Exit alla Libreria Popolare di Via Tadino – Antologia di poesia siciliana

con Francis Catalano, Marilena Renda, Luciano Mazziotta, Diego Conticello, Rosemary Ann Liedl

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Exit alla Libreria Popolare di Via Tadino

Exit numéro 92

Poésie sicilienne : la parole peut alarmer la cible
Dossier préparé par Francis Catalano
avec la collaboration de Gianluca D’Andrea et de Diego Conticello avec des poèmes de Franca Alaimo, Maria Attanasio, Francesco Balsamo, Diego Conticello, Gianluca D’Andrea, Giampaolo De Pietro, Nino De Vita, Antonio Lanza, Luciano Mazziotta, Marilena Renda, Margherita Rimi, Pietro Russo, Patrizia Sardisco et Angelo Scandurra.

Un grazie a Francis, Antonella e alla redazione di Exit per questo splendido dossier.

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Marilena Renda “La sottrazione”, Transeuropa, Massa 2015

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Marilena Renda

SI AGGIUNGANO I BAMBINI: Marilena Renda, La sottrazione, Transeuropa, Massa 2015

sotrrazioneCi sono questi bambini, i padri estranei, le generazioni sfaldate e l’ombra che interviene spettralmente sulla storia e sul tempo. Perché La sottrazione di Marilena Renda vuole essere il resoconto “in levare” di un’epoca, la cancellatura graduale dei segni («Devi abbandonare le parole stanche», p. 10) che non dicono più il presente. Sembra crearsi uno spazio, un vuoto che, comunque, inclina al riempimento. Il libro si chiude su un racconto (Bambini, p. 70) dopo aver considerato la dissoluzione del senso.
Il desiderio di ritrovarsi «in mezzo alle cose/ che sono tutte nuove» (p. 11) non smette di rievocare la precarietà e lo straniamento che hanno portato a questa necessità. Così la sottrazione del titolo è una forma di sopravvivenza, un “repulisti” nel declino: «I paesi che hanno vissuto una catastrofe – scrive Olson -/ in particolare quelli che hanno perso una guerra/ sopravvivono meglio a ogni forma di declino» (p. 12).
Resistenza dei corpi in ombra, dell’immagine nella memoria, in un paesaggio che la mente cerca di assemblare e agguantare con uno sforzo di fantasia: «Ti ho preso a poco / e quando ti ho portato a casa / ho visto che sulla camicia / avevi una macchia / ma stavi appoggiato alla finestra / e tenevi dritta una sedia rotta» (p. 14).
Le azioni avvengono, dunque, nell’oscurità del presente («Ti spiegherei volentieri i segni del mondo, / ma al buio come siamo è facile sbagliarsi», p. 17) come in un’interrogazione continua, in cui anche la possibile sicurezza della dimora è ridotta a una visione scheletrica del paesaggio, una città fantasma: «Quando siamo arrivati qui / la città era uno scheletro» (p. 21).
La parola si dispiega nell’incertezza, ma una nuova forma di fiducia emerge dalle pagine, a tentoni. Per salti logici prova a ri-articolarsi una sintassi: l’ordine ricreato dalla perdita del soggetto.
La riflessione sulla “casa” immette nel mondo, quello che si vuole finito, «Arriva il giorno che il mondo scompare» (p. 33), e quello che avanza dalle macerie del primo: «Siamo la città che si getta nel mare, siamo / la spiaggia intatta dopo l’inondazione» (p. 37). La catastrofe si apre su altre trasformazioni, ibridi, «Maschio e femmina insieme, sulla soglia della capanna» (p. 27), che si auspicano ricondotti a una nuova unità (l’intatto di cui prima), «Di due fogli che si incollano, il risultato è: / si rompono o si attaccano, di due l’una» (p. 32).
Le forme del libro riflettono il mutamento e l’ibridazione: prose e endecasillabi, versi lunghi liberi di franare ed espandere o contrarre il testo, una trama difforme, tra l’incertezza e il mostruoso. La fiducia traspare da una retorica dell’errore («Il giorno che fu aperto il mare Noè/ – no, non fu Noè, fu Mosè», p. 29) che viene accettato e predisposto a una conversione del senso: dal male la rinascita, il riscatto della parola nelle sue capacità plastiche di aderire alle deformazioni del reale (ecco la fiducia di cui si parlava). Quindi regressioni (epanodo giustificativo o “confusivo” nell’episodio di Noè/Mosè prima accennato, per evidenziare l’errore), adynaton, «Devo stare fermo tutto il giorno/ ma a un certo punto – forse – potrò muovermi» (p. 43), senza subordinazione tra i fatti, ma apertura alla possibilità come all’impossibilità degli stessi.
La sottrazione del significato e l’accostamento per errore fanno migrare l’operazione verso un paradosso oscillatorio, forse anche manierato, e nell’indecisione – almeno all’altezza dei testi centrali, tra la prima e la seconda parte – tra apertura e chiusura al mondo. Non fosse per l’ironia che permette al lettore di partecipare alla favola buffa dei bambini senza storia che vogliono sposare i cani (vedi p. 46), rischieremmo di vivere nell’attesa perenne di uno scarto o di una fuoriuscita dal niente che il passato (il Novecento) ha spalancato. Potrebbe non sembrare, ma l’esercizio quasi rieducativo compiuto dal soggetto per entrare in relazione con la fragile alterità dell’infanzia, annulla il sarcasmo e apre alla descrizione, per quanto metaforica – non sobria ma più umile – delle esperienze: «Se mi tagli in due, metà è della mamma / e metà di papà, che è morto e non lo sa. / Una parte andrà a Messina, l’altra a Tirana…», esempio in cui pare intravedersi un fatto accaduto, referenza – cioè maggiore confidenza – col reale, compartecipazione della finzione.
Il rinvio a qualcosa d’altro, che non sia l’incapacità di dire del dire, è lo spiraglio che il libro dischiude come ci mostra esemplarmente la prosa finale di cui parlavamo all’inizio. Bambini, in cui appaiono la vita e un tu che si muove in essa, quindi un noi che è sentimento d’appartenenza.
Dalla lingua ridotta e perduta, in cerca della rinascita, all’affabulazione, a un racconto che può ritrovarsi aprendo gli occhi sui dati esperenziali, sugli indizi che l’esistenza, con le sue fatiche e devastazioni, può ancora essere in grado di offrire.

Gianluca D’Andrea
(Settembre 2015)

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Mel Bochner, Language is not transparent (1969)

ESTRATTI

Lascia cadere, tra le altre cose,

il bene degli altri.

Gettalo a manate

quello che ti vollero,

il detto non più.

Le correnti d’aria

muovono in levare

e in avanti

(ma verso il basso, poi)

*

Ti ho trovato al buio

al cimitero dei mercanti,

dalla parte dei ceceni,

dove vendono le posate,

le monete spaiate,

le tazze che nessuno vuole.

Ti ho preso a poco

e quando ti ho portato a casa

ho visto che sulla camicia

avevi una macchia

ma stavi appoggiato alla finestra

e tenevi dritta una sedia rotta.

*

Arriva il giorno che il mondo scompare –

fossi un uccello, non vedrei più il cielo.

Ciò che di me si sveglia, degli oggetti

vede frammenti, come se la notte

li avesse esacerbati. Un silenzio

a cui non serve nulla, non uno iota,

non un ghiaccio su cui camminare.

Se fossi te, chiamerei questo scorno

del mondo velatura, partenza, perfezione.

Invece sono la bambina scomparsa,

la volpe della sera che guarda in controluce

il niente che si apre sotto il suo passaggio.

*

Questo bambino grasso dalla felpa nera,

che vuole sposare un cane, e il cane è suo figlio,

questo bambino che arriva sempre tardi

e piange la morte degli insetti e delle rane,

che realtà lo dissuade da noi,

cosa lo porta tanto lontano,

lontano che non ci passa un’ombra?

*

Se mi tagli in due, metà è della mamma

e metà di papà, che è morto e non lo sa.

Una parte andrà a Messina, l’altra a Tirana,

dove mi aspettano cugini in groppa a capre

e cerimonie con gonne bianche. Devo diventare

bella entro il dieci maggio, mi devo cresimare

e sono pronta a tutto, anche a digiunare.

Sono un nome che passa di bocca in bocca, ora.

Sono vicina a Dio, alla vendetta e alla verità,

sono ferita per intero, e mio padre lo sa.

*

L’immagine ha pochi tratti.

La visione, per ingrandirsi,

ha eliminato cardini e coltelli.

Il quadro non sarà innocente,

una volta finita la sottrazione.

Quando lo guarderai a fondo,

vedrai che per sbaglio

hai tolto pure le cose vive.

Restano una sedia di schiena

e il contorno da riempire

di un’ombra,

e poco altro per dirti

l’operazione che adesso

puoi fare.

*

Bambini

Quando comincia la scuola, nessuno pensa alla sua fine. Durerà in eterno, sembra certo. Quando la scuola finisce, non sembra possibile che debba ricominciare, prima o poi. In ogni caso, serve che tu sia capace di entrare e uscire all’ora che devi, e il giorno che finisci spiega brevemente ad alunni e genitori la natura poco sentimentale dei contratti a tempo determinato.

[…]

Quando hai l’impressione che non puoi fare niente di utile, di buono e produttivo, forse è davvero così. Una volta eri la salvatrice dei momenti difficili, ora non salvi più nessuno. Ti limiti a chiedere il silenzio, ad alzare le mani come per calmare le acque, a mettere il dito davanti alla bocca nei momenti più critici, più confidenziali.

[…]

I momenti migliori non sono quelli in cui dimentichi dove sei, ma quando ti giri verso la finestra per qualche secondo guardi gli alberi, le macchine, i panettieri con i sacchi in spalla. Di solito succede tra le dieci e le dieci e un quarto del mattino: sono gli attimi che respiri, e a modo tuo sei perfino efficiente.

[…]

più passano gli anni, più i bambini diventano fragili. Hanno braccia da rondinelle e pelli da piccoli animali in mutazione, dita pulite o dita sporche, lingue blu per le troppe caramelle, tatuaggi a penna nera e rossa sulle mani e gli avambracci, sorelle e fratelli che stanno per nascere, febbri misteriose, dolori nel traghetto da un’ora all’altra. Tra le cose che mancano, sicuramente le aspirine. E una grande stanza in cui calmarsi, prendere fiato, far passare la nebbia nella testa.

[…]

I bambini molto poveri sanno spesso cos’è giusto. Se chiedi a Sara se è giusto che lei viva in uno scantinato e non abbia i soldi per i libri, lei ti dice che non è giusto. Lei ha molto bisogno del mare o, in alternativa, della campagna albanese, dell’estate, i cugini, la nonna. Ahhh – dice allargando il petto – io in campagna rinasco.

Marilena Renda: due testi da “Arrenditi Dorothy!”

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Turdus merula (fonte, JuzaPhoto)

A febbraio è uscito per L’orma editore Arrenditi Dorothy!, il nuovo libro di Marilena Renda. Si propongono due testi.


cover-renda-solo-fronte-hd-208x300In bilico tra attrazione e repulsione relazionale i due testi scelti da Marilena Renda dal suo ultimo libro, Arrenditi Dorothy! (L’orma, 2015). Il primo è in cerca di un nuovo orizzonte di lettura del mondo, attraverso la fluidità immaginifica del mare, le prospettive si confondono, si sfumano e la dimensione percettiva, pur aspirando alla simmetria delle linee, sfalda la visuale e il soggetto perde nuovamente l’orientamento, deludendo l’illusione di essere giunto a un approdo.
Il secondo s’innesta sulle apparizioni “affabulatorie” di un protagonista, il merlo, che funge da vettore simbolico di nuove prospettive. Uno sguardo altro, un rinnovamento che solo il desiderio porta per un attimo a compimento.

Gianluca D’Andrea


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La democrazia del mare

Mentre stiamo in acqua siamo due corpi che navigano allo stesso livello; guardandoci da lontano non si vedrebbe nessuna differenza tra me e te. Nuotiamo appaiati su una linea che comincia e finisce solo dove ci fermiamo; lì dove c’è la fatica c’è anche il limite della nostra corsa, e tanto basta. Questa simmetria sei tu che me l’hai insegnata, il giorno che mi hai fatto capire con i gesti e con le parole, e con gli occhi soprattutto, che una qualche forma di uguaglianza, per te, nel mondo, si dava solo nel mare, quando uno era in acqua e a guardarlo non era diverso dagli altri, né nano né gigante, né grasso né magro.
Galleggiavi senza sforzo, anche tu. Nuotavi più o meno elegantemente, come tutti. Io invece ho violato la democrazia del mare. Un giorno, con questa mania degli scogli. Alti dovevano essere, sempre più alti. Adesso non dire che sono stata io per prima ad avere l’idea, lo sai benissimo che sei stato tu a spingermi, tu mi hai detto: Tuffati, e io mi sono issata sullo scoglio (non c’era ancora vento, il tempo era magnifico, almeno questo te lo ricorderai), ho preso equilibrio sui piedi, messo le mani avanti e dopo qualche incertezza mi sono buttata.
La tua versione dei fatti è che ho voluto innalzarmi sullo scoglio nonostante la tua preoccupazione; sostieni addirittura che siccome lo scoglio era troppo alto la gente in spiaggia mi guardava con curiosità e una vaga apprensione, ma questo non è sicuramente vero. Ricordo perfettamente che lo scoglio era molto basso, che ci ho messo del tempo a decidere di lanciarmi, e che tu mi incoraggiavi dicendo che mi avresti sostenuto. E salvato anche, se necessario.
Quell’estate ho continuato a buttarmi ogni giorno, da scogli sempre più alti. Sei rimasto sempre giù a guardarmi, senza provare nessuna animosità. In fondo eri tu quello a cui piacevano i tuffi e io facevo quello che tu avresti voluto fare. Pensavo che sarebbe stato naturale da parte tua avercela con me, dopo tutto avevo preso in prestito un tuo desiderio e ne facevo quello che mi pareva: di pancia, di culo, di testa, un abbraccio col mare in tutte le sue variazioni e direzioni mentre ridevi e ridevi con solo un’ombra d’invidia negli occhi.
È stato allora che ho capito. Io non ero solo io, ma ero anche l’ipotenusa del triangolo; senza di me, i cateti non potevano mai arrivare a toccarsi.
Tutto quello che volevo quell’estate era spingerti giù da uno scoglio, dimostrare che ero capace di portarti dove volevo io, e dove però volevi arrivare pure tu: nel punto in cui uno combacia con se stesso e guarda il fondale del mare senza spaventarsi dell’ombra che lui stesso proietta giù, sulla sabbia, oppure senza paura di cadere in un punto troppo basso, talmente basso da farsi male alle ginocchia.
Invece, quando eravamo tutti e due allo stesso livello, ci sbucciavamo la pelle sì, ma inutilmente. Sbattevamo contro gli scogli per ritornare a riva, urtavamo contro spuntoni e muschi morbidi solo in apparenza, inciampavamo contro pietre di cui non ci eravamo accorti.
Con me che pensavo: non funziona questo meccanismo, è da un’altra parte che ti volevo portare, in un posto dove davvero non sei mai stato.

*

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L’uomo e il merlo

Ci sono un uomo e un merlo. Il merlo si è posato sulle finestre della casa dell’uomo un giorno che pioveva una pioggia sottile e appiccicaticcia e da dietro i vetri si vedeva una donna sdraiata, circondata da candele.
Solo lei non apre la bocca: attorno a lei la aprono tutti. La pioggia è grigia, e ognuno è separato dagli altri da un muro.
La padrona era bella, anche durante la malattia era rimasta bella. Portava la sua tosse come un cappello non intonato alle scarpe, e nella stanza di quel giorno ci sono persone che la ricorderanno per molto tempo ancora e ne parleranno a lungo. In un angolo c’è il ragazzo a cui lei un giorno aveva prestato un ombrello, e il ragazzo mormora agli altri: Ma io sto tanto male oggi, durerà a lungo questo male?, ma nessuno può dargli una risposta sicura. Chi dice: Settimane, chi: Anni.
Da quel momento in poi il padrone e il merlo portano il lutto per settimane, per mesi, per anni, senza smettere mai di piangere. La padrona con le sue labbra rosse abita nella loro mente e non ne esce mai.
Il padrone pensa che non smetterà mai di piangere questo dolore: quando piange si sente trasformato fino alla radice di se stesso, pensa che sta cambiando giù fino alle fibre, che non sarà più l’uomo che porgeva lo specchio, quello che mentre lei si metteva il rossetto le diceva: Le donne che si truccano rifanno ogni mattina il mondo.
Quando si sveglia la notte sente che tutte le sue cellule si sono trasformate o sono morte, e di quelle sopravvissute non ne resta nessuna che sia rimasta intatta o uguale in forma, spessore e colore a com’era prima.
Per distrarlo, il merlo si posa sulla scatola dei gioielli della donna, la becchetta, la apre, tira fuori una collana di finto corallo, degli orecchini smaltati, o in filigrana, li afferra col becco, li sparge per la casa, sul lavello, davanti alla finestra. Il merlo batte il becco sulla porta, vuole uscire, è deluso che nessuno dall’altra parte gli apra. Decide allora di tornare in salotto: in una scatola ci sono ancora oggetti della donna, di quelli che si comprano e poi si dimenticano: un nastro nero, delle calze marrone, una penna verde, delle monete, un portachiavi. Non si può dire fossero oggetti che lei adoperava spesso.
Il merlo disseppellisce gli oggetti e nessuno gli dà retta, il merlo e il padrone sono diversi nel portare il lutto, l’uomo piange, il merlo si agita, l’uomo sta fermo, il merlo vuole muoversi, partire. Finché un giorno il merlo si stanca di piangere e di essere addolorato. Non vuole più rubacchiare di qua e di là i ricordi, spargere nastri e cappelli per casa come se fossero scaglie di cenere: si è stufato di non cambiare mai umore, è stanco che per lui non arrivi mai il caldo e il bel tempo, mentre il tempo e la natura, loro cambiano eccome, arrivano, se ne vanno, portano cose che lui riesce solo a immaginare.
Il merlo fugge e il padrone, che si era abituato a lui e non ne può più fare a meno, piange e si dispera. La primavera arriva di nuovo. Il merlo torna, portando dei semi in bocca. Sono piccoli, di colore giallo: li depone nel portagioielli della moglie e ci si posa sopra. Passa una settimana e il merlo, che era stato tutto il tempo sopra la scatola, si sposta e la apre con il becco.
Dentro è spuntato un fiore rosso: il padrone lo vede e sorride.


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Marilena Renda

Marilena Renda è nata a Erice, ha vissuto a Roma e Palermo e attualmente vive a Milano, dove insegna e scrive. Nel 2010 ha pubblicato per Gaffi la monografia: Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano, nel 2012 per dot.com press il poema Ruggine. Nel febbraio del 2015 è uscito per l’Orma edizioni Arrenditi Dorothy!. Una nuova raccolta di versi, La sottrazione, è in corso di pubblicazione per Transeuropa.