Diario – Primavera: 1) Il tempo entra ferreo nella sua ultima era

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Giorgio De Chirico, La felicità del ritorno (1915)

Sonate concertate in stil moderno, libro I: Sonata No. 1 · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Dario Castello · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 1) Il tempo entra ferreo nella sua ultima era

Il primo verso di una poesia di Paul Celan (P. Celan, Poesie sparse pubblicate in vita), mi porta a nuove considerazioni su tempi e luoghi della fine.

Il tempo è chiaramente sempre nella sua ultima era, non esiste. Seguendo László Krasznahorkai (Il ritorno del barone Wenckheim): «il mondo non è che un puro delirio di eventi, una frenesia di miliardi e miliardi di accadimenti, e niente è stabilito, niente è fissato, niente è delimitato, afferrabile, tutto scivola via appena cerchiamo di afferrarlo, perché non c’è tempo». Questo tempo inesistente è, paradossalmente, l’ultima possibilità di agganciarsi a qualcosa di concreto. La selezione degli eventi è già la loro rielaborazione immaginifica, sempre l’ultima possibilità/potenzialità creativa: «poiché il tempo scivola via in continuazione, essendo del resto questo il suo compito, poiché si tratta di puro svolgimento, si tratta semplicemente e meramente di miliardi di eventi […], gli eventi stessi spariscono nello stesso momento, che è a sua volta irreale» (Ibid.), proprio a causa di questo scivolamento che è perdizione si rende necessaria un’operazione di conservazione. Su miliardi e miliardi di eventi, la selezione non può essere arbitraria ma “senziente”, dettata da ricordi forti, fondanti, anche se già trasfigurati dalla concretezza “trans-formativa” della memoria (e dalla forza “cancellante” del tempo).

Su questa evidenza si basa ogni urgenza artistica e, più nello specifico, della poesia: «questo non è un concetto astratto, bensì qualcosa che finalmente astratto non è, qualcosa di talmente lontano dall’astrazione da porsi come l’unica cosa la cui esistenza possiamo veramente prendere in considerazione» (Ibid.).

Da questa osservazione ripartiamo, anche se immessi in una “ferrea ultima era”; è infatti proprio Celan a suggerire come sopraggiunga l’evento, come si fissi l’istante, come «un’ora allattata dai lupi» (P. Celan, Microliti) è il tempo in agguato prima di ogni comprensione, prima che sia fatta luce; un’ora che, sempre secondo Celan, “striscia”, prima di “saltarti addosso” (aggiungo che sempre più spesso l’agguato è velocissimo, come i miliardi di eventi che si susseguono indistintamente, ma continua a lasciare il segno). Il segno si tramuta solo allora in “senso”, quando «la scheggia di tempo penetra in te, sempre più fonda» (Ibid.).

Il dove, cioè lo spazio di collocazione dell’evento fondante, lo decide quell’ora di senso e accade quando il mondo, l’alterità, entra in contatto con l’essere. Quanto intensamente e come avvenga il contatto lo dice la poesia: se Celan nel 1953 è aggredito e assediato dal mondo, Rilke nei primi anni del ‘900 ne è accolto: «Il tuo sguardo, che accolgo / con una guancia come un tiepido cuscino, / arriverà, mi cercherà lungamente – / si poserà, al tramonto, / in grembo a pietre straniere» (R. M. Rilke, Il libro d’ore).

Tra violenza e accoglienza l’accesso al mondo può sorgere in una disponibilità sempre rinnovabile, che va sempre rinnovata; una soglia, una breccia che avvii un nuovo ritmo:

Ritmi
per separarsi,
per ripararsi
arrivando al vuoto del soggetto

(H. Michaux, da Brecce)

LETTURE di Gianluca D’Andrea (41): INDIZI DI PRESENZE

rime

Giorgio Celiberti, 1993-1995 Rime e ritmi. Affresco

di Gianluca D’Andrea

«acque pettegole del giudizio».

(László Krasznahorkai, Satantango, 2016, p. 92)

Maturazione del vecchio

Scivola l’acqua tagliando il cerchio in verticale
mentre il carteggio si perde gonfiandosi
e scoppiando come una parola d’amore
che tutti abbiamo falsato per sentirci,
abbandonarci a un finale e poi rinascere,
un po’ spostati all’esterno, più soli,
più vecchi.
Il formato della versione narrata si scansa
facilmente, basta parlarne per difendersi:
il vecchio è maturo per la sua morte
solitaria e la rinascita nel diverso più duro
che è quello dell’incoscienza o limite
di percezione. Per altri arriva improvvisa
e chiude.

(Gianluca D’Andrea, Inedito)

Non potendo più definire in senso stretto la poesia, sembra necessario sentire come le immagini di senso che tradizionalmente hanno caratterizzato il genere, restino produttive nella composizione del messaggio.
Il vecchio significante si ripresenta nella scelta soggettiva ed è riattivato per ricostituire un abbraccio sensoriale, una relazione col suo oggetto: il lettore come obiettivo?
L’ombra (o la luce abbagliante, che non ha funzione troppo diversa) in cui sfuma il soggetto, ne definisce l’identità. Così la poesia sembra restare un intrico di tracce che prova a rispondere a quella che Wallace Stevens definì come «immane accozzaglia di questo mondo». Non si tratta semplicemente di dare un ordine al caos – azione sfasata e reazionaria rispetto ai tempi e non solo – quanto piuttosto di restituire la complessità del mondo attraverso indizi di presenza. Se il mondo è delle immagini è perché la tensione a una semplificazione del linguaggio sottende una necessità di comunicazione complessa – “relazionale” – che l’ultimo trentennio almeno (anche se il percorso ha origini sicuramente più antiche e s’intreccia al concetto di omologazione) ha, invece, appiattito sulla mera informazione. Così la comunicazione per immagini sembra essere il segnale di un tentativo di riapertura, un nuovo codice di rappresentazione, con i rischi incombenti di una pseudo-presenza, o meglio, di una presenza auto-manipolata. Lo spettro di Narciso si aggira tra stanze sempre più solitarie e rimbalza tra gli schermi contagiando e, allo stesso tempo, provocando la necessità di una fuoriuscita. Indizi, si diceva, che la poesia, con la sua consistenza d’ombra concreta, può captare e riprodurre in funzione di una scaturigine relazionale, ripresentando la complessità del rapporto soggetto/mondo.