sentiero.

Il casolare è chiuso

e gli alberi di ulivo
hanno frutti che cadono maturi.

(Il fumo del camino, ciancianelle,
le lucciole la sera
nelle mani…)

(p. 78)

Alla desolazione del paesaggio fa da pendant la devastazione di un mondo con le sue tradizioni, i valori di legame e attaccamento ad una terra non semplicemente rappresentata dalle contrade in cui l’autore vive ma, come per sineddoche, dal mondo tutto con le sue confusioni massmediatiche e informative, conglobanti, e le sue devastazioni etiche, per cui tutto può sembrare permesso, digeribile.
Segnali stilistici in tale senso sono i versi spezzati, quasi singultanti, utilizzati in tutta la raccolta, non propriamente versi liberi, piuttosto frantumazioni di endecasillabi e settenari, classica tradizione che sopravvive in questi frammenti. Intensità maggiore rivestono allora le poche parole usate per comporre un solo verso, isole nel vuoto di un’imminente sparizione:

Batte la porta
———————-sbatte
la persiana sul muro
nel cortile.

Ponente ha un fischio lungo
sul tetto.

————-I fili d’erba

le cime alte

—————–i fiori

s’inchinano alla terra.

(p. 91)

Lo spazio vuoto non è forza centrifuga, non lascia spiragli alla metafora immaginativa.
L’essenziale è concentrato nei termini, illuminati da quella stessa evidenza microscopica di cui si parlava all’inizio.
La poesia di Fosse chiti allora appare come tentativo di un recupero o salvaguardia di un mondo attraverso un processo di nominazione. Una ri-apertura, il monito di un osservatore che, dall’apparente distanza di una contrada quasi ignota, ci insegna l’umiltà di ogni origine.

Gianluca D’Andrea
(Gennaio 2008)