Per festeggiare i tre anni della collana Le Ali – Letture da “Transito all’ombra”

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LETTURE di Gianluca D’Andrea (50): AD INFINITUM

Oscar Niemeyer
Oscar Niemeyer: Il tetto del Parlamento brasiliano a Brasilia (MAURICIO LIMA/AFP/Getty Images)

di Gianluca D’Andrea

Nel racconto Dalla veranda (The Overloaded Man, 1962) Ballard presenta un protagonista, Faulkner, che sta «diventando matto a poco a poco».
La sua “follia” consisterebbe nella ricerca metodica di una fuoriuscita, realizzabile attraverso la scomparsa della percezione come in un’esperienza allucinogena («l’effetto era simile a quello della mescalina e di altri allucinogeni»), dal mondo.
Non è un caso che il protagonista di Ballard si chiami Faulkner, infatti, lo stesso sembra un Compson (Benjy) in fuga dal tempo “industriale” e dalla ripetitività delle forme.
Una fuga che avviene dal cunicolo della percezione ed è scomparsa, dissoluzione di un reale opprimente che non risparmia il soggetto («Potrei arrivare a uscire dal tempo»; «Non puoi chiudere gli occhi di fronte al mondo. La relazione soggetto-oggetto non è così antitetica come potrebbe far pensare il “Cogito ergo sum” di Cartesio. A ogni svalutazione che fai del mondo esterno, corrisponde una svalutazione di te stesso»).
Ma l’autodistruzione risiede nel rifiuto di un ordinamento. Così, il Faulkner di Ballard è un altro signor K della storia letteraria che – un po’ come il Torrance di King-Kubrik – nella sua dissoluzione, portata a termine con gli strumenti stessi della tortura (razionalismo e struttura), punisce un sistema oppressivo e uniformizzante – ad infinitum.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (49): FORSE LA FINE

birds
Sequenze dal film Gli uccelli

di Gianluca D’Andrea

O forse non era la fine. «La nostra vita, un lungo paesaggio che rimane dopo di noi» (Mario Benedetti, Materiali di un’identità, Massa, 2010, p. 33), ma è questa idea di paesaggio e di immagini dentro il paesaggio a riproporre una scelta. Scelta, in primo luogo, dell’immagine che potrebbe funzionare come iscrizione. Ma il paesaggio è qualcos’altro a causa dell’inserzione della cosa nel contesto e che lo trasforma in maniera artificiosa. Landscape che diviene testimonianza del luogo e dell’azione-inserzione dell’uomo. Questa è anche l’illusione di una fuoriuscita dalla cosa in sé e una ricaduta nel soggetto. L’interesse non cade sulla “storia”, la trama di un eventuale racconto sarebbe comunque un pretesto per esporre una “critica”, una messa in crisi della potenzialità immaginifica di ogni linguaggio – il campo dell’agone è ancora il senso, solo che occorre reinventare una trasmissione attraverso la ricomposizione dei frammenti per individuare un cammino.
Una grande paura può aprirsi appena a un passo di distanza dal contesto banale, ripetitivo, seriale che identifica la realtà “occidentale”. L’ignoto è la perturbazione che sorge all’incrocio tra controllo e noia, l’esempio maggiore del Novecento viene, forse, proprio dal mondo dell’immagine. Nel cinema di Hitchcock avviene spessissimo che l’ignoto “attacchi” nel reale e si renda indescrivibile (vedi, soprattutto ma non solo, Gli uccelli).
In uno slancio metafisico che annulla il vecchio contesto e il vecchio soggetto, cioè il tempo dentro il paesaggio: «ora che mi avvicino ai colori e non a te» (Mario Benedetti, Materiali di un’identità, cit., p. 53).

LETTURE di Gianluca D’Andrea (48): INDISTINZIONE

ruskin marx
Ruskin & Marx (elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

di Gianluca D’Andrea

Di ritorno dalla morte di ritorno dalla vita
Passo da giugno a dicembre
Attraverso uno specchio indifferente
Nel cavo della vista.

(Paul Eluard, Poesia ininterrotta, 1976, p. 5. Traduzione di Franco Fortini)

Come distinguere tra le varie ripercussioni di un pensiero umano (occidentale), perennemente – nella semplificazione radicale della lettura del tempo storico – scisso?
E, infatti, non c’è da distinguere quanto piuttosto da constatare il gioco oscillatorio delle idee, al di là della fissità delle polarizzazioni. In questo modo è avvertibile la necessità metamorfica di ogni percorso e la trasformazione costante del pensiero fino all’estremizzazione negli opposti.
La figura dello specchio – così decisiva dal XIX secolo in avanti – racconta, allora, il percorso umano, non trascurando l’evidenza d’illusione – e quindi finzione – che pertiene a ciò che, nonostante il rischio arcaizzante, si può ancora definire come “verità”.
C’è del romantico in fondo nel riconoscere la “banalità del male” e allo stesso tempo sentire un forte disagio d’appartenenza in un mondo che ruota nella sua ripetitività consumistica, eppure mobile e quindi accessibile nel tentativo nostalgico di una fuoriuscita.
Ma tutti i percorsi sono liminari, occorre capire quando e in che direzione avvengono gli attraversamenti. Per mantenermi sul generico, che voglio resti tale in queste mie “letture”, allora dirò, come ho già sottolineato in altri luoghi, che l’opera di Wallace Stevens, ad esempio, oscilla costantemente tra conservazione e progressione, nonostante le etichettature critiche facciano del grande poeta statunitense un rappresentante della corrente modernista.
Non c’è niente di “moderno” in un’opera che fa delle capacità immaginifiche uno dei suoi punti di forza, pur non rinnegando la necessità di aderenza la contesto. In questa oscillazione tra constatazione e slancio utopico (l’immaginazione non è altro che l’immagine del soggetto rovesciata in un mondo ritenuto più “adatto”, che rispecchia qualità ideali non quantificabili, bensì proiettate) è in scena la mutazione, e non soltanto in epoca moderna, del concetto di uomo.
Ben oltre pragmatismi e idealismi di sorta (sempre su un piano “generalizzante”, e forse per questo più “radicale”, non vedo molte differenze tra un Marx e un Ruskin, se non che l’ingenuità asistematica del secondo possiede una forza d’attrazione maggiore per chi, essendo fuori dal secolo breve e dal pensiero debole, non può non riconoscere la magniloquenza insita in ogni sistema che si sforza nella sua coerenza. In buona sostanza, nel pensiero di Marx l’ombra del romanticismo tende a ribaltarsi, se non a nascondersi, nella superficie utopica di un superamento – laddove già in Lukács si avverte la crisi dialettica che blocca ogni fuoriuscita –, in Ruskin l’ibridazione romantica è manifesta nelle sue oscillazioni: “tutto e il contrario di tutto” è il vero reale), a contare è l’a-sistematicità del sistema, la consapevolezza di uno strato di irrealtà né più né meno profondo di ciò che si percepisce nel quotidiano.
Come in ogni immagine, non si può eludere l’evidenza della sua falsificazione – quantomeno rispetto al flusso, al movimento del reale – né il rischio di frammentazione delle scelte soggettive (mi viene da pensare in termini di “visuale” all’importanza “retorica” della “soggettiva” nelle scelte cinematografiche, così diverse, di Hitchcock e Pasolini), eppure è proprio in questa necessità immaginifica che sembra giocarsi il destino di fuoriuscita dall’impasse del ciclo del consumo: nella ri-creazione di un’illusione di fuoriuscita e non nell’attesa del concretarsi della sua possibilità.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (47): FAMILIARIZZARE COL MONDO

Holbein-ambassadors
Hans Holbein il Giovane, Gli Ambasciatori (1533)

di Gianluca D’Andrea

Ma profondamente familiare non significa “intimo”. Iniziare ad annusare «la fanghiglia delle strade» come la “macchia” lacaniana che ci attrae perché ne possiamo compartecipare.
Lo spettacolo dell’ombra non è fatto per restare – «le nostre ombre, / le loro ombre, non restano» (Guido Mazzoni, La pura superficie, Roma, 2017, p. 77) – ma può ridurre la vanitas di un soggetto appeso all’immagine.
La compartecipazione apre a una nuova prospettiva e fa cogliere altri principi. Certo, i motivi sono sempre “ritornanti” (rette, curve, punti, ecc.), ma ci permettono di accedere a parametri di un diverso orientamento spaziale (cambia il tempo perché cambia lo spazio che attornia il soggetto osservante, ecc.) che provoca un assestamento nella vertigine del mutamento.
L’attrazione per l’apparenza/apparizione del mondo (che ha già digerito la scomparsa) inaugura, da sempre, un tragitto:

Allora comincerò con un altro disegno,
un’altra carta, ancora una leggenda.

(Franco Fortini, Composita solvantur, Torino, 1994, p. 45)

Occorre lo spostamento del soggetto per focalizzare l’immersione in un nuovo spazio, un allenamento sempre più deciso alla decentralizzazione che non si riduce però alla scomparsa (quella è già digerita, dicevamo, nel nulla dell’assenza di traccia) ma si riconforma a sempre nuove anamorfosi, a una riformulazione della presenza e del distanziamento.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (46): RESA AL MONDO

nathan walsh
Nathan Walsh, NYC6AM, 2014 (Seven Bridges Foundation) – Fonte: nathanwalsh.net

di Gianluca D’Andrea

«mentre la luce acceca, l’ombra rigenera».

«Il suggerimento finale, la dichiarazione finale non deve essere un’affermazione, ma piuttosto una resa».

(Jasper Johns)

La lunga riflessione sull’etica della parola nei decenni della mia formazione non interrompe il dialogo ancora dialettico tra un soggetto, talvolta ben disposto, talaltra oppositivo, e l’oggetto che cade nel suo campo d’azione. La questione dell’immersione o meno in un paesaggio che non è più tale – non è più per definizione porzione territoriale e prospettica – di un soggetto dentro un contesto (che non sia più campo d’azione), ci conduce a considerare quel «lavoro di depsicologizzazione – e anche di desoggettivazione» di cui parla François Jullien (F. Jullien, Vivere di paesaggio o l’impensato della ragione, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 60).
Un’umbratile risonanza d’interiorità parrebbe scaturire dall’immersione nel contesto, dalla resa al mondo per come arriva. Un po’ come nella poesia (e forse nella creazione artistica tout court): si crea l’attesa che maturerà un prodotto una volta dimenticata tale attesa (una volta dimenticato il soggetto di percezione), quando l’io è stato inghiottito dal contesto e dalle azioni di risposta allo stesso, ecco arrivare il frutto del sentire. Non siamo esseri d’emozione, per cui è necessario accontentare ogni impulso, siamo più che altro esseri nell’emozione, immersi in una «co-originarietà» (ancora Jullien) col mondo che ci annienta in esso, e la cui ombra, l’angolo-attimo di percezione, ha l’unica valenza di rigenerare il desiderio del contatto. Una vibrazione familiare:

«La fanghiglia delle strade, con i suoi umidi barbagli nell’oscurità nebbiosa e con il contrappunto che prometteva […] formava un’armonia che egli in un certo senso conosceva a memoria. I limpidi rintocchi degli orologi delle torri, che ora incombevano sulla città, ora si sovrapponevano echeggiando in lontananza, si mescolavano alle grida acute dei giornalai in un modo strano, profondamente familiare».

(Vladimir Nabokov, La vera vita di Sebastian Knight, Adelphi, Milano, 1992, p. 51)

LETTURE di Gianluca D’Andrea (45): ROCKY O DEL MOLTEPLICE INDIVIDUALE (UN RACCONTO) – 8ª parte

di Gianluca D’Andrea

La solitudine che ha caratterizzato il periodo finora preso in considerazione raggiunge il suo vertice nel riflusso degli anni Novanta – per cui, cadute le ideologie, occorreva fare i conti con la fine di ogni dialettica -, ed è la conseguenza di una consapevolezza sempre maggiore del fatto che tutto fosse stato detto. I nuovi formalismi, i virtuosismi tecnici che costellano un nuovo modo di narrare, sempre meno lineare ma contenente in sé gli indizi della propria interpretazione, trasformano il postmoderno: il messaggio può perdersi nel labirinto barocco dell’arte per l’arte, oppure fuoriuscire nel contatto con un mondo trasfigurato.
Tra queste tendenze sopravvivono anche alcuni atteggiamenti di rifiuto, maledettismi di riciclo prima dell’esplosione definitiva dell’aggressività monadica del terrore con gli attentati dell’11 settembre.
«Ho stretto dieci colori diversi / e ho chiesto loro di abbandonare / la nostra solitudine», scriveva, proprio nel 2001, Simone Cattaneo (1974-2009) nella sua opera d’esordio, Nome e soprannome. L’atmosfera lirica è rovesciata secondo paradigmi post-romantici, l’io è, non soltanto dimidiato, ma sconvolto nel disorientamento e nella sfiducia relazionale (la fine delle dialettiche ideologiche è anche la conclusione apparente di ogni scontro col mondo, per cui l’individuo pare implodere in un’auto-reclusione invasa dagli schermi, quasi unica finestra per comunicare con l’esterno).
Con questa reclusione, dicevamo, si confrontano almeno tre generazioni di poeti e i sintomi di una fuoriuscita – dall’individualismo ideologizzato à la Rocky – sono sempre più presenti, soprattutto nei nati negli anni Settanta.
La fugacità del tempo e un sentimento etico d’ispirazione “classica” conducono a una nuova consapevolezza, a un’onestà linguistica che cerca di fare i conti con le sue potenzialità mistificatrici, che lotta col fraintendimento per arrendersi al mondo perché «stiamo nel minimo / tempo di un’eclisse: bisogna / partire una volta per sempre» (M. Gezzi, Il mare a destra, 2004). Questa tensione al contatto, focale nell’opera di Massimo Gezzi (1976), riporta il soggetto all’interno del «campo delle forze», evocato da Guido Mazzoni, impattando il problema di fondo di un individuo che, lo abbiamo visto, affondava nel disorientamento, allontanato prepotentemente dalla storia e indirizzato dalla mistificazione mediatica a una definitiva “fantasmizzazione” (quanto innocuo appare oggi l’individualismo “eroico” del vecchio Rocky). Invece di arrendersi al mondo, l’individuo sembrava arrendersi all’assenza di una comunità (in Italia, poi, un ventennio di “berlusconismo” ha certamente rafforzato questa tendenza) e, quindi, alla propria scomparsa, alla sua “posteriorità”. La mitologia del “post” può perdere la sua influenza nell’accanimento (quasi apotropaico) sul sistema linguistico e sui suoi meccanismi “illusionistici” (questa strada neo-barocca sembra portare a un’allegorizzazione dell’esistente, nel tentativo di concretare un racconto, o meglio, l’affabulazione dell’epos), oppure nella chiarificazione e spoliazione totale dell’artificio – almeno come intenzione – per presentare un mondo eticamente denudato, semplificato nelle sue nuove coordinate (geometriche e non più tanto geografiche, il che comporta una diversa percezione dello spazio).
Tra il vortice allegorico e il contegno chiarificatore, allora, sembra muoversi la poesia italiana contemporanea.
Sintomatica di questa scissione volta a consolidare il contatto col contesto, appare l’opera di Gezzi, cui si accennava in precedenza, incastrata tra crisi e volontà di fuoriuscita (si veda la chiarezza espositiva della raccolta Il numero dei vivi del 2015, conclusa dentro un’architettura che simula il contatto con l’alterità, attraverso testi che ritornano costantemente sul dubbio della presenza).
Proprio in questa crisi l’individuo «impara a numerare / le ombre» (M. Gezzi, L’attimo dopo, 2009), o tenta di farlo nella volontà di ristabilire una connessione relazionale: «Ma sperare in un’ombra, una minaccia / che ci rende meno soli, più vicini, / non possiamo. Il presente è una speranza / che contraddice se stessa, bene e male / che si elidono, il sospetto di non potere, / non sapere, non volere / se non essere. Siamo?» (M. Gezzi, Il numero dei vivi, 2015).
Sperare, infine, che ombra e presenza raggiungano quel punto di tangenza momentaneo che ri-attivi un cammino nell’oscillazione costante tra contatto e abbandono: «Ora devo camminare […] fino a perdere il controllo del corpo» (M. Gezzi, cit., 2015).

LETTURE di Gianluca D’Andrea (45): ROCKY O DEL MOLTEPLICE INDIVIDUALE (UN RACCONTO) – 7ª parte

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Creed – Nato per combattere – una scena

di Gianluca D’Andrea

Un contatto, dunque, che si fa strada da biografie minime ma che, gradualmente, può diventare storia. Storia che non potrà più essere elusa e diventerà necessità nel tentativo di ri-orientamento: «Il resto, le guerre, è lontano da qui / e viviamo in un mondo ovvio, / che non si cura di noi, / e lo chiamiamo / casa» (G. Del Sarto, Sul vuoto, 2011).
Gabriel Del Sarto (1972) è uno degli autori nati negli anni Settanta in cui la necessità di fuoriuscita si esprime nell’approccio minimo alle vicende personali, per cui il lirismo si fonde con la necessità del racconto e l’io che scrive tenta di essere assorbito nel contesto, in un movimento mimetico che resta il più possibile ancorato al reale. Anche se, ai margini del racconto, s’intravede l’ombra del canto, una sacralità laica che trova il coraggio di dire la vita senza imporre alcuna presenza ma, assai più semplicemente, manifestandola (l’esergo a Sul vuoto, da Emerson, recita: «Non esiste, propriamente la storia. / Esiste soltanto la biografia»).
Ma la storia resta un cruccio per la generazione in questione, proprio perché fare i conti con essa potrebbe consentire quel transito «dall’interno sempre più verso l’esterno» (F. Santi, nota in Mappe del genere umano, 2012) che consentirebbe alla poesia di focalizzare l’identità all’interno di un contesto sfuggente (la possibilità di vedere ed essere visti sempre più aleatoria, da cui l’ossessione voyeuristica alla base delle dinamiche “social”, ad esempio).
La necessità d’orientamento è prerogativa dell’operazione poetica di Flavio Santi (1973), in primis la biografia, per Santi trasfigurata in letteratura (Il ragazzo X, 2004), perché la realtà è ormai “clonata” dall’invasività scientifico-tecnologica e obnubilata da «simulacri» (gli schermi): «Così io non sono io, sono una parte, un fantasma» (F. Santi, cit., 2004). Quindi, nonostante Santi non riesca ad accettare pienamente la fine di un determinato modo di fare lirica, nella sua opera si avverte l’esigenza di ristabilire un contatto, per quanto fantasmatico, col mondo – anche se l’agonismo, almeno in questa fase della produzione del poeta friulano, sembra aver perso vigore (probabilmente a causa del rimpianto per la perdita, ma anche dell’improbabilità di una riproposizione, dell’io lirico). Il legame di Santi con la generazione dei padri non sembra essersi definito e il tentativo di orientamento, di cui sopra, è disilluso dalla paura di abbandonare i modelli: «Ma se abbiamo paura della morte in sogno, / questo sembra sussurrare Brecht, dal cartone ingiallito della stampa, / vita assassina come farò / a chiamarti bellissima?» (F. Santi, Mappe del genere umano, 2012).

LETTURE di Gianluca D’Andrea (45): ROCKY O DEL MOLTEPLICE INDIVIDUALE (UN RACCONTO) – 6ª parte

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Rocky Balboa – una scena

di Gianluca D’Andrea

Il soggetto della solitudine – orientato nella percezione della stessa solitudine e nell’acquisizione dell’assenza – è il corrispettivo della presenza imposta: il soggetto-maschera che preferisce mimetizzarsi nella materia del suo operato, senza affacciarsi mai dal testo, perdendosi nella sua tessitura.
Il soggetto in questo caso è nello smarrimento, nella selva del linguaggio, evitando il senso nell’iperproduzione di forme.
Nel caso di Marco Giovenale (1969), la programmatica ottenebrazione del soggetto si trasforma in dispositivo che, nella finzione grammaticale della scomparsa, recupera il contatto comunitario in una pietas laica della marginalizzazione di tutti i soggetti: «posso così entrare in questo / gradiente di pianeta che lui / ama, lei ama, l’aria è mite» (M. Giovenale, Shelter, 2010).
L’affermazione di una fuoriuscita dall’impasse identitaria, un tentativo di risposta al monadismo e alla frustrazione della solitudine (quel solipsismo che comporta la scomparsa e che, lo abbiamo visto, è il risultato di un percorso più che quarantennale), è forse l’ossessione più consistente per le generazioni nate negli anni Settanta. L’unica risposta all’alienazione delle coscienze prodotta nella seconda metà del Novecento e che ha condotto a un allontanamento graduale ma costante dell’individuo dalla vita comunitaria, risiede proprio nella presa di coscienza di questa stessa alienazione.
Riconsiderare il mondo, riformulando un contatto, per quanto agonistico, che confermi la presenza dei due versanti relazionali, per cui il soggetto sia parte in causa, né predominante ma neppure marginale, del rapporto, sembra il compito ereditato dai poeti nati nell’ultima fase del XX secolo. Questo “compito” si sviluppa in diversi atteggiamenti, con diverse prospettive, ma in maniera diffusa proprio nella generazione dei “Settanta”, che la critica di almeno un decennio fa vedeva apaticamente schiacciata sulle acquisizioni dei padri (in particolare nella conferma del disorientamento e della “dispersione” dei nati negli anni Quaranta e Cinquanta, cui si è fatto qualche cenno), quando invece si pagavano le conseguenze di una maturazione “ritardata” dalla culla del benessere illusorio, abbiamo visto col riferimento a Rocky, d’epoca “reaganiana” (e che ha strascichi così duraturi da riflettersi anche nelle scelte di poeti nati negli anni Ottanta e, addirittura, Novanta, ma non è questo il luogo per approfondire anche in questa direzione).
La consapevolezza raggiunta del proprio “compito”, dicevamo, sta portando questi poeti a una produzione sempre più decisiva per la “fuoriuscita” e il transito a un mondo che, nonostante le sue ombre, può continuare a fare “comunità”. Nella parcellizzazione e nella frammentazione risiede la potenzialità del “mondo a venire”, nella non azione e nella presenza marginale è l’infimo inizio di nuove prospettive.
In pratica è nel cammino, nello spostamento, che si attua la “rivoluzione” della relazione con l’esistere e la sua ombra sempre incombente.
In Italo Testa (1972) possiamo leggere ad esempio: «o l’ombra che di spalle divora / il fianco, il vano della luce / che ti assale e a morsi ritaglia / nell’agone della stanza, ritta / e in attesa, le braccia lungo il corpo, / i piedi a contatto del suolo» (I. Testa, La divisione della gioia, 2010), brano in cui è presente tutto l’apparato della lotta in corso dell’adesso per una fuoriuscita dall’impasse relazionale (“la stanza”) nel raggiungimento di un contatto, nonostante la presenza (allegorica?) di un’ombra “divorante”, antagonista.
Cammino, dicevamo, che conduce a incontri imprevisti (fuoriuscita dalla stanza – «camminano / rasenti ai muri / sugli autobus / si siedono tra i primi / non parlano…», I. Testa, I camminatori, 2013 – e constatazione di presenza dell’altro, appercezione, non solo auto-percezione), a “qualcosa” che “accade”. «Il centro è qui ed è ovunque», diceva Pusterla nel 1994 (F. Pusterla, Le cose senza storia, cit.) e l’ultimo titolo di Testa è, quasi risposta, Tutto accade ovunque (2016), con la differenza, cui facevamo riferimento, tra percezione e appercezione, e il risultato di una consapevolezza alla seconda potenza emergente da una totale disillusione: «anche oggi ho visto qualcosa / tra la crepa e l’azzurro / anche oggi ho visto qualcosa / qualcosa» (I. Testa, cit., 2016).

LETTURE di Gianluca D’Andrea (45): ROCKY O DEL MOLTEPLICE INDIVIDUALE (UN RACCONTO) – 5ª parte

rocky V
Rocky V – una scena

di Gianluca D’Andrea

Il ricordo, come tentativo di riappropriazione del mondo e come baluardo all’aggressività monadica del terrore, è una delle tematiche più frequentate dalle generazioni di poeti nati nel secondo dopoguerra (fino a un ultimo strascico, lo stiamo constatando, nei nati negli anni Settanta). Tematica connessa, con ogni probabilità, alla necessità di uscire dall’impasse identitaria: «Ma altri vi potranno assicurare / (e oggi io sono tra quelli) che tutto questo spossamento, in certi giorni, / non procede dall’aria né dal corpo / ma è soltanto dolore / di anime costrette, solitudine di molti, / vuoto vissuto male, / mancanza o assenza di uno scopo» (S. Dal Bianco, Prove di libertà, 2012). Proprio riconoscendo la solitudine sostanziale dell’individuo – sembra dirci il testo di Stefano Dal Bianco (1961) – può aprirsi l’opportunità di una nuova condivisione (e forse la scelta di un linguaggio piano e accessibile prova ad agire in questa direzione). S’intravede la dimensione di uno scopo, «come una cosa funziona non può andare disgiunto dal suo scopo» (ivi, 2012), di un senso percepibile almeno come interrogazione.
E se il senso può diventare riappropriabile è perché la domanda rimane sospesa e l’assenza si tramuta in percezione della realtà, storia che si fa presente e presenza: «i fiori che si sforzano / di rimanere in vita nel vaso che li ostenta. // Gli esseri non chiedono altro; esistono per sé / con cinismo e innocenza nel tempo che posseggono» (G. Mazzoni, I mondi, 2010), pura resistenza di monadi che, però, rischiano l’aggressività del terrore – almeno questo sembra essere il limite e la forza de I mondi di Guido Mazzoni (1967). Pur simulando benissimo la “neutralizzazione” del soggetto, proprio lo stesso soggetto, «quando […] impara a vivere il presente / senza pensare di appartenergli» (ivi, p. 49), deve scegliere «il proprio posto nel campo delle forze» (ivi, p. 49), cioè deve forzare la sua presenza, deve fare attrito, pur sapendo che «è ingenuo cercare di trascendere / le forze cui diamo il nostro nome» (ivi, p. 61), e proprio per questo il soggetto non può comunque rassegnarsi a «diventare solo solitudine» (ivi, p. 66).