Carteggio XXXIII: La mano di Dio – La storia dei ricordi (3ª parte)

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Richard Swarbrick, Fantasista animation – Maradona vs England (un fotogramma, 2012)

di Gianluca D’Andrea

Carteggio XXXIII: La mano di Dio – La storia dei ricordi (3ª parte)

22 giugno 1986. Campionati mondiali di calcio in Messico, la prima nazione ad ospitare la manifestazione per la seconda volta nella storia (sarebbe toccato alla Colombia, ma politica – Pastrana, M-19 –, droga e diritti televisivi, furono cause non del tutto irrilevanti dello spostamento di sede). Quarti di finale: Argentina – Inghilterra allo storico stadio “Azteca” di Città del Messico, già scenario della Partita del secolo.
Certo, allora non pensavo alle implicazioni civili di una sfida cui non ero neanche troppo interessato, ma la mia fissazione tassonomica mi portava a seguire tutte le partite del mondiale, perché creavo statistiche e mi informavo sui nomi dei giocatori per riprodurre le formazioni nelle mie sfide al Subbuteo contro gli altri bambini del condominio in cui vivevo a quei tempi. Non avevo ancora 10 anni, mi lasciavo entusiasmare dalle prodezze dei campioni e non potevo lasciarmi sfuggire le “prestazioni” calcistiche di Maradona. Come tutti sanno adesso, e con incredibile giubilo per gli spettatori che ebbero la ventura di assistere in diretta all’incontro, il “pibe de oro” non deluse le attese. Ricordo le immagini dei contrasti fra tifosi che (gli anni ottanta: il fenomeno “Hooligan” era all’ordine del giorno, anche a causa della tragica notte dell’Heysel dell’anno precedente, nonostante il termine fosse stato introdotto già negli anni sessanta per indicare la violenza dei tifosi), si diceva, non fossero dovuti a ragioni sportive, ma erano legati a un conflitto militare passato alla storia come “La guerra delle Falkland” (solo dopo scoprì l’altro nome delle isole “maluine” perché i primi a colonizzarle, con ogni probabilità, furono dei francesi di Saint-Malo nel 1763), di cui non m’importava molto, perché tutta la mia concentrazione era indirizzata alla partita, anche per smaltire la delusione di 5 giorni prima per l’eliminazione dell’Italia da parte della Francia dell’amato Platini. Non ho memoria dello svolgimento dell’incontro tranne che per i due eventi “eccezionali” che si verificarono ai minuti 51 e 54.

Min. 51: Un rimpallo al limite dell’area inglese si trasforma in un assist, sulla palla si avventa Maradona che riesce ad anticipare il portiere Shilton, insaccando. La moviola rese evidente il tocco di mano beffardo del fuoriclasse argentino ed io ero esterrefatto per l’approvazione di quella che ritenevo un’ingiustizia. Non avrei mai potuto comprendere il sentimento e l’ambizione buttati in campo per raggiungere un risultato. Io che vivevo nella semioscura condizione infantile, nella nebbia delle regole educative somministrate con pazienza e perizia dalla mia borghese famiglia (e buona-buonista) e, d’altronde, gli unici personaggi politici che conoscevo erano Reagan, la Thatcher e il Pertini dei mondiali precedenti, non il partigiano, anche perché la Tv di Stato ce li somministrava a profusione. Che ne sapevo di comunismo e liberismo e capitalismo, che ne sapevo di economia e rapina, per questo, forse, la “rapina” di Maradona si è insinuata nella mia coscienza a un livello ben più profondo di quanto potessi immaginare, finché, ai tempi del liceo, cominciai a capire anche l’avidità che a volte muove l’ambizione, il versante fosco della realizzazione personale, la sfumatura impossibile da comprendere tra bene e male. Sono siciliano e ho vissuto gli anni della mia formazione in un crogiolo di contrasti, una sorta di “barocco” esistenziale che non collimava con la mia educazione televisivo-borghese (i pomeriggi della prima infanzia davanti a Bim Bum Bam), in poche parole non capivo il lato oscuro dell’Isola, non del tutto infecondo, se lo guardo in retrospettiva e confrontandolo con la voglia di emergere, con l’ambizione di cui prima. Maradona di Villa Fiorito, simbolo del Napoli Calcio, dell’Argentina e delle contraddizioni che, almeno a quei tempi – e chi dice non anche adesso -, stigmatizzavano il sud del mondo.

Min. 54: una serie di passaggi argentini all’altezza della linea di metà campo, la palla giunge a Maradona che incomincia a roteare su se stesso (la “veronica”, parola che proviene dal gergo della corrida di cui non sapevo e che, in quel momento non riuscì a percepire nella sua bellezza; solo con Zidane incominciai a capirne il valore e l’efficacia) e parte verso la metà campo avversaria. I giocatori inglesi sembrano dissolversi, l’occhio può seguire a stento la corsa del fuoriclasse argentino per giungere al vuoto della conclusione e all’entusiasmo per aver assistito a qualcosa di esasperante nella sua irripetibilità. Il gesto nello sport termina in un’ulteriore attesa, questo aspetto narcotico della successione che vibra nel breve istante in cui si realizza un obiettivo. Nell’azione di Maradona non contava il risultato, a impressionarmi, ma lo riconobbi solo tanti anni dopo, era stato il ritmo della progressione. Ho immaginato il respiro di Maradona, la spinta quasi inesistente, un’apnea che ritaglia il tempo fino all’esultanza.

Ancora dopo pensavo alle macchie che emersero dall’esplosione di quella luce e che la mano del minuto 51 aveva preannunciato. La droga, i complotti, il doping, i figli illegittimi e quant’altro.
Il 1986 si era aperto con l’esplosione dello Space Shuttle, passando per Cernobyl si era giunti a Reykjavík e alla “mucca pazza”. Si chiudeva un altro anno terribile, archiviato nella memoria ma riattivabile grazie alla furbizia folle di un calciatore, o meglio, alle conseguenze di gesti comuni come il salto e la corsa mossi, però, da una non del tutto identificabile emergenza.

(Ottobre-Novembre 2015)

Carteggio XVII: La storia dei ricordi (1ª parte)

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Diego Armando Maradona

di Gianluca D’Andrea

La storia dei ricordi (1ª parte)

Cosa aspettarsi da un’altra attesa, da un passaggio che ci aspetta?
Vivo l’attesa come una norma, aspetto cosa mi aspetta e mi modifico nell’aspettare, non nell’aspettativa ma in un altro aspetto. Vorrei, però, fissare alcuni punti – giunture che non sento più di poter aspettare – abbandonarli alla funzione cardine dell’attesa di una nuova costruzione. Ristabilire una continuità col luogo stesso dell’attesa, torre di controllo che non ceda all’angoscia ma si svincoli dall’attesa fissa, senza scarti estremi, senza rapimenti di tempo. Il movimento in uno spazio cui adattarsi, senza la forzatura della volontà nell’adattamento; lasciarsi raggiungere dall’attesa che si adatta. Aspetto.

Dopo l’ansia del dover essere
nell’assenza della presenza dell’assenza,
e la maestra ci interrogava tutti, senza scampo,
notavo che l’ansia di riempire il buco
era la paura di scavare con le mani,
persino nella sabbia, con i granelli
tra le unghie – la pulizia dell’assenza del buco,
la pulizia dell’oggetto circostante,
poi in disordine ripetevo il ciclo
del riordino, come quando il giocattolo
non parla più alla nostra immaginazione
e resta il vuoto, il buco del vuoto.
Tra le altre notizie, Maradona, il doping,
lo sport si sfascia, il tanto amato,
neanche il buco di una nostalgia,
l’aderenza virtuale al buco parallelo,
geometria, geografia, figure si fermano
sul foglio senza progetto, solo per colmare
il buco della presenza dell’assenza.
Inoltre sulla strada serpeggiavano
auto quadrate e le contavo
scommettendo sui colori – celeste –
chissà poi perché celeste, scialbo, ceruleo,
annacquato, oleografico celeste.
Un tocco immateriale in tutto un corpo
fatto immagine senza consapevolezza, ancora –
si rese consistente quando il feticcio –
il corpo – adattabile allo scambio –
prima della virtualità del denaro,
l’aerea, fantasmatica circuitazione della velocità,
nell’incremento magico di un momento e nel riposo
di individui in movimento perenne, sugli algoritmi.
Le carneficine continuavano come residuo
di un passato carnale, residui balistici
da smaltire come fossero ultimi rifiuti industriali,
poi aria e vapore sinaptico,
sempre quel mondo in un’altra visione allucinata.
Ormai stavo per chiudere con le esperienze
stupefacenti del cambio di prospettiva,
i genitori attendevano la presenza dell’assenza
della presenza, il respiro poteva coagularsi
o cascare fino al ribaltamento di un corpo
appena sdraiato, mi restavano
alcuni atti innocui d’eroismo,
come provocarsi conati, infine rigurgitare
ciò che si era ingerito per cambiare prospettiva,
e continuare subito dopo (sempre dopo)
a ingerire.
Erano quasi questi anni, 30-20 anni fa,
per approssimazione la spinta individualistica
spenta negli abusi per mantenere ricche
le vecchie risorse, un po’ di spremuta
di vite? I motori a miscela
camminavano anche qui insieme
ai rifornimenti della Terra in cerchio.
Chiudevano le case chiuse,
col binocolo – strano strumento retrò,
di pregio perché non comune,
non esattamente tascabile –
a volte guardavamo dentro le case
e spiare era un modo per impiegare
ore non proprio disoccupate,
perché non rilassare i muscoli,
accomodare il più possibile la comodità?
Ho frullato anch’io uomini e donne
e buone porzioni di me perché potessi
ricordare, un giorno, senza nostalgia,
che il mondo può restare indiscusso,
senza termine che sfondi
il confine o un campo senza recinzioni.
Negli anni ’90 ho cominciato
a fare bagni di crema solare,
di sole intensivo, d’intenso cremare –
ustionato, fervente, indirizzato
a una possibile rovina.

(Agosto 2014)