LETTURE di Gianluca D’Andrea (3): FIGLI E NIPOTI DEL BENESSERE?

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Mario Martinelli, La danza dell’ombra (particolare, 1996) ©. (Fonte: mariomartinelli.it)

di Gianluca D’Andrea

La mia generazione è figlia di quel benessere, quella parentesi della storia che va dal secondo dopoguerra alla fine del XX secolo. 1976: l’anno dell’eutanasia, anno del drago – MAO -, Cina coinvolta nell’occidentalizzazione del mondo. Non esiste “occaso”, andiamo fuori dai nomi, esiste un segnale di distruzione – “distruzione della distruzione”, ancora Heidegger – un complotto, una “complicità” negli stessi interessi tra le nazioni del complotto. Dall’autodifesa al modello, lo “stile” di vita – quale “stile” di vita? quale “nuova” illusione? Questo ci ha lasciato la “guerra fredda”.
La mia generazione è passata da quest’infanzia “fredda” – ma poi gli anni ’90, dopo il disgelo si ri-produce un conflitto “caldo” nel seno dell’Europa, anzi a causa del “dis-gelo”. La Jugoslavia doveva frantumarsi, un piccolo dinosauro comunista, spartiacque necessario, meglio se sbriciolato, perché facilmente indirizzabile all’occaso. L’ideologia della caduta, occidente è l’occasione perduta dall’uomo per dimenticare la dimensione dialettica del superamento dell’Altro; la speranza dissolta di un adattamento irraggiungibile al contesto, alla terra – allora, costante ri-creazione nel mondo.
La mia generazione non si è mai svegliata dal sogno estivo di una pace che dirottava ogni conflitto fuori dall’occaso. L’occasione dell’abbraccio globale sotto la bandiera dell’occaso ha aperto il desiderio di un sonno artificiale, perpetuamente pacifico, poco prima di un “nuovo inizio” che prende avvio dalla “distruzione” del “vecchio” uomo (ancora Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger).
Non ci sarà l’abbraccio di un contatto auspicato da alcuni – la carezza di Nancy – ma l’affermazione di un “dispositivo” della dimenticanza (Foucault, Deleuze, Agamben), una metafisica esponenziale, cioè un oblio nella presenza.
«La vita è una cosa pubblica» (J. Conrad, Con gli occhi dell’occidente), se è così – ed è così – occorre esercitarsi a comporre una strategia del nascondimento. Forse siamo impegnati in uno sdoppiamento – e anche più. Più identità che difendono un’intimità sempre più a rischio. L’identità pubblica esaspera la sua esposizione e lascia in ombra la zona, il nucleo intimo che gode nel suo essere nascosto, l’angolo riservato eppure ricco di finestre da cui affacciarsi a piacimento. Ma sappiamo che il tipo di voyerismo che ci illude dell’autonomia nella scelta, ricade nel controllo di chi costruisce comandi, in un gioco molteplice di scatole cinesi. Si è già consolidata una gerarchia di potere – non un panopticon, ma un intreccio di occhi: la visione è così ampia eppure ristretta al controllo e alla manipolazione dei dati, o meglio degli accessi, degli “affacci”. Capito questo, occorre fingere e manipolare la propria finzione. Dimensione frustrante ma unica per mantenere autocontrollo in un contesto di controllo rivestito di angoscia, attivata nello spaccio della sicurezza. L’applicazione della sicurezza.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (2): CABAL (O DEI MOSTRI CHE FANNO RIDERE)

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Una scena dal film Cabal

di Gianluca D’Andrea

I mostri siamo noi, siamo noi l’inghippo dell’istituzione che fa la legge. Chi più risibile di chi? e chi si schiera con i mostri? “Cabal”, chi mangia chi? e la favola dell’amore che va oltre la mostruosità, il reietto che si difende prima della catarsi, la guerra (civile? Gli uomini contro le loro colpe?) e il duello finale tra l’eroe romantico (l’uomo che si fa mostro) e il dottore (il razionalismo occidentale e l’invidia, il Decker interpretato da David Cronenberg).
“I giardini di pietra”, non è Coppola e il Vietnam, è la morte nel cuore dell’aggressore, il rifiuto e l’oscenità di ogni nazionalismo. Il sogno americano che spinge l’individuo per poi rinnegarlo nell’abbraccio della nazione.
“Peggy Sue si è sposata” o la favola delle possibilità: «Perché la Storia si è rotta oramai / sugli esseri umani: non incolla più / nessuno a un’altra persona» (Cristina Annino, Anatomie in fuga, p. 63). Ma se la Storia si è rotta, sembrano restare le “storie” che rifuggono la retorica della Storia. La retorica del viaggio individuale e del ritorno è sospesa, s’immerge nella grazia, nella carezza che l’individuo stesso riscopre nell’attenzione al mondo (ancora la carezza di Nancy).
La retorica della spinta individuale è presente anche in “Tucker – un uomo e il suo sogno”, ma quanti abbagli nell’autoproclamazione della propria libertà. Il sogno americano, fagocitato invece da Ray Liotta in “Quei bravi ragazzi”, tradisce l’altra faccia dell’individualismo: la possibilità di virare al male e rendere la storia una finzione. Una grande madre che ci rimbrotta e scaraventa sul popolo i nostri difetti (ancora il senso di colpa), eppure ci coccola dal cielo di New York (W. A.) – «La questione intorno al ruolo dell’ebraismo mondiale non è una questione razziale, ma è la questione metafisica intorno al tipo di modalità dell’umano che, in quanto assolutamente priva di vincoli, può assumere come “compito” storico-universale lo sradicamento di ogni ente dall’essere» (M. Heidegger).

LETTURE di Gianluca D’Andrea (1): DIARIO ESTIVO

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Mario Martinelli, Icaro (1990) ©. (Fonte: mariomartinelli.it).

di Gianluca D’Andrea

Con questa prima “Lettura” inauguro una nuova rubrica, una ricognizione sul presente, ma non solo, che prende avvio dalle esperienze di lettura per incrociarsi con altre esperienze, assolutamente personali, dell’autore. Ancora indistinto, il margine che dovrebbe separare il soggetto della percezione dalla realtà percepita e dagli strumenti che consentono l’accesso al contesto. Forse perché tale margine è sfumato, tanto sottile la fenditura che separa, da rendere inutile provare a spiegarsela: forse il contesto è lo stesso margine, soggetto compreso, della fenditura.


Ferita

Come non esistesse eziologia,
forse non esiste davvero nulla
oltre una fragilità congenita
che vorrebbe dire eredità, trasmissione,
geni antichi, incroci cellulari,
un’intrusione che arriva da un altro
tempo, un tempo-ombra
come le scorrerie e le razzie di sconosciuti
che scopriamo, sempre dopo, essere prossimi.
Così galoppa il dolore, nella rincorsa lontana
che arriva addosso un giorno
imprevisto, imprevedibile e non è un’origine
ma un percorso che ci attraversa e in cui
improvvisa emerge un’onda che s’increspa
e ferisce, che può arenarsi
o trafiggere fino a bloccare il tempo
del singolo, non la continuità
della sua alterità.

Il taglio è purulenza guarisce
ma non argina, illanguidisce
sull’orlo della cicatrice, cambia la visuale
dell’abbandono o dell’attesa.

«E la grande licenza, che si diffuse nella città anche in altri ambiti, cominciò all’inizio con questa malattia. Poiché ciò che prima un uomo non avrebbe ammesso che potesse essere fatto per il proprio piacere, ora osava farlo liberamente, vedendo davanti ai suoi occhi una così rapida rivoluzione».

T. Hobbes

La peste di Atene, la guerra civile, i nazionalismi. Nei momenti critici tutto è permesso fuori dal vincolo della legge e della condivisione e la massa anonima svincola l’individuo da ogni responsabilità. Quale forza?

Eccoci a riguardare il vuoto dopo l’evento. La ricreazione dello spazio nonostante la mancanza, la deviazione di abitudini che non esistono se non nella piena solitudine. Come un’ombra che mi ha lasciato la sua voce, le carezze, gli abbracci, il contatto. E, dalla voce, i consigli, l’ammaestramento. Spero che questa forza di trasmissione spinga all’incontro, interloquisca nella memoria e riattivi la necessità della relazione. S’incurva e scuote l’essere, la cura, porta a una maturazione il contatto. Di che altro abbiamo parlato? Splatter, horror, vertigini, fantascienza, famiglia, appartenenza?

Non si possono perdere le date dello smarrimento. Ma quali date? Tutte!

«Annotare i colloqui nascosti del linguaggio» (M. Heidegger), come leggevo a luglio, la poesia dovrebbe annotare i colloqui nascosti del linguaggio ma qualcuno inverte l’assunto e rende palesi tali colloqui (a questo punto la poesia non c’entra nulla).

Ragno a luglio

Quanto più l’uomo diviene colossale, tanto più
piccola deve diventare la sua essenza fino a che
egli, non vedendo più se stesso, si confonde con
le sue macchinazioni e così “sopravvive” ancora
alla sua propria fine.

M. Heidegger (Quaderni neri – 1931/1938, Riflessioni II-VI)

Non occorre più pensare al male
che dentro di noi germoglia
come un muro di asterie
perché basta fabbricarsi un sole
di armi e connessioni per sentirsi
un sole. Quel calore che cresce
prima dell’esplosione è il segno
che un muro di foglie è più solido
della vita e la morte è bella
perché non spazza via nulla
e ci proietta in un’immagine
illusoria, eppure eterna.
La segreta ambizione di essere oggetto,
parafrasando un poeta che pensava alla scrittura,
è frazionata in molteplici lapidi
in un pianeta popolato di fantasmi.
La mia ombra accumula
date e luoghi, è la turista
della distanza che vede senza movimento,
non ha il tempo di sostare a Monaco
perché deve tornare in Francia e volare
con l’occhio a Baghdad. L’ombra che sono
non si nutre di angosce ma ha paura,
continua a spostare lo sguardo
collezionando date e luoghi
ma non per lasciarli in eredità,
solo per continuare a sopravvivere
sottile tra le crepe di una casa
dissolta, nascondendosi tra fessure
virtuali come un ragno prosciugato
che non lascia tracce.

Macchinazioni: anche andando lontano si torna a questa fenditura. Fessura essere-non essere, organico-inorganico, in sostanza vita-morte? In questo spazio così sottile s’installa il senso del non senso, associazioni inaudite. Nel solco vive un ragno che è ombra del vivente, ma si nutre di resti, fossili e grumi di una materia a stento percepibile, in movimento in uno spazio imprevisto, una dimensione resa evidente dalla tecnica (dalla riflessione sulla tecnica). Dalla scomparsa dell’organismo nel meccanismo, anzi dalla fusione di sempre tra organo e strumento, perché organo è strumento.

«Nessuna successiva archeologia, né forma di vita o morte. Sconfitta in ultimo la morte; è solo una grandezza matematica fra parallele, e come queste ha niente valore, nessuno che la applichi. A che poi?».

Marco Giovenale (Il paziente crede di essere, p. 72)

All’assenza e alla memoria, ad esempio. La morte non è semplicemente una grandezza matematica. La morte, cioè l’assenza, puntella storie nel ricordo. C’è forma di vita e di morte, c’è archeologia, c’è storia. Per quanto possa capire l’idea della scomparsa, e comprendere un certo compiacimento, ancora non è proporzionale alla forza – per quanto prepotente – della sussistenza, cioè della presenza.

«La debolezza della storia è di essere volubile e poco affidabile, soggetta al trascorrere delle ideologie e delle mode: perché, altrimenti, cambierebbe tanto la versione dei fatti da un secolo all’altro? Il mito ha una forza lirica e una bellezza estetica di cui la storia è carente. Il mito rettifica la storia, è come se dicesse: può darsi che le cose non siano andate proprio così, ma è così che avrebbero dovuto andare, è così che vogliamo ricordarle, e una disfatta eroica è più degna di memoria di una vittoria risicata. Il mito è per definizione tragico»

Clara Usón (La figlia, p. 70)

«Lo straniero è uno di passaggio, uno che non c’entra, e dunque non lo riguardano le beghe politiche, religiose o sociali del paese in cui risiede, non ci si aspetta da lui che baci la bandiera o canti l’inno nazionale con la faccia commossa; lo straniero è il forestiero, il visitatore, l’invitato persino, finché a un certo punto succede qualcosa: una crisi economica, un conflitto politico, che lo trasforma nell’Altro, il diverso, il nemico, il colpevole di tutto, il sospettato».

Clara Usón (La figlia, p. 310)

Balcani-fine / etnie-fine / figlia-fine / responsabilità-inizio / memoria-inizio / nostalgia-fine / ritorno-fine.

Profumi che si riattivano nell’emergenza dell’evento, ma non hanno nulla di evenemenziale. Sono il corollario di un vagabondaggio del soggetto nell’altro, quando l’altro s’imprime nei primi respiri del soggetto. Non c’è poesia senza questi profumi primari.

Idomeni

«È più facile sbarazzarsi d’una macchia di grasso
che di una foglia morta; almeno la mano non trema»
diceva un poeta, ma qui a tremare è tutto,
un sistema d’indecisione, indifferenza o l’indulgenza
pietosa per una sindrome di cui si preferiscono ritardare
le conseguenze. Si chiama Idomeni
il limbo, la stasi infinita di chi attende
l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.
Tutti a proteggere e accarezzare i confini
fino all’esplosione impotente e ancora arginata.
UE, UNHCR e medici senza frontiere
laddove le frontiere subiscono un blocco asfissiante.
Le facce tirate dal dentifricio
che evitano l’aria aperta, l’area Schengen,
per tentare di raggiungere un lontanissimo nord
con una mossa avventata su una scacchiera di scacchi viventi
(Alice gioca e “perde” in undici mosse).
Nell’attesa sommosse nella valletta rigogliosa:
«Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo…» ma nell’ora
«che si fiacca» da «mille odori»
sorge lo sfiato dei lacrimogeni.
Il paradiso dei profughi è quell’odore invisibile di
ortoclorobenzalmalononitrile
che istantaneamente spacca l’attesa
perché i Balcani sono prodromi
e la Grecia l’origine di tutto
il male europeo.

“Ogni fatto morto, ogni effetto / estorto. Il dato certo risorto / in un battito irreperibile, / aquile bianche beccano lo zolfo / e il pietrisco dei Balcani; / silenzio d’Europa e connivenza / aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane / confezionate a triplo strato / con pascoli di capre, markor, argali a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza / dei complotti”.

 

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(da Transito all’ombra)

NUOVI INIZI: “Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda” di Giovanna Frene

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Giovanna Frene (Foto di Dino Ignani)

NUOVI INIZI: Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda di Giovanna Frene, Arcipelago itaca Edizioni, Osimo (AN), 2015 (Collana Lacustrine diretta da Renata Morresi)

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Ci sono opere che richiedono tempo per essere comprese in tutta la loro portata. Giovanna Frene, dal 1999 (anno di pubblicazione di Immagine di voce, sua prima fatica) ad oggi è riuscita a costruire una percorso considerevole in prospettiva futura, senza mai dimenticare la necessità di ricollegarsi e riflettere sulla tradizione linguistica del XX secolo. La dedizione alla storia, ereditata sì dal maestro Zanzotto, ma fondante nelle vicende biografiche della stessa Frene, s’imprime nell’esigenza di comporre una vera e propria narrazione che si scontra con l’aderenza ai fatti, con la loro “presunta” verità.
Una storia “invasiva” che dialoga col soggetto biografico conduce, infatti, in questa operazione a un racconto immaginifico, perché la relazione si fa reinvenzione dei rapporti, è la stessa Frene a confessarlo nel testo esplicativo al termine di Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda: in Storia come allegoria emerge proprio l’allusività esigente di un “nuovo” racconto. La memoria riattivata attraverso dati “illusori” permette la reinvenzione degli stessi soltanto accostandosi, però, a una tradizione consolidata. «La poesia come rappresentazione storica volge il suo sguardo al passato avanzando di spalle verso il futuro» (p. 41), il richiamo non casuale all’angelo della storia di Benjamin rende evidente che la preoccupazione, non solo della presente raccolta, ma di tutto il lavoro della Frene, è rivolta al futuro. Per questo le nozioni di traccia, tradizione e generazione creano la macrostruttura di cui ogni singolo testo è tassello.
Si parte sotto il segno della sovrapposizione. Verità o immaginazione, colpa o redenzione annunciano una sfasatura, la mancata aderenza tra mondo e parola (altro grande cruccio zanzottiano): «l’avanzata se è rapida, è più rapida ancora la traccia/ se disegna in anticipo la falsa coincidenza, che/ conta, si sovrappone, sembra collimare:/ non piove, ma non è mai così» (p. 9).
Iterazioni per scenari postumi («tutto è già avvenuto», p. 11), come alcune sottolineature etimologiche sembrano dimostrare – «scissione scindendo» (p. 11) – e l’Occidente “affonda” nel suo disorientamento.
Alla scomparsa prova ancora a rispondere l’arte, o meglio la τέχνη, ovvero la capacità di fabbricare che ha, comunque, contribuito alla dissoluzione “metafisica” dell’occidente. Sulle basi dell’ambivalenza (ricordiamo che Tecnica di sopravvivenza preannuncia un’opera più vasta la quale, a detta dell’autrice, dovrebbe avere il titolo, alquanto heideggeriano aggiungo io, di Eredità ed estinzione) sembra pressante per la Frene congegnare una fuoriuscita il più possibile a-dialettica: per distanziarsi dal nichilismo della tecnica (ancora Heidegger) occorre che la stessa e il mondo coincidano nel riconoscimento della loro finzione, cioè in un percorso continuo, allusivo, affabulatorio. La «perfezione» di questo «coincidere» sarà, come accennavamo, l’inizio di un nuovo racconto.
Al principio non è il “verbo” ma un’identità che si stratifica – e le voci corsive che s’incontrano in molti testi non sono che “intrusioni” che formano il soggetto, l’alterità fantasmatica che riformula la materia: «se anche andassi per una valle oscura, non temerei alcun bene, perché tu sei con me» (Sestina bosniaca, o del penultimo giorno dell’umanità, p. 20). Dal soggetto sovrapposto all’inversione della traiettoria, un tragitto «imboccato a ritroso come per difetto» (p. 20), perché è la precisione della linea temporale (la “Storia”) ad essere stravolta, la sua evidenza cronologica.
Il futuro, dicevamo, cioè la dimensione del finire – occasus – un crepuscolo eterno, o anche un inizio eterno, a coincidere è, quindi, il tempo nella fine dialettica, come si accennava: «occasione per rispedire indietro le insegne del principio» (Liquefazione – Sestina bizantina, p. 22).
Per questo la “Storia” diventa ossessione della fine, ed è sì una storia pressante per vicinanza biografica (i luoghi della Frene, quelli delle due guerre mondiali: il Monte Grappa col suo “Ossario” è anche metonimia del mondo, dell’alterità funebre che segna le vicende, un po’ come il Montello per Zanzotto), ma la sedimentazione della memoria è il dubbio che non costruisce progresso, bensì morte continua: «non si ricorda una memoria, che è così con-divisa// anche così si rimuore e solamente/ ma anche così il morire è sotto sotto/ solo un morire» (I. Bronzo di Augusto Murer, p. 27. Si noti la “volontà” iterativa).
Se è vero che «inizia da qui la fine del sentiero» (II. A colui che per primo uscì, ferito, dalla galleria di famiglia, p. 28), è vero anche che persiste una simbologia, i codici di regole di condivisione, la convinzione forte che la “finzione veritiera” della letteratura sia l’argine al flusso inappropriabile della storia. Per Frene «resta ferma, insomma, la convinzione che la poesia debba ostinarsi a costituire il “luogo” di un insediamento autenticamente “umano”, mantenendo vivo il ricordo di un “tempo” proiettato verso il “futuro semplice” – banale forse, ma necessario – della speranza» (A. Zanzotto, Sarà (stata) natura, in Coscienza e conoscenza dell’abitare ieri e domani. Trasformazione e abbandono degli insediamenti della Val Belluna, 2006; ora in A. Zanzotto, Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano, 2013, p. 153).
Nonostante i dubbi, cioè, la memoria è il codice ancora condivisibile che permette di accedere alla nostra scomparsa – “il morire e il rimorire” – non per niente appaiono riferimenti a Leopardi e Foscolo, soprattutto nella decisiva Sestina funebre che chiude la serie dei testi “canonici” (escludendo, infatti, le “intermittenze” prosastico-esplicative di p. 31 e p. 39).
La memoria è il medium della rappresentazione (l’allegoria), ovvero il simulacro, l’immagine che proprio fingendo di aderire alla storia si fa narrazione affabulatoria e freschezza immaginifica: «diviene egli stesso immagine, di sé, il corpo morto» (III. Simulacri di libertà o della patria sbagliata, p. 29). E il “corpo morto” è il corpo linguistico che si rianima nella consapevolezza di non poter durare, come ogni traccia, destinato alla sua fine: «e non cambia/ questa morte che è solo una morte,/ la morte non cambia per niente» (ibid., p. 29).
Il simulacro diventa emblema, ornamento immerso nel racconto, immagine nell’immagine, «ombra della cosa», apparenza che si fa reale, prosegue il tragitto, si ri-crea in «nube spessa o altro» (p. 35), così la lingua.
Tornando alla Sestina funebre, è tra “Ossari e dichiarazioni” che si muove il nostro presente – l’eterno presente -, in mezzo a ossessioni mortuarie che si evolvono in nuove certezze della durata di un attimo e che concedono all’ombra del futuro di «camminare», non più senza direzione (il disorientamento di cui all’inizio), ma «in ogni direzione», il che apre senza dubbio alla possibilità che un cammino persista.
Se “bruciano i corpi”, non bruciano «le carte», le tanto “sudate carte” di un’eredità sempre sull’orlo della scomparsa, o meglio, scomparsa per sempre nella sua apparizione fantasmatica che emerge sempre e soltanto dalle stesse “carte”. Lingua come impronta, allora, questa è la speranza della Frene (che in questo caso si scosta dalla tragica fiducia zanzottiana), perché i segni si trasformano in «enigmi», immagini da reinterpretare, «incistati nella vostra lingua morta/ mai più mia» (p. 38), che continuano a dire l’ignoto, la direzione del futuro.

SESTINA COME CANTO FUNEBRE AI LOGOTETI
ANDREA ED EMILIO
TRA OSSARI E DICHIARAZIONI
DETTA SESTINA FUNEBRE

su queste rovine non ho fondato che rovine
(T. S. Eliot)

I.

all’ossessione, si aggiunge la certezza, l’esattezza: aperti
gli occhi, ha visto il nulla. e tu, piccola Cleveland, città sepolta,
sarai chiamata beata tra le genti, perché hai aperto gli occhi
sul sotterrato: sottoterra, vedrai, nulla cambia,
o soldato: timbra il biglietto, non occorre
rispetto, per questa rovina

II.

che cammina in ogni direzione, quest’ombra da dentro attende
la sua prevista canzone, nel circo di sangui, ma non ricorda il passo:
il motivo scritto in un crepuscolo di sasso solo previsto, prima incenerito
del dovuto, annulla l’attesa, se finisce l’azione: sparisce il ricordo
con tutta la canzone
——————————————(…..senza assoluzione)

III.

cade con una fretta irragionevole, anche lei da cavallo
e non vede nulla, o vede proprio il nulla
all’incontrario di chi si chiama vincitore, sottoscritto
fermo sull’attenti che nella guardia si avvicenda,
trascinando rime, maiali, in miglia tutte le possibili
canzoni, colonne sonore di frantumati commilitoni

IV.

che sono in pieno fermento, ribollimento, ammutolito
in un rettangolo sollevato da terra: aperti
gli occhi, vede la guerra delle ossa in sfacelo, del
fiume tagliato a pezzettini con tanto zelo: zero vita. in cambio
di una partita col morto, fui poeta, pigro di patria o
di pietra, sostanzialmente a torto

V.

sentivo da bambino, quand’ero bambino, o soldatino-pennino,
visto disteso nel catino, lucidato, fucilato, quasi
imbalsamato: quando morto, morto. lucidato.
o l’unghia conficcata nell’impronta-urna s’avventa
sbagliata nel momento, o le cose non viste alla luce
nera nel buco non sono, o il tumolo tiene, tormento, cenere (?)

VI

prossima alla terra: guerra, carcassa del pensiero. si brucino
i corpi ma non le carte, che al ritorno ritroverà
il posto, posto tra lo sterno e il cervello, povera pieve
del non-pensiero, mai putredine all’apparir del vero
campo, e santo, santi voi, enigmi incistati
nella vostra lingua morta,
————————————————-mai più mia

(pp. 37-38)

Gianluca D’Andrea
(Gennaio 2016)

Collage Invernale – Il salto via dall’essere

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di Gianluca D’Andrea

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Foto tratte da: Martin Heidegger, Identità e differenza, Adelphi, 2009