THE PROGRAM

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Una scena dal film THE PROGRAM

di Francesco Torre

THE PROGRAM

Regia di Stephen Frears. Con Ben Foster (Lance Armstrong), Chris O’Dowd (David Walsh), Jesse Plemons (Floyd Landis), Guillaume Canet (Michele Ferrari), Dustin Hoffman (Bob Hamman).
GB 2015, 103’.

Distribuzione: Videa – CDE.

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Nel 2009, dopo quattro anni dall’abbandono delle corse professionistiche, Lance Armstrong decide di tornare al Tour de France. Al contrario di quanto sarebbe lecito aspettarsi, il tempo sembra non avere influito negativamente né sul suo spirito né sul suo corpo di 37enne. Il mondo dello sport ovviamente si stupisce ma… “No Surprises” canta Tom York dei Radiohead mentre la macchina da presa inquadra l’ennesima salita su cui il corridore si arrampica con forza, e poi il tentativo di allungo sul gruppo di testa, in mezzo alla folla esultante, l’arrivo in solitaria. Nessuna sorpresa, nessuna magia, nessuna impresa. Tutto è spiegabile, come di fatto verrà successivamente spiegato, tramite una semplice analisi del sangue. E poco importa che alla fine di quella corsa a tappe il ciclista americano arriverà terzo (e l’anno dopo addirittura 23esimo, sebbene il film non lo dica), dimostrando di esser disposto a recitare anche un ruolo di second’ordine pur di salire su un palcoscenico che aveva dominato per ben sette volte, stabilendo un record tuttora imbattuto. Quella fame di strada, di ruote, di sudore, che resiste anche di fronte all’insuccesso, al regista Stephen Frears e allo sceneggiatore John Hodge non interessano. Da dove ha origine? Quali spinte interiori hanno condotto Armstrong a rendersi protagonista di una parabola tragica terminata con la gogna mediatica e la confisca di tutte le vittorie dal 1998 in poi? In che cosa consiste, che forma ha, che colore, che sapore, la sua “Rosebud”? Domande legittime, le uniche forse di reale interesse per una storia già troppo nota (peraltro raccontata con dovizia di particolari già nel 2013 da quel maestro del cinema documentario che è Alex Gibney in “The Armstrong Lie”), ma che conducono verso territori – l’infanzia, la sfera privata, la stabilità psicologica – che il film decide di escludere totalmente (o quasi) dalla narrazione, a vantaggio del già visto, della cronaca, dell’affresco biografico a tinte forti. Nessuna interferenza autoriale, nessuna interpretazione. “No surprises”.
Nel 1993, Lance Armstrong è il più giovane ciclista a correre il Tour de France. Finirà per ritirarsi, ma si farà notare vincendo una tappa e, sempre in quell’anno, il Campionato del Mondo. Un giornalista irlandese, David Walsh, segue la sua carriera sportiva e le sue vicende umane, nutrendo sospetti nel momento in cui, nel 1999, dopo aver sconfitto un cancro ai testicoli, il ciclista si ripresenterà al Tour più forte di prima, vincendo quattro tappe e dominando la classifica generale. Il suo fisico non era adatto già prima della malattia alle dure scalate delle Alpi e dei Pirenei, come è possibile che abbia subito questa repentina quanto innaturale trasformazione? La voce di Walsh, però, si spegne sotto un coro di esultanza. La leggenda è troppo bella per essere offuscata da dubbi di qualsiasi natura, Lance Armstrong è il più grande spot vivente che il ciclismo abbia mai avuto oltre che un esempio di resilienza per l’intera umanità. Alla sua fondazione benefica, resa riconoscibile da una geniale idea di merchandising (il braccialetto giallo Livestrong), aderiscono capi di stato, star di Hollywood, «anche Bono Vox», e si vocifera di un progetto cinematografico sulla sua vita interpretato da Matt Damon. Dietro i riflettori, però, Lance Armstrong fa spesso tappa in Italia, dal dottore Michele Ferrari, e si sottopone a un “programma” finalizzato all’aumento dei globuli rossi nel sangue e alla crescita della massa muscolare tramite prodotti farmaceutici vietati dalla federazione ciclistica mondiale. E’ su questa “menzogna” che si regge la carriera di Lance e della sua invincibile squadra, la US Postal, soprannominata “il treno blu”. Dopo sette vittorie consecutive al Tour de France, però, le testimonianze di alcuni ciclisti e delle loro mogli, nonché un’inchiesta della Guardia di Finanza italiana sulle attività illecite del dottor Ferrari (un’evenienza che, per ragioni di storytelling, viene anticipata di circa cinque anni), inducono il britannico Sunday Times, con il suddetto Walsh in testa, ad accusare Lance Armstrong di frode sportiva. Il ciclista si difende in sede giudiziaria, e vince, ma opta per il ritiro dalle corse. Nel 2009 ritornerà al professionismo ma solo per pochi anni, prima che deflagri definitivamente l’affare doping. Schiaccianti prove si accumulano contro di lui, la federazione è costretta a procedere per la confisca dei titoli e l’atleta, dopo un nuovo ritiro, confesserà tutto pubblicamente nel 2013, durante un’intervista con Oprah Winfrey.
Il silenzio assordante, i paesaggi mozzafiato, il soffio del vento, il respiro, la fatica. Neanche Stephen Frears, l’eclettico, colto e ironico autore inglese (tra i principali interpreti del realismo sociale britannico, da “My beautiful Laundrette” a “Philomena”, a parte una fuga a Hollywood negli anni ’90), è riuscito a sottrarsi alla retorica sportiva dell’”uomo solo al comando”. Il Tour, d’altra parte, è sempre il Tour. E così, tra tante immagini di repertorio, la macchina da presa immortala il campione sulle salite di montagna fin dalla prima inquadratura, inseguendolo, affiancandolo, osservandolo dall’alto. La cifra stilistica è una fotografia davvero contrastata, satura al limite dell’inverosimile, che crea immagini belle e false proprio come la storia del protagonista. E non è un caso che questi venga spesso osservato di spalle, anche dopo i successi, come a mostrare il suo volto nascosto, quello che nessuno poteva vedere. Il film invece ci mostra tutto: gli incontri segreti, l’acquisto di EPO nelle farmacie svizzere, le flebo, gli accordi sottobanco con la federazione internazionale, le siringhe negli scarpini, l’ipocrisia mediatica. Episodi tratti dal libro di David Walsh “Seven Deadly Sins” e dai documenti dell’inchiesta federale, che imprimono alla storia un ritmo da reportage, spesso penalizzato da una gestione fin troppo convenzionale dei dialoghi (che obbligano il regista, nelle scene non sportive, a una monotona continua alternanza di campi e controcampi) e solo a tratti attento a scrutare il mondo interiore del protagonista. Peccato perché quando succede, come nella sequenza in cui Armstrong si prepara ad una difficile conferenza stampa autoconvincendosi allo specchio di non aver mai fatto uso di sostanze dopanti, assistiamo a un grande momento di cinema: lavorando in chiave “meta” Frears crea un immediato parallelismo tra il suo e altri antieroi della nuova e della nuovissima Hollywood (dal Robert De Niro di “Taxi Driver” all’Edward Norton de “La 25esima Ora”), contemporaneamente elevando la statura del personaggio e ipotizzando un disturbo di personalità, con un’eloquenza visiva mai più raggiunta e nemmeno sfiorata nel prosieguo della vicenda.
In superficie, d’altra parte, rimane a galleggiare per ampi tratti anche la sceneggiatura, del tutto lacunosa sulla vita privata di Armstrong. Ellissi rese obbligate dalla paura di temute ritorsioni giudiziarie? Probabile, ma liquidare il matrimonio con la prima moglie in poche insipide battute, eliminare totalmente dal suo percorso biografico i 5 figli, la relazione con Sheril Crow, i genitori, l’infanzia e raffigurare l’esperienza del cancro come un fatto in sé grave ma comunque di passaggio, niente di più che un incidente di percorso sulla strada già segnata verso la vetta del mondo e poi subito giù, nel precipizio della dimenticanza, mina profondamente l’autenticità del racconto nonché qualsiasi ancoraggio emotivo con il personaggio da parte dello spettatore. Così, per conseguenza, finiscono per emergere dallo sfondo alcuni personaggi secondari e tra tutti, più del giornalista Walsh (che si vorrebbe antagonista e narratore occulto, ma il cui punto di vista il film usa solo in chiave funzionale da un punto di vista drammaturgico), il giovane corridore Floyd Landis. Cresciuto a Farmerville, Pennsylvania da genitori mennoniti (una setta protestante contraria alla modernità), sceglie il ciclismo come atto di ribellione nei confronti della propria comunità, ma allo stesso tempo vive tutto il dramma morale che la scelta dell’adesione al “programma” comporta. Vincerà il Tour anche lui, nel 2006, ma risulterà positivo ad un test antidoping, verrà abbandonato da tutti e infine diventerà uno dei massimi accusatori di Armstrong. Le sequenze che lo riguardano colpiscono per l’immediata adesione del regista rispetto al suo dramma personale, ne colgono senza difficoltà ogni sfumatura e la rappresentano vivacemente sia sotto il profilo visivo (nel rapporto con la comunità di origine) che narrativo (la difficile e contrastata intesa con l’ex mentore). La sua presenza dona calore, verità e complessità all’insieme, minando le solide certezze che il film, in realtà abbastanza maldestramente, prova a difendere. Dall’apprendistato “criminale” fino alla gestione in proprio di una vera e propria organizzazione dedita alla frode, l’arco di trasformazione di Armstrong risulta infatti in tutto consimile a quello di qualsiasi eroe di gangster movie: l’iniziale mancanza dei requisiti per il successo, il primo “crimine”, la disfatta (che in genere fa rima con galera, mentre qui è il cancro) e poi la risalita, l’organizzazione di un team vincente, il momento d’oro, l’autoesaltazione, l’attimo di debolezza fatale, la metamorfosi in una maschera tragica. Uno schema stantio, cui non sfugge né il manicheo giudizio sul contesto di riferimento (la condanna tout court del ciclismo e del mondo della politica e dell’informazione che gli gravita intorno) né un generale quanto poco approfondito sentimento misantropico. Non bisogna infatti aver studiato manuali di antropologia né aver visto i grandi classici del genere degli anni ’30 del secolo scorso per evitare di confondere la seduzione del potere con l’istinto di sopravvivenza.

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Lance Armstrong

 

SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

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Una scena dal film SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

di Francesco Torre

SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN

Regia di Ridley Scott. Con Matt Damon (Mark Watney), Jessica Chastain (Melissa Lewis), Jeff Daniels (Teddy Sanders), Chiwetel Ejiofor (Venkat Kapoor), Michael Peña (Rick Martinez).
Usa 2015, 142’.

Distribuzione: 20th Century Fox.

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Il voyerismo, le dirette tv, la presenza ingombrante dell’opinione pubblica, e poi il tema della lotta per la sopravvivenza, la solitudine, un fatale conto alla rovescia. Sono molti gli ingredienti che sembrano identificare “The Martian” più con un prototipo di reality show interstellare che con una riflessione estetico-filosofica sui temi della coscienza umana e dell’immensità dello spazio. Un approccio di certo consapevole che, derivato dalla struttura del romanzo omonimo di Andy Weir e reso maggiormente esplicito dall’adattamento per lo schermo di Drew Goddard, evoca sì alcuni giganteschi e riconoscibilissimi topoi letterari e cinematografici del passato – peraltro all’interno di uno scenario ambientale del tutto autocitazionista – ma con grande libertà espressiva pare preferire situarsi nei territori di “The Truman Show” più che in quelli di “Robinson Crusoe” o dei suoi più contemporanei corrispettivi audiovisivi (“Cast Away” su tutti), rendendo difficile qualsiasi forma di parallelismo con le precedenti incursioni di Ridley Scott nel genere fantascientifico.
Mark Watney è un naufrago dello spazio. Atterrato su Marte con un’équipe di scienziati per una missione NASA denominata Ares III, stava raccogliendo campioni di terra rossa quando una violentissima tempesta di vento gli fece perdere ogni contatto con la sua squadra. Il responsabile della spedizione, la flemmatica Melissa Lewis, decise per l’aborto della missione e il ritorno a casa. Creduto morto, Watney si ritroverà così «il primo uomo ad essere solo su un intero pianeta». Cercherà di far fronte alla mancanza di viveri grazie alle proprie competenze in fatto di botanica, riesumerà una stazione di collegamento risalente alla prima spedizione USA su Marte per stabilire un contatto con la Terra e, tra beghe interne alla NASA, colpevoli fallimenti delle strategie di soccorso e inaspettati incidenti al proprio impianto di coltivazione diretta, combatterà con il tempo che passa provando a non perdere se stesso e la fiducia nella vita.
Moltiplicazione dei punti di vista e delle sorgenti di video capture (telecamera collegata al casco spaziale, TV, monitor dei computer di bordo, visori delle attrezzature spaziali, e a connettere tutto lo sguardo onnisciente del regista demiurgo), uso sempre originale e a tratti spericolato delle focali ottiche, sequenze velocizzate, rappresentazione visiva di linguaggi e codici di comunicazione non verbali. A 77 anni, Ridley Scott abbandona la magniloquenza e il manierismo delle ultime produzioni (da “Le Crociate” a “Exodus”, passando per “Robin Hood” e “American Gangster”) per firmare uno dei suoi film più stilisticamente creativi ed esteticamente audaci. Con la stessa libertà di chi ha saputo e potuto creare un cielo con due soli (“I Duellanti”), imprime ad una vicenda dai risvolti epici un ritmo da commedia brillante, costantemente in bilico tra le istanze postmoderniste e la mitologia classica. Un linguaggio eclettico (forse troppo?) ma non immersivo, che lascia allo spettatore la possibilità di sentire in prima persona la solitudine e il senso dell’ignoto vissuti dal protagonista ma che mai dimentica la propria natura finzionale, anzi lavora spesso al limite della soglia massima permessa di inverosimiglianza e coerenza narrativa, a volte superandola.
Più schematica e rigida, invece, appare la struttura drammaturgica, con un montaggio alternato A-B (Marte/Nasa) nella prima parte del film e una più ricca, e piena di tensione, successione di ambientazioni nella seconda parte, dove l’avventura torna pienamente interstellare. La vicenda, comunque, sviluppa un arco narrativo del tutto riconoscibile e piuttosto convenzionale, forse eccessivamente tortuoso nel segmento centrale – dominato dall’interrogativo morale riguardante la possibilità o meno di rivelare all’equipaggio della Ares III che il collega abbandonato su Marte è ancora vivo, dai dissidi interni agli uffici Nasa di Houston e, udite udite, da una segreta collaborazione tra le agenzie spaziali statunitense e cinese – ma sempre in grado di rendere ogni passaggio universalmente comprensibile al di là delle notevoli astrusità scientifiche portate in dote dal romanzo.
Divertente, ottimista, avventuroso, “The Martian” sfiora alcuni temi di grande pregnanza filosofica, lasciandoli però spesso lì a fluttuare incessantemente, come corpi in assenza di gravità all’interno di un’astronave. Rimanendo entro i limiti di un grande percorso di resilienza, elimina ogni riferimento metafisico per abbracciare un razionalismo di stampo neopositivista in cui è l’uomo a illuminare l’universo e non il contrario. Non a caso, le prime immagini del film inquadrano gli astronauti che, con i caschi illuminati, vagano come lucciole nell’abisso. Qualsiasi forma di dialettica però è negata, l’assioma viene presentato come un dato di fatto, accettato o meglio subito così come il personaggio di Mark Watney subisce la disco music come unica forma di compagnia presente nel suo abitacolo marziano. Non c’è spazio per i dubbi di natura esistenziale, e nemmeno per gli abbandoni nostalgici (del passato del naufrago non ci viene detto quasi nulla), l’unica forza in campo è univoca e va nella direzione del futuro, si potrebbe dire del progresso.
Con la bandiera degli States sempre ben in evidenza, si farebbe presto ad identificare tale punto di vista concettuale con l’american way of life, e derubricare l’intera operazione come una forma di propaganda liberal. La sensazione, però, è che il film, sebbene contenga innegabilmente anche questo, voglia andare oltre. Nel continuo ricorso al videodiario da parte di Mark Watney, non possiamo leggere infatti solo ed esclusivamente un facile escamotage non visivo per porgere immediatamente allo spettatore tutte le informazioni di cui ha bisogno per comprendere ogni passaggio della trama. Quel parlarsi inutilmente addosso, quel crearsi continuamente delle maschere anche in un contesto di totale solitudine, non può che essere interpretato come il sintomo di un’innata richiesta di comunicazione e socialità. E sebbene il personaggio sia completamente isolato, senza alcuna possibilità di comunicare con la Terra, pure la narrazione parallela (diversamente da quanto succede, per esempio, a Robinson Crusoe o al protagonista di “Cast Away”) lo connette idealmente al resto del genere umano. Senza alcuna propensione all’assoluto, al martirio, all’autocommiserazione, e con l’unico obiettivo di portare a casa la pelle, Mark Watney si fa così figura dell’uomo qualunque di fronte alle avversità della vita (e qui si torna allo schema strutturale del reality show come forma drammaturgica generatrice di senso), consapevole che l’aspetto qualitativo della natura umana consista nella sua dimensione sociale. Quando dalla Terra gli chiedono una foto per i media, non alza lo sguardo verso il cielo, non prende la sabbia rossa nelle mani, né affida ad un cartello un messaggio personale, magari d’amore. Non è Orfeo, né Lazzaro, e nemmeno Ulisse in transito nell’Ade. No, Mark Watney sceglie di indossare la tuta spaziale e tenere i pollici in su. Come Fonzie. Happy Days su Marte.

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Una scena dal film SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN