IN GENERE RITUS di Andrea Ponso – La teologia negativa come “pratica” ed “esperienza” estetica

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Bill Viola, “Ascension,” 2000. Video/sound installation ©

di Andrea Ponso

IN GENERE RITUS – La teologia negativa come pratica ed esperienza estetica

La via apparentemente impraticabile della teologia negativa ai nostri giorni potrebbe essere salvata e valida non solo in ambiti di fede, ma anche in contesti estetici. L’alterità, l’a-gnostos, infatti, non è, nelle varie tradizioni religiose, un concetto o un vuoto impraticabile: al contrario, esso è proprio la negazione di ogni concetto, di ogni idea, di ogni prodotto restrittivo e riduttivo del linguaggio ma, in fondo, non del linguaggio (e dei linguaggi) nel loro incessante movimento e ritmo.
Per cercare di comprendere tutto questo dobbiamo in qualche modo abbandonare la visione consueta dell’indicibile o delle semplificazioni, spesso forniteci dall’arte occidentale stessa, di opere come il quadro o la pagina bianca, e provare ad entrare in un contesto di tipo rituale, che veniva dato per scontato in altre epoche storiche, dove appunto la teologia negativa era vissuta e praticata. In questi contesti ciò che fa la differenza è proprio una delle caratteristiche del rito che non possono mai venire meno, pena la fine del rito stesso: si tratta della partecipazione attiva all’evento e della conseguente impossibilità di esserne solamente spettatori distaccati. Questa istanza, riletta oggi, ci allontana da ogni fruizione estetica di tipo museale o intellettualistico, obbligandoci ad entrare nell’opera per intero. Volere conoscere le pratiche rituali di tipo misterico e le varie gnosi staccandole dalla loro vita pratica fornita dai riti, significa non solo tradirle ma anche precludersi la possibilità di conoscerle veramente.
Cosa accade, quindi, nella pratica negativa della gnosi o della teologia? Come dicevamo, ciò che viene continuamente relativizzato e negato non è l’insieme dei linguaggi e delle pratiche rituali ma la loro pretesa di chiudere in un profilo unico, in un contorno segnato una volta per tutte, l’evento sacro e/o estetico. La negazione incessante diventa quindi un ritmo e un movimento, un continuum che si oppone al discontinuo intellettualistico, concettuale e a-rituale dei significati e del senso, come direbbe Meschonnic, una pratica propriamente rituale dove la ripetizione, unita alla negazione, distrugge continuamente il concetto, l’idea, il significato, per aprire ai significanti, al senso come continuum di cui fare esperienza concreta tramite azioni, linguaggi e sensi. Il paradosso fondamentale è che la trascendenza, nella via negativa, è immanente ai codici e ai linguaggi, pur non risolvendosi e chiudendosi mai in essi; mentre nella via positiva essa è fondamentalmente ipostatizzata, concettualizzata e allontanata al di fuori dei codici umani. Attraverso la via negativa e rituale si fa esperienza della trascendenza, mentre per mezzo della via positiva ci si allontana irrimediabilmente da essa. In questo senso potremmo allora dire che c’è più nichilismo e arrendevolezza, più “distacco” e dualismo nella via positiva.
Forse tutto questo può sembrare lontano dalle nostre esperienze di vita e di estetica ma, in realtà, esso potrebbe essere recuperato, come molti ritengono, in tutta la sua forza proprio oggi, nella nostra società multimediale, dove ogni pretesa di “verità” è continuamente messa sotto scacco e vista negativamente. Se solo pensiamo all’uso recente della performance, all’utilizzo di svariati e diversi mezzi forniti da molte discipline estetiche e dalle tecnologie, ci accorgiamo che, forse, siamo di nuovo nella possibilità di una via negativa all’evento estetico e conoscitivo. Una via che potrebbe sollevarci dalle secche, più teorizzate che vissute e praticate, del postmoderno.
Un esempio importante, tra i molti che si potrebbero fare, è quello dell’opera di Bill Viola. In un saggio ancora inedito in italiano, in cui si cerca di analizzare il lavoro di Viola da una prospettiva di teologia estetico-visuale, l’autore Ronald R. Bernier scrive:

«It is in the presence of the sublime where we witness the straining of the mind at the edges of itself and at the borders of discursive reasoning, prompting a mode of reverence for the inexpressible, the unspeakable. And it is the technology of video, a medium freed from the usual spatio-temporal constraints of plastic art, that enables Bill Viola, David Jasper argues, to “negotiate these sacramental moments in crossings of space and time, breathless moments of eternity in which our being is both slowed and quickened …”. In the sublime’s reemergence in the postmodern world, I shall argue, this very experience of disproportion between the mind’s conceptualizing power and an ungraspable complexity, serves as an analogue for or intuition of something else – the infinite, the divine – and thus the promises of transcendece. From this acknowledgment of desire or hopo or yearning, French postmodern thinkers – Emmanuel Levinas, Jean-François Lyotard, and Jean-Luc Marion, among others – will have something to offer my argument, having themselves taken a “theological turn”. As such, Viola’s art will be considered here as a theological enterprise, located in a tradition that runs from the medieval and Early Christian apophatics to postmodern deconstructors. Using the high-tech apparatus of modern video – high speed film, high definition video, LCD and plasma screens, and sophisticated sound recording – american artist Bill Viola’s work has roots in the theological tradition of trascendent experience» (Ronald R. Bernier, The unspeakable art of Bill Viola. A visual theology, Pickwick Publications, Eugene, Oregon 2014).

In questa e in molte altre esperienze estetiche sembra profilarsi un ritorno antropologico al rito come pratica in atto capace di abbracciare sia la complessità e le contraddizioni del nostro tempo, sia la spinta verso una trascendenza non oltre ma dentro i sensi, i contesti, la storia, i codici e i linguaggi attuali. Si tratta di un recupero critico che diventa a sua volta critica attiva sia ai ritorni museali dell’arte, sia al negativo come fine difensivo e rinunciatario. Le nuove sintassi tecnologiche, assieme alle antiche, tenderebbero quindi a riunirsi, nel migliore dei casi, in una sorta di codice di codici di tipo sinestetico e multimediale, provocando nuove esperienze estetiche proprio laddove la decostruzione positiva della teologia negativa è al suo apice di forza e di rigore; in questo modo, come sappiamo, dato che i mutamenti radicali delle strutture e degli ordini delle sintassi istituzionalizzate modificano anche il cambiamento delle nostre percezioni, noi che partecipiamo non da spettatori ad una performance siamo spinti e con-vocati in una esperienza trascendente, sia essa religiosa o anche solamente gnoseologica. Siamo insomma risvegliati dal sonno e dalla pretesa totalizzante e distanziante dei mezzi tecnologici solamente tele-visivi, e implicati in un evento le cui mediazioni diventano il luogo del manifestarsi dell’immediatezza esperibile con tutti i sensi e tutti i linguaggi, ma non dicibile.
Il problema, casomai, è recuperare quella rigorosa conoscenza linguistica, simbolica e rituale, performativa e pratica, che il nostro tempo ha in gran parte smarrita o non compresa. Gli esempi di tale sciatteria e imprecisione sono purtroppo sotto agli occhi di tutti, soprattutto in ambito poetico, dove assistiamo ad un proliferare di “performance” che poco o nulla hanno a che fare con la conoscenza antropologica del rito e dei suoi codici e regole multimediali. In questi casi è piuttosto l’improvvisazione a farla da padrone, e un pressapochismo scambiato per libertà e autenticità.

IN GENERE RITUS di Andrea Ponso – Cosa c’entra il rito con la letteratura?

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Eglise Saint-Eustache (2014)

di Andrea Ponso

IN GENERE RITUS – Cosa c’entra il rito con la letteratura?

Perché mai provare a scrivere con regolarità in un sito come questo, che si occupa essenzialmente di letteratura, proponendo temi che non lo riguardano, almeno in apparenza, come la riflessione teologica e rituale? Le risposte potrebbero essere molte e, per nostra fortuna, nessuna completamente giusta. Il rito ha sicuramente legami con il ritmo, con le forme e le metriche, con l’estetica intesa nel suo senso primo; possiede anche quella capacità che chiamiamo sinestetica, tipica della scrittura poetica. Ma, soprattutto, ed è questo che più mi interessa, ha relazioni strette con la parola, ma in una modalità che mi pare fondamentale: nel rito la parola non è mai “prima”, non dovrebbe mai essere esaltata a scapito degli altri linguaggi e codici.
Chi si occupa di scrittura, oggi, spesso dimentica questa umiltà del rito di contro alla prevalenza occidentale della parola e della sua linearizzazione alfabetica – anche se in poesia essa viene continuamente spezzata quando pensa di essere giunta alla “fine” e riportata ogni volta al suo umile inizio al verso successivo. Del resto, questa critica al logocentrismo è una considerazione che ritroviamo, ad esempio, anche ne Il teatro e il suo doppio di Artaud, e che tutta l’antropologia e la storia delle religioni non smette di sottolineare come un dato sicuro e, aggiungo io, felicemente liberante.
Ci si dimentica che “in principio” non c’era probabilmente la parola ma, come ci ricorda Goethe, “l’azione”, il gesto, il movimento, la danza; e che i primi nomi dati alle cose erano gesti, azioni, organizzazioni dello spazio: e non è un caso che in molte lingue antiche, come ad esempio quella ebraica, il verbo abbia grande importanza, ritrovandosi anche in quasi tutte le formazioni delle radici delle parole. Questo ci rende consapevoli che la nostra presunta padronanza del linguaggio verbale, dei concetti e delle idee, non è altro che una convenzione perché la nostra mente lavora embodied, incorporata alla carne, alla fisiologia e al respiro; che la percezione è già una rappresentazione e che i significati sono veramente meno importanti, nella loro effettiva incisività, rispetto a tutte le altre componenti della comunicazione. Che la schematica divisione tra significati e significanti non è altro che un espediente, come del resto la stessa suddivisione tra prosa e poesia: il continuum del ritmo (che, come abbiamo visto, è quasi un sinonimo del rito), direbbe Meschonnic, di contro al discontinuo delle nostre categorizzazioni, ha la forza di modificare le nostre bloccate percezioni e idee sui generi e sul nostro stesso modo di pensare. Del resto, nella Bibbia tale divisione in generi dal punto di vista formale, sembra non avere nessun fondamento.
Il rito, come l’autentica riflessione teologica, non può mai essere messo a tacere completamente attraverso una sua esaustiva descrizione, mediante una sua definizione esauriente: la sua multimedialità, l’incrocio sinestetico di vari campi della percezione, delle pratiche e dei saperi, la sua capacità di mostrare l’invisibile nel visibile, senza cancellare il mondo, il corpo, il tempo e lo spazio, ci dice qualcosa di fondamentale sulla vita, indipendentemente dai dogmi e dalle credenze di ognuno di noi. Inoltre, ci obbliga ad una partecipazione attiva, sempre, senza lasciarci comodamente seduti nel ruolo di spettatori passivi o, peggio, distaccati e puri. Anche la scienza, come sappiamo, ha da tempo compreso la rilevanza dell’osservatore in rapporto al suo oggetto, e il fatto che il pensiero e ogni sua attività è qualcosa di diffuso, indistinguibile dai sentimenti, dai gesti, dai contesti e dalla stessa carne vivente che siamo, che la res extensa non si contrappone alla res cogitans, e che quindi ogni nostra attività e coscienza è sempre embodied, embedded e extended – come ci dicono ormai da tempo i ricercatori. Ed è per lo meno strano occuparsi di letteratura, estetica e poesia senza avere almeno una vaga cognizione di tutto questo.
La famosa definizione di Florenskij relativa all’icona in rapporto alla pittura prospettica mi sembra perfetta per avvalorare le brevi considerazioni appena fatte. Quelle che Florenskji chiama “trasgressioni dell’unità prospettica” sono propriamente la forza dell’icona, e non la sua debolezza; esse costringono lo spettatore a non essere solo spettatore, ma a partecipare all’evento uscendo dalla limitatezza del suo punto di vista prospettico, o di un solo punto di vista esterno all’opera: in questo modo non si può che entrare nell’evento dell’icona, rompendo e trasgredendo la falsa realtà/naturalità creata dalla prospettiva pittorica. Tutto questo, tra l’altro, permette di non confondere mai graphé (disegno) da perigraphé (circoscrizione/circoscrivere): di non cadere mai né nella concezione dell’immagine come mero contenitore accessorio al trasporto di significati, né al pericolo idolatrico. In questo modo, inoltre, il sensibile è lo spazio dell’epifania del suo oltre, il visibile dell’invisibile. Stare davanti all’icona è letteralmente l’impossibilità di rimanere fermi nel proprio limitato punto di vista prospettico soggettivo, magari spacciato per “naturale” o universale. Significa anche non esaurire la multimedialità contenuta nell’esperienza testuale nella pura linearizzazione alfabetica.
La cosa straordinaria, anche nel senso di profondamente deprimente, è che sono giunto a questo tipo di conoscenza non attraverso gli studi letterari che ho concluso, ma grazie a quelli biblici, teologici e liturgici. Magari sarà solo un mio personale percorso, una privata traiettoria di ricerca che mi ha portato qui; ma forse si tratta di qualcosa di diverso, di più universale. Il pressapochismo di tanti “attori” del mondo letterario, l’improvvisazione scambiata per freschezza e immediatezza comunicativa, la quasi assoluta ignoranza di fronte agli strumenti e ai codici, le trite e ritrite idee relative all’ispirazione, alla fisiologia e alla mente, che molti letterati si ostinano a perpetrare quasi con orgoglio … tutto questo porta la letteratura e in particolar modo la poesia in una sorta di ghetto scambiato per regno aristocratico – aristocratico anche quando si arroga la pretesa del sociale, del “parlare a tutti con il linguaggio di tutti”. Questa camera stagna mi ha tolto il respiro e mi ha spinto fuori. Ringrazio Dio per tutto questo. E mi scuso con tutti se è solo una mia personale “prospettiva”: vorrei invece fosse almeno l’ombra di un’icona.


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Andrea Ponso (2014)

Andrea Ponso è nato a Noventa Vicentina nel 1975. Dopo studi letterari sta concludendo quelli teologico-liturgici. Si occupa di letteratura, teologia e traduzione dall’ebraico biblico e collabora come editor per alcune case editrici. Ha pubblicato testi di critica e poesia in varie riviste, mentre il suo ultimo libro, I ferri del mestiere, è uscito per Lo Specchio Mondadori nel 2011. Una sua nuova versione del Cantico dei cantici uscirà per Il Saggiatore nel 2015.