BREVI APPUNTI SULLA FINE VII: “La pura superficie” di Guido Mazzoni, Donzelli, Roma, 2017.

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Guido Mazzoni (Foto: Dino Ignani)

BREVI APPUNTI SULLA FINE VII: La pura superficie di Guido Mazzoni, Donzelli, Roma, 2017.

È come su una superficie pura, in cui certi punti di una figura in una serie rinviano ad altri punti di un’altra: l’insieme delle costellazioni-problemi, con i rispettivi lanci di dadi, le storie e i luoghi, un luogo complesso, una “storia ingarbugliata”

G. Deleuze

la puraL’impressione generale dopo aver letto La pura superficie di Guido Mazzoni (Donzelli, Roma, 2017) è quella di aver attraversato un percorso al distanziamento o, meglio, allo straniamento. Bene dice Cortellessa, recensendo il libro, che «a contare non è la visione del mondo che ha […] la forza dell’ovvietà: bensì le strutture, le immagini, le metafore impiegate per esporla» (A. Cortellessa, Nuda apparenza di uno come noi, «Il Sole 24 Ore – Domenica» del 01/10/2017).
Allora inaugurerei questa mia riflessione sul libro proprio da queste “strutture”, in primo luogo dall’approccio concettuale che, se non fa «visione del mondo», può però orientarci nel testo.
Induzione è quel procedimento del pensiero per cui l’esperienza del singolo (il “soggetto” in quanto termine, molto presente nella raccolta anche quando la finzione testuale ci porta a credere che a parlare sia una persona diversa rispetto al soggetto scrivente) conduce – necessariamente in passato, probabilmente nel pensiero moderno – a una legge universale, a un’idea che si sviluppa da un contesto definito.
L’operazione che Mazzoni inaugura con I mondi (Donzelli, Roma, 2010) e che si estende a La pura superficie, forma un dispositivo che per induzione si trasmette da un pensiero acquisito al mondo, attraverso un particolare sistema linguistico. Considerando superfluo disquisire sulla necessità o meno di questo procedimento, ne prendiamo atto con l’attenuante che ogni linguaggio possiede in sé l’evidenza della trasposizione e, quindi, della falsificazione.
Il “mero essere” di stevensiana acquisizione (a tal proposito, sembra inutile affermare quanto sul piano progettuale contino le inserzioni dallo stesso Stevens, perché manifestano con la loro presenza una giustificazione al non-senso dell’esistere nella scoperta del quale la poesia di Mazzoni ci conduce. L’invadenza del “significante”, per usare una terminologia abusata, subisserebbe la potenzialità affabulatrice del linguaggio in un’oscillazione costante tra reale e surreale, fino a un distanziamento – una crepa – che come nel secondo degli exerga kafkiani introduce alla separazione io/mondo che non si ha nessuna fretta di colmare), cioè l’insorgenza ideale di un mondo ridotto alla pura “nientificazione” – vivremmo in una sorta di bolla turbonichilista: «come se le cose accadessero nella sfera dove le masse si spostano» (Recife, p. 19) – pare scontrarsi con la voglia di nuova nominazione, in tal senso, almeno, parrebbero muoversi i testi narrativi della raccolta.
I mondi si chiudeva con un’acquisizione: Pure Morning, ultimo componimento di quel libro, metteva in luce, attraverso un assemblaggio fatto di inarcature in funzione narrativa, con un dettato addirittura armonico nella sue proporzioni nette, la necessità di rintracciare i segnali del “mero essere”, La pura superficie sarebbe, allora, lo sviluppo di tale acquisizione.
«Ogni vita è solo se stessa» e quindi «il tempo che si perde / per essere solo ciò che siamo adesso, / per diventare solo solitudine» (Pure Morning, in I mondi, cit., pp. 65-66) è il tempo di una mutazione. Divenire del soggetto relazionale in soggetto della – e alla – solitudine, con un richiamo fortissimo a Leopardi, alla sua riflessione sull’ermo, sul solitario, aggettivo che potrebbe incunearsi nel nesso avverbio-sostantivo-astratto inventato da Mazzoni nella chiusa de I mondi. Ma non è tutto. Se, infatti, consideriamo l’apparato di schermature (schermi che riappaiono con insistenza in La pura superficie e che fanno pensare al Carroll di Attraverso lo specchio) che ostacolano ogni riconoscimento – «quando la fila / delle auto si ferma e ci guardiamo / esistere dai finestrini, tra i fanali, / il loro cerchio nel cono della pioggia, dentro i secoli / che ora mi vengono incontro / dai campi coltivati, dai caselli / di Milano se la nebbia si dischiude» (Pure Morning, ibid., p. 65) – si chiarisce definitivamente, se ce ne fosse stato bisogno, il debito di Mazzoni per l’autore di Recanati: «e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni» e una volontà sempre occlusa che tenta di rigenerarsi ma si discioglie a contatto col mondo (l’affiancamento a Leopardi sembra confermare, inoltre, il procedere per induzione sul piano del pensiero).
Occlusione, si diceva, così come interruzione (delle relazioni classiche) sono termini che confermano lo stimolo a una fuoriuscita ma, ancor di più, consolidano una controspinta di sfiducia nei confronti del segno, dovuta a una consapevolezza profondissima delle sue potenzialità d’inganno. Ma allora perché continuare a dire?
Con un lungo salto attraversiamo La pura superficie e cadiamo nel suo testo conclusivo per cogliere altri segnali, chissà se anche questi ingannatori. In Terzo ciclo (La pura superficie, p. 78) è in scena uno scambio relazionale, c’è l’io scrivente, sempre distanziato, e c’è un non meglio identificato “tu”, malato «in mezzo alle altre larve / nella sala della chemioterapia» (Ibid., p. 78). C’è in questo stesso distanziamento del soggetto un trait d’union con l’immane consapevolezza della fine (e del male), che l’utilizzo improvviso della prima persona plurale (che un senso ancora possiede e per niente insignificante) con la sua pregnanza unificatrice che supera le «parole» (intese, in questo caso, come puri segni) rende però problematico: «sappiamo entrambi che non vivrai, / sappiamo che non servono parole» (Ibid., p. 78). In questa sorta d’iscrizione sepolcrale, da porta infernale, lo slancio unificante è corroborato dalla coscienza della fine, infatti i riferimenti ad Antognoni o al «muro fuori filo» (Ibid., p. 78) specificano meglio un contesto che, nella sua gravità, trova appigli di contatto in «cazzate» (Quattro superfici, p. 76) aneddotiche, e che conferma la sua ambivalenza di senso nell’accumulatio asindetica semi-ironica (sbrigativa, perpetuante?) di altre “cazzate” nella chiusa:

Ma oggi non importa, siamo felici di esserci ancora,
di stare insieme qui, i maschi non piangono, le parole non contano.

(Terzo ciclo, p. 78)

In mezzo al grande arco testuale che va da Pure Morning a Terzo ciclo, si sviluppa, lo dicevamo, il dispositivo di La pura superficie: un apparato di 30 testi suddivisi in 5 sezioni con 4 intermezzi in prosa col ruolo di cerniera e cornice (ma non in senso unificante, lo diremo meglio in seguito). La sensazione suscitata da questa impalcatura è quella di un macrotesto concentrato su una stessa tematica, la desolazione contemporanea, facendo i conti con la mescidanza e l’ibridazione ad essa consustanziale. Ancora una volta, come già ne I mondi, è lo stile levigato su un tessuto multiforme, ibrido appunto, a convogliare l’attenzione del lettore. L’aneddotica è incasellata tra testi di rielaborazione delle informazioni e reinterpretazioni di Stevens in chiave contemporanea. In tal modo, la tensione è garantita nell’attrito tra testo e contesto, spostando l’asse dell’interesse verso la tessitura mortuaria del linguaggio, verso l’apparato (il dispositivo) che, così, si sostituisce al reale in un’inedita gerarchia di valori. Il testo morto supera il “mero essere” e manifesta la necessità per il soggetto di identificarsi con la “pura superficie” testuale.
Certo, ogni segno, nel suo puro esserci, può essere arbitrariamente frainteso senza alcun risarcimento per chi lancia il messaggio e questo è il cruccio del poeta, quello di scomparire nell’opera pur sapendo che non esiste nessun indennizzo di verità in essa.
La fallacia del segno, in La pura superficie, impatta il mondo contemporaneo, ne liquefà la linearità temporale e lascia baluginare nuovi piani di realtà. In questo modo si spiega l’inserzione di testi “onirici”, nuove dimensioni nella poetica raziocinante di Mazzoni.
In Uscire (p. 15), il testo d’esordio della raccolta e quindi in posizione strategica, ad esempio, la sovrapposizione è esplicitata nelle pieghe e negli spazi senza ancoraggio:

Da qualche anno le cose mi vengono addosso senza protezioni.

(Uscire, p. 15)

oppure

Spesso, quando parlate, io non vi ascolto,
mi interessano di più le pause tra le parole,
ci leggo un disagio che oltrepassa la psicologia, qualcosa di primario.

(Ibid., p. 15)

I destini generali si muove nell’indistinzione tra accaduto e capacità di percezione dello stesso, tra narrabile ed eticamente plausibile, nell’eccedenza di senso dell’evento. Angola, invece, ci presenta una moltitudine di «eventi illeggibili» (Angola, p. 37) e ancora Sedici soldati siriani, in cui il video descritto più che terrorizzare – i soldati del titolo vengono sgozzati – attiva qualcosa di primordiale «alla periferia della coscienza» (Sedici soldati siriani, p. 49). Infine, Genova (p. 63) in cui la realtà si mostra nella sua nuda esistenza e può trasformarsi in un girone infernale.
Da questi frammenti d’informazione, attraverso il doppio canale della presa diretta e del filtro (per lo più lo schermo, come abbiamo già detto), non si formano nuovi miti comunitari, bensì si sfalda il tempo (ad esempio la chiusa di Genova, dopo l’esperienza viva dei fatti del G8, recita: «per qualche settimana si sentiranno parte di un movimento immenso, un mese dopo si dissolveranno, dieci anni dopo saranno soli e incomprensibili», p. 67).
Da quanto appena esposto si evince che i testi-cerniera di La pura superficie rappresentano un’apertura – la crepa nel dispositivo di deleuziana memoria, così come deleuziane sembrano la “deterritorializzazione” e la a-radicalità emergenti nella raccolta e descritte da Deleuze e Guattari nel saggio del 1975 Kafka. Per una letteratura minore – in primo luogo di piani temporali, e, infatti, il passato ricade nel presente senza conseguenze magniloquenti (che sia un passato vicino o lontano non sembra fare alcuna differenza). Certo, è anche vero che le scelte del soggetto scrivente ricadono su eventi o “aneddoti” che possiedono una forza d’attrazione collettiva, dotati di una matrice archetipica – per lo più la violenza o, se andiamo più a fondo, l’indifferenza per l’alterità – che lascia una traccia sgorgante dalla crepa aperta, un mitologema o unità minima di significato, germe infinitesimale di un – nell’opera di Mazzoni ancora non si è chiarito con che valenza – infimo inizio.
Questo piccolo germe, la consapevolezza della banalità di un male che comprime un’epoca (dal Secondo dopo guerra a oggi), farà ripartire un racconto o abbandonerà il sentire alle sue derive? Detto in altro modo: il segno linguistico ha ancora necessità di essere formulato attraverso un intreccio che riattivi la relazione oppure i piani di realtà sono talmente sovrapposti che occorre un altro dispositivo comunicativo?
Certo, tali domande non possono che restare tali, perché è il transitare continuo dei segni a significazioni altre che fa il mondo e il soggetto che ne è parte.
L’operazione di Mazzoni, comunque, questo è certo, per ora non tenta nessun recupero – anche se alcuni passi testuali sembrano indicare diversamente, come ad esempio a p. 20 di La pura superficie, dove possiamo leggere di una madre arresa «a ciò che detestava», cioè a essere «una mamma come tante» e che «ora manda avanti il suo bambino», in cui quel “mandare avanti” non si capisce se abbia ancora valenze etiche classiche o se sia solo una metafora abusata introdotta per rendere manifesta la banalità dello stesso, aneddotico, componimento? – pur rivelando la sua ragion d’essere nella volontà di nominazione che si risolve nell’aneddotica “chiusa” ma vitale di cui abbiamo più volte parlato. In questa prospettiva il linguaggio trova spazio nella sua piccolezza:

Sono una piccola persona, nessuna fede
mi accoglie veramente, voglio molto poco,
questa specie di melma mentre viaggio
verso mia figlia, i suoi disegni infantili, il suo spazio riparato.

(Le cose fabbricate, p. 31)

Che sia questa “lingua minore” lo strumento per uscire dal nichilismo e continuare a fingere, ribaltando l’annominazione da cui eravamo partiti e con cui terminava I mondi, di non essere «solo solitudine»?

Gianluca D’Andrea
(Ottobre 2017)

Libri crepuscolari III. – L’oscuro pianeta del ricordo: “Fermata del tempo” di Stelvio Di Spigno, Marcos y Marcos, Milano 2015

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Stelvio Di Spigno

III. Fermata del tempo di Stelvio Di Spigno

fermata-del-tempoNella dedica personale al libro, inviatomi da Di Spigno lo scorso giugno, c’è un piccolo errore cronologico: “Napoli, 16/6/2016”.
Parto da questo lapsus temporale, in apparenza insignificante, perché è proprio il tempo il vero dilemma nel ricordo dell’autore napoletano. Come in La nudità (Pequod, Ancona 2010, vedi una mia precedente lettura ora riproposta qui), l’assillo è l’epokhḗ, un senso di sospensione necessario ma apparentemente perduto – tranne nei luoghi e nelle persone vicine – riproponibile, per l’autore, religiosamente, come un dovere.
La «collera trattenuta», richiamata in prefazione da Umberto Fiori sembra indicare questa religiosità necessaria – anche se, contrariamente a quanto espresso dal poeta ligure, “esibita” – sul piano etico e in termini di volontà di ricostruzione comunitaria. Forse, a volte, la disposizione di Di Spigno sembra scivolare da assunti moralistici, ma è la “fermata” del titolo a giustificare una scelta di revisione e delusione nei confronti del mondo – l’aggettivazione utilizzata, d’altronde, manifesta disprezzo che aspira a concludersi in un cursus migliorativo; purtroppo non emerge innovazione ma ri-corso: «luogo sconosciuto», «reame straniero», «parole errate», «orrenda compagnia», «braccia tonte», «disordine celestiale», «gente brutale», «invertebrata lontananza», «oscuro pianeta» e così via. Di contro, l’aspirazione alla purezza, alla “nudità” (in tal caso, rispetto alla precedente raccolta, Fermata del tempo è il libro della speranza franta proprio a causa del ricorso memoriale): «il piantarmi a memoria in una strada con rimpianto, / frequentata anni fa con la prima delle tante, / ma più pura di tante altre tuttavia e comunque» (Questione di pronuncia, p. 41, vv. 3-5).
Certo, Leopardi continua ad agire sul pensiero poetico di Di Spigno, trasducendo la speranza in una neghittosità spudorata, aperta: «si rivolge il pensiero a questa gente brutale», «e sono io la vera eccezione» (Stazione marittima, pp. 44-45, v. 11 e v. 22), ma castrando la fuoriuscita della parola dal circolo ripetitivo della possibilità perduta, della nostalgia.
I testimoni della quarta sezione sono figure del crepuscolo, della scomparsa senza avvicendamento: «Sapere che non verrò più da voi / […] ricordo che non c’è più la casa / che voi siete in paradiso e nei ricordi» (Il pranzo dalle zie, pp. 55-56, v. 1 e vv. 14-15), oppure del richiamo a una diversità dettata dalla stessa parola: «Come vi ho rimediati / e di rimedi non ce n’è, nelle tare / della terra e del cielo, santi morti e sacro passato, / in orbita breve ma stellare / ci siamo ritrovati per poco / a camminare, annusare la stessa aria, / ragazzi fermi alla fermata della scuola, / mendicanti che hanno dato al nulla il loro stato, / abbiamo la stessa forma, le stesse ossa, / ma non cadremo nella stessa fossa, le date non coincidono, / ci assomigliamo ma qualcosa ci divide, / e questa cosa è la parola che invece condivide / e che io non conosco/ come vi riconosce il giorno aperto, / le stelle scese dal pendio, / la vita quando ancora era vita» (Trastevere ore quindici, pp. 63-64, vv. 1-16).
La colpa, altro tema imprescindibile per Di Spigno, in Fermata del tempo porta a cadute autoreferenziali, chiusure senza riscatto: «Non posso rinfacciare. Non ringrazio, non ho vita / da opporre alla fatica. Solo che non duri / il silenzio di quanto mi ha scaldato. Che il teatro / non mi resti sulle spalle senza attori. / Che non debba mangiarla fino in fondo / l’ortica che ho piantato sui miei passi. / E che Dio, in eterno, mi perdoni» (Contabilità infinita (Annum per annum), pp. 67-68, vv. 23-29).
Eco e stanchezza, alcune forzature: «cose e persone che sono ormai ricordi / s’infrangono nel sole, e ogni inizio è una fine, / questo dicono i tempi, bagagli alla mano. Orologio mortale» (Il treno per Sezze, pp. 69-70, vv. 6-8); autocommiserazione: «Non un ricordo, non un fiore da parte dei colleghi. E dell’amore/ una vaga rimembranza che è meglio allontanare» (Il sabato della supplente, pp. 71-72, vv. 8-9).
Qui la lezione di Leopardi, troppo letterale, si affloscia in analisi lontane dall’aderenza alla realtà dei fatti (autoreferenzialità, appunto) nel desiderio, quasi, che la “speranza sia veramente andata in pezzi”.
La riflessione sul tempo e sul ricordo sembra vivificarsi solo nelle figure del conforto, quando non si cerca più “qualcuno che somigli” all’autore per un ulteriore rispecchiamento. L’agnizione avviene nella diversità, come i bei testi della sezione La buona maniera (Saluto e Renata) stanno a dimostrare. Qui la speranza si riattiva in descrizioni ariose, compiute (i componimenti citati sono riportati in calce alla riflessione).
Nel complesso, Fermata del tempo appare come un libro d’attesa (titolo in tal senso pertinente). E si aspetta che, lontano dal rimpianto della perdita, la speranza si tramuti in nuova azione.

Gianluca D’Andrea
(Luglio 2015)


TESTI

Fotografie dell’epoca assoluta

Vittorio insieme a Bianca, Anna, Giovanni
in eterno sposato a Concetta e Giuseppina
col suo corsetto a vita di vespa nel ritratto,
non pensavo che infine tutti voi
sareste finiti lì sul secrétaire
dentro cornici di ferro istoriate,
con accanto ceri, lumini, santini e preghiere,
ma niente può impedire che domani
sarà un giorno di aprile del ’40,
e tutti noi tornati ventenni e atomizzati
ci incontreremo ai Tribunali o a Piazza Borsa,
con i vostri paltò e le vostre ghette e spille,
dove un sidecar ancora misura il senso
dell’onore, del decoro, del bruciore della vita,
con l’amore che è una pergola di rose
nell’antico tesoro di una piazza napoletana,
in mezzo al fumo che sa di ritorno e baci,
di riconoscenza per esserci stati,
o più semplicemente di umiltà prenatale
rocciosa e inebetita, un salto tra i pianeti
che accoglieranno tutti i nostri corpi
nel giro di valzer di un fascio di decenni,
dalla luce di casa a quella della sera,
dal silenzio del sonno a quello della fine,
dalle lacrime scioccanti alla risurrezione.

*

Prosa della madre incantata

Si muoveva per casa, come per dire basta.
Svuotava ceneriere, lucidava i fornelli,
e quando il guanto di smania la lasciava
chiacchierava col gatto e foraggiava il davanzale:
era la regina di passeri e colombi.

Era la madre, il principio di tutto:
per questo tratteneva
lacrime amare in sillabe cadenti: è tutto sangue
da travasare, e farà parte di te, anche se scalci e rifiuti.
Era una donna e insieme una finestra, mai cresciuta.

Da giovane il male lo capiva. Pensava ai figli
come a un lenimento. Non arrivò, ma ricorda
cosa pensasse nel ’66 o che indossava
il giorno del diploma, esattamente.
Dai suoi vent’anni non s’era mai mossa.

È in quei momenti che puoi domandarle
perché ha sofferto tanto e di quale dolore.
Perché l’ha passato anche a me. Se ama il mare.
Una volta l’ho raggiunta nel ’70:
non sono ancora nato ma parliamo,
sento la sua pietà come il suo sonno.
Ora è riversa dentro il suo rimorso, è sempre sola.
Qualcuno dice che anche questa è vita.

*

Stazione marittima

Una coppia di turisti che sembra penetrare
nel più diametrale benessere, nel più rischiarato
fidanzamento dell’ora finita al tempo eterno,
si imbarca su una grande nave, che da qui
non se ne vede la fine. Dove andranno? Partiranno.
E non c’è molto altro da dire. Il molo è plumbeo,
con topi e gabbiani in cerca di preda, di alghe
dove roteare in sentore di cibo, ben piantati anche loro
nel solco scavato tra terra e cielo da un motoscafo.

In forma di veliero sempre attento a non attraccare,
si rivolge il pensiero a questa gente brutale,
asfittica, reale, come reale è la cresta dei sogni,
mentre loro magnificano la materia senza senso
con la loro distanza, invertebrata lontananza,
un blocco compatto di materiale turistico a volo d’uccello,
eppure anch’essi venuti fuori da una vagina intenta
a procreare, nella quale, in quell’istante preciso,
si può leggere intera la microstoria dell’umanità.

Come è triste il paesaggio quando è umano.
Cosa darei per scamparne vista e udito. Ma ormai,
sembra pensare la mente accollata, essi sono dappertutto
e sono io la vera eccezione. Andate pure
in questa secrezione di pianto e saliva, di santità
e di sperma, fate il vostro viaggio, assalite il vostro giorno,
io mi ritiro dove l’ombra è chiarezza d’intenti,
l’impressione dà fuoco alle carceri e i canali di scolo
fanno da venature al mondo che verrà.

*

La voce corta

C’è sempre un anno che precede, con una voce corta
che ti dice che è giusto partire, rimescolare
le frasi, fare a pugni coi desideri e le intenzioni,
e c’è sempre un anno nuovo, nel quale è doloroso
tornare, rivedere volti appesantiti, anche se di poco,
perché poco il mondo si è spostato, giorno per giorno,
mentre pensavi che tutto passasse a rilento.
E ora eccomi qua, nella stanza come nuova,
tra pareti che non parlano più, e che a stento,
se potessero parlare, mi riconoscerebbero.

In mezzo sta il tempo che è passato, la smania
di andare a senso, il dubbio su cosa sia esattamente
quello che si passa vivendo, diventando, amando.
Stare bene o stare male, quando sei in questo guado,
non conta e non importa. Gli abiti saranno
più vecchi di un anno. Quelli che volevi gettare,
chiaramente rammendati, non potrai metterli più.

Proprio come una giacca mai indossata, finita e fuori moda,
è questa stazione del ritorno. Foraggiarne il ricordo
è come riaprire il guardaroba e trovarci
un cadavere allo specchio. I ragazzi della scuola,
la grande donna al bancone, lo screzio del collega,
cosa saranno mai. Ora più niente. Un oscuro pianeta
in una tasca interna, ma come mi manca
l’allegria di non sentire più me stesso, di potere
essere ancora e adesso, giocare a carte di notte,
andare avanti, senza sapere, senza prezzo.

*

Il pranzo dalle zie

Sapere che non verrò più da voi,
come facevo ogni sabato a pranzo,
ai tempi del liceo, ma anche prima e dopo,
fino a quando zia Velia scappò via
e divenne una lavagna del cielo,
ancora mi rende schiavo dell’amore
di rivedervi nella vostra casa,
con la radio, il telefono, i parati,
tutti comprati o abitati da almeno cinquant’anni;
e quanto era forte il laccio che ci univa,
lo scopro ora, quando il sabato mi sveglio
contento perché so che da voi devo venire,
poi mi concentro, il sonno lascia la mente,
ricordo che non c’è più la casa,
che voi siete in paradiso e nei ricordi,
e mi viene da piangere e vorrei
salire le scale e vedere cosa provo,
adattarmi a stare senza voi, ma non riesco,
allora tento di capire il perché del tempo,
e perché due angeli come voi
hanno lasciato sola la mia vita
a disfarsi, a dirimere la quantità
di giorni che separa la vecchiaia di tutto
dal mio presente di oggi, la nicchia
sterile dove vivo e dove ricordando
quanto è stato bello avervi accanto,
faccio di me un breve dirottamento
fino al vostro caseggiato,
e torno al mio peccato di un essere solitario
che si chiede quanto ancora ha da patire.

*

Il treno per Sezze

Nella teoria del verde dopo il verde,
arriva questo treno che batte ogni paese:
Sezze, Fondi, Itri. Campi, bestiame, cimiteri.

Si riavvicina pericolosamente
al golfo di Gaeta che ci attende inutilmente:
cose e persone che sono ormai ricordi
s’infrangono nel sole, e ogni inizio è una fine,
questo dicono i tempi, bagagli alla mano. Orologio mortale.

Lo sanno gli alberi che questa è una malattia.
Lo dicono i parchi che siamo già scaduti.
Persino il giornale a questa vista dolorosa
si fa più piccolo mentre salgono i pendolari.

Il bruco del treno ritorna nel presente,
nel gorgo della folla e nella pratica del niente.

Ma io che baratto volentieri morte e cecità,
rivedo un letto che odora di lavanda, l’anno ’85,
stanze in affitto e la casa di via Filiberto.

Nelle notti più atroci tutto prende il colore del sangue,
le pareti fanno un giro intorno all’aria, come le parole.
Quella gonna, quel momento, quell’odore,
il calvario di quell’attaccapanni, sigarette con belle compagnie,
mentre noi andavamo a dormire come altari umani,
rimboccando le coperte al domani:
niente è reale di ciò che verrà dopo.

*

La cerniera

Il taxi vibra dentro un cavalcavia
tra San Lorenzo e il Verano, nel quasi buio del cielo,
sembrano buoi o bisonti le nuvole in sequenza.
Nell’auto è il corpo, un grumo di tristezza.
Rimasta al palo, come in un museo, l’anima
brilla nei saluti a mezzo stampa: è qualcosa,
una larva che disegna parabole nel grano
che ammucchiamo tra le stelle e il desiderio.

Resta sul mare, accende alghe come torce,
ogni volta che il ricordo
si fissa sulle labbra
come sale sul mosto. Non ci sarà
caduta di pernici o macchie di camicia
a riportarla indietro. Resta lì,
come fosse la promessa di un mulo
o soltanto una parola detta sporca,
quest’anima feroce che rifiuta di obbedire.
Dove tutto è semplice, ruvido, invernale,
quello è il luogo che ha scelto dove stare.

*

Visione nominale

Era una piega alta nel cielo
arato e notturno di solitudine e tuoni
e pioggia sulle spiagge d’inverno
all’imbrunire, era tutto e solo da capire,
quel vento angusto che non disturbava,
era l’amore, la speranza infinita, la canzone
invalida, estatica della felicità:
era la donna che ti stava accanto, era tua madre
e tuo padre, era mio nonno che saldava i destini,
il sabato quando don Biagio veniva a pranzo,
la campagna e l’asfalto nella loro lotta, e ora
la fine di ogni cosa nel suo dimenticarsi
di te e del tuo tempo migliore, il silenzio
della casa di Anzio, tu lontano da tutto
che pensi distrutto agli anni del liceo,
il cuore che batte senza un movimento,
il tempo che non avanza di un momento.

*

Saluto

Il sangue si avviava lontano nelle vene
mentre andavo, buttato fuori dalla bocca di qualcuno,
in una bella notte opaca per il grandissimo vento
verso il bar delle mele marce a passare il mio tempo,
distinguendo appena se era la mia città o no quella
dove finiva la coda di case in fondo a Macerata;
ero lì da molto o me ne sono andato
non saprei dire quando vennero a offrirmi
la palma dell’ultimo arrivato, il benvenuto
che si dà a un cane lupo rimasto senza denti,
ammesso che tu non voglia flagellarlo per amore
o sparare a un piccione con quella stessa faccia
di chi chiede a chi viaggia come stai.

*

Renata

a Renata Morresi

Roma arrancava con lavica lentezza,
inondando il suo requiem da tanto preparato,
perché quando si vuole morire di mercato lo si fa
con cura, con rigore e tremore indifferenti.

Mentre lei, tranquilla, senza demoni e domani sulle spalle,
quasi estatica aspettando
il treno per Fiumicino, per il viaggio programmato,
ha accettato di partire con me, l’eremita
che consuma i polmoni di Partenope.

Calma come l’acqua su un costone di marmo,
una Ruby Tuesday nell’arco di Pallante,
mi prende su la mano tremolante,
fa sua la paura che ho nel corpo e
la fa evaporare – mi dà tutta la sua serenità,
la avvia come un magnete, rende forte
anche chi ha paura di solcare laghi immoti.

Bella come una zingara che canta, non rimpiango
che non sia la mia donna, non fa niente,
se un poco ha condiviso la fatica
delle mie ossa stanche e divorate.

È lei la donna che sa stare al mondo,
la regale signora felice ovunque e sempre,
amante, curiosa e folle quanto basta
per non essere la cifra di un numero mancante.

Riflessioni sulla lingua, 2 inediti di Nino De Vita

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Nino De Vita

Riflessioni sulla lingua, 2 inediti di Nino De Vita

… e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso…

G. Leopardi

In un recentissimo intervento sulla poesia italiana contemporanea, Franco Buffoni ha parlato della «caduta libera della poesia dialettale» (F. Buffoni, Dialogo con Franco Buffoni, in L’Ulisse, Rivista di poesia, arti e scritture, 17 – Mappe del nuovo. Percorsi nella poesia contemporanea, p. 58). Colpisce il dato che, pur partendo da un resoconto limitato alla compilazione dei Quaderni di poesia contemporanea, accende un’altra riflessione sulla lingua e i suoi presunti destini. Forse lo “spostamento” linguistico è un indizio del mutamento prospettico che, sul piano concettuale, è stato espresso più e più volte e che è sotto gli occhi di tutti, riassumibile in un termine utilizzato dal filosofo francese Jean-Luc Nancy: mondializzazione. La mondializzazione, intesa in termini di arte e linguaggio, «ha, dunque, l’incarico di attestare il mondo in quanto mondialità che toglie, allontana, o sottrae, tanto l’unità di un cosmo o di un mondo-oggetto (di una “natura”), quanto di un mondo-soggetto (una “storia”)» (J. L. Nancy, L’arte di fare un mondo, in Prendere la parola, Moretti&Vitali, Bergamo, 2013, p. 203). Per questo, a mio avviso, il dialetto, rischiando l’estinzione, è l’esempio macroscopico di una resistenza testimoniale, l’ultimo baluardo di un approccio “storico” del soggetto che si dispone frontalmente rispetto al mondo. La visuale (non la visione!) collaterale nel dialetto è impossibile proprio a causa della sua pregnanza testimoniale, nella tensione resiliente che si oppone a una scomparsa. Il dialetto guarda negli occhi un mondo che non si guarda ma si pertiene. Richiamando ancora Buffoni: come «Il soggetto: è il soggetto – quello che “mi detta dentro” – a far sì che si possa scrivere in modi tanto diversi. Personalmente non sono né un fautore della sparizione dell’io […], né un fautore della presenza dell’io» (F. Buffoni, Dialogo con Franco Buffoni, cit., p. 63), così il dialetto, è il dialetto con la sua specificità localizzata, in qualche modo separata, a far sì che si possa scrivere “per altri versi”. L’ibridazione, di cui si parla anche nell’intervista più volte citata, è un fenomeno che riguarda più le lingue nazionali che, a loro volta, sembrano prendere la strada del dialetto, laddove la “mescolanza”, dovuta anche agli spostamenti antropici oltre che alla possibilità di accesso “multilinguistico” per mezzo della rete, sostituisce ogni “purezza”, cioè il residuo archeologico della lingua. Andrei più a fondo: se qualunque lingua è, in “potenza”, residuo, allora non si tratta soltanto di lasciarsi andare all’ascolto del soggetto ma anche rapprendersi nella sua “forza” di valutazione: «Si tratta del valore che non dipende da alcuna proiezione, ma dalla forza della valutazione per la quale il “soggetto” è esso stesso dentro al suo “progetto”, ma non a titolo di “pro” della proiezione: a titolo di “gettar-si” dentro, o meglio di “essere-gettato” dentro» (J. L. Nancy, L’arte di fare un mondo, in Prendere la parola, cit., p. 200).
Viviamo il tempo dell’ibridazione, è vero, ma solo in termini di potenzialità che è possibilità di non utilizzo di un sistema (nel nostro caso, linguistico). Il non-utilizzo di una lingua nazionale, e la non-scelta di un linguaggio “retrocesso” come il dialetto, non è più azione ideologica ma è il modo di trascinare, come direbbe Jean-Cristophe Bailly, «il paese al di là di sé, rendendolo in qualche modo infinito», cioè non originario, eppure ugualmente “testimoniale”. La “caduta” del dialetto, allora, è la “caduta” della lingua nella sua, questa sì “eterna”, divisibilità. In tal caso, è impossibile definire una lingua se non per preconcetti nazionalistici o accademici – che vogliono dire “il russo, il cinese, il giapponese”, se non l’etichettatura delle potenzialità che la lingua offre? «La partizione (partage) delle lingue è la condizione del linguaggio: gli idiomi sono i limiti sui quali si apre il silenzio, sempre che non si tratti di glossolalia. Neanche la poesia può rientrare in un’assegnazione di stampo quasi nazionalista o identitario in generale (in base, per esempio, al nome dell’autore)» (J. L. Nancy, Il sistema, ieri e oggi, in Prendere la parola, cit., p. 151).
Mi piace concludere questa piccola riflessione, prima di passare ai testi “dialettali”, gentilmente concessi dal poeta siciliano Nino De Vita, con un breve estratto dallo Zibaldone che ci parla di quella “varietà” indispensabile, perché effettiva, che il linguaggio possiede, il senso dell’alterità che attiva il divenire, l’esistente, nello scambio tra soggetto e mondo:
«La gran libertà, varietà, ricchezza della lingua greca, ed italiana, (siccome oggi della tedesca) qualità proprie del loro carattere, oltre le altre cagioni assegnatene altrove, riconosce come una delle principali cause la circostanza contraria a quella che produsse le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, [2127] spirito, letteratura e lingua nazionale. Omero e Dante (massime Dante) fecero espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia d’Italia, e per lingua cortigiana l’Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d’Italia in que’ tempi. Simile fu il caso d’Omero e della Grecia a’ suoi tempi e poi. Simile è quello dell’Italia anche oggi, e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev’essere assolutamente la massima fondamentale d’ogni vero filosofo linguista italiano, come lo è fra’ tedeschi. (19. Nov. 1821.)», aggiungo solo che l’ibridazione tanto discussa, non ha altro valore se non l’accoglienza del diverso, fuori dal concetto di confine nazionale, perché ognuno di noi è già confine.

Gianluca D’Andrea


2 inediti di Nino De Vita

ADDINI
(Galline)

’U STRALLÀSCITU

Sti cusuzzi chi ggìranu, ri notti,
nichi p’attornu ô lumi,
trùzzanu, cci nni sunnu
nna tàvula sminnati,
abbruciati pi ddintra
ô tubbu.

’A ciamma stava
ferma. Si l’ammicciavu
cchiù nchiccu m’addunavu
ammeci chi trimava.

Vinni una straquatina
ru puddaru. Vuciaru, svulazzaru
l’addini – carcariau
quarcuna – e si zzitteru.
Stesi, allarmatu, ’a testa
aisata ri nno libbru,
a sèntiri.

E arreni ddu strallàscitu,
’i vuci ri l’addini.
Mi cafuddai annunca
pi ffora.

’A porta ru puddaru era attangata.
’Un vitti vurpi e mmancu
bbaddòttula fuìri.
P’addabbanna
ra rriti, l’addini ( aisi
un peri – accura – e ’u posi; e ddoppu, tisa,
l’àvutru) araciu chi
muvìanu.
Currì a pigghiari ’u lumi,
nna cucina e turnai.
Tirai ’u firriggiaru.

Dda stramera chi cc’era
ri pinni stravuliati.
Avia un’addina ’a testa
ascippata. Sbizziati
ri cca, ri dda, ri sangu
’n terra….

Onnumani me’ matri
spinnau l’addina morta e ’a fici a bbroru.
Eu, pi ddavanti ô piattu
chi purtau, mi mussiavu.
“ ’Un cci pinzari” rissi
me’ patri. “ ’Un cci pinzari.
Mancia, ch’è bbonu, mancia, ’un cci pinzari ”.
E ddoppu, seriu: “E pènzacci”
mi rissi.

LO SCHIAMAZZO. Queste cosette che girano, di notte,/ piccole attorno al lume,/ sbattono contro il vetro, ce ne sono/ sul tavolo ferite,/ bruciate dentro/ il tubo.// La fiamma stava/ ferma. Se la guardavo/ più fisso mi accorgevo/ invece che tremava.// Giunse uno starnazzare/ dal pollaio. Vociarono, svolazzarono/ le galline – qualcuna/ chiocciò – e si zittirono./ Rimasi, allarmato, la testa/ sollevata dal libro,/ ad ascoltare.// E di nuovo quello schiamazzo,/ la voce delle galline./ Mi precipitai allora/ fuori.// La porta del pollaio era serrata./ Non vidi volpe né/ donnola fuggire./ Dall’altro lato/ della rete, le galline (alzi/ un piede – attenta – e lo poggi; e dopo, tesa,/ l’altro) lente che si/ muovevano./ Corsi a prendere il lume/ nella cucina e tornai./ Spostai il chiavistello.// La massa che c’era/ di penne sparpagliate./ Aveva una gallina la testa/ staccata. Gocce/ di qua, di là, di sangue/ per terra….// L’indomani mia madre/ spennò la gallina morta e la fece in brodo./ Io, davanti al piatto/ che portò, tentennavo./ “Non ci pensare” disse/ mio padre. “Non ci pensare./ Mangia, che è buono, mangia, non ci pensare”./ E dopo, serio: “E pensaci”/ mi disse.

°

’A PERPÈTUA

Ma chi putiti viatri
capiri, mancu vi
passa p’a ciricòppula,
socch’éni chi l’addina,
nnall’ariuni, facia.
Jittava ncapu un ciancu,
addizzava e abbuccava
nnall’àvutru, caria
e si susia; nnavanti
jia, pu nnarrè, firriava
pi ntunnu, sdivacava
aggabballaria, pi
morta.
Ma ’unn’era morta.
Abbiava e truppicava
nna nnenti, tummuliava,
s’abbaffava. Rapia
’u bbeccu, addumannava
acqua, chi sacciu, l’aria pi campari…

Ciccinu, c’u bbiccheri
ri perpètua nne manu
“Aggàrrala” mi rissi
“chi cci nni ramu ancora
tanticchia. Vegna, aggàrrala,
ràpicci ’a vucca, aiùtami”.
“E no” cci rissi “làssala.
Mi sentu tramazzatu, ’a testa cci haiu
nnacquariata… ’Unn’u viri
comu si mazzulìa.
Prima chicchiriddiava,
ora è làccana, è foddi,
nfuscata, pari chi
cci fìciru una cosa
tinta, chi fa, chi vvoli,
è senza sicuranzia,
scamina, cci havi ’u trèmulu,
scancedda. Signuruzzu
portala tu a dunn’havi
a gghiri…”

Ciccinu m’ammicciau,
schifiànnumi pi tuttu
ddu ranni mutuperiu
ri palori ch’avia
rittu.
“ Cu mmia ’un mmeni cchiù
a gghiucari” mi rissi
“picciriddu ngangà”.

IL VINO VECCHIO. Ma che potete voi/ capire, nemmeno vi/ passa per la testa,/ quello che la gallina,/ nel cortile, faceva./ Sbandava su di un lato,/ si drizzava e abbatteva/ sull’altro, cadeva/ e si rialzava; avanti/ andava, indietro, girava/ attorno a sé, crollava/ con le zampe in aria, come/ morta./ Ma non era morta./ Si avviava e incespicava/ su niente, stramazzava,/ si accovacciava. Apriva/ il becco, domandava/ acqua, che so, l’aria per campare…// Ciccino, con il bicchiere/ di vino vecchio in mano/ “Afferrala” mi disse/ “che ce ne diamo ancora/ un poco. Avanti, afferrala,/ aprigli la bocca, aiutami”./ “E no” gli dissi “lasciala./ Sono confuso, la testa ho/ smarrita… Non lo vedi/ come si dibatte./ Prima chiocciava,/ ora è floscia, è pazza,/ senza la ragione, pare che/ le abbiano fatto un/ maleficio, che fa, che vuole,/ non ha più certezza,/ vaga, è presa dal tremito,/ il cammino sconosce. Signuruzzu/ portala tu sulla sua/ via…// Ciccino mi fissò,/ disprezzandomi, per tutta/ quella quantità/ di parole che avevo/ detto./ “Con me non vieni più/ a giocare” mi disse/ “bambino appena nato”.


Nino De Vita è nato a Marsala nel 1950, dove vive e lavora. È autore di “Fosse Chiti” (Milano, 1984) e della trilogia pubblicata da Mesogea composta da “Cutusìu” (2001), “Cùntura” (2003) e “Nnòmura” (2005). Nel 2011, sempre con Mesogea, è uscito “Òmini”, il suo quarto libro in dialetto (Premio della Giuria Viareggio-Rèpaci 2012). È autore anche di diverse raccolte di versi pubblicate in edizioni a tiratura limitata. Riconosciuto come una delle voci più interessanti e rigorose della poesia contemporanea, nel 1996 ha ottenuto il Premio Alberto Moravia per la letteratura italiana, nel 2002, il Premio Mondello “Ignazio Buttitta”, nel 2004, il Premio Napoli e, nel 2009, il Premio Tarquinia Cardarelli per la poesia. Nel catalogo dell’Editore Orecchio Acerbo di Roma tre suoi racconti per ragazzi: “La casa sull’altura” illustrato da Simone Massi (2011), “Il racconto del lombrico” illustrato da Francesca Ghermandi (2007) e “Il cacciatore” illustrato da Michele Ferri (2006).