Viaggio dentro il cuore dell’apocalisse: Nella spirale di Gianluca D’Andrea (Pietro Russo per Limina)

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La recensione di Pietro Russo per Limina


La scrittura di Gianluca D’Andrea ha l’ossessione del movimento. Da Transito all’ombra (Marcos Y Marcos, 2016) a Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019) è come se essa rifiutasse, una volta tratta dal magma delle infinite possibilità, di cristallizzarsi definitivamente sopra un supporto, analogico o digitale che sia, e quindi volesse continuare ad avvilupparsi in un percorso polimorfo, multiplo nonché multi sequenziale, spiraliforme più che logico-lineare. Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), edito dalla nuova Industria&Letteratura (2021), porta alle estreme conseguenze questa tensione che non è solo espressiva, ma ha un fondamento epistemologico e cognitivo piuttosto evidente. L’immagine-concetto del movimento che curva intorno a un centro definito chiama in causa l’esperienza storica del soggetto e il suo rappresentare/interpretare il tempo come un vortice presente di passato-futuro. Già Vincenzo Consolo, conterraneo del messinese D’Andrea, proponeva questa visione della storia nel suo Sorriso dell’ignoto marinaio (Mondadori): 

«Ma ora noi leggiamo questa chiocciola per doveroso compito, con amarezza e insieme con speranza, nel senso di interpretare questi segni loquenti sopra il muro d’antica pena e quindi di riurto: conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene; immaginare anche quella che si farà nell’avvenire.»

Se il senso della storia poggia su questa premessa, è chiaro allora che la profezia della fine, dell’apocalisse – la «catastrofe» evocata dal sottotitolo – si innesta sulla scansione ciclica del tempo stagionale oltre che sulla misura del passaggio umano. La prospettiva della catastrofe è necessariamente antropica, riguarda cioè la relazione tra essere umano e mondo, con il primo termine che si trova al centro di questo discorso apocalittico e decentrato allo stesso tempo: «In cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’ideale quindi, per il poeta, sarebbe una fusione panica che azzeri ogni confine, un climax impossibile da raggiungere: «Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra».

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 Nella spirale. Intervista a Gianluca D’Andrea – Satisfiction

Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) è il nuovo libro di Gianluca D’Andrea, uscito per Industria&Letteratura 2021 nella Collana Poetica diretta da Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto con la postfazione di Fabio Pusterla. Come già in passato, l’autore si confronta con l’estasi della scrittura che esce sempre fuori dai propri limiti narrativi e poetici e si fa saggio ma sui generis. Assaggio. Tentare il cammino nel territorio più sconosciuto e estraneo: quello che ci appartiene, l’ombra interiore che diventa paesaggio lunare di un’isola nelle retine dell’infanzia. Il libro articola le quattro stagioni in 40 componimenti suddivisi in gruppi da 10 e come la transizione della stagione in un’altra è un lento dividersi di cromatismi e suoni che pur unisce, allo stesso modo la scrittura stabilisce legami sottili e profondi tra una stagione e l’altra, tra una stasi e la successiva. Estasi, appunto. L’andamento è frattalico sempre in circolo attorno al buco nero, la caverna, l’abisso, la maschera che copre il buco-bocca, e sempre preciso nel servire l’appiglio, l’aiuto al mancamento: i padri, le madri, i testi in esergo e dentro al foglio dei maestri. La catastrofe sociale e ambientale subisce una metamorfosi: la fine è un mondo nuovo e la scrittura pare farsi protesi potenziante di un corpo bio-sociale in sfacelo. La quattro stagioni sono musica con catarsi finale. Quadrifarmaco del nuovo nulla post-pandemico.

Gianluca Garrapa

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«L’aria s’ispessiva in blocchi grigi sparpagliati tra le pareti cavernose.» È un estratto da Nelle profondità III dalla seconda sezione Estate. Qui come altrove, il buco e la spirale del titolo che evoca un abisso, un vortice. La lettura trascina da una materia scomposta fino a un nuovo modo e mondo di intendere il rapporto della parola con l’ambiente. Il titolo è anche un’evocazione dell’inferno, dell’interno, del buio di questa pandemia. Che rapporto esiste tra la tua scrittura e il meccanismo sociale e ambientale intorno?

Di scambio continuo. Ne parlavamo proprio insieme in un’altra intervista di un po’ di tempo fa (alla quale mi permetto di rimandare: Conversazione con Gianluca D’Andrea su “Forme del tempo”). In quel caso discorrevamo del segno linguistico e della possibilità o meno che esso possa restituire una referenza; adesso la tua domanda sembra confermare che un’occasione di contatto tra parola e mondo (traduco così il tuo “meccanismo sociale e ambientale”) esista, anzi, sembra proprio necessaria.

Nella spirale, nasce e si sviluppa durante il primo lockdown, in un’atmosfera di reclusione comunque coatta, per quanto giustificata dall’emergenza sanitaria. È una specie di diario del mutamento, perché se partiamo dal presupposto di una responsabilità dell’inclusività, cioè dell’«incontro tra la consistenza oggettiva del fenomeno e l’esperienza che il soggetto ne fa» (come dice Niccolò Scaffai in Letteratura e ecologia, riflettendo sull’opera del filosofo giapponese Watsuji Tetsurō), allora la tensione al contatto con “l’ambiente intorno”, ha sicuramente subito una battuta d’arresto. L’operazione del libro, e il titolo prova indicarlo, è una discesa nel territorio dello stesso mutamento che prova a scandagliare il “buio” di cui dici e la speranza di un miglioramento.

Come nell’Un-zuhause heideggeriana, si tratta di spingere sempre, nonostante l’angoscia, a una fuoriuscita, in primo luogo da sé, e dalla convinzione che «al buio non vi è […] “nulla” da vedere» perché, invece, a partire da quel nulla «proprio il mondo “ci” sia ancora in una modalità di maggiore urgenza» (M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, Milano, 2006, p. 541)

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Intervista su “Nella spirale” per Radioquestasera

Podcast dell’intervista del 4 dicembre 2021 di Radioquestasera PuntoRadioFM Bernardo Cirillo: Gianluca Garrapa intervista il poeta Gianluca D’Andrea su Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) edito nel 2021 da Industria e Letteratura. Al libro l’autore abbina il brano musicale “Sonata prima” (from Sonate concertate in stil moderno per sonar, libro secondo) di Dorothee Oberlinger, Dario Castello.

Buon ascolto!

Un inedito sulla Repubblica di Bari

Ringrazio Vittorino Curci che ha voluto fortemente un mio inedito per la sua Bottega della poesia all’interno della pagina culturale della Repubblica di Bari, con qualche accenno a Nella spirale

“Nella spirale (Stagioni di una catastrofe)”. Gianluca D’Andrea e le “coordinate di una mappa sempre in divenire” (Intervista completa sull’EstroVerso)

Foto di Dino Ignani

Avanzare, “camminare scalzi”, passo dopo passo realizzare “il contatto pieno con ciò in cui ci troviamo”. Ritornare, e all’arrivo “una nuova attesa ad attenderci”. Desiderare, “un altrove”. Reinventare, fuori “dal commercio degli uomini”, fuori “dal dominio e dalla clausura”, dentro “il mistero dell’ambivalenza dell’essere”, dentro “il limite del nostro abitare”, dentro “l’atmosfera mutevole del profondo”, dentro questo “tempo inesistente”, (forse) ultima possibilità di “agganciarsi a qualcosa di concreto”, dentro “alle stagioni in cerca d’altro mare”. Suggestioni raccolte leggendo il volume “Nella spirale (Stagioni di una catastrofe)” di Gianluca D’Andrea (nella foto di Dino Ignani), pubblicato da Industria&Letteratura, nella collana “Poetica”, a cura di Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto (in copertina illustrazione di Francesco Balsamo; all’interno disegni di Vito M. Bonito). Un libro complesso, prodigo di riferimenti, di interrogativi sottesi all’unico “vero accordo col mondo”, pensato in quaranta “scintille” che ci fanno (ri)percorrere un vertiginoso vortice, acceso da “un costante dialogo con una vasta galassia di autori”, scrive Fabio Pusterla nella postfazione.

La scrittura è forse “l’ultima possibilità di agganciarsi a qualcosa di concreto?”

No, non credo. La scrittura per come la conosciamo è a un punto di svolta epocale. Non è solo la preponderanza dell’immagine legata alla rete a far slittare i significati, ma l’apertura di un nuovo “reale” derivante dalla connettività associata.
La scrittura, in questo contesto rinnovato, funge da monito o promemoria, ci ricorda che un cammino esiste, che il linguaggio è la proiezione di una soglia e, di conseguenza, della scelta. Il progresso dell’umanità da due secoli a oggi sta riducendo il margine stesso di questa scelta, per tale motivo ritengo che alla scrittura spetti sempre più un ruolo secondario, per niente concreto (se con il termine intendiamo qualcosa di chiaramente individuabile), anzi totalmente affabulatorio. D’altronde, la citazione interna alla tua domanda è all’inizio di Nella spirale, dove ci si riferisce al tempo inesistente e circolare del mito, non a quello lineare e “progressivo” della storia. Eppure, non è dato sapere se questo vivere sul bordo del significato, della scrittura e specialmente della poesia, non possa essere un modo per resistere a una scomparsa e immaginare un nuovo inizio. Non è la scrittura ma è un’epoca che si dissolve a far intravedere una nuova individuazione, un nuovo mondo. La scrittura si limita a sentire il transito. Più avanti nel libro, saranno le parole di Stephen Watts a fissarlo: «Sono le cose ai margini / remoti che stanno al cuore del nostro / mondo, e ci staranno sempre, quando / ogni altra cosa sarà andata distrutta».

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Oltre la paura per raggiungere un mondo nuovo – Gerardo Iandoli su “Nella spirale” per Strisciarossa

In questo momento di riaperture, ripensare ai giorni del confinamento potrebbe significare trasformare in opportunità quel tempo che, per molti mesi, ci è apparso come perso. È quello che prova a fare Gianluca D’Andrea, con il suo Nella spirale (Stagioni di una catastrofe). Il testo è suddiviso in quattro sezioni, intitolate con i nomi delle quattro stagioni.

Le prime tre sono composte da testi di difficile definizione: sono delle riflessioni intime a partire da citazioni, poetiche o filosofiche, dei più svariati autori. La voce del poeta, nell’impossibilità di attraversare il reale a causa del confinamento, passeggia tra le letture e definisce un proprio spazio intimo di pensiero, in cui muoversi, seppur virtualmente.

Il percepire il tempo come «ultima era» (p. 9) dà avvio alle riflessioni della voce poetica: in questo è riconoscibile, per utilizzare un’espressione del filosofo Michaël Fœssel, una «ragione apocalittica», in cui il pensiero si pone di fronte a una scelta irreversibile, che bisogna prendere necessariamente e dalla quale non si può tornare indietro. In questa «urgenza» (p. 12), la poesia diventa lo strumento per ripristinare la profondità semantica delle parole, al fine di «vedere un altro mondo», per richiedere «un nuovo inizio» (p. 13).

Le prime tre sezioni sembrano essere il racconto di un percorso intimo e intellettuale, in cui la voce poetica stabilisce le ragioni del suo fare e ne predispone gli strumenti, al fine di iniziare la sua poiesis, la costruzione del proprio mondo poetico. È interessante notare come sia la sezione Inverno quella in cui compaiono i primi versi:

Inverno, pallido sfregio di cellule,
in quale giorno sfacelando smisi
stanco lo scanto accettando la crisi?
La luna, argentea danza di libellule,
fissa e mobile in stanze nere osserva
la fine assiderata della belva
le ultime movenze, il suo respiro
vapore astratto, rapido ritiro.

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“Nella spirale” su La Sicilia

Nella spirale

su La Sicilia del 31 ottobre, a cura di Grazia Calanna per la sua rubrica Ridenti e fuggitivi

Il bagliore prima della scomparsa – Luca Mannella su “Nella spirale” per Marvin

La scrittura di Gianluca D’Andrea, da Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016) fino all’ultimo Nella spirale (industria & letteratura, 2021), passando per la sospensione saggistica di Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019), ricade negli stessi gorghi di memoria, nelle stesse spirali geografiche, temporali, esistenziali, poetiche e semantiche con leggere ma significative variazioni. Se in Transito all’ombra a dominare, a livello formale, era un certo lirismo talvolta a misura d’endecasillabo, oppure aperto al racconto mitologico e allegorico in versi anisosillabici (come nella prima sezione: La storia, i ricordi), in questa nuova raccolta D’Andrea, attraversata la prosa di Forme del tempo, trova un equilibrio, e di stile e di forme, nel prosimetro. Anche le aree tematiche delle due opere precedenti vengono rimescolate e riprese in una struttura più compatta e geometrica, che prende in prestito la scansione stagionale per segnare le tappe di un viaggio, di un transito, di nuovo dantesco, nella poesia, verso la catastrofe ambientale e politica, la fine del mondo e le sue possibilità rigenerative.

Dunque PrimaveraEstateAutunno Inverno sono le quattro sezioni, abbellite dai disegni di Vito M. Bonito, che, in una simmetria perfetta, ospitano dieci testi ognuna. A partire dal macrotesto D’Andrea richiama e si smarca dalle forme di narratività interna presenti in Transito all’ombra. Le richiama perché in entrambe le raccolte il poeta racconta “camminando” nel tempo e nello spazio, in una narrazione nella narrazione – come accade in Nella spirale, nella catabasi e ascesi della sezione Estate; si smarca perché, se in Transito all’ombra si trattava di una risalita sulla linea del tempo fin dalla remota infanzia e dagli anni ottanta, in Nella spirale cade il principio stesso di temporalità, annullato dalla figuratività dello stesso titolo: una spirale che risucchia la memoria, cancellando passato-presente-futuro.

Nella spirale è di fatto un libro che si fa nel suo stesso progredire, nell’avanzare della sua scrittura che non punta verso un ideale progresso, un punto prefissato. In Il terreno ha accumulato calore D’Andrea scrive che «in cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’io lirico si scansa per contemplare una visione, e come diceva in Forme del tempo – quasi in una anticipazione teorica di quello che avrebbe messo in pratica nel successivo lavoro – traccia la sua scomparsa: «perché l’osservatore passa e il passaggio lo intride di tracce» (Cogliendo altri segnali). Il soggetto scomparso corrisponde, giustamente, alla «massa informe dell’uomo-moneta, dell’uomo-dato monetizzabile» (Geografia del dominio) nel contesto della società neoliberista. È anche il soggetto che compie il viaggio a partire dal testo Colei che brucia le navi, un viaggio, tipico nella poesia di D’Andrea, in un passato impercorribile, ma che la letteratura riaccende, fa scintillare nell’ombra. Secondo una tecnica ancora tipica di D’Andrea, cioè il montaggio (benjaminiano?) dell’inserto, della citazione esplicita da altri autori, si comprende l’entità e le potenzialità di questo soggetto dai versi di Robertson: «non posso riportare intatto nulla di ciò. / La mia faccia è fumo, il mio corpo acqua, / le mie orme sono fatte di neve».

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Diego Conticello su “Nella spirale” per La Balena Bianca

«Se voi, nati in questi tardi tempi» vorrete incamminarvi dentro le stagioni,

scopriremo i prossimi sentieri e le nuove deviazioni. 

La notte ci inseguiva col suo buio proteiforme

Per un reale complesso, disarticolato e in progressivo disfacimento serve una scrittura altrettanto stratificata, multiforme, sfaccettata, prismatica come questa del nuovo libro di Gianluca D’Andrea Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), Industria & Letteratura 2021, postfazione di Fabio Pusterla – che non teme le commistioni, gli invischiamenti, le metamorfosi, il sommarsi dell’agone linguistico a quello dominante le scene del mondo in cui sopra-viviamo.

Ho conosciuto per la prima volta Gianluca proprio nell’ottobre di dieci anni fa, giusto nei giorni precedenti la dipartita di un grande maestro come Zanzotto, che per il nostro ha rappresentato un continuo riferimento cui aggrapparsi nel consolidare uno stile personale, peraltro più sulla scorta pluri-poietica del polimorfismo di Sull’altopiano. Racconti e prose (1942-1954) o di Conglomerati. In questo nuovo libro il modello si rende ancor più manifesto, ma era felicemente già esibito in Forme del tempo (letture 2016-2018).

Più di un decennio fa la poesia di Gianluca si orientava già verso un trobar clus quale sostenuta e arcigna tempra stilistica, compensando la dichiarata mise en abîme di un sistema strutturato di contenuti con le possenti impalcature linguistiche, costruite per neologismi e solecismi, ma soprattutto per via di un’elasticità di varianze distorte e dilatate alle estreme possibilità consentite, alla maniera appunto di Zanzotto. Adesso diviene ancor più indulgente da un lato verso la memoria degli ‘ecosistemi’ natii (la sua, la nostra Sicilia è descritta come «terra di filari sparuti e boschi rigogliosi») attraverso meccanismi sinestetici corroborati da un linguaggio lirico di pronunciata ricercatezza, dall’altro a un dettato versificatorio tendente ad indagare in maniera certosina il dettaglio sfuggente, il particolare trascurato, anche con l’ausilio dell’accensione metaforica. In ragione di tale sforzo la lingua risulta meno orfica e più rarefatta, caratterizzata da un ordito non distante dalle matrici ermetiche di primo Novecento, dunque – come queste ultime – scaturente dalla crisi e, pertanto, in essa immersa.

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Testi di Nella spirale sull’EstroVerso

[…] Il groviglio di questioni che roteano dentro la spirale di D’Andrea viene esplorato attraverso un costante dialogo con una vasta galassia (una vasta spirale, ancora) di autori: poeti, scrittori, filosofi, chiamati velocemente in causa con un verso, una frase, un’immagine, che poi l’autore sviluppa per vie sue. Ne esce un mosaico turbinoso e frammentario, dentro il quale il lettore è chiamato a riconoscere la traccia di un pensiero che procede non già verso una meta prefissata, ma lungo il percorso accidentato che si manifesta nel farsi stesso della riflessione, dentro il linguaggio che apre nuove domande. Proprio questa, d’altronde, è la posta in gioco, la speranza di trasformare la catastrofe in rinnovamento uscendo da una logica: «A tramontare dovrebbe essere la necessità del rifugio, nell’insorgenza di un cammino che non chiede il suo fine, fuori dalla dimensione alienante e ossessiva del progresso e della vetta, anche se lo dico da una postazione interna, dall’interno della bolla di comfort che è il mio rifugio. Il mondo “inferiore” che coincide con quello che “disprezzo”» (movimento 5); e ancora (6) «Il luogo dell’adesso è un arcipelago di gabbie con attorno, appena fuori, accanto, subissi di sofferenza. È difficile orientarsi in questo nuovo spazio, nel dominio plastico di un capitale che rimpasta ogni alfabeto, che trasforma un soggetto ridotto a ombra di se stesso, pura astrazione accessoria, scomparsa nel flusso di dati, scia d’uomo, trappola». […]

in Nella Spirale (Stagioni di una catastrofe) di Gianluca D’Andrea, I&L industria&letteratura, 2021, con disegni di Vito M. Bonito, collana “Poetica” a cura di Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto, dalla postfazione di Fabio Pusterla, da «In cerca d’altro mare». Sulla scrittura di Gianluca D’Andrea

tre estratti

  1. APPELLO AI PIEDI

L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».

(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».

(H. D. Thoreau, Camminare)

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Gianluca D’Andrea, ph. Dino Ignani