Diario – Primavera: 2) Il terreno ha accumulato calore

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Vincent Van Gogh, Paesaggio a Saint-Rémy (1889)

Ricercate, passaggi et cadentie: Ricercata terza, RISM A/I: B 1229 ; RISM B/I: 1585 · Dorothee Oberlinger · Giovanni Bassano

Diario – Primavera: 2) Il terreno ha accumulato calore¹

Le parole dovrebbero rispondere sempre a un’urgenza. In questi giorni “forzati”, nell’imprecisione verbale dei comunicati, dei decreti, nonostante gli sforzi, per me sempre più distanti, di una politica boccheggiante, ogni giorno sempre più destituita dalla funzione di collante sociale, si delinea un contagio “universale”, un’assenza. Le parole non rispondono a nessuna urgenza primaria, non stabiliscono contatti, non producono “calore”. La sfera dell’infotainment ha fagocitato la capacità di soffermarsi sul messaggio, sulla lingua, sulla parola, ecc., impossibile negarlo. Eppure non risponde ad alcuna necessità, in prospettiva futura – con quello che può voler dire futuro nel quadro di tempo inesistente che ci avvolge – indugiare su questa consapevolezza, che poi, a ben vedere, è una reazione, un moralismo da bei tempi passati, ecc.
Il terreno è caldo, aperto a un nuovo racconto immaginifico, e la parola deve corrispondere: «Ecco dunque che prendo il largo, partendo dalle colonne d’Ercole, e diretto verso Occidente, col vento in poppa, mi inoltro nell’Oceano» (Luciano di Samosata, Storia vera). Provare e provare un altro racconto, trovarlo.

«Insomma noi viviamo correndo all’inseguimento della vita inappropriabile. Di quella vita che, forse, faremo infine sparire o che attraverso di noi si annichilerà – splendido bagliore, bella animazione che troverà così la sua (ri)soluzione».

(J. L. Nancy, Animalità animata)

Eppure, necessitiamo di un nuovo inizio. Questa evidenza non trova sbocchi, appare eccessiva, addirittura ambiziosa. Per uscire dall’impasse, occorre “vedere” un altro mondo, ma proprio arrischiare una visione. I segnali-segni-sensi ci sono – sono in “evidenza” – bisogna disporsi a una raccolta nel cammino.
In cammino è la visione del mondo, guardare il mondo nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo.

Le giornate di clausura mi fanno riflettere sulla scomparsa. È un problema di disposizione e attrito: una dislocazione. Il massimo da realizzare è un minimo di osservazione da tradurre in parole: mettersi da parte, emarginarsi per contemplarlo.

Guardo il gioco di luce
il pavimento disegna altre forme
usano parole nel nulla
le scarpe vuote sono occhi.

Amenità, ecc., dalla casa nessuna illusione, proviamo a restare in equilibrio.

Pulci e pidocchi
e un orinale
accanto al guanciale

(Bashō) e la casa divenne tempio. Ogni oggetto è spostato e cerca di tornare il più vicino possibile al posto d’origine. Brillano schermi in tutte le stanze. Non mi parlare di freddi astratti, nevi metafisiche, il caldo scioglie i corpi in questa primavera senza pioggia. Troppe favole sbagliate, troppi messaggi, troppa “socialità”, troppo vuoto a perdere, meglio un riciclo all’inizio del ciclo, quando potrebbe ancora esistere il silenzio.
Un altro mondo esiste nei gesti che cambiano collocazione agli oggetti e nel turbinio di noia che ne può scaturire. Tranquilla, pasciuta nello slime psichico dell’intrattenimento, «la nostra incapacità di proporre una visione e di innovare in modo radicale» (S. Quintarelli, Capitalismo immateriale).


Nota:
¹ Il titolo è la traduzione di un verso di Michael Krüger.

Poesie dall’inizio – 19) Krüger

Cosa resta ce lo dice questa poesia di Krüger: un “mondo nero” evocato da figure nere, gli “uccelli” che, quasi hitcockianamente, “occupano” la “zona” (ma quanto risuona il “land” dell’originale, il paese, la terra). Il rischio risiede in quell’indifferenza tutta naturale che avvolge anche le parole.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 19) Krüger

krüger

Grandi uccelli neri
occupano da giorni questa zona.
Indifferenti, ci tolgono
la parola di bocca.
Cosa volevamo raccontare?
Quello che volevamo essere
prima che morte e assassinio
diventassero i nostri vicini,
uno a destra uno a sinistra.
Ora perdiamo il tempo
senz’aprir bocca. Gli uccelli, intatti,
a forza di discorsi entrano
nel loro mondo nero.

(Michael Krüger, Il coro del mondo, Milano, 2010, traduz. Anna Maria Carpi)

*

Große schwarze Vögel
besetzen seit Tagen das Land.
Sie nehmen uns, ungerührt,
das Wort aus dem Mund.
Was wollten wir erzählen?
Davon, wer wir sein wollten,
bevor Mord und Totschlag
unsere Nachbarn wurden,
einer links, einer rechts.
Jetzt verlieren wir wortlos
die Zeit. Die Vögel, ungerührt,
reden sich ein in ihre
schwarze Welt.

Michael Krüger, “Spostare l’ora”, Mondadori, Milano 2015

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Spostare l’ora (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

Michael Krüger, Spostare l’ora, Mondadori, Milano 2015

Spostare l’ora, in tedesco Umstellung der Zeit (cambiamento del tempo, tempo che si sposta). Leggo il libro nella traduzione di Anna Maria Carpi, ogni pagina è la tappa di una lunga vertigine, spazio e tempo appaiono come dilatazioni rimasticate di Storia e Natura, la civiltà è stata una parentesi nella grande suppurazione delle parole che, adesso, testimoniano la verità della sua fine. Così possiamo leggere:

La mia scrivania ad Allmannshausen

Nella casa accanto, su per il pendio,
ha vissuto il ministro degli Esteri di Mussolini
prima che lo portassero in Italia e lo impiccassero.
E una casa più in là il poeta preferito di Hitler,
Hanns Johst, a cui, è chiaro, le parole arrivavano in volo.
Io ho davanti mucche, scoiattoli e cavalli
e con la finestra aperta sento da lontano l’autostrada.
Ad attribuire all’uomo buoni sentimenti
non si è tenuti.
Quando il sole cala, mi vedo riflesso
nella finestra, ma è ovvio che anche gli specchi possono sbagliare.

(p. 9)

La storia è ancora richiamo ma non orientamento. Il ricordo si frantuma nell’impossibile riconoscimento, nello spostamento temporale che è sfasatura ma anche possibilità: «peraltro / anche il melo, che come me / è venuto al mondo durante la guerra, / riprende a fiorire» (Cartolina postale, maggio 2012, p. 13, vv. 14-17).
Storia e Natura sono resettate e la speranza è come congelata, per quanto arrivino barbagli stranianti che richiamano a una salvaguardia che le vecchie parole non possono garantire, per questo occorre svilupparne la resilienza nella mutazione spaziale.

Tre venti, Pentecoste

Un vento birichino
si dondola nelle tende,
un altro legge
in fretta e furia il mio libro,
un terzo raccoglie sassi
perché il mondo non
abbia a sparire prima del tempo.
In quali lingue
dovrebbe uno parlare
per risanare il mondo?
E davvero ci sono
cinquanta parole per dire luce?

(p. 15)

Le trasformazioni in atto vanno lette nel differimento dell’asse della Weltanschauung otto-novecentesca che da visione totalizzante si frantuma nei rivoli dell’esistente. Per questo Krüger (classe 1943) attraversa la crisi etica anche su un piano generazionale. Non c’è rimpianto nella sua poesia, come è possibile intuire leggendo anche le precedenti raccolte (su tutte Il coro del mondo, pubblicata in Italia nel 2010), ma una solida consapevolezza del passaggio epocale: il tempo riassorbe lo spazio conglobando dimensioni percettive non ancora chiaramente esplicabili: «il mondo è diventato così piccolo / che le rondini che volano basso / se lo inghiottono in volo» (Crepuscolo, p. 37, vv. 20-22).
I riferimenti naturalistici – gli alberi e gli animali che si affacciano dalla trama testuale – sono allegorie di un attraversamento, compagini di esseri non troppo diverse dagli uomini, nonostante i vecchi nomi, e sempre in punto di morte: «Una nuova cronologia si apre / l’anno dopo la morte della betulla» (La morte della betulla, 2011, p. 41, vv. 11-12).
Quanto già detto ci orienta in un percorso che fa del dislocamento spazio-temporale l’unica direzione plausibile ma ancora all’interno di un passato linguistico che fatica a interloquire col nuovo scenario. Alcuni passaggi del libro riescono a rielaborare la frammentazione di senso per mezzo dell’accumulo verbale – accumulatio e diallage sono necessità retoriche in direzione di un’inedita volontà del dire -, per cui i pannelli spaziali si aprono sul vuoto, in una scenografia, se non visionaria quantomeno straniante, nella quale macro e micro eventi s’intersecano. Quanti linguistici che tessono una teoria di vicende, quasi una generalizzazione degli stessi su sfondo liquido, ai limiti della percettibilità in cui il soggetto è trasformato in uno di questi stessi pannelli, senza espressione:

Volo per Istanbul

La depressione pannonica, poi Sofia,
inimmaginabile che laggiù ci vivano degli umani.
Ci sono villaggi, ma umani niente.
Il Danubio agile si scansa
se incontra qualche ostacolo.
A tratti monta un lampo,
forse è un bambino smarrito
che fa segnali con uno specchio.
Sono io, io, vorrei gridare.
Esili colonne di fumo, cielo a pecorelle,
e poi si vede già il mare.

(p. 73)

Archeologia, scomparsa del soggetto, fantasmizzazione, surrealtà. Il sottofondo di un buio incipiente che si fa grado a grado sintomo d’inquietudine. “Aver detto tutto” scivola nel “non aver detto nulla”, un’ansia insonne s’insinua dalle propaggini inutilmente definitive del postmoderno e rilancia, per quanto meccanicamente (l’accumulo di cui in precedenza), la nuova necessità di nominazione, proprio all’interno del buio:

Insonne

Una porta semiaperta
in cui s’insinua la notte
per mettere ordine.
In lontananza passano dei treni,
un vagone che somiglia all’altro.
I viaggiatori dormono, nessuno nota
che uno è sceso.
Ora è qui alla mia finestra
per tramutare un’anima disobbediente
in un prezioso recipiente.
Gli occorre molto calore.
Io alla storia non occorro.
Lei procede insonne inciampando
fra Kitsch e Gloria.
Ma sono io il recipiente
colmo di dubbio fino all’orlo.
È la lezione della notte.

(p. 111)

E da quel buio insonne riparte la visione, il sogno (das Träumen):

Quasi nulla

Ho sognato una minuscola pila tascabile
che gettava ombra in cerca di soccorso.
L’ombra mi restava sempre dietro,
sempre dove c’era ancora speranza
di comprendere l’oscurità.
Mi precedevo oppure mi seguivo?
Arrivavo intanto in un posto dove si contavano
le lacrime, sette lacrime per un mondo perduto.
Così fui di ritorno, la porta si spalancava,
e vedevo dove c’erano stati i libri
un mondo in rigoglio.

(p. 129)

La visione sembra abolire la possibilità prospettica ancorata ai vecchi criteri di lettura del reale. Pur partendo dalla realtà, la mimesi si concretizza nell’aderenza al vuoto e non di certo a un passato carnale, terragno: il vuoto astrale e l’inappartenenza diventano nuovi parametri di creazione, fantasticherie (Träumereien) di «Un inizio che non ha inizio / e una fine senza fine e un fulmine / che straccia il tempo come vecchie carte» (Tempo regalato, p. 131, vv. 17-19):

Fantasticheria

Un tardo pomeriggio
che ho trascorso sull’erba,
fra gli uccelli.
Per la cavalletta ho inventato
una biografia,
per la formica una storia.
Grazia volevo chiedere
fra i più piccini degli animali.
La sera ero io stesso
così piccino che anche la morte
non mi ha scorto durante i giri
che fa con le sue seganervi.
Gli alberi si son stretti fra loro.
Sembravano libri con le pagine non tagliate,
un cimitero di tutti gli animali morti oggi.

(p. 191)

È la capacità ri-creante a emergere dal vuoto. I segni s’intensificano nonostante le parole non riescano ancora a decidere, nel nuovo spazio del dopo-fine appaiono germogli, senza altro senso se non la loro comparsa. La parola si avventa sulla cancellazione o è avvento di diverse, ancora inimmaginabili – se non a tratti – fioriture:

Germogli

Oggi ci hanno riportato le nostre due agavi
che hanno svernato a pensione
in un vivaio qui all’angolo, in compagnia,
nella stessa serra
di quelle nobili piante
tanto apprezzate nel nostro quartiere.
Io pensavo che avessero dormito
e sognato il Messico oppure il Levante,
asini stanchi, silenzi,
le bombe che hanno finito di cadere.
Ma è successo il contrario.
Sotto le carnose daghe verde-cetriolo
s’affacciano più di venti germogli,
ignari e curiosi come tanti gattini.
Li togliamo? mi chiede il giardiniere
col suo odore di lana bagnata.
O spaccheranno la terracotta del vaso
o moriranno tutti quanti.
Io ho sessantotto anni
e non so che decidere.
Ne capiremo di più a fine ottobre.

«Che il mondo scompaia / non si può dire» (Breve gita, p. 199, vv. 7-8) senza un soggetto presente pur nella sua debole, fantasmatica consistenza. Il futuro, per quanto incerto, è possibile anche per chi sa di essere «il passato / del futuro» (Aspettando la pioggia, p. 209, vv. 8-9).
Il libro formidabile si chiude sul tremore che preclude il cammino, essere il passato del futuro come limite generazionale che incombe: «La casa trema e il tavolo / racconta una storia oscura/ presa da un’altra vita / che a noi resta preclusa» (Fine estate, p. 225, vv. 11-14). Selvatico l’orizzonte che si apre nel mutamento temporale, la belva spalanca le sue fauci e noi, non come prede ma come insetti casualmente al posto sbagliato, siamo inghiottiti in uno sbadiglio, risucchiati dal vortice in una gora nera. Ma non basta, perché la sfida delle parole è sempre nell’inizio continuo del loro cuore caritatevole, nell’accoglienza, dunque, di ogni mondo a venire, nonostante l’evidenza della possibile fine.

Radura

1

Il dramma delle foglie
quando cadono, e tu,
lontano di qui, ti dai da fare
per leggere un mondo in cui nessuno
comprende più l’addio,
il dietrofront a metà cammino
fra occhio e cuore.

2

Foglie piangono i morti,
soltanto i passeri, gli incuranti,
si lasciano cibare con le briciole.
Il mondo che verrà
per un occhio maligno
prende inizio
nel caritatevole cuore delle parole.

3

Tutto trema.
E anche Dio trema.

Gianluca D’Andrea
(Giugno 2015)


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Michael Krüger

Michael Krüger è nato a Wittgendorf nel 1943, è cresciuto a Berlino e attualmente risiede a Monaco. Ha diretto dal 1976 al 2014 la casa editrice Hanser e la rivista “Arzente”. Poeta e romanziere, in Italia ha pubblicato le raccolte Di notte tra gli alberi (2002), Poco prima del temporale (2005) e Il coro del mondo (2010). Fra le traduzioni italiane delle sue opere ricordiamo Perché Pechino (1987), La fine del romanzo (1994), Il ritorno di Himmelfarb (1995), La violoncellista (2002) e La commedia torinese (2007).