Estratti da “La saggezza dei corpi” di Martina Campi, L’arcolaio, 2015

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Spencer Tunick, Newcastle, 2005

La saggezza dei corpi (nota di Gianluca D’Andrea)

la saggezzaDopo Cotone (buonesiepi libri, 2014 – vedi qui), il ritorno di Martina Campi alla poesia si predispone alla forma del racconto. La prospettiva “poematica” prende il largo da un’evenienza “comune”, da una vera necessità. Il ricovero in ospedale per una settimana è input, come dice bene Sonia Caporossi in prefazione, per una «inversione di contesto». La poesia della Campi ci ha abituato alle modalità di scardinamento del senso (e continuano ad essere presenti in questo libro metafore ardite, simboli stranianti – «c’è una mano tra i palazzi e un muso/ tra i raggi del sole» -, anastrofi – «bianco il soffitto e nelle mani»), ma la dimensione “surreale” del contesto pare attenuarsi, anzi di più, pare concretarsi a favore della rilevanza dei dati di realtà. Il “bianco” e le “mani” fanno la referenza (il bianco del cotone della raccolta precedente) extralinguistica per costruire una diversa aderenza. Non nuova, i simboli non sono originalissimi, ma quasi di asettica purezza che cerca nel contatto una redenzione al precedente distacco.
La tensione a un approdo, così sentita in Cotone, trova in La saggezza dei corpi una risposta. Si passa dall’«instabilità dei nessi» a «incontri inaspettati» che possono nutrire la nostra fame di relazione. È questo il bel segnale che ci arriva dal poemetto della Campi, un promemoria per i «prossimi giorni, ignoti», per il futuro.


 

 

Estratti da La saggezza dei corpi

Giorno #1

– Il cuore è la prima cosa da liberare

1

[…]

… c’è una mano tra i palazzi e un muso
tra i raggi del sole che sbatte e sbatte ancora
da dove vieni? Dov’è trascorsa la notte?
E percorre i contorni, li stringe, li logora, li rovescia

arrivano le mattine così, sugli angoli
Spezzati e gli orologi, baldacchini per le mani
che scivolano sul volante, che la bocca, è
a metà

[…]

*

Giorno #2
– Il cuore non ha alcun dovere: batte

il cuore è bianco, il cervello
bianco, bianco il soffitto e nelle mani,
tra le gambe, sui piedi
bianco che dilaga bianco

la finestra non resta aperta
gli occhi, non li vedo
e la finestra cade
ancora, un’altra volta, giù

[…]

non si tocca abbastanza rumore
vento, fuori o dentro, vasto

quando arriva il fresco
dalle pareti e dalle fessure
le visite sono schiene
nel corridoio (a svanire, meste)

che si allontanano e perdono
forma, non è ancora buio,
né la fine del giorno dei vivi
che ci si addormenta, sonnecchiando

[…]

*

Giorno #3
– il cuore è un canale privo di ostruzioni, dove tutto passa –

I

[…]

perché fuori è una terra straniera
fuori è tutta un’altra storia
e anche loro che arrivano, con l’amore
nelle borse, e le migliori intenzioni

[…]

*

Giorno #4
– abbiamo tanto bisogno di tutto ciò che piangiamo –

I

[…]

verso la porta nel tempo
di arrivare
e svanire di nuovo, raggiunti
nel bianco

quando ci siamo rivisti
c’era molto caldo
e avevamo la raccolta
delle lacrime agli occhi

ci siamo seduti come attorno
a un tavolino da giardino
senza che ci fosse alcunché,
da appoggiare o stendere

e ci siamo detti del tempo
e delle zanzare e tutti gli altri insetti
volando mentre i vecchi guardavano
il telegiornale, poco più in là

[…]

*

Giorno #5
– finché non avremo perdonato i nostri genitori, non avremo perdonato noi stessi –

II

amici miei, dove siete?
(abbracciatemi)
qui è tutto bianco, e la notte non si rimargina
anzi si sbornia il buio che sta in basso e viene, su

il computer lo chiamavamo
bollettino dei morti
che è morto oggi?
chiedeva la Gina

io e Maria ridevamo e rideva anche lei
scampate al sospetto
della bruta follia
scampate di brutto alle glaciazioni

[…]

*

Giorno #6
– Col cuore puro viviamo in pieno paradiso –

III

e so che dovrete andare
e so che dovrò andare anch’io
per diverse stanze, corridoi
che non s’incontrano più

abitudini che attraversano il caldo
agguantano i bianchi del giorno irreversibili

[…]

*

Giorno #7
– Senza azione, la verità non serve a niente –

II

mentre parlavi
mi inondava un pianto verde
come se il cuore non fosse
più il mio

(io e tutte le mie paure)
ce ne torniamo a casa
con la commozione in sommossa
a fissare il panorama che scorre

tutti i piani per ricominciare
i passi di quadriglia
i dialoghi delle sceneggiature
i tappeti rovesciati all’in giù
l’orizzonte basso e lontanissimo
di tanti verdi
diversi che si toccano
e il vento caldo entra dai finestrini

[…]

III

gl’incontri inaspettati
ci nutrono
la fame
che consuma

riferiti deficit neurologici transitori
oscillazioni della vigilanza
trascinamento bilaterale
diplopia, vertigine soggettiva
amnesia di fissazione

e tutto ritorna com’è
e tutto intorno s’aggira fino
ai prossimi giorni, ignoti


 

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Martina Campi

Martina Campi è nata a Verona nel 1978. Vive a Bologna. Vincitrice del premio Giorgi 2012 con la silloge Estensioni del tempo (Le Voci della Luna). Finalista al Premio Montano 2014, con la raccolta inedita Manuale d’estinzione. Nello stesso anno pubblica Cotone (Buonesiepi Libri). Presente in alcune antologie poetiche, siti e riviste di scrittura. Co-fondatrice dei progetti di autodiffusione di cose belle: Foglio d’aria (con Giampaolo De Pietro). Autrice e performer, con il compositore musicista Mario Sboarina, del progetto di musica e poesia Memorie dal SottoSuono da cui è nato anche il cd autoprodotto Mani e qualcos’altro (2011).

 

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Poesie da “Cotone” di Martina Campi, buonesiepi libri, 2014

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Martina Campi

Cotone (nota di Gianluca D’Andrea)

copertina-cotone-ritagliataCotone è il seme e l’avventura del ricordo; ad appianarsi dopo aver reso lo strappo della parola, la sua esplosione prima della fioritura del senso, il segnale germogliante.
C’è anche l’odore di biancheria, tensione al pulito, al sublime che discende nel quotidiano, mistura di memoria e desiderio d’avveramento.
Molti testi giocano sulla sperimentazione lieve, un capovolgimento del testo: la tessitura candida nella crepitazione/trepidazione dell’avvenire.
Fiocchi volano, respirano e si depositano – queste parole – come un preavviso, l’attesa di un nuovo approdo.

Testi da Cotone

Tutte le persone

oggi avevano caldo
e scarpe aperte

dalla maglietta e dallo zaino
residui del giovedì.

Aria, un profumo
ch’è ricordo;

si parte da qui
che c’è la luce giusta.

Mah. Dipende da come
si alza il sole, mi hanno detto.

°

Non è per piacere.
Non è per dolore.
Non è per spezzare
il corpo in due –

Ci interroghiamo sugli esiti,
come rondini stonate
all’arrivo dell’estate.

Ed è per sentire
fino a dove si può sentire

ed è guardare -misurare,
quanto piccola e sottile-

la circonferenza che raccoglie
la differenza,

tra l’esserci o svanire.

°

Il silenzio delle finestre
ha parole d’altri spazi,
interstizi sottili illuminati di bianco,
decori del buio.

Immaginavi di percorrere
le rugosità pallide della parete.

Le tende sono lontane dal divano.
Non dirò niente.

Non posso dire che gli spazi.
Piani che volano su altri piani.
I miei piani di non dire niente.

La donna urla da lontano, in un’altra sera
che è calda, grossa, rossa,
sopra la biancheria, sopra la televisione
fatta a pezzi, oltre la finestra, pezzi di vetro dalle finestre

sudore e strappi esplodono, ridono, scalciano
-oltre la piazza, i blocchetti, la meridiana-
piani su piani del silenzio piani, su piani. Lampioni

divani lontani, lenti, sudati, su piani.
Così, a venire, dragare brezze notturne,
murare sospetti, rossetti scorretti,
vestaglie apparse appassite. Arse.

(Disegnata contro la notte)

°

Questa è l’ora
dei buchi nel muro.
Ora di pioggia e cotone
l’amore immortale alla parete
regge il buio, inghiotte i rumori.
Sonnecchiano i cuscini brillanti
sonnecchiano vicini

e le persone
si rigirano,
si ritagliano

le ore sottili
sotto gli ombrelli,
a chilometri di distanza

chilometri di corridoio
chilometri di sogni
e chilometri d’altri sogni
chilometri di sveglie
chilometri di stanchezze
chilometri di corridoi.

Forse il deserto ci somiglia.

(Corridoi sotto gli ombrelli)

°

Nell’aria un respiro vola
e insieme alla cenere si deposita.

Poi ti vedono dalla finestra
che ti rifiuti di collaborare,
tra pollini e gas di scarico

come una polena.

(Voci)

°

Ed eravamo acqua
ed eravamo fatte a spigoli,
poi tutto sarebbe cambiato.

Una gamba se ne volava via,
per la strada rotolando,
alla velocità di frecce.

(Decadi)

°

I

Una luce nebbia
si nutre di questa via.
Le persone sussurrano
gli scricchiolii delle ossa,
tornandosene a casa.

II

Su scalini scolpiti nel bianco
si accalcano ginocchia.

Bisogna uscire di qui! E restare vivi.

III

Poi, di mattina presto
la luce è sorgente
rifratta

ma davanti a me
tra case fatiscenti
non c’è un’anima.

IV

Ci accadiamo lievi
neve dal cielo,
foglie dai rami.

(Una Preghiera)

°

IX

E poi perché ci vuole la calma,
sapete ci vuole la sorrisa,
la.. stortura ci vuole
mentre si fa il bucato, il seitan
il seitan, poi sbadigli enormi,
feroci balsamici o no, falò…

loro lo sanno e nella notte
si danno consiglio
con le ninne nanne,
con i bucati freschi salgono
ti baciano e t’abbracciano e chi sei
chi continui a dire perché
nell’armadio ce n’è uno uguale
nuovo nuovo uno perfetto nuovo nuovo
e tu sarai nuovo anche tu
presto questo freddo anche tu.

Il freddo, il freddo è il saio
il tuo saio per dormirci
stanotte sai per tradurti
ciò che sai tu lo sai
tu lo sei ciò che sei.


Martina Campi è nata a Verona nel 1978. Vive a Bologna, dove ha studiato e si è laureata in Scienze della Comunicazione. Vincitrice del Premio Renato Giorgi 2012 con l’inedito Estensioni del tempo (Edizioni Le Voci della Luna Poesia, 2012).
Autrice e performer, fondatrice insieme al compositore e musicista Mario Sboarina, del progetto di musica e poesia Memorie dal SottoSuono. Nel 2014 entra a far parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. Collabora con la rivista online L’antenna.