NUOVO INIZIO – Estratti (Gianluca D’Andrea)

Estratti dal poema ipermediale NUOVO INIZIO su L’l’EstroVerso con un grande ringraziamento a Grazia Calanna

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NUOVO INIZIO – Estratti

(https://www.gianlucadandrea.eu/ipertesto/)

In copertina Gianluca D’Andrea, foto Dino Ignani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla I PARTE – LO SPETTACOLO DELLA FINE

 

I.

Nella capsula, l’aria viziata
non era ancora stata incanalata
nel tubo di espulsione.
Guardavo in apprensione
eppure con distacco
l’acqua intoccabile dopo
che l’ultimo strato si era dissolto.
Fuori dalla piccola sfera
non avrei sopportato l’aria
se non per qualche ora.
Due o tre, secondo i dati acquisiti
alla console. L’acidità dell’atmosfera
era visibile all’orizzonte; la nebulosa
gialla copriva metà della visuale
e gradualmente la prospettiva
si restringeva, diminuiva l’opacità.

Un senso di spossatezza accompagnava
la curiosità di vedere ogni evento –
solo con la giusta attenzione
avrei avuto la possibilità
di ricostruire i particolari
nella memoria. Dal vivo,
per così dire, senza il filtro
dello schermo se avessi registrato.
Mi addormentai comunque. Al risveglio,
dopo qualche ora, potei constatare
che l’evento era ancora in corso.
Mi feci ricadere sul letto rigido
posto dietro la console, come
in ogni capsula, e provai a ricordare
l’origine dei fatti.

 

IV.

Un ottantanove infinito, un ottantotto…
il nastro girava sulla stessa scena:
Ben Johnson batteva Carl Lewis,
Carl Lewis battuto da una bomba
mai esplosa. No, occorre osservare
bene, ricominciare (dalla console
nella mia capsula): Ben Johnson
abbatte il record del mondo,
la creazione dell’uomo supera l’uomo,
lo spirito olimpico è in esubero, lo spirito.
Giunge al tracollo lo spirito.
La realtà dice di polizie scientifiche
e di controlli scientifici e risultati scientifici, ecc.
Osservo lo scatto della scienza,
lo sprint della chimica, l’impatto organico
sulla linea della sostanza, sull’organon
risonante di tempo che sposta il traguardo
e lo oltrepassa. Il corpo sacro dello sport
è superato, nasceranno altri fenomeni
come fulmini e ultimi scenari
della storia. La storia della fine
inaugurata dal figlio della sfortuna
a discapito del figlio del vento,
con un’audacia che rende merito all’assenza,
all’adattamento, alla selezione
innaturale dei nuovi vincitori.

Seul 1988 – Finale 100 metri: https://www.youtube.com/watch?v=_SKlNUbyhwA

 

VII.

«È spaventoso pensare che mio papà impugnasse gli elettrodi per la tortura con le stesse mani con cui mi accarezzava», racconta Analía, 34 anni, figlia di Eduardo Kalinec. Per tutti era Dottor K, uno dei più feroci aguzzini, condannato all’ergastolo nel 2010. «All’inizio non sapevo, poi non volevo vedere, alla fine ho aperto gli occhi», spiega Analía.

Questo era su Dagospia del primo dicembre duemiladiciassette ed era un rimbalzo da un articolo di Filippo Femia per “La Stampa”.

 

Il rimbalzo conta e il fatto che resti oltre lo scandalo
la notizia e le associazioni suscitate, i fantasmi del tempo –
dell’Argentina il velo biancoceleste –
non esiste altra storia se non quella di un individuo
e la quantità di informazioni incamerate.
Dottor K, mi fa pensare a mosche e scarafaggi, scarti
reietti, eppure lui ha nome e soprannome, e gli elettrizzati?
I morti affogati e imbottiti di Pentothal (altro nome
della morte buona e pietosa) e lanciati – pesi morti – e schiantati
e disidentificati e sparpagliati e discomparsi e mancanti e anestetizzati, ecc.
Tutto gestibile ancora meglio dalla console, perché è accaduto
e ho ancora un po’ di tempo per fare le mie ricerche, aspettare
e guardare e leggere e informarmi e incamerare e quantificare
e potenziarmi, e lavorare su nuovi aggettivi, ecc.
È spaventoso pensare che il corpo svelato sia così puro e tenero
e abbia una chimica così complessa, un’emivita così prolungata…
raddoppiata e dimezzata tendente al vegetale – la forma di vita perfetta.
Alba celeste che non sorgerai più come la videro gli scomparsi di allora
o i calciatori e gli insetti, alba che finisci in un tempo che vuole
rinnovarsi e perpetuarsi in altri cicli, alba naturaleinnaturale, darwiniana
e rituale, alba che induci al canto meccanico ogni essere digitale
prima di comprendere e neutralizzare anche la scomparsa.

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Dall’inizio (Tiziana Cera Rosco)

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Tiziana Cera Rosco

Su L’Estroverso Tiziana Cera Rosco per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Due categorie di immagini su tutto.
Entrambe nella terra che mi ha cresciuta, l’Abruzzo, con la sua doppia natura di bestiario e di Bibbia.
Una riguarda gli animali. Ci fu un’aquila trovata in mezzo al bosco. Ero piccola, avrò avuto 4/5 anni e lei gigantesca. Le avevano tagliato le ali. Un’aquila tutta torso. Ma gliele avevano lasciate accanto, in una posizione di apertura totale. Poi l’uccisione del maiale, le sue grida a fiotto aperto lì dove stava avvenendo tutto, lo scolo del sangue fino all’ultima goccia ed io che sognavo il sangue assorbito dalla terra riemergere dal fondo del lago a macchiarci tutti con dei lividi e vedevo Dio venire fuori dalle salsicce. Un lupo avuto da ragazzina, i nostri appuntamenti segreti e silenziosi che è stato tutto quello che per molto tempo ho saputo dell’amore.
La seconda categoria, un Cristo rimasto in piedi nella chiesa crollata con i terremoti. Un Cristo che è stato il primo vero corpo che potevo guardare mentre al mattino presto le vecchie nere del paese pregavano, biascicando come pipistrelli al buio, quel nudo fermo, bellissimo, con le mie stesse ginocchia. Sanguinante, silenzioso, compassionevole. Mi pervadeva.

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E ho sempre pensato che la verità alla fine fosse così. Una verità che ritrovi nelle macerie, un miracolo sanguinante e purissimo che contemporaneamente confinava con le prede e i predatori del parco. Vicino la chiesa c’era lo strapiombo della foce del fiume da cui arrivava lo scroscio durante le preghiere. E da lì partiva il bosco.

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Ho sempre avuto un grande Tu dentro di me e il mio luogo mi ha determinato sempre più profondamente.
La poesia è ed è stato l’animale da cui ho imparato un linguaggio comprensibile dentro queste cose, con in più una violenza avuta da bambina che ho codificato nel tempo, perché la mia memoria scolava dentro il corpo quello che non voleva ricordare. La poesia è stato ed è l’animale che confina direttamente con Dio, che ti porta sul dorso ma che sfugge anche, che devi saper ben guardare negli occhi ma che puoi farlo solo nei momenti in cui il rischio è altissimo perché tra l’essere amati e l’essere sbranati, il passo è appena un po’ più violento nell’amore.
Sono sempre stata un covo di segni, involontari e volontari.

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Intervista sull’EstroVerso a cura di Marco Sonzogni e Rossella Pretto

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Foto di Dino Ignani

Oggi per Chiedimi ancora, a cura di Marco Sonzogni e Rossella Pretto, un’intervista in cui parlo di poesia, immaginazione, sovversione. Si ringrazia l’EstroVerso (Grazia Calanna) per l’ospitalità.


La poesia come demone moraleggiante e condominio solitario: Gianluca D’Andrea e Alessandro Canzian

La poesia è urgenza di comprendere il mondo e restituirlo in immagini, vite vissute che si innestino tra le pagine.
Se Gianluca D’Andrea scandaglia il mondo attraverso strumenti sociologico-filosofici che rimettono poi in gioco la capacità immaginifica della parola, Alessandro Canzian cerca di rendere la distanza volontaria e inconsapevole tra le persone partendo da un vissuto intimo per allargare lo sguardo a una più vasta porzione di realtà.
Camminano dunque entrambi in quel solco che da individuale si fa condiviso.
Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

L’ultimo lavoro di Gianluca D’Andrea è Forme del tempo – (Letture 2016-2018) (Arcipelago Itaca 2019). In Postille (tempi, luoghi e modi del contatto) (L’arcolaio 2017) ha raccolto i commenti a singoli testi di poesia moderna e contemporanea, elaborati dal 2015 al 2017 in vari siti letterari. L’ultimo libro di Alessandro Canzian è Il colore dell’acqua (Samuele Editore, 2016). Condominio S.I.M. uscirà per i tipi di Stampa 2009.

CINQUE DOMANDE AI POETI: GIANLUCA D’ANDREA (1976)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Mi piace partire, per provare a rispondere a questa tua prima domanda, da un’espressione di Andrea Zanzotto, rintracciabile all’inizio di Fosfeni. Si tratta di «coagulo sacro» che, nel testo d’appartenenza (Come ultime cene), indica la transustanziazione, meglio la «materializzazione» e, quindi, l’umiliazione di qualcosa di inviolabile, separato. Ecco, per me, quel «segno» che «s’innerva» è la poesia, che arriva sempre dal basso e nel tentativo di agganciarsi al reale, se ne trova irrimediabilmente separata. S’intuisce un’urgenza, che veramente scorre nelle «mie vene» e poi defluisce nella mia scrittura: il tentativo costante di rimediare a un’assenza di fondo (anche il mottetto di Montale da te citato parla un po’ di questo). Più di cosa o chi, allora, a essere decisivo è come affrontare la relazione presenza/assenza, la scissione cardine, direi, del gesto poetico. Nel mio caso, ne sono più consapevole adesso che ho superato i quarant’anni, a diventare decisiva è una spinta agonistica. Ho proprio difficoltà ad accettare il reale per ‘quel che è’, a considerare «la trasparenza del male» (per citare un titolo celebre di Jean Baudrillard) e restare indifferente. Fu Magrelli il primo a intuire nella mia scrittura un demone moraleggiante e, quindi, una visione austera del mondo, che ne rifiuta la «perdita di realtà» (ancora Baudrillard), pur tenendo in considerazione il suo versante oscuro.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Riallacciandomi alla risposta precedente e ridefinendone il finale: non vedo oscurità, perché siamo già dentro quello «spilling dark» evocata dal grande poeta scozzese Robin Robertson. Insomma un’ombra ci è già caduta addosso, quel “rivolgimento” (Zukehr) di heideggeriana memoria, che è anche “esser-volto-verso” una costante caduta. Da quando, cioè, «la metafisica è realizzata nella fisica, adagiata nella tecno-scienza» (come diceva già nel 1988 Lyotard), ogni visuale è stravolta, schermata e, quindi, esposta nella «trasparenza totale dell’informazione» (Baudrillard). Siamo in un’oscurità totale, appunto, per eccesso di “illuminazione”, non è certo una novità. Per non sprofondare completamente nell’interfaccia che annulla definitivamente l’Altro, avverto la necessità di una fuoriuscita. A essere centrale nella mia riflessione è ancora il “come”: a mio avviso, la vera urgenza in poesia risiede nel rimettere in gioco la capacità immaginifica della parola, per ri-creare ininterrottamente il reale. Il «passaggio dallo stadio storico a uno stadio mitico», la definizione è ancora di Baudrillard, è il cruccio della mia scrittura attuale. Ne ho scritto in Transito all’ombra, libro che riconsidera la mia storia personale dentro il quadro più ampio della storia collettiva. Ora, però, la mia scrittura tenta di trasformare la necessità di ricostruzione storica in racconto immaginifico. Per entrare nuovamente in quella che Rilke definisce «la mitica miniera delle anime» (der Seelen wunderliches Bergwerk) occorre considerare il mondo nella sua caduta e riscoprire le «arterie nella sua oscurità» (als Adern durch sein Dunkel). Mi permetto di riportare un mio inedito recente, forse il modo migliore per riassumere quanto finora esposto:

Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Ne ho parlato anche in altre occasioni: il poeta che mi trasmette solidità (almeno così interpreto la «permanenza» evocata da Dylan) e, allo stesso tempo, apre vertigini di senso che danno i brividi, è Wallace Stevens. Lo rileggo per i motivi appena esposti, perché la stabilità («il mero essere») si abbina costantemente ad aperture inedite: «The leaves cry… One holds off and merely hears the cry. / It is a busy cry, concerning someone else. / And though one says that one is part of everything, // There is a conflict, there is a resistance involved; / And being part is an exertion that declines: / One feels the life of that which gives life as it is». Avverto sempre in Stevens una spinta a una nuova percezione e, infine, alla trasformazione. Allo stesso tempo, la sua poesia mi dà la consapevolezza di appartenere a un mondo unico e banale, anzi unico proprio per la sua banalità, il che implica un’accettazione dello stesso che definirei sacrale, di un’umiltà sconcertante: «The leaves cry…», «until, at last, the cry concerns no one at all», eppure continua a riguardare tutti.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Per me il poeta è sempre un sovversivo o non è. Non si tratta di comportamento o posa ma, appunto, di “energia verbale”, utilizzo “trasformativo” dello strumento linguistico. Trasformazione che investe ogni referenza, compreso il soggetto che scrive. Basti pensare a poeti che certo non ebbero una vita “movimentata”, ma non per questo meno inquieta: «E quando vicino gli passo, / al legno che trema e che canta, mi sento / mutato d’un tratto / nel sonoro strumento: / in corde metalliche tese / cambiata ogni fibra, / il corpo, percorso da brividi, / in fascio di nervi che vibra» (Camillo Sbarbaro).

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Tengo molto a un testo contenuto in Transito all’ombra. Mi è sempre piaciuto lo scarto tra il titolo altisonante e il contenuto “umile” e quotidiano. Già in questo credo risieda la vera necessità della poesia, nel suo tentativo di cambiare il contesto, anche di pochissimo, aprendolo alla relazione. Meglio, però, far parlare i versi:

Aspettavo la storia di un quadro millenario

Vedevo lo spettro nell’immagine
lenta, che rallentava gradualmente;
per un istante le figure si muovono appena:
case sullo sfondo, in un parco
bambini e famiglie, madri in maggioranza,
compiono le loro azioni.
In un pomeriggio di aprile –
dentro il quadro mia figlia e mia moglie
nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.
Aspetto ancora un po’ prima di entrare,
ho il tempo di sperare che qualcuno
colga da un altro spiraglio il quadro,
che il tempo senza tempo si ricordi
in molti modi, senza nostalgia,
senza la mia stessa speranza,
nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,
nella compassione lontana
di chi non ne sa parlare.

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Dall’inizio (Francesca Serragnoli)

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Francesca Serragnoli

Su L’Estroverso Francesca Serragnoli per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

È tutta questione di visibilità.20
Una mini intervista e qualche (spero) luogo comune.

Perché continuo a scrivere?

Per entrare nella storia della letteratura? Chiudendo gli occhi, riesco a immaginarmi tutta la gloria possibile, tutti i riconoscimenti, i like, i followers, le foto, l’espressione appesa a quel ché di misterioso cenno, in equilibrio fra un’ipotesi di densità di conferme e una miseria desolante. E scendendo dallo sgabello, riconoscere intorno la stanza dell’inizio, lo stesso pallore. Scrivere è ricominciare da capo ogni volta. Che razza di realizzazione o traguardi sono quelli offerti dalla scrittura? Un elenco di libri, magari molti, un via vai di relazioni, treni, festival, videocamere, premi Nobel? Non vorrei però diventare una volpe davanti all’uva.
Ora, che sto sistemando un prossimo libro, ho le preoccupazioni di tutti e non me ne vergogno: qualcuno lo leggerà? Qualcuno ne parlerà? E qualcuno rimarrà colpito da quello che ho scritto, si commuoverà etc?
Qualsiasi cosa possa accadere, anche mettessi in campo tutte le strategie possibili per “venderlo”, non potrei aggiungere o modificare un verso. Questo è il lato più drammatico: accettare la propria altezza (165 cm ad esempio).
Sono due ora le visibilità in campo, quella dell’autore e quella dell’opera. Il guaio è quando appaiono mischiate. Scrivere per essere visibili come persone (mors tua vita mea? o tutti visibili alla pari?), non fa venir voglia di aggiungere strategie di comunicazione, semmai fa venir voglia di mollare, di lasciare la trincea. Non può essere questa, la guerra per essere una persona, per esistere.
Eppure soffro come tutti per la mancanza di attenzione e, se capita, confondo il disinteresse verso l’opera (presupponendo che ci sia) con il disinteresse verso di me. (Sparare sull’opera e non beccare anche l’autore oggi è un colpo da professionisti).
Pensare che l’amicizia di una persona dipenda o meno dalla qualità del libro che ho scritto equivale, non a incensarsi, ma ad abbassare il proprio valore di persone. È il contrario dell’egocentrismo, è la paura di sé nudi e crudi. “Valgo qualcosa perché ho scritto un libro”, anche belloccio, è una riduzione dell’umano che siamo a ciò che facciamo. Credo sia una trappola, non mi convince. Essere importanti che significa? Tenersi stretti l’opera per essere chiamati con i microfoni, attraversando la vita su un tappeto, fra i viventi anonimi?
Quando tutti salgono su un palcoscenico il pubblico scappa perché si sente sfigato: come… tutti importanti e io non sono nessuno? Ma il libro non parlava dell’orologiaio, del falegname, dell’operaio…il protagonista è chiunque, non l’autore in quanto dotato di talento letterario. Il protagonista (o colui di cui si parla, il tu) non ha talenti letterari. La letteratura scritta da questo punto di vista è democratica e portatrice di giustizia: a ognuno il suo (dignitoso pezzo di vita da vivere).
Per fortuna si scivola quotidianamente dall’essere autori all’essere lettori. Capisco che devo essere più lettrice che autrice, per salvarmi dal gorgo della realizzazione attraverso le opere. Non sto parlando di Lutero o di Dio che alla fine conta i libri e li valuta. Povero Dio, se dovesse capitare. Inoltre sarebbe una gara fra scrittori. E perché? Eppure invidie, frustrazioni, sentirsi in periferie, spesso mangiano il tempo.
Sulla moralità dell’artista poi non mi pronuncio, come non mi pronuncio sulla moralità di nessuno. Leggo le poesie dei carcerati, la cui qualità non credo dipenda dalle condanne. La moralità dell’opera è un tasto più delicato.
Cercare di dare visibilità al proprio lavoro non è segno di auto-referenzialità, ma solo indica che il libro è nato per essere letto. Raggiungere il lettore è oggi davvero complicato e si usano soprattutto i social. Una volta intaccato il lettore, la poesia viaggia sotto terra, non si appoggia agli altri media, è per se stessa un manufatto già equipaggiato per fare il suo giro. Tempo fa pensavo a Facebook come al grande inceneritore perché, accanto alle cazzate, faceva vedere il meglio della produzione letteraria italiana scivolare via, con quella triste vita giornaliera. Ora penso che la poesia viaggi entrando nella misteriosa e misericordiosa quotidianità di qualcuno ed è solo lì che diventa visibile, forse stabile. La moria di versi, minuto dopo minuto, sui social è una morte apparente. Anche se qui mi viene in mente la frase che disse, ormai vecchio, San Tommaso sulla sua immensa opera: “mi sembra paglia”.
Ma il disinteresse verso la poesia credo abbia radici più profonde e non sia da sottovalutare o risolvere come puro meccanismo psicologico. Prima ho parlato della dolorosa frase “tu non mi interessi” travasata, per osmosi, dal disinteresse verso quello che si scrive, e ho parlato della necessità di individuare cosa ci permetta di dirci persone. Ma il disinteresse verso il libro potrebbe essere comunque visto come un disinteresse verso la persona? Per via indiretta credo di sì. Io intravedo un disinteresse verso l’altro. Non l’altro, l’autore, l’altro di cui parlano i versi (il pastore errante, Laura, Silvia etc), che potrebbe essere anche l’autore, ma diventa altro comunque. In questo intravedo un segno di disgregazione del tessuto sociale. Qualcuno mi dirà: lascia perdere la letteratura come chiave di lettura della società. Ci hanno già pensato i naturalisti e può risultare una vecchia e noiosa crisi laterale e poco centrata rispetto alla grandezza di un’opera e ai suoi tentacoli circolari.

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Dall’inizio (Italo Testa)

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Italo Testa (Foto di Dino Ignani)

Su L’Estroverso Italo Testa per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Luce d’ailanto
Fotocommento interlineare

Nel X Quaderno Italiano di Poesia di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2010) compariva una mia silloge, Luce d’ailanto, contenente al suo interno una sequenza che successivamente si sarebbe annidata al centro della raccolta L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018).

# 1

ailanti, alle vostre falci piego il capo,
a voi, ovunque arborescenti, ailanti
nel brillio del mattino mi consegno:
vi lascio correre sui bordi incolti
dietro le massicciate, addosso ai muri:
e nel trapestio dei pensieri, infestanti
mi confondete ai fiori, miei ailanti

# 2

ovunque insinuanti, lame
falci verdi degli ailanti
improvvise tra i carrubi
ondeggianti, nell’aria
risalendo le terrazze
vegetali epidemie
flessuosi, infidi ailanti
dinanzi a voi, ritrovati
alle svolte del sentiero
come germi, soffocanti
riemersi dal pensiero

# 3

ailanti, verdi muse,
voi germi di un’estate
che trabocca dai parchi,
versati nel costato
delle muraglie, ailanti,
lance bronzee
su strade spoglie,
arbusti intrusi
delle boscaglie
sempre in agguato
tra le siepi ordinate
celati, flessuosi
nei bei giardini,
coi rami agili
ailanti clandestini

# 4

selvatici ailanti
ospiti invadenti
delle sterpaglie,
voi dolci, minacciosi
appostati sui greti
tra le ripe, in attesa
attorti ai tralicci,
fitti e sinuosi
tramanti nell’aria,
ailanti luminosi

# 5

ailanti, ora che senza voi le gemme
incrudeliscono, e agguanta gli occhi
la vostra assenza, nel verde esploso,
sui bordi scoscesi delle strade
dov’è la ridondanza delle lame,
lo sciame che rigurgita dai fossi,
ancora spogli quando avanza il niente
nell’aria più lucida, e più demente.

 

Rielaborate a più riprese tra il 2003 e il 2009, queste strofe per ailanti erano accompagnate, già nella nota d’autore della prima versione, da un paratesto che in qualche modo mimava e eludeva l’autocommento:

Ailanthus altissima, chiamato comunemente albero del cielo, albero del paradiso, albero del sole, ailanto della Cina, è un albero originario dell’Asia centromeridionale e dell’Australia e può raggiungere altezze poco superiori ai 25 m: molto ramificato, con numerosi polloni basali, fusto dritto, slanciato e regolare, corteccia grigio-brunastra con strette screpolate longitudinali più pallide, chioma elegante, largamente colonnare, sostenuta da rami ombrellati e foglie imparipennate. I fiori, riuniti in infiorescenze a pannocchia o a spiga, sono di colore bianco-giallo, bisessuali e unisessuali. Introdotto in Europa nel ‘700 come pianta da giardino, è sfuggito un po’ ovunque, dall’Inghilterra all’Europa mediterranea e nordica, agli Stati Uniti d’America. S’inselvatichisce facilmente, in particolare nelle zone periurbane, formando popolamenti densi che soppiantano la vegetazione indigena, infestando scarpate, incolti, bordi stradali, ruderi, macerie, muri abbandonati, stazioni e linee ferroviarie, aree industriali, margini forestali. La corteccia e le foglie possono provocare forti irritazioni cutanee e, nei paesi occidentali, generare ossessioni negli autoctoni.

Dopo la composizione della sequenza, ho iniziato a raccogliere una serie di scatti con il telefonino, che nel tempo sono andati a costituire un ampio archivio personale di immagini di ailanti nel paesaggio italiano ed europeo. Non c’era un progetto o un’intenzione precisa alle spalle, se non la percezione che la sequenza degli ailanti non fosse conclusa e quel discorso fosse ancora aperto, interessato da una metamorfosi di cui non mi era chiara la logica ma che mi catturava e che valeva la pena lasciar correre. Se c’è un aspetto documentaristico, in questo archivio che di recente ho preso a sistemare per un prossimo libro di saggi (Valigie Rosse, 2020),  mi rendo ora conto che ad esso non è tuttavia estranea l’esigenza di commentare le strofe per ailanti. Luce d’ailanto è forse la sequenza poetica di cui, negli ultimi anni, mi è capitato più spesso di parlare e scrivere in pubblico in varie occasioni. Tuttavia sempre avvertendo che, per esporlo, fosse necessario un altro registro. Seguirò quindi l’ipotesi che quella raccolta d’immagini sia anche una sorta di commento iconico. Se così fosse, questo potrebbe essere un autocommento interlineare alla prima strofa:

# 1

ailanti, alle vostre falci piego il capo,

ailanti

 

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Dall’inizio (Marilena Renda)

 

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Marilena Renda

Su L’Estroverso Marilena Renda per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Il battito d’ali del disastro

Anni fa c’era un’immagine che non voleva saperne di uscirmi dalla testa, un fotogramma da road movie in cui una donna parte per un viaggio insieme ad alcuni amici. La donna vuole trovare una ma’ara, in siciliano una maga, una di quelle figure della Sicilia arcaica che compivano azioni magiche tipo far innamorare un uomo o proteggere persone e bambini dagli spiriti o dalle fatture in cui la vittima dell’incantesimo è come “legata” da un intervento esterno e non riesce più ad agire liberamente.
La donna del mio fotogramma ha intenzione di chiedere alla ma’ara di aiutarla ad avere un bambino, e gli amici sono lì per sostenerla. Tuttavia, ognuno di loro nasconde un difetto originario; il luogo da cui provengono è stato colpito molti anni prima da un evento traumatico di cui, come in un libro di Krasznahorkai, non sappiamo nulla: un evento che ha fatto sì che questi amici si trasformassero, ognuno in modo diverso, in creature incapaci di trovare una direzione.
Nel 2007 ho scritto un libro che rievocava il trauma della mia famiglia, ovvero il terremoto del Belìce del 1968; da allora sono passati diversi anni, ma la metafora della terra che si spacca e inghiotte le vite degli esseri umani – in generale, direi, la metafora del disastro (da qualche parte sento sempre la voce di Blanchot che sussurra: Il disastro si prende cura di tutto) – è ancora quella che mi contiene in modo più completo, nonostante la baraccopoli non esista più e il terreno sia apparentemente solido sotto i miei piedi.
Nel frattempo, la nostalgia non ha fatto che espandersi invece che ridursi; con gli anni ho capito che l’isola è una madre con cui ho un conto in sospeso, e per pagare questo conto ho fatto il giusto spazio per infilarci sia la nostalgia per un luogo dell’immaginazione che quella per una madre abbracciata troppo poco. L’isola è al tempo stesso una cattiva madre che ti nutre poco e male, lasciandoti insoddisfatta a elemosinare nutrimento per il mondo, e un miraggio dalla forma e dai contorni incerti, un miraggio che immagini debba essere bellissimo, una volta raggiunto, e non dubiti che prima o poi lo raggiungerai. In alcuni romanzi di scrittori siciliani (Bonaviri, a cui è dedicato il testo che segue, Consolo, Vittorini) è ben presente il topos dell’attraversamento del paesaggio; i personaggi viaggiano per arrivare da qualche parte, come i pastori di Vittorini, o per portare a termine un compito metafisico (i viandanti di Bonaviri, per esempio, che attraversano le campagne attorno a Mineo per innestare il corpo di un neonato in un albero, sperando così di ridare vita al corpo morto del padre del protagonista). Il paesaggio siciliano, nella realtà, è composito, antropizzato sulle coste, quasi deserto al suo interno. È una madre dal passato mitico che è stata molto maltrattata nei secoli; aveva molti doni da offrire, e adesso i suoi figli lamentano una povertà che possono addebitare solo a se stessi. In un codice del 1390 circa è raffigurata una pianta di mandragora dalla forma di bambino. È un homunculus, radice dalla forma vagamente umana che nel Medioevo si credeva avesse dei poteri magici e potesse, tra le altre cose, sconfiggere il malocchio e la sterilità. Questo bambino-pianta, potente e notturno, possiede un doppio segno, potendo essere utilizzato sia per la magia bianca che per quella nera, ma rappresenta ogni madre e ogni bambino, perché madre e bambino desiderano sia la simbiosi che la separazione.
Quando iniziai a pensare a un libro di viaggio in Sicilia, il bambino-pianta rappresentava l’ambivalenza della terra in cui può germinare ogni sorta di creatura: è il dominio dell’indifferenziato, in cui può nascere letteralmente tutto, per questo il personaggio di Notti sull’altura di Bonaviri si illude che la forza che l’ha generato possa rinascere ancora:

Raccontami di nuovo la storia del bambino
che al tramonto strapparono alla madre
per innestare il suo corpo nel carrubo,
perché dalla circolazione di linfe e succhi
gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.
È il padre che deve cibarsi dei frutti di questa pianta,
mangiare carne giovane mescolata a foglie,
in modo da tornare dalla morte al figlio che lo cerca.
Raccontami ancora come il figlio si illuse
di riportare il padre sulla terra e ribaltare le leggi di natura,
di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla terra,
perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul punto della morte,
lo abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.

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Dall’inizio (Luciano Neri)

Dall’inizio (Luciano Neri)
Luciano Neri

Su L’Estroverso Luciano Neri per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Luciano Neri, Il gioco a mancare

“Ci vogliono tanti luoghi dentro di sé per imparare a vivere” (Pontalis)

 

Fin dalle prime raccolte poetiche, ad oggi incompiute, ho atteso quell’urgenza di umanità per tornare a una luce. Quella luce che è del Mediterraneo, e che cerco, per schiuderla ad altre immagini e altre logiche. Non una luce simbolica, ma una luce reale, che non obbedisce a nessuna descrizione fino a che non la si vede. In quel periodo, che coincideva con le stesure di Lettere nomadi e Figure mancanti (usciti nel 2010 e nel 2104), partivo dalle mie mancanze come ricerca rivolta a quanto l’uomo fosse stato espropriato della sua esperienza e a come, questa espropriazione, se ne fosse impossessata e ora ne disponesse. L’incapacità di un’esperienza biografica significativa era in effetti quanto mi sentivo di aver ereditato dalle generazioni precedenti e ciò si trasferiva in una riflessione che non poteva che essere del negativo. Dunque assecondavo una forma frammento del testo nell’instabilità di una scrittura senza possibilità di unità, in quella non-fissazione che aveva annunciato lo smarrimento di un soggetto cresciuto negli anni’80, dopo i tentativi falliti di costruire una società migliore. Una società, quella italiana, che non aveva mai saputo ospitare il proprio “straniero” al fine di operare in opposizione ai valori identitari dominanti, alquanto poveri e scontati, dai quali mi ritenevo escluso e affrancato. Se tra la scrittura e il ruolo passivo di una generazione esisteva una relazione, essa già conteneva in sé il presupposto della cancellazione, l’estenuazione di un soggetto. Eppure, se di speranza si può ancora parlare, nel divenire storico “qualcosa che non si compie giunge tuttavia come se fosse sempre già sopraggiunto (…) – scrive Blanchot ne La scrittura del disastro. Se “i frammenti rappresentano separazioni incompiute (…), il loro essere incompleti, insufficienti (…), lasciano che si sparpaglino i segni con cui il pensiero raffigura degli insiemi furtivi che (…) dischiudono l’assenza d’insieme (…), non trovano ciò che li fa terminare, ma ciò che li prolunga , o che li fa entrare in attesa di ciò che li prolungherà, li ha già prolungati” – dice ancora Blanchot; che significa, nel mio caso, entrare in contatto con le promesse mancate, nella prossimità di uno spazio amicale.
Da qui il tema del viaggio, che garantiva alla scrittura quell’imprevisto avventuroso, attraverso il Mediterraneo, quale pretesto e testo, per accorgermi alla fine che di viaggio non si era trattato, ma piuttosto di una fuga, perché quella scrittura in viaggio continuava a cancellarsi scrivendosi, continuava a mancare. Appartenere al Mediterraneo significava appartenere al viaggio e quella appartenenza mi avrebbe dovuto condurre, così pensavo, a un’apertura che si chiama accoglienza. Era “il fuoco del viaggiatore ai tempi del grande freddo della solitudine, l’occhio di chi non teme di assistere alla tragedia, di esserne testimone, nella speranza di preservarne l’umano” (M. Bennis). Viaggiare dunque presupponeva il mio rifiuto nei confronti dei dispositivi di potere dominanti e della lotta sociale ormai al capolinea insieme ai suoi paradigmi, gli anni in cui ero nato e cresciuto, lasciando terreno alla dispersione e alla deriva di cui oggi scorgiamo gli effetti. Per qualcuno dei miei coetanei ha significato svuotare uno spazio dando vita a un conflitto estetico, per altri si è trattato come di un risveglio apparente. Per altri ancora dell’installazione di una scena tramite una lingua, in continuità con il passato. Per altri, ed io tra questi, di aprirsi alla contraddizione di forme di vita cristallizzate nel loro scorrere, e questo rappresenterebbe il dramma dell’uomo contemporaneo, non potendo conciliare, l’una con l’altra, una forma con una vita, in sintesi un’unità. Per qualcuno si è trattato di entrare con coraggio nella frattura di un’epoca al fine di guardare, come anti-dispersivo, il volto dell’oscurità. Ognuno dunque ha cercato il proprio modo di traslocare nelle forme che per natura si negano nella loro transitorietà. Per me è stato il viaggio il motivo dell’oggetto di “redenzione”, nello sforzo di recuperare quel relitto di figure nella storia blindato in ciascuno che tenta di sconfinare laddove non gli è concesso. Nel corpo, nella lingua e nel tempo. Ladro in tal senso, per costrizione e apnea. Così appare in Lettere nomadi, in un breve testo riscritto:

 

Qualche attrezzo
del fallimento all’angolo
c’è il rimorso legato
a un ponte a vista
sul passato
il disincanto nel coraggio
il vuoto bianco
di una pagina
più dell’altro la voce
a traccia del fallito
nella parte scomparsa
il meno illuminato

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Dall’inizio (Laura Pugno)

Dall’inizio (Laura Pugno)
Laura Pugno

Su L’Estroverso Laura Pugno per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Per parlare di alcuni testi del mio libro L’alea, in libreria da poco per Giulio Perrone, vorrei partire da un’idea che Orso Tosco, scrittore e poeta, ha speso in occasione della presentazione che si è tenuta a ottobre scorso a BookPride. Si riferisce alla natura de L’alea come libro composto di due libri precedenti, di cui uno è La mente paesaggio, uscito per la stessa casa editrice una decina di anni fa.

Quando in una casa si aggiungono parti nuove e parti vecchie, ha detto Orso, c’è sempre qualche crepa di assestamento, una convivenza di pareti un po’ sforzata: si vede, spesso a occhio nudo, dove la costruzione è stata ampliata. Questo non accade nel libro – a suo dire, bontà sua – e non accade con la vegetazione, il vegetale, gli innesti delle piante, cose vive.

Quest’immagine de L’alea come di un intrico di rami, di intelligenza tra specie vegetali diverse, o come una grande casa composta di parti vecchie e nuove, con stanze in cui forse non si entra da qualche anno, e che la vegetazione lentamente invade e ricopre, mi è piaciuta molto, e mi ha fatto pensare all’immaginario paese abbandonato di Stellaria nel mio romanzo La ragazza selvaggia (Marsilio). Un abitato che il bosco intorno richiama a sé, ricoprendo le antiche case, trasformandole in qualcos’altro che possiamo pensare intelligente e vivo, ampliando qui la definizione comune di intelligenza e di vita. Non so se è quello che Orso intendeva dire, è quello che ho compreso io. Ma è da qui che mi piacerebbe partire per rispondere alla richiesta di questa rubrica.

Il caso e le cause in scrittura si mescolano come intrecci di piante, come rampicanti intorno al corpo di un albero. L’occasione – casuale, causata – di ripubblicare La mente paesaggio, per volontà del suo primo editore, ha dato origine a un libro nuovo, mettendomi davanti a quel processo per cui nel tempo i libri si riscrivono rispetto a chi li ha scritti, e tra sé, anche senza che una sola parola sia stata alterata: entrano in riverbero, in risonanze, in giochi di rimandi.

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Dall’inizio (Federico Italiano)

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Federico Italiano

Su L’Estroverso Federico Italiano per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.


L’auto-commento è genere proclive all’inciampo, spesso imbarazzante, per la sua natura egotistica, a volte indisponente. Uno scrittore, inoltre, rimane tale anche nella glossa alla propria creazione – e anche di quella dovrà rispondere in futuro, esteticamente, politicamente, umanamente. Cui bono? Verrebbe da chiedersi… Eppure, c’è qualcosa che d’istinto reputiamo utile nel parlare dei nostri testi, qualcosa più simile a un viatico che a un’analisi, più racconto che spiegazione, più indizio che giudizio. Mi limiterò qui a introdurre alcune poesie tratte da L’invasione dei granchi giganti, un libro scritto tra il 2004 e il 2009, pubblicato presso Marietti nel 2010, abbastanza datato, dunque, perché ne possa parlare con un certo distacco – ma ancora sufficientemente prossimo da nutrire nei suoi confronti un senso quasi fisico di responsabilità.
—–Tempo fa, un poeta mi chiese se i granchi de L’invasione dei granchi giganti appartenessero a una specie particolare, oppure discendessero da un’idea di granchio, dalla figura archetipica di un decapode. A prescindere ora dalle pericolose illusioni della referenzialità, un granchio preciso l’avevo sì in mente: il Paralithodes camtschaticus(TILESIUS 1815), ossia il Granchio gigante, detto anche il Re Granchio della Kamčatka. Era il 2005. Me ne stavo comodo e già sonnacchioso sul divano di casa, a Monaco di Baviera, quando dallo scatolone nero della tivù emerse il carapace arancio-porpora di un granchio immenso. Una voce lenta, delicatamente rauca, involontaria macchina del sonno, raccontava di giganteschi granchi rossi, provenienti dallo stretto di Bering, che stavano mettendo seriamente a repentaglio la pesca al largo delle coste nordorientali della Norvegia. Spiegava che erano i pronipoti di granchi che i sovietici avevano trapiantato nella Baia di Murmansk anni addietro, per sfruttare al meglio il commercio della loro “carne acidula”. Tra plumbee inquadrature su mari gelidi e lunghi primi piani sui volti induriti dal sale di pescatori norvegesi, mi addormentai nel giro di pochi minuti, ma il giorno seguente avevo già metà della poesia in testa prima di colazione.

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Dall’inizio (Maria Grazia Calandrone)

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Maria Grazia Calandrone

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Comincio da una delle soluzioni più recenti, un traguardo provvisorio, che sarà il seme probabile di una serie futura. Si tratta di una commissione, una poesia scritta per il quotidiano «il Messaggero» e, per di più, per la ricorrenza di San Valentino. La sfida è, come sempre, scrivere cose nuove sul mille volte già scritto e mille volte consunto.
Sebbene la poesia, come affermava, con la nota passione, Pasolini, sia «merce inconsumabile».

Il testo è stato composto in un’ora, esito già maturo di un’ossessione lunga, risultato di una riflessione che dura da anni, come testimonia il video dello scorso aprile di «Repubblica TV», durante il quale la linguista Valeria Della Valle risponde in maniera ironica, accurata e intelligente a una mia provocatoria domanda circa la possibilità che la nostra lingua così «letteraria» ed esausta (ometto di replicare qui l’aggettivo «asfittica», per non dispiacere la simpaticissima interlocutrice) venga “rinfrescata” dall’ingresso di nuove lingue, portate da quelli che al momento definiamo «migranti», come una terra spaccata dall’arido viene alleviata dalla prima pioggia.

L’arido che spacca l’Occidente al quale apparteniamo è la solitudine. Come nazioni e lingue. Una solitudine che alcuni addirittura pretendono. E la chiamano “Patria”. Credo, al contrario, che la nostra lingua e la nostra cultura abbiano bisogno di aprire le finestre e far entrare l’aria, di mescolarsi al nuovo – che non è solo la tecnologia, già abusata in poesia e che, del resto, echeggia solo la nostra voce e la nostra mercanzia – ma il nuovo di un presente che, con la pazienza del giorno che succede al giorno, spero diventi il futuro.

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