Antonio Porta: una poesia da “Invasioni” (Mondadori, 1984) – Nuove Postille ai testi

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Antonio Porta

di Gianluca D’Andrea

Antonio Porta: una poesia da Invasioni (1984)

Invasioni

 

Ottobre oggi è un mese rovente
la vagina che si apre sporge una lingua di vitello
un albero affonda le sue radici nell’utero
ma come il sole ricade dietro la collina sacra
il gelo tagliente mi ammonisce:
era l’ultima occasione. Sì, sono
stato felice. Là dove era Firenze
un lago così blu stende il suo dominio
che le anatre planano sul ghiaccio. Più sopra
una falce di luna con occhi di volpe ai lati.
La mia gola soffia senza lingua e questo
è l’ultimo senso.

I.I0.I981


Postilla:

Tante volte abbiamo notato come la trasformazione del contesto apra vertigini di senso, e quel disorientamento inevitabile, che introducono a una nuova ricerca. La necessità di “nuovo”, in nessuno forse come in Antonio Porta, produce un’esasperazione linguistica in cui i parossismi delle immagini tendono a ri-creare dalla “vacanza” del senso dei significati. Il surrealismo straniante, le localizzazioni insolite – «Là dove era Firenze / un lago così blu stende il suo dominio» – tendono a una trasformazione delle referenze e manifestano un’angoscia primordiale per plausibili, imminenti, scomparse. La simbologia giocosamente apocalittica muta in qualcosa di molto serio. Si possono estrarre miti di rinascita: ribollire carnale che precipita nell’immutabile come in «la vagina che si apre sporge una lingua di vitello / un albero affonda le sue radici nell’utero». Se il soggetto era stato «felice» nel suo vecchio presente, in quello attuale può solo esprimere «l’ultimo senso» nella sua assenza di voce (almeno seguendo una direzione tradizionale nell’articolazione dei significati), perché a restare è un “canto” che «soffia senza lingua». Eppure, questo “ultimo senso” segue «nello stesso istante una folata di vento […] / sospinge la vita di continuo / e intreccia i semi tra loro, li annoda alla terra» (come si può leggere in un altro passo del libro), in una volontà di rinascita, di “nuovo” incontro che superi, in una speranza quasi utopica, ogni “invasione”.

Libri crepuscolari IV. – “Incontri e agguati” di Milo De Angelis

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Milo De Angelis

Libri crepuscolari IV. – Incontri e agguati di Milo De Angelis
(Mondadori, Milano, 2015)

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Incontri e agguati di Milo De Angelis è uscito in libreria ad aprile 2015. Nell’estate dello stesso anno, dopo una prima lettura, ho selezionato un testo mirabile nella sua singolare compiutezza per una rubrica personale (vedi qui). Alla fine dell’anno, nei momenti di pausa consentiti dalle festività, mi trovo a leggere il libro nella sua interezza.
È vera, e abbastanza evidente anche in questa raccolta, la perizia compositiva che ha contraddistinto un autore fondamentale per la poesia italiana di questi ultimi anni, ma è altrettanto vero che, nel complesso, l’operazione non aggiunge nulla alla sua ricerca poetica, la quale, anche per motivi strettamente cronologici, ha attraversato la crisi “relazionale” e linguistica del secondo Novecento.
Provo a dire meglio esaminando le tre sezioni che compongono il libro (64 testi complessivi, più uno in funzione di explicit, una coincidenza con l’età dell’autore al momento della pubblicazione, ricordiamo che De Angelis è nato nel 1951).
La prima parte, Guerra di trincea, si apre con un testo che parla della morte; sembra preannunciarsi un racconto che accompagna il lettore nei gironi del “nulla”, anzi in quella relazione soggetto/nulla che tanta parte ha avuto nelle poetiche novecentesche. Di questo racconto il soggetto stesso si fa guida: «Questa morte è un’officina/ ci lavoro da anni e anni/ conosco i pezzi buoni e quelli deboli», p. 9, vv. 1-3). Dalla “biografia sommaria”, dalla perdita dell’identità al racconto che attraversa il negativo: è la morte che ci permette il riconoscimento, la fine, o meglio il ricordo della fine, a riunirci nella responsabilità e nella memoria. Ma è una possibilità sempre a rischio di fraintendimento, perché il dolore e la stessa fine conducono all’inesorabile annientamento.
Il primo movimento della raccolta, quindi, riprende alcune ossessioni dell’autore: la minuziosa capillarità degli indizi («in quel momento freddo/ in quel mormorio/ di indizi e milligrammi», p. 21, vv. 4-6), l’agonismo, cristallizzato però, quasi un puntello per far muovere alcuni testi poco originali:

Nessuno, morte, ti conosce meglio di me
nessuno ti ha frugata in tutto il corpo
nessuno ha cominciato così presto
a fronteggiarti… tu nuda e ribelle alla farsa
delle preghiere… tu mi hai rivelato
il pungiglione delle ore perdute
e la malia di quelle che mi attendevano felici
e senza dio… in un’area di rigore… laggiù…
nel fischio micidiale del minuto.

(p. 20)

Il “patto” relazionale si scontra con la gerarchia ineluttabile dell’imprevisto, quasi un marchio fatale che “specializza” l’esistenza, stigmatizzandola nel nulla:

“Sarai una sillaba senza luce,
non giungerai all’incanto, resterai
impigliato nelle stanze della tua logica”

“Sarai la crepa stessa
delle tue frasi, una recidiva,
una voce deportata, l’unica voce
che non si rigenera morendo”

(p. 17)

Questa sensazione mortuaria, che emerge nel testo appena letto, dipende dalla voglia di anticipare, pre-vedere l’inesorabile, come in uno strano epitaffio rovesciato in cui il futuro (sottolineato peraltro dall’anafora all’inizio delle due strofe) è arrogato da un dire che si rende necessario proprio laddove si vorrebbe inibire, manifestando proprio quella fine cui, invece, si vorrebbe resistere. «Capobranco della nostra fine» (p. 16, v. 3) è, questo linguaggio che contraddice se stesso, più che monito, disgrazia. D’altronde un incipit come questo, «Non puoi immaginare, amico mio, quante cose/ restano nascoste in una fine» (p. 22, vv. 1-2), crea distanza dal lettore, ma non per la sorpresa dell’impatto (nessun agone ma un’agonia), quanto perché la presunta sapienza scade nella saccenteria a causa dell’assertività dell’enunciato. A complicare la vicenda è il rimescolamento del testo successivo, in cui la richiesta del contatto crea un cortocircuito, un’oscillazione di senso che sfibra il registro e si tramuta in caduta stilistica: «Non so, credimi, se riuscirò. Ascolta,/ vienimi vicino, posso dirti che il sangue/ zampilla scuro ma non riesco a cancellarmi/ c’è un silenzio fatato che in me respira» (p. 23, vv. 1-4).
La parola ferma, il punto di confine, il centro di gravità, sono preoccupazioni novecentesche, questo è certo, ma il loro trattamento metalinguistico, proprio in quanto scia del secolo precedente, è segnale di decadenza e assenza di prospettiva. Il «segreto frastuono» di p. 27 è indizio di come Incontri e agguati intende trattare il mondo, nell’assenza di un codice di accesso che conduce alla commiserazione: «… ciò che sono/ un povero fiore di fiume/ che si è aggrappato alla poesia» (p. 27, vv. 4-6). Commiserazione del mondo equivale ad autocommiserazione del soggetto ed è in questa dimensione, abbiamo visto, che si chiude la prima parte del libro.
La sezione omonima, Incontri e agguati appunto, non muta registro, si passa pleonasticamente dalla fine al vuoto: «un vuoto mai estinto nella fronte, un vuoto/ torrenziale…» (p. 31, vv. 6-7). Però, la seconda è anche la sezione dei testi più toccanti (se li si esula dal contesto): Il tempo era il tuo unico compagno (p. 33) e Il vento ti accompagna a ogni virata (p. 37). Per il resto si assiste al tentativo di ritrovare un linguaggio e si limita il proprio ad alcuni ripescaggi di maniera: «con il tuo sguardo matematico hai indicato/ alcune grandezze, hai disegnato sull’asfalto/ i minuti di un teorema ridente e ogni minuto/ è un’epoca che abbraccio e tu non lasci/ deserte le ore…» (p. 34, vv. 3-7); «Una lama di fosforo ti distingueva/ e ti minacciava, in classe terza,/ ti chiedeva ogni volta il voto più alto, l’esempio/ perfetto del condottiero…» (p. 35, vv. 1-4); «…Dove sei,/ ti chiedo silenzioso. Dove siamo?…» (p. 35, vv. 18-19); «Mi sono allontanato, vedi, dal campo/ delle nostre partite iridescenti/ e mi troverai qui, sotto le parole» (p. 38, vv. 1-3); «Dolce niente/ che mi hai condotto negli anni/ del puro suono…» (p. 39, vv. 1-3). E la lista potrebbe allungarsi per dimostrare, ma a che serve accanirsi, la mancanza di vigore. La tensione ferrea che aveva contraddistinto la scrittura di De Angelis, in questa raccolta è come ammorbata, inflaccidita proprio dal tema prescelto, lo si voglia chiamare vuoto, fine o niente: «dolce niente e cupo niente/ voi siete la stessa cosa per sempre» (p. 39, vv. 10-11).
Dagli “incontri e agguati” con la “nientità” della seconda sezione, si giunge, infine, all’ultima parte, Alta sorveglianza, un poemetto sulla reclusione o, meglio, sulla trasposizione metaforica del concetto e sull’influenza nell’animo del soggetto. Purtroppo, anche in questo caso, non si verificano effrazioni dal canone lirico secondo-novecentesco né dalla maniera dell’autore, si resta nel “cuore del soggetto”. Ma non occorre pensare a una resistenza produttiva, a scelte che testimonino il mutamento e la perdita, quanto alla riproduzione di schemi consueti che si spingono fino ai confini preoccupanti del vaticinio: «parlavi di lei oscura furia delle melograne» (p. 55, I, v. 8), ecco il niente che non può più illuminare nella sua insensatezza. La sensazione suscitata nel lettore è di stanchezza e a volte l’autore pare riconoscerlo: «Opera, sei dappertutto ma non so dove sei» (p. 56, III, v. 1), esponendo finalmente il suo disorientamento.
Per De Angelis, non è una novità, il mondo è la cella da cui guardare un “resto” inconoscibile, un “altrove” che si configura a volte come augurio, altre come rovina. Il mistero, agli occhi disillusi degli uomini postumi che già siamo, nell’epoca della trasparenza acquisita e della trasformazione identitaria, è un’ingenuità del linguaggio, cui viene richiesto di scoprirsi e affrontare il proprio mutamento, non certo di ritrarsi nelle retrovie della vecchia dialettica. Certo, la “visione” dal carcere è parte concreta dell’esperienza dell’autore, ma la compartecipazione è, mi viene da dire, “distopica”, si proietta nel disturbo e lo trasfigura nel male comune, in un movimento metafisico: «…sei tornato/ dall’aldilà, hai risposto che dio non esiste/ ma le anime sì…» (p. 57, IX, vv. 1-3). La prospettiva infernale della reclusione («sei nell’ateismo/ di ogni battito cardiaco, reclusione, reclusione», p. 57, VIII, vv. 2-3, nell’iterazione quasi un mantra, un autoconvincimento, una preghiera) è riprova dell’atteggiamento lirico di cui si diceva. Il processo infatti termina (?) nello sterminio senza termine del solo atto di luce plausibile per il soggetto: dalla gabbia delle parole alla catarsi, a volte consolatoria ma oggi ingenua, della poesia:

XIV

Era l’aggravarsi
di ogni atto nel buio di se stesso,
la cieca evasione, l’indulto
che ha potuto liberarci
per una notte sola,
per una sola notte sterminata.

(p. 59)

«Sul sentiero dell’estinzione» (p. 62, XXII, v. 2), cioè su un percorso dato, si muove un “cammino” predestinato, infatti l’explicit del libro ci dice questo andare «verso la notte spoglia» (p. 64, v. 4), obiettivo finale, «punto saliente» (p. 64, v. 5) in cui le ombre hanno il sopravvento su quella «vita fanciulla» (p. 64, v. 11) che nient’altro è se non il simbolo, troppo abusato peraltro, del “paradiso perduto” di classica memoria.
Incontri e agguati, a ben vedere, è la sconfitta della nominazione “originaria” (se ancora fosse accettabile ragionare in termini di origini o “età dell’oro”) – si veda il «nome» triplicato al verso 23 di p. 65 – sul campo di battaglia dialettico, agonizzante tra «salvezza» ed «esecuzione».

Gianluca D’Andrea
(Dicembre 2015)

Arthur Rimbaud: una poesia da “Opere” (Mondadori, 1975) – Postille ai testi

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Un ritratto di Arthur Rimbaud by © Jude Boid

di Gianluca D’Andrea

Arthur Rimbaud: una poesia da Opere (1975)

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Au Cabaret-Vert

Depuis huit jours, j’avais déchiré mes bottines
Aux cailloux des chemins. J’entrais à Charleroi.
– Au Cabaret-Vert : je demandai des tartines
Du beurre et du jambon qui fût à moitié froid.

Bienheureux, j’allongeai les jambes sous la table
Verte : je contemplai les sujets très naïfs
De la tapisserie. – Et ce fut adorable,
Quand la fille aux tétons énormes, aux yeux vifs,

-Celle-là, ce n’est pas un baiser qui l’épeure ! –
Rieuse, m’apporta des tartines de beurre,
Du jambon tiède, dans un plat colorié,

Du jambon rose et blanc parfumé d’une gousse
D’ail, – et m’emplit la chope immense, avec sa mousse
Que dorait un rayon de soleil arriéré.

*

Al Cabaret-Vert

Da otto giorni avevo straziato i miei stivali
Sulle pietre dei sentieri. Entrai a Charleroi.
– Al Cabaret-Vert: chiesi qualche crostino
Imburrato, e prosciutto purché non proprio freddo.

Beato, distesi le gambe sotto il tavolo
Verde: contemplavo i molto ingenui soggetti
Della tappezzeria. – E fu delizioso, quando
La ragazza dalle tette enormi, l’occhio vispo,

-Questa, non sarà mai stato un bacio a spaventarla! –
Mi porse ridente i crostini imburrati
E il tiepido prosciutto, in un piatto dipinto,

Prosciutto bianco e rosa profumato d’uno spicchio
D’aglio, – e mi riempì il boccale immenso, spumeggiante
D’oro in un raggio di sole ritardato.

(Trad. di Diana Grange Fiori)


Postilla:

Il luogo è un ritorno al desiderio della pienezza. Solo il ricordo, però, il conte di Rimbaud è lo sgorgo psichico di un’immaginazione che si fa iperreale proprio quando la realtà sembra avvicinarsi. La frustrazione di questo desiderio è il disastro di qualunque equilibrio e, in questa che è soprattutto una caduta, la produzione di miracoli misteriosi. Come spiegare l’ultimo verso, quel “soleil arriéré” sconvolgente perché proprio in quel posto, a ritardare la parola, come in ritardo è il raggio del senso, in ritardo il soggetto, e tutto dopo la descrizione di un quadro grottesco, puro nella sua volgarità. Ah! ma le “tétons énormes” quel soggetto non le afferra, le immagina, immagina la disponibilità di una realtà che resta inappropriabile, in ritardo perpetuo appunto, che è ricordo di una possibilità sempre in fuga. Distrutta per sempre l’aderenza, inefficace ogni mimesi, resta la deformazione. Così noi ci fermiamo a un passo dal godimento: dislocati, sfocati rispetto alla casa, senza soddisfazione sensuale (la birra non è bevuta, ah! la colpa dell’infante, troppa straziante dolcezza), quei sensi irrequieti e inevitabilmente stravolti. E, infatti, non è neanche la psiche a intervenire ma una visione, una psichedelia dai colori ossessivi: il verde sempre invasivo in Rimbaud, la tenerezza nell’accostamento “alimentare”, prosciutto tiepido quanto ambiguamente accogliente («à moitié froid») – bianco, rosa – il giallo del burro che sfuma e si trasfigura nel crepuscolo dorato del finale, nel tramonto definitivo, ritorno senza godimento. L’ottuso vicolo cieco di un mondo “ritardato”.

Pier Luigi Bacchini: una poesia da “Canti territoriali” (Mondadori, 2009) – Postille ai testi

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Pier Luigi Bacchini

di Gianluca D’Andrea

Pier Luigi Bacchini: una poesia da Canti territoriali (2009)

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Il cinghiale

Ficcato, il suo grifo villoso, contro il muro
tra le bottiglie. Trofeo di caccia
sull’Appennino. Tra etichette di vigneti scelti,
– e i rovi. Con i canini arcuati,
l’occhio obliquo. Una regalità selvaggia. E la polvere
si è depositata, adagio, su quei vetri
di vini tabaccosi. Appeso. Morsicato dai cani. Fulminato
dalle doppiette.

——————————–Ma nel suo occhio fisso
vi sono stati mondi.

—————————-Universi sprofondati. Diverse
fertilità, dimensioni. Ben prima di questa,
che ha le primordiali ascendenze nel mare,
e lo sguardo viscido dei padri.

———————————-Nell’occhio cosmico del mostro
la furia polverosa, il maligno
col grugnito nel brago
che grufola nell’uomo.


Postilla:

Il luogo dell’estinzione è il corpo. Un cadavere mutilato ed esposto. Da quest’immagine “villosa”, chiaro riferimento venatorio, si dipana un percorso di conoscenza e riflessione sul male, sulla devastazione. Pietas quasi nulla ma accensioni brusche di una consapevolezza che si muove per salti. Dal primo quadro descrittivo (prima strofa) che permette un orientamento spaziale, veniamo “sparati fulmineamente” dentro l’occhio morto, il quale riflette un universo un tempo vitale. Anzi, l’Universo “sprofondato nelle possibili dimensioni”. Ecco che “l’occhio cosmico” di quello che non è solo un animale, bensì un monstrum, il prodigio, l’innaturale di un contrasto, è rimando alla bestialità che è sempre stata dell’uomo. Dall’atmosfera visiva iniziale si passa alla visione sonora che preannuncia, o meglio sottolinea, la trasfigurazione (per questo si noti il “grappolo” onomatopeico che rimbomba negli ultimi versi).

Bartolo Cattafi: una poesia da “Le mosche del meriggio” (Mondadori, Milano 1958) – Postille ai testi

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Bartolo Cattafi a Messina, fotografato da Walter Mori per Epoca, 1972

di Gianluca D’Andrea

Bartolo Cattafi: una poesia da Le mosche del meriggio (1958)

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Il giorno dopo

L’autunno ha mari teneri, ha colori
che calme navi tagliano; cadranno
foglie e cieli sospesi per un filo.
Andare sino all’albero, sedersi,
entrare in confidenza con l’inizio
di radiche più avide e vive verso il basso.
Abbiamo accanto povere fredde cose,
bucce, bottiglie, frammenti di memoria,
più in là c’è il mare.
«L’ultima domenica», e ci trovi
ancora ansanti, il cuore
un poco stanco per la festa,
branco che più non fugge, prede
colorite dal ferro irto nel mondo
dal vino, dai fuochi solitari.
Ci vinse
questa striscia di fumo sulla terra,
fu sempre obliqua l’ombra
che ci seguí in silenzio.


Postilla:

Passaggio di sfumature e accenti perentori. Se l’andatura discorsiva dei primi versi – endecasillabi piani, “paesaggistici” – introduce le suggestioni autunnali di un incontro con la natura, la “tenerezza” della visione si accende quando lo sguardo dell’osservatore si abbassa alle radici («di radiche più avide e vive verso il basso») dell’essere, attivando la riflessione sul mutamento dei luoghi e, più precisamente, della disposizione delle “cose” nei luoghi. Quasi a metà componimento, l’indizio principale è l’accumulazione per asindeto, la triplicatio «bucce, bottiglie, frammenti di memoria», in cui gli ultimi pur appartenendo all’universo intimo del soggetto, non possono allontanarsi dall’abbraccio freddo dell’inanimato. Le radici della trasformazione si dirigono, allora, dal mondo ancora “naturalisticamente” presente nel corpo del soggetto all’allontanamento scissorio in un nuovo paesaggio, il «ferro irto» confitto «nel mondo».
La conclusione, altamente assertiva, non lascia scampo: «Ci vinse» – ancora il senso d’appartenenza a un comunità, la prima persona plurale avvolgente, per quanto sconfitta – qualcosa di indefinito che si insinua dal silenzio. Dal fumo, ancora percepibile dopo fuochi e macerie, all’ombra, la figura disorientata che vaga in “nuove selve”, senza possibilità di adattamento, senza punti saldi. Autunno, immagine obliqua, il giorno dopo.

Wallace Stevens: due poesie da “Opus postumum” in “Wallace Stevens – Tutte le poesie” (I Meridiani, Mondadori 2015) – Postille ai testi

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Wallace Stevens in un disegno di Davide Racca (2015)

di Gianluca D’Andrea

Ultimo intervento mentre si annuncia il riposo estivo. La rubrica riprenderà a fine agosto. Mi piace chiudere con un autore a me profondamente caro, in occasione dell’uscita di un Meridiano che aspettavo da tanto, troppo tempo. Per questo non finirò di ringraziare Massimo Bacigalupo che così tanto ha fatto per la diffusione e la ricezione di Wallace Stevens in Italia.

Wallace Stevens: due poesie da Opus postumum (2015)

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JULY MOUNTAIN

We live in a constellation
Of patches and of pitches,
Not in a single world,
In things said well in music,
On the piano, and in speech,
As in a page of poetry –
Thinkers without final thoughts
In an always incipient cosmos,
The way, when we climb a mountain,
Vermont throws itself together.

*

MONTAGNA A LUGLIO

Viviamo in una costellazione
di chiazze e schizzi,
non in un mondo unico,
in cose dette bene in musica,
al pianoforte e con parole,
come in una pagina di poesia:
pensatori senza pensieri conclusivi
in un cosmo sempre incipiente,
così come, quando scaliamo un monte,
il Vermont si combina d’improvviso.

(Trad. di Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Testo profondamente ricettivo, che dice molto del nostro tempo e dell’assoluto. La percezione non definibile dei primi due versi apre il quadro a una «costellazione» tutta da venire – è il sempre della prima scoperta di «un mondo» non «unico» ma sempre in propulsione verso possibilità molteplici (del dire? del pensiero? dell’arte? dell’espressione del soggetto, certo non conclusiva ma compartecipe nella sua costruzione). Solo così il «cosmo» è «sempre incipiente», riattivabile nel tentativo ravvisato che ricompone e cristallizza per un attimo il panorama (cioè il senso del quadro): «Vermont throw itself together».


A MYTHOLOGY REFLECTS ITS REGION…

A mythology reflects its region. Here
In Connecticut, we never lived in a time
When mythology was possible – But if we had –
That raises the question of the image’s truth.
The image must be of the nature of its creator.
It is the nature of its creator increased,
Heightened. It is he, anew, in a freshened youth
And it is he in the substance of his region,
Wood of his forests and stone out of his fields
Or from under his mountains.

*

UNA MITOLOGIA RIFLETTE LA SUA REGIONE…

Una mitologia riflette la sua regione. Qui
in Connecticut, non abbiamo mai vissuto in un tempo
in cui la mitologia era possibile: ma se così fosse stato…
Da ciò la questione della verità dell’immagine.
L’immagine deve essere della natura del suo creatore.
È la natura del suo creatore accresciuta,
esaltata. È lui, fatto nuovo, in una gioventù fresca
ed è lui nella sostanza della sua regione,
legno delle sue foreste e pietra dei suoi campi
o di sotto i suoi monti.

(Trad. di Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Il Connecticut, metonimia del mondo (lo spazio raccolto di Stevens – i suoi luoghi intimi o abitudinari – non differisce dalla dimensione cosmica da cui ogni emergenza reale può essere attinta). Fabula mitologica come ipotesi possibile dell’accadere in un quadro di piena percezione. Solo «la natura del suo creatore» rende accessibile «l’immagine», come in un potenziamento della stessa nella disposizione del soggetto al reale.
La poesia esalta la natura e rigenera il soggetto (“La poesia è un mezzo di redenzione”, recita uno degli adagi di Stevens in conclusione al Meridiano), il «fatto nuovo» capace di dare parola alla «sostanza della sua regione», narrando da “dentro” le “parti” del suo mondo.
La nuova mitologia che cresce dal mondo, «from under his mountains», cui il soggetto stesso appartiene – di cui si sente parte intima, potendo, una volta rigenerato, ricostruirne la “fabula”, il mito, appunto.

 

Seamus Heaney: una poesia da “District e Circle” (Mondadori, Milano 2009) – Postille ai testi

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Seamus Heaney

di Gianluca D’Andrea

Seamus Heaney: una poesia da District e Circle (2009)

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On the Spot

A cold clutch, a whole nestful, all but hidden
In last year’s autumn leaf-mould, and I knew
By the mattness and the stillness of them, rotten,
Making death sweat of a morning dew
That didn’t so much shine the shells as damp them.
I was down on my hands and knees there in the wet
Grass under the hedge, adoring it,
Early riser busy reaching in
And used to finding warm eggs. But instead
This sudden polar stud
And stigma and dawn stone-circle chill
In my mortified right hand, proof positive
Of what conspired on the spot to addle
Matter in its planetary stand-off.

*

In quel momento

Un intero nido d’uova fredde, semi nascosto
nel concime di foglie dell’autunno scorso, compresi
dalla sua immobile opacità, marcito,
mutava in sudore di morte la rugiada del mattino
che non ne rischiarava i gusci ma li infradiciava.
Ero a carponi là nell’umida
erba sotto la siepe, in adorazione,
mattiniero, intento a tendere la mano
e avvezzo a trovare uova tiepide. E invece
questa improvvisa borchia polare
e marchio e freddo d’alba cerchiato di pietre
nella mia mortificata mano destra, prova evidente
di ciò che tramava in quel momento per guastare
la materia nel proprio impasse planetario.

(Trad. di Luca Guerneri)


Postilla:

Tempo gelido dell’eterno, nell’ultimo tentativo di riscatto che il ‘900 poteva offrire: l’aspettativa, anche se qui il miglioramento, che il rito vitalistico sembrava presupporre, è disatteso. «This sudden polar stud», immagine pietrificante del disincanto, quel nido raggelato mortifica l’apprensione e lascia tra le mani la ripetizione, come un assillo, della caduta. «Stand-off» planetario, perché la terra (il mondo) è questo “stop” che annulla la speranza. La fine è sorpresa della fine, ma questo è ieri. L’oggi è neutralità soggiogata da un’altra “impasse”, quella del soggetto spettralmente assuefatto al proprio essere, mortalmente definito dal proprio tempo. «My mortified right hand» è pura retorica, metonimicamente tende a indicare la mortificazione della materia (e sua caduta gravitazionale: la caduta del nido è, infatti, la caduta di una dimora che si pensava ancora salvabile), il guasto immedicabile della speranza – e dello spirito – che si credeva abitasse la materia stessa, la quale diviene «mattness» e, infine, «stillness», ovvero «death sweat» del mondo, senza che «la rugiada del mattino» possa riacquistare quel senso di rinascita una volta pertinente. Una volta, cioè in altri tempi.

Franco Buffoni: una poesia da “Jucci” (Mondadori, Milano 2014) – Postille ai testi

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Buffoni, Jucci, Eternit (Collage di Gianluca D’Andrea)

di Gianluca D’Andrea

Franco Buffoni: una poesia da Jucci (2014)

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Come un eternit

Ho provato a pensarti dal futuro
Da quando e dove
Ferma nel tempo io
Ti vedrò salire
Sempre più vicino
All’età mia.
Giusto un attimo prima fermerò il pensiero
Per festeggiare il nostro compleanno alla pari
Col mio safari nella tua sorpresa.

Come quando assistevi al tuo funerale
E lo trovavi troppo lungo
E contemplavi il tuo cadavere,
Funambola.

E l’ultima volta la mia tomba
Cancellata dalla neve…
Tu che mi cercavi, giocherellone insensato
Pirla gaudioso.

Arrivi, arrivi, e con i tuoi capelli…

Le note stonate hai sempre saputo
Come chiamarle a raccolta.

Di quando, per vincere il pallore,
Ti cimentavi coi colori accesi
Il verde e il paonazzo
L’incarnato e il ranciato.
Ma perché è ondulato il mio ricordo?
Come un eternit mi lavora alle tempie
E sotto il mento mi sorprende…

Perché io innamorata sono dentro di te,
più ti scuoti per allontanarmi
più io penetro in profondità.


Postilla:

La poesia di Jucci sconvolge il racconto e la percezione degli eventi (per un’analisi accurata dell’intero libro, qui).
Come un eternit è un testo paradigmatico – già questo titolo funge da richiamo sonoro al tempo epocale, assoluto, che si allarga da un riferimento contingente, collaterale e, in apparenza, accessorio.
Eterno è il tempo della memoria, in cui ogni evento diviene possibilità. Lo spettro (dell’amica?) vive trasfigurato in presenza. Dialogo con le ombre, realtà alla seconda potenza, sdoppiamento che si concreta in un piano “oltranzista”, e quindi estremo, più che oltremondano, nell’iper-realtà che ci pertiene.
Jucci è una previsione nell’abbattimento della linearità temporale – ma la poesia, quella vera, non è sempre questo dialogo temporale con le ombre? l’abbattimento dei limiti del “comune” partendo da ciò che di più comune abbiamo (il dolore) e l’approdo a una nuova dimensione percettiva?
«Ma perché è ondulato il mio ricordo?/ […] Perché io innamorata sono dentro di te», in profondità noi siamo spettri di uno stesso essere: scisso, o meglio, incalcolabile.

Mark Strand (11 aprile 1934 – 29 novembre 2014)

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Mark Strand – by Ezequiel Zaidenwerg ©

Mark Strand. Poeta, saggista, traduttore, era nato nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island (Canada). È morto il 29 novembre 2014 a New York. Ha ricevuto numerosi premi tra cui il Pulitzer per la raccolta di poesie Blizzard of One.

Poesia

1964: Sleeping with One Eye Open, Stone Wall Press.
1968: Reasons for Moving: Poems, Atheneum.
1970: Darker: Poems, including “The New Poetry Handbook”, Atheneum.
1973: The Story of Our Lives, Atheneum.
1973: The Sargentville Notebook, Burning Deck.
1978: Elegy for My Father, Windhover.
1978: The Late Hour, Atheneum.
1980: Selected Poems, including “Keeping Things Whole”, Atheneum.
1990: The Continuous Life, Knopf.
1990: New Poems.
1991: The Monument, Ecco Press (see also The Monument, 1978, prose).
1993: Dark Harbor: A Poem, long poem divided into 55 sections, Knopf.
1998: Blizzard of One: Poems, Knopf.
1999: Chicken, Shadow, Moon & More, Turtle Point Press.
1999: “89 Clouds” a single poem, monotypes by Wendy Mark and introduction by Thomas Hoving, ACA Galleries (New York).
2006: Man and Camel, Knopf.
2007: New Selected Poems.
2012: Almost Invisible, Random House.

2 poesie

What it was

from “Blizzard of one”

I

It was impossible to imagine, impossible
Not to imagine; the blueness of it, the shadow it cast,
Falling downward, filling the dark with the chill of itself,
The cold of it falling out of itself, out of whatever idea
Of itself it described as it fell; a something, a smallness,
A dot, a speck, a speck within a speck, an endless depth
Of smallness; a song, but less than a song, something drowning
Into itself, something going, a flood of sound, but less
Than a sound; the last of it, the blank of it,
The tender small blank of it filling its echo, and falling,
And rising unnoticed, and falling again, and always thus,
And always because, and only because, once having been, it was…

II

It was the beginning of a chair;
It was the gray couch; it was the walls,
The garden, the gravel road; it was the way
The ruined moonlight fell across her hair.
It was that, and it was more. It was the wind that tore
At the trees; it was the fuss and clutter of clouds, the shore
Littered with stars. It was the hour which seemed to say
That if you knew what time it really was, you would not
Ask for anything again. It was that. It was certainly that.
It was also what never happened – a moment so full
That when it went, as it had to, no grief was large enough
To contain it. It was the room that appeared unchanged
After so many years. It was that. It was the hat
She’d forgotten to take, the pen she left on the table.
It was the sun on my hand. It was the sun’s heat. It was the way
I sat, the way I waited for hours, for days. It was that. Just that.


Cos’era

da “Blizzard of one”

I

Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; la sua azzurrezza, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

II

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.

(da Mark Strand: Blizzard of One, traduzione di Damiano Abeni).

*

My name

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.


Il mio nome

Una sera che il prato era verde oro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii
come si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

(da Mark Strand: L’uomo che cammina un passo avanti al buio – Poesie 1964-2006, Mondadori, 2011, traduzione di Damiano Abeni).