Poesie da “Storie” di Damiano Sinfonico, L’arcolaio, 2015

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Matthew Cusick, Course of Empire (Mixmaster 2), 2006 (Fonte: mattcusick.com)
Storie (nota di Gianluca D’Andrea)

 

Nel momento in cui parlo, mi sembra di essere proiettato davanti a me, lasciando me stesso dietro. […] Il corpo non è tanto localizzato quanto distribuito nello spazio.

Steven Connor, La voce come medium – Storia culturale del ventriloquio (Sossella, 2007)

STORIEIl libro di esordio di Damiano Sinfonico (Genova, 1987), come ben espresso in prefazione da Massimo Gezzi, è contraddistinto da un’inquietudine di fondo. Nonostante nella stessa prefazione si lasci intendere l’inesplicabilità della sensazione sottesa ai testi di Storie, è comunque possibile tentare di individuarne i segnali.
Lasciando un po’ in disparte le scelte formali e strutturali della raccolta (per le quali si rimanda ancora alla prefazione – si veda soprattutto la riflessione sul verso-frase, la cui imposizione per tutto l’arco dell’operazione induce a un senso di asfissia o monotonia “ansiosa”; oppure la sistemazione “simmetrica” dei testi che si può giustificare nello sforzo di offrire un nuovo ordine all’opera/mondo), mi concentrerei su alcuni concetti che sembrano voler emergere dalla trama.
In primo luogo il mezzo, la raccolta è costellata da vicende di passaggio. Si apre con una telefonata: telefono, medium di una voce ctonia che parla della morte proprio quando il soggetto è impegnato a “riportare in vita” per mezzo della memoria Costanza d’Altavilla. Il ponte – almeno due testi sono incentrati su questa figura -, medium del cammino e, infatti, sembra banale sottolineare che “cammino” e “corrente” sono due dei termini chiave per provare a comprendere il “passaggio” o mutamento epocale cui siamo tutti sottoposti: «Il trasloco sta finendo», «Aspettare insieme il domani», «Questa casa si apre agli anni futuri./ Arriveranno uno a uno./ Li conteremo insieme, luminosi e meno./ In te c’è un altro secolo di vita», pensierini-verso, oso dire, che troviamo nell’ultimo testo della raccolta, post-it, promemoria che ci “ricordano” il continuum della nostra esistenza.
L’inquietudine “mortuaria”, assai personale – e la “fluidità” della storia s’incrociano – ancora il mezzo – nel tentativo di un orientamento, una nuova inquadratura o, meglio, la speranza affranta di poter incidere sulla “non scomparsa dalle mappe”. Già, una mappatura che tiene conto, però, della distanza relazionale, «siamo lontani come due bordi di un cucchiaio», ma che non vuole arrendersi ad essa, nonostante a volte l’inserzione sotterranea del mediumfaccia propendere, come fosse una tentazione, a interrompere la relazione col mondo: «A volte ho la tentazione di staccare la corrente».
L’operazione resta sospesa tra la “dissoluzione” anche fisica, dei corpi, e lo spunto, già evidente nel primo testo, di una vivificazione, attraverso il segno, dello stesso mondo, intravisto sull’orlo della sua scomparsa.


Poesie da Storie

Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla.
Mi hai investito di parole che qualcuno era morto.
Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente.
Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore.
Mi hai colto tra miniature medievali.
Invischiato in faccende che non mi riguardavano.

*

Ho inciso i nostri nomi su una carta geografica.
Quanta strada c’è fra me e te?
Le nostre città sono in viaggio l’una verso l’altra.
Seguo il loro movimento sulla mappa.
Non percorrono un tragitto lineare.
Lo contorcono, lo avvitano, lo intrecciano e lo allungano.
Ogni tanto si avvistano di lontano.
Intravedo nella nebbia dei segnali luminosi.
Poi il buio li offusca e li immerge in una quieta sonnolenza.
Non è un sogno.
C’è una mappa davanti ai miei occhi.
E ci siamo io e te che camminiamo dentro un continente.

*

Il ponte, oggi è riservato al traffico automobilistico.
Il limite è sessanta chilometri orari.
Chi viaggia lì, vede la città abbracciarlo da ogni lato.
Chi viaggia sotto, vede un filo lungo oscurarlo.
Una volta ci ho camminato sopra, con altra gente.
Manifestavamo contro i tagli all’università.
Era l’onda, si srotolava contro i tetti accesi nel sole.
Sembrava crescere, crescere sempre.
Poi ha smesso, è scesa sottoterra, forse ancora scava in profondità.
Non so dire la fine degli altri, ci si è persi di vista.
Immagino che a camminare lì fossimo tanti.
Che forse ancora qualcuno si ricorda di quella camminata.
Che il bello era camminare sopra il ponte.
Passano le macchine, anch’io di tanto in tanto.
Ma l’aria che si respirava sopra, nessuno se la immagina.

*

appisolandoti orienti i tuoi piedi
dormi ma ti allinei con i meridiani
come bussola ti riassesti nel tuo lungo viaggio
dove vai nella giusta posizione?
forse un’altra terra, entri nella sua orbita
tocchi con un piede il suolo del riposo
ti svegli, si interrompe il contatto

*

Mi telefona snei momenti sbagliati.
Sempre, chiunque.
Appare il numero sul display, e mi secca.
Lascio correre gli squilli, me ne infischio.
Richiamerà più tardi, nel pomeriggio, o alla sera.
Chiamerà quando ci sarà qualcuno in casa.
La casa diventa una conchiglia.
Squilla, squilla, come fosse disabitata.
Io mi avvolgo nelle sue pareti bianche, e resto in ascolto.
Mi fascia il drin drin continuo, mi circonda come un’aureola.
A volte ho la tentazione di staccare la corrente.

*

Si è scherzato un’ora intera.
Le risa si propagavano nel corridoio.
Una corrente magnetica.
Altre risa rispondevano dalle stanze intorno.
Si moltiplicavano lungo il reparto.
Poi è entrato l’infermiere, arcigno.
Ci ha rimproverati.
Come potevamo disturbare una tale quiete?
L’orario di visita stava scadendo.
Eravamo agli ultimi minuti.
Abbiamo riso ancora.
Qualcuno stava morendo.

*

Ho sognato un ponte tibetano.
Dalla tua finestra fino al viale.
Non traballava, leggero, al vento.
Non c’era quando mi sono svegliato.

*

a Francesco

Il trasloco sta finendo.
I quadri, le bottiglie, i portasciugamani.
Tutto ha trovato una collocazione.
Resta poco da fare.
Aspettare insieme il domani.
La luce filtrata dagli alberi.
Questa casa si apre agli anni futuri.
Arriveranno uno a uno.
Li conteremo insieme, luminosi e meno.
In te c’è un altro secolo di vita.


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Damiano Sinfonico

Damiano Sinfonico (Genova, 1987) è dottorando in letteratura italiana. È redattore di “Nuova Corrente”, collabora con “Poesia” e con il blog “La Balena Bianca”. Sue poesie sono state pubblicate sui siti “Le parole e le cose”, “Atelier Poesia”, “Nazione Indiana”, “Interno Poesia”.

Massimo Gezzi a Trevigliopoesia

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Massimo Gezzi presenta a Trevigliopoesia la sua ultima raccolta di poesie, Il numero dei vivi (Donzelli, 2015).

Un incontro con lettori e curiosi, condotto da Gianluca D’Andrea.

Nel corso della serata sarà possibile dialogare con l’autore, acquistare il libro e scoprire la struttura – da poco inaugurata – del Teatro Nuovo Treviglio.

http://trevigliopoesia.com/massimo-gezzi/


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Massimo Gezzi (Foto di Daniele Maurizi)

CHI E’ MASSIMO GEZZI
Massimo Gezzi (1976) ha pubblicato i libri di poesia Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004), L’attimo dopo (Luca Sossella, 2009, Premi Metauro e Marazza Giovani) e Il numero dei vivi (Donzelli Editore, 2015) più la plaquette trilingue In altre forme/En d’autres formes/In andere Formen, con traduzioni in francese di Mathilde Vischer e in tedesco di Jacqueline Aerne (Transeuropa, 2011). Ha curato l’edizione commentata del Diario del ’71 e del ’72 di Eugenio Montale (Mondadori, 2010) e l’Oscar Poesie 1975-2012 di Franco Buffoni (Mondadori, 2012). In Tra le pagine e il mondo (Italic Pequod, 2015) ha raccolto dieci anni di interviste ai poeti e recensioni a libri di poesia. Vive a Lugano, dove insegna italiano presso il Liceo 1.

IL NUMERO DEI VIVI
A sei anni di distanza da “L’attimo dopo” (Premio Metauro), Massimo Gezzi approda, con “Il numero dei vivi”, a una nuova tappa del suo percorso poetico.
Il titolo confessa una necessità: quella di ricominciare a contare, a numerare i soggetti e le cose che nel libro precedente, incentrato sul tema del tempo, risultavano tanto precari e momentanei da dimostrarsi tragicamente inafferrabili. “Il numero dei vivi” suggerisce invece una diversa postura etica e una necessità nuova: quella che nasce dall’essere parte, in modo mai pacificato e rassicurante, di una collettività locale (una casa, una classe, una città) ma anche planetaria, che vive in un presente incerto e violento e che cerca, talvolta senza speranza, di resistergli o di opporglisi. Un libro sui vivi e sulla loro esistenza profondamente imperfetta, ma piena di dignità.

Una lettura del libro qui.

NUOVI INIZI: Massimo Gezzi, “Il numero dei vivi”, Donzelli, Roma 2015

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Il numero dei vivi (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

NUOVI INIZI: Massimo Gezzi, Il numero dei vivi, Donzelli, Roma 2015

Sereno o grigio il cielo, non importa. Sei
comunque sempre lì, luce segreta.

F. Pusterla

Difendi questa luce, se sei un nulla
come tutti. Difendi questo nulla
che non smette di essere.

(Il numero dei vivi, pp. 13-14, vv. 24-26)

Libro aurorale questo terzo di Massimo Gezzi, Il numero dei vivi tenta, oltre la ricognizione, un nuovo approccio relazionale, concentrandosi sul tempo e la scansione di frammenti di esistenza.
La memoria assume la valenza di un ulteriore orientamento sempre in bilico, però, sulla voragine della scomparsa. Dimensione d’oblio con cui la parola deve fare i conti sommando episodi ed esperienze in contrasto con l’inevitabile sconfitta.
Libro “agonistico”, quindi, tensivo, ricco di propensioni allo sgorgo liberatorio di immagini compresse dal dolore dell’imperfezione, contraddistinto dal rapporto che cose e uomini (o ciò che resta di essi) intrattengono col mondo.
Tenere il numero dei viventi allora (abituati come siamo, da un sistema informativo invasivo, al conteggio degli scomparsi), nonostante tutto:

Prima che tocchi l’erba
la boccia appesa in aria contro il cielo
viola chiaro, prima che atterri –
prima che l’onda si rovesci sulla sabbia
e cancelli
le orme di chi ci ha camminato
per disperdere un pensiero –
prima che l’odore dei pitosfori
sia gelato dall’inverno

devi dirlo il dolore di non essere
più, se la memoria è anche questa
incompiuta congrega di persone
che hanno amato inutilmente,
preoccupate o distratte,
ma per sempre stagliate nell’azzurro
navigato dai pipistrelli che gremivano
il buio rischiarato dai fanali.

Sono loro, ti hanno amato.
Hanno potuto quel che hanno saputo.
Hanno sbagliato.

(p. 82)

Ma è la stratificazione, la volontà di accumulo che espande la misura del pensiero poetico – e quindi del verso – implicando aderenza, compartecipazione alle sorti dell’alterità, in una commistione mimetica che dirime il canto, radice una volta solida in Gezzi. La trama verbale si fa fitta, s’intreccia e s’addensa, edifica dibattendosi nella lingua, inaugurando nuove sperimentazioni. Un riferimento recente al Mazzoni de I mondi emerge nell’elencazione prosastica dei microeventi (anche se già ne L’attimo dopo s’intravedeva quest’urgenza d’accumulo):

Nove cose che capitano

Uno guarda attraverso le bancarelle di un mercato, vede il flusso delle persone, vede lo sfondo cobalto chiaro del cielo, vede l’erba che spacca i grossi cubi di cemento davanti all’ufficio delle Poste.

Uno si muove, sente il bruciore dei succhi gastrici che risalgono l’esofago, scambia questo fatto per il sintomo di un infarto, si ferma, teme il peggio, non muore. Ricomincia a camminare, vede la luce di una mattina di marzo riflessa da tutte le superfici specchianti del pianeta.

Uno capisce di occupare una minima porzione dello spazio. Vede gli uomini che sbagliano quotidianamente, vorrebbe ucciderli, vorrebbe obbligarli a sentire la sofferenza che infliggono agli invisibili, poi rinuncia, scende a patti, non uccide, torna a casa sperando che il bene sia più ubiquo del male, vede un anziano che conta il resto con lo sguardo concentrato e fa sì sì con la testa quando ha finito di contare.

Uno esce perché vuole passeggiare, perché il mare sta scoccando la sua immagine dallo sfondo, uno vede questa scena e prova il bene delle cose che esistono.

Uno sente un altro ingiuriare la donna accovacciata davanti alle Poste a chiedere soldi. Le dice zingara, levati dai coglioni, puzzi di merda e sei più ricca di noi. Gli altri in coda lo guardano e sorridono, anche l’anziano che ha finito di contare i suoi soldi guarda la donna e dice vai a lavorare come tutti, brutta zozza.

Uno esce perché vuole rivedere le cose che ha già visto.

Uno arriva dal paese, un altro lo vede, erano compagni di classe alle elementari. L’altro pensa questa voce non avrei mai creduto di risentirla invece eccola, la voce che il mio corpo ha già sentito, con la stessa frequenza, lo stesso timbro che risveglia sensazioni che non avrei mai immaginato di rivivere, e all’improvviso quello che pensa ricorda una scena dimenticata, sprofondata nella memoria, che non sapeva di ricordare.

Uno torna a casa meditando su quella scena incomprensibile.

Uno mentre vive le scene quotidiane che fino a poco prima gli sembravano banali si accorge che quelle scene saranno uniche.
Uno si preoccupa di capire se questo pensiero debba condurre alla fine o all’amore, e mentre pensa questo vede un altro crollare a terra, come se un fulmine l’avesse centrato, solo che è una bella mattina di marzo, il cielo è limpido, il mare di lontano continua a risplendere azzurro.

(pp. 32-33)

La parola è anche desiderio, certo, comprensione e accoglienza di un vuoto avvertito quando si è necessariamente costretti a partire, lasciare per trovare un futuro, con la conseguenza di portarsi dietro lo sradicamento, il continuo spaesamento:

Dieci piani in via ***

[…]

X.

La parola è impalcatura. Fatta di pali,
di giunti, di fatica condivisa
per costruire una struttura
temporanea, da smantellare,
di cui non resta traccia non appena
la costruzione del condominio è terminata,
la luce è stata accesa e la prima
parola pronunciata fra quattro mura.

(p. 37)

Pietas e condivisione agiscono sin dalle origini della poesia di Gezzi ma in questo libro si aggiungono alla volontà di recupero dell’evento transitante, seguendo da più vicino il magistero di uno dei plausibili referenti de Il numero dei vivi, Fabio Pusterla:

L’intagliatore di lattine

Seduto sulla base
di un pilastro che regge i portici,
avrà dodici, tredici anni.
Cappellino, due piercing
sopra il labbro superiore,
con estrema concentrazione ritaglia
lattine di Redbull, Coca Cola,
birra da quattro soldi.
Le maneggia attentamente,
stringe le forbici con calma
seguendo linee immaginarie
ma chiarissime ai suoi occhi.
Si dev’essere accorto
del mio sguardo perché,
sollevando la testa indispettito
e prima di arrendersi a un sorriso, fa:
«Non lo vedi che faccio?
Trasformo questa merda in tante stelle.
La birra però prima me la bevo».
E riprende.

(p. 42)

Scaricato, almeno in apparenza, da ogni formulazione retorica, il lirismo di Gezzi, sempre più livellato l’orizzonte percettivo dell’autore, aspira a un “realismo” dello sguardo, in cui il soggetto è riconoscibile nell’intercapedine momentanea e fluttuante di uno spazio relazionale sfuggente, e quindi estremamente sfumato.

Responso per R.

Per un’incomprensione banalissima
– una parola pronunciata
a voce troppo bassa, un appunto
stracciato senza cura – la luce
che poteva visitarti si è posata
sullo scuro che si è chiuso
imprevedibilmente: lo slargo di splendore
sul parquet si è frantumato
in quattro sottilissime fessure.
Che non portano a niente,
che nemmeno si intrecciano
in un frivolo shangai da esaminare
nelle meno intorte: tutto qui
il dono sperato, il responso degli oracoli
pregati mentre scivoli nel sonno.
«Che almeno siano buio
al più presto. Che l’inganno sbiadisca
per il colpo di straccio di una nuvola».

(p. 49)

Il tema dell’intreccio, ossessivo nella raccolta, si affianca a quello della costruzione, è il soggetto a necessitare (lo abbiamo accennato in precedenza) di nuove radici, pur essendo espropriato nell’impossibilità di qualsiasi richiamo nostalgico (non è forse il peso ontologico più pressante per quest’umanità d’inizio millennio, postuma di se stessa?).
I passi compiuti sono irrimediabili, ombre di un cammino che si fa urgente, in affanno: «perché non ha detto le parole / che estraggono il reale dal fantasma. / Ora devo camminare, si ripete, fino a perdere il controllo del corpo» (Lo spazio percorso, p. 51, vv. 14-16).
La volontà di controllo attraverso il conteggio numerico, oltre ad avere una funzione “mnemonica” – la poesia adesso è nota a margine che tenta di non farsi sfuggire lacerti di vita – s’incrocia a quell’angoscia d’affanno, l’urgenza rischia di farsi ossessione. Non sarà un caso che all’altezza del centro del libro appaiano le ombre e l’immaginazione squarci il quadro della narrazione: «…Un racconto / di ombre si è proiettato sull’intonaco / che lo custodisce con devozione» (Dal diario di Kafka, p. 57, vv. 4-6, ma si legga anche la successiva Colloquio con l’ombra).
La “chiarezza” del dettato si ricopre di venature, dissolvenze, crepe e l’ultima sezione – Il numero dei vivi, appunto – si apre proprio con un richiamo alla proiezione che (vedi la citazione da Simić) oscura la visuale, vi frappone una schermatura. Ogni certezza, sembra dirci Gezzi, per avverarsi ha bisogno di elaborare la sua frattura, la sua stessa in-essenza, la sua domanda senza risposta: «… quasi sotto casa (casa quale? Si intromette / lo stesso soffio allontanandosi nel buio)» (Ipotesi per una casa, p. 64, vv. 2-3).
Si crea un passaggio e dalla prospettiva infranta appare una visione inedita, l’enigma su cui si fonda l’impulso irreprimibile del desiderio comunicativo, la nostra passività di fronte alla potenza di ogni linguaggio; un vero capovolgimento nell’ineluttabile partendo dalla speranza di dirsi e dire l’altro. In questa direzione è possibile leggere i tre testi dedicati alla figlia, tralucenti proprio nel dubbio e nel desiderio proiettivo che illude il soggetto, rendendolo compartecipe nella dismissione del sé e nel confronto con la propria responsabilità d’ascolto:

Tre per una figlia

III. Chè?

«Che è?», la tua prima domanda.
O forse non proprio così,
forse solo «Chè?», a proposito di tutto:
dei suoni, della luce lontana
delle stelle, del tuo corpo
e del nostro, delle formiche,
perché bastano poche lettere in fila
per aprire sprofondi, baratri,
orridi che noi ricopriamo con affanno
di parole, balbettii:
è il ginocchio, sono le stelle,
sono formiche che risalgono il muro
e lì il cancello. Tu però non desisti:
«Chè?», continui a chiedere,
anche dopo le risposte. Sillabiamo,
ripetiamo, ma sappiamo benissimo
che hai ragione tu.

(p. 72)

Che sia la funzione etica del linguaggio a interessare Gezzi appare chiaro nei continui ripensamenti che contraddistinguono l’ultima parte de Il numero dei vivi (ma non si dimentichino le due epigrafi del libro incentrate sulla perfezione – Simonide, lirico greco del comportamento a-tirannico – e sull’imperfezione come acme e obiettivo di ogni tragitto – “L’imperfection est la cime” ci dice Bonnefoy). Ripensamenti sulle sicurezze, date frettolosamente per acquisite: «la tua quieta / sicurezza di automa imperturbabile che schiva / gli ostacoli e le spinte», possiamo leggere alla fine di un testo (Un passo indietro, p. 73, vv. 21-23) che si apriva con un gesto compassionevole e si trasforma nella descrizione di un allontanamento dalla scelta, una riflessione intima sugli stati d’animo sempre ambivalenti che guidano le nostre azioni.
Eppure è questa incertezza a manifestare, o meglio, a scandire il ritmo dell’esistenza, la sua ritualità:

Discorso ai nuovi vicini

Difendere un perimetro di luci:
qui il muro, lì un tavolo disegnato
contro il bianco, delle tende, il bagliore
intermittente del televisore che le incanta
e le rende vive. Dentro storie semplici,
né colpevoli né innocenti: il termometro
per la febbre, un quadro, uno sguardo
che rade il buio e si consuma nell’attesa.
Chi abbia ragione e chi abbia torto non lo dicono
le case. Eppure tutti, appesi al vostro vuoto
che un passato di generazioni riempie sempre
di un senso, scambiate una parola con il monte
che incombe e guarda il lago come un angelo
di terracotta veglia una casa: senza vederla.
Difendere un perimetro di spazio,
di esistenze, appartenersi nel rito
del risveglio sotto un unico
tetto che sembra casa e non lo è,
perché le luci già tremano e il termometro
dice febbre, e in una, due giornate uno vende
una discendenza, spicca i quadri, strappa le tende,
ne fa stracci. Nella breve parentesi
di questi istanti vivete voi.

(p. 74)

Rito, ritmo, suono che si produce nelle parole dette, nell’ascolto dell’altro, nell’esercizio a questo ascolto che trasforma un’intuizione, una trasmissione che può farsi scambio generazionale, rispetto di una voce nella dimensione conviviale di un incontro. Forse per questo in Lettera a Fabio può sembrare giusto riconsiderare l’ascolto delle esperienze altrui come un arricchimento, un “magistero” che ci offra il senso di un diverso orientamento: «…Sbagliavo direzione, caro Fabio, / non capivo che la geografia delle valli / e dei laghi ammette ancora incidenze, / simmetrie, perpendicolarità / tra vuoti e pieni. Era il lusso di un nulla / imperturbabile, il mio, già sazio di qualunque / delusione, dolore» (Lettera a Fabio, p. 75, vv. 19-25). Siamo in cerca di indizi per ritrovare un cammino che conduca a una casa ancora imprecisabile, data per assodata l’impraticabilità dello schema che distingue diversità e conformazione a un ambiente, in poche parole di un’identità di cui perdiamo continuamente le tracce: «Vedo solo ciò che è uguale, risponde, / mentre il verde della porta trasuda / arancione e un campo di colza / si tinge di marea» (Unisci i puntini, p. 80, vv. 26-29).
Da questa perenne dispersione – e sperimentazione ossessiva – emerge un effetto straniante, un’evidenza trasfigurata per cui il “reale” si riattiva attraverso il mutamento, la plasticità di una lingua che fermenta nel gesto, autorigenerandosi o, forse, che spera nonostante tutto nel suo rinnovamento. Rinascono gli interrogativi sulla necessità della nostra presenza ed ecco che l’enigma, il mistero, il vuoto di conoscenza, diventano lo spazio di una misurazione della stessa. La domanda di un luogo, restando irrisolta, reinnesta un cammino per cui l’accumulo dei giorni, degli eventi, non spegne la curiosa fragilità che fa avvenire le nostre transizioni, il loro divenire.

Ultima domanda

Io non so chi vivrà dentro quei nuovi appartamenti.
Alcuni sono arrivati, altri arriveranno.
Altri se ne andranno prima del dovuto.
Ci incroceremo giù al parco,
davanti al lago, dentro una scuola
o un supermercato. Ci scambieremo persino
qualche parola, un giorno o l’altro.
Non siamo imperdonabili, eppure questa luce
che taglia il versante del monte
prometteva qualcos’altro, tempo fa,
e l’ombra che proiettava dietro a tutti
era la gioia. Adesso attendiamo
altre ombre per contare
di vederci un po’ più spesso, di conoscere
le facce dei figli, di sapere dov’è andato
a finire quel cane
che metteva allegria solo a guardarlo.
Ma sperare in un’ombra, una minaccia
che ci renda meno soli, più vicini,
non possiamo. Il presente è una speranza
che contraddice se stessa, bene e male
che si elidono, il sospetto di non potere,
non sapere, non volere
se non essere. Siamo?

Gianluca D’Andrea
(Marzo 2015)


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Massimo Gezzi (Foto di Daniele Maurizi)

Massimo Gezzi ha pubblicato i libri di poesia Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004) e L’attimo dopo (Luca Sossella editore, 2009, Premi Metauro e Marazza Giovani), più la plaquette trilingue In altre forme/En d’autres formes/In andere Formen, con traduzioni di Mathilde Vischer e Jacqueline Aerne (Transeuropa, 2011). Ha curato l’edizione commentata del Diario del ’71 e del ’72 di Eugenio Montale (Mondadori, 2010) e l’Oscar Poesie 1975-2012 di Franco Buffoni (Mondadori, 2012). In Tra le pagine e il mondo (Italic Pequod, 2015) ha raccolto dieci anni di interviste ai poeti e recensioni. Vive a Lugano, dove insegna italiano presso il Liceo 1.

 

Reinterpretare il mondo attraverso i testi di Gianluca D’Andrea – “Il mare a destra” di Massimo Gezzi

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Massimo Gezzi

di Gianluca D’Andrea

Il mare a destra di Massimo Gezzi, ed. Atelier, 2004

il mare… ancora traiettorie di un viaggio, e il viaggio può essere esilio, un ciclo di passi adatto ad emersioni di senso. Prima ed ultima poesia de “Il mare a destra”: dal “miracolo” della scoperta di punti fermi al bisogno della partenza definitiva (?) per esperire il mondo, semplice esigenza di una vacanza (da colmare? incolmabile?).

I ciclo: “La poesia è finita nella vita / che comincia”, ma la lingua? come piegare l’evento “meccanico” ad una nuova “meraviglia”? forse “il punto di svolta riposa / sul primo gradino della scala” ; una volta dentro il treno, le prospettive si sconvolgono e a stento si verificano le percezioni, la concentrazione è minima e ugualmente al massimo delle possibilità, allora la lingua pare volare su appigli istantanei, tenta un approdo e scivola nella corrente dei referenti casuali, come nell’immagine di coloro che “ascoltano / la terra rivolgersi e ruotare”. La lingua è movimento nel mondo, rapida, quasi intangibile, “già aria” che sfugge alla presa. Che importa nominare se non è colta percettivamente la “processione” di una meraviglia, un segreto che il poeta porta alla luce e condivide?

II ciclo: Vinteuil o della memoria transeunte.
Anche un’azione vivida è destinata alla deformazione dei ricordi, la funzione sensitiva e metamorfica della lingua: “il quadro alla parete, papavero o che altro, / custodisce la parentesi / della nostra permanenza. Il lampo / del televisore appena spento la cancella”. Il papavero custodisce la nostra permanenza, il che appare come una provocazione, una natura d’oblio ci conserva, c’incornicia e un’altra cornice ci rende socialmente cancellabili, quella del televisore lampeggiante, deleterio. Reggere moralmente è una necessità, anche se ”poche le istantanee del ricordo” restano “indelebili” ed è anche questa funzione memoriale che la poesia deve mantenere al di là dei moralismi.

III ciclo: “Inferno in quattro soliloqui”.
Inferno con speranza comune, quotidiana ma smorzata dal quasi ossimorico “cimitero di abbagli”. Questa sezione centrale sembra più una parentesi che un nucleo, un piccolo preludio al fallimento della parola, della sua aderenza al mondo; il concetto verrà approfondito nella sezione seguente e ribaltato in fiducia nell’ultima. Sintomi di una crisi, dove rintracciarne se non nella sfiducia per una riformulazione d’illusioni? la realtà s’informa e sprofonda nell’autismo mentre qualcuno avverte che “bisogna / partire una volta per sempre”, che ancora “il bisogno di contatti / e di calore, di parole” può nascondere “un bagliore di vero”; da questo scontro tra l’individuo e un mondo falcidiato da abnormità segniche, dovrà nascere un nuovo soggetto poetico. Dal dormitorio o fossa comune la difficoltà di sentire ancora una volta l’attrito del reale, nella varietà “abbagliante” delle sue possibilità.

IV ciclo: “Estinzione di una voce”:
infatti la soluzione è esposta e riguarda il sonare della voce: “è la voce il ritratto più feroce/ da estinguere”. In luce o in trasparenza, in condizioni sensoriali di margine, si verifica una battaglia vitale, tra due soglie si avvera la scissione e il niente del senso, come “unghiate dentro l’acqua inafferrabile e tutt’una”, induce a preservare la parola nell’attesa che un vento s’insinui nella voce e faccia esplodere il canto prima della morte. Nell’attimo in cui si accinge a scomparire, il canto è benedizione, stemma e corrente di una scelta di verità.

V ciclo: “Scendere e cercare”: per partire per sempre occorre un bagaglio, unico, scoperto. Il contatto è mescidanza, il tintinnio che risuona, dall’incontro, dentro le cavità dell’individuo che in tal modo forma la società. In questa danza che l’individuo realizza con il mondo (fuori gravità sarebbe tormenta, movimento casuale, oscillazione indecifrabile) anche gli oggetti (il nulla che s’imprime) comunicano, apprendono un ordine e la parola può nuovamente esprimere, nominare (il corpo delle donne è identificato nel nome, ma voce e gesti producono trasformazioni; l’individuo è libero di creare analogie, sorprendersi nell’immaginazione). Contro il “vuoto” che permane, la disposizione: volontà di “scendere e cercare” “a che cosa potranno servire questi segni”. Per istanti, abbagli di un senso che continua a sfuggire ma avverte il bisogno di tornare adorazione, eliminazione della scelta; questa disposizione primitiva dell’individuo che genera meraviglia, che affonda lo sguardo…

continua attraverso la lettura di Sesto Sebastian di Marco Simonelli