Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – “La miracolosa follia di Omar Sivori”

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Omar Sivori

di Daniele Greco

“La miracolosa follia di Omar Sivori”

Un ricordo del fuoriclasse italo-argentino al quale è dedicato il romanzo di Salvatore Bruno L’allenatore (Vallecchi, 1963) e che il 2 ottobre del 2015 avrebbe compiuto 80 anni.

Tra le dediche più singolari a un romanzo italiano del ‘900, quella di Salvatore Bruno a Omar Sivori ne L’allenatore acquista un particolare valore proprio a ridosso di quello che sarebbe stato l’ottantesimo compleanno del campione di Juventus e Napoli. In una rarissima intervista rilasciata da Bruno a un periodico – il settimanale «Successo» – l’autore del romanzo rispose come segue a chi gli chiedeva perché avesse deciso di dedicare il libro proprio a Omar Sivori:
«Perché mi è piaciuta l’idea, ma anche perché con quella dedica ho sperato di suggerire al lettore un’accettabile interpretazione del nucleo più significativo sul quale ho cercato (preteso) di accentrare la “storia” del mio libro. Ne L’Allenatore io tento di definire, nella loro realtà più ambigua e complessa, alcuni dei miti della società contemporanea e le condizioni d’un uomo alle prese con questi miti: tra i quali indubbiamente c’è anche il calcio. Ora io penso che Sivori sia il personaggio più emblematico del mito calcistico, che prende in modo così emotivo e più serio drammatico di quanto non si creda soprattutto quelli della mia generazione. Ma c’è di più. Nel mondo del calcio, Sivori è un campione eccezionale, nel senso che è una specie di sopravvissuto. Ha una personalità che lo fa essere un isolato, un solitario, quasi un Narciso per necessità: come il mio personaggio. In altre parole, c’è una sorta d’incapacità, d’impossibilità a uscire da sé, a liberarsi di se stesso che è comune sia al protagonista dell’Allenatore sia al carattere indipendente di Sivori e che spesso gli viene rimproverato come egocentrismo, egoismo. (…)»[1].
Oltre a dedicargli il romanzo, Bruno negli anni scrisse diversi articoli, firmati col proprio pseudonimo di giornalista sportivo (quello di Romano Salvadori) ispirati proprio alla grandezza del talento di San Nicolás. Il più bello tra questi fu pubblicato nel dicembre del 1961 sul mensile dell’Eni, «Il Gatto Selvatico», diretto allora dal poeta Attilio Bertolucci. Con questo si coglie l’occasione per ricordare un campione unico del calcio mondiale e anche un piccolo e curioso frammento della nostra recente storia letteraria.

Daniele Greco


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La miracolosa follia di Omar Sivori[2]

La grandezza dell’oriundo ormai da cinque anni juventino sta nella sua capacità di rimanere libero e di dare nello stesso tempo un apporto entusiasmante alla riuscita del gioco: la sua freddezza, la sua eleganza, la sua felicità di realizzazione riescono a rendere le partite in cui egli è impegnato imprevedibili e appassionanti.
Quando nell’estate del ’57 arrivò a Torino da Buenos Aires ingaggiato dalla Juventus e si conobbe la cifra del suo ingaggio (centottanta milioni, allora cifra record) si levò un’ondata d’indignazione. «Centottanta milioni per un calciatore, è uno scandalo» scrissero molti giornali. I dirigenti juventini si trovarono davanti un ragazzetto piuttosto tondo tutt’altro che alto che ostentava una folta zazzera di capelli neri e si mordeva il labbro con denti radi. Si guardarono perplessi. Era quello il più grande attaccante del calcio argentino, il superasso che aveva fato spendere alla squadra tanti quattrini? Sembrava uno scugnizzo nella versione di un cineasta americano. «Ma ha poco più di ventun anno» cercò di giustificarsi Carletto Levi, un industriale torinese residente in Argentina che aveva combinato l’acquisto.

La negazione del gioco moderno

La prima volta che si presentò a Torino per un allenamento, Sivori fece tre piroette sulla palla e tirò il fiato. «È fuori allenamento» disse Carletto Levi, «poche settimane fa gli hanno tolto le tonsille». Cominciò il campionato, la Juventus vinse le prime partite ma di Sivori i tecnici scrissero: «È la negazione del calcio moderno impostato sulla collaborazione tattica e tecnica dei singoli. Non è un calciatore ma un saltimbanco, un giocoliere da circo e un gigione un narciso un egoista, vuol fare tutto da solo». Sivori gironzolava per le vie di Torino, scuro in viso e si mordeva sempre le labbra da scugnizzo. «Non riesce ad ambientarsi, soffre di nostalgia» diceva Carletto Levi «vedrete come cambierà ora che gli arriva la madre dall’Argentina». Arrivò la madre dall’Argentina, la Juventus continuò a vincere, era prima in classifica, ma tutti parlavano del classico Boniperti e dell’altro straniero della squadra, il gallese John Charles, un ex pugile alto un metro e novanta che i tecnici giudicavano «giocatore potente razionale essenziale funzionale altruistico». Di Sivori non parlava quasi nessuno. Era come se non fosse in campo, (toccava il pallone raramente) pareva un estraneo, un intruso capitato lì per sbaglio. Spesso sbadigliava.
«La faccenda ve la spiego io» disse un giorno Carletto Levi, «quello non si regge in piedi. Non vedete che casca per la stanchezza e il sonno?».
E spiegò che in Argentina Sivori era abituato a fare dell’atletica una volta la settimana e ad alzarsi a mezzogiorno. «Invece qui lo fate venire allo stadio la mattina prima delle dieci, concluse Carletto Levi, e gli fate fare atletica e ginnastica, atletica e ginnastica tutti i giorni…».
Sivori ottenne il permesso d’alzarsi tardi e di allenarsi a modo suo.
Fu allora che fece vedere per la prima volta il «boomerang» e un altro giochetto che i ragazzini sempre presenti sul campo chiamarono «dei mille colpi di seguito». Sivori sedeva per terra e, lanciato in alto il pallone, si metteva a colpirlo prima col piede destro poi con la fronte e poi col piede sinistro: continuava in quel modo per cinque-dieci minuti senza che il pallone toccasse mai terra. Sempre piede destro, fronte, piede sinistro, mentre i ragazzini (esaltati) gridavano: «È radiocomandato, guardate, è radiocomandato!». Per il giochetto del «boomerang» Sivori chiamava due dei soliti ragazzini che gli stavano sempre vicino ad ammirarlo e se li metteva qualche metro davanti uno a destra e l’altro a sinistra, poi dava un calcetto al pallone, un piccolo calcio morbido che sembrava una carezza col piede, e il pallone andava verso i ragazzini ma quando quelli stavano per prenderlo, toccarlo, cambiava improvvisamente direzione senza che nessuno lo toccasse, girava svolazzando intorno ad essi e come un boomerang tornava docilmente indietro a posarsi sul piede proteso di Sivori che attendeva.

Faccia da scugnizzo

Fu in Inghilterra, un mercoledì sera durante una partita amichevole di metà settimana, che a Sivori venne riconosciuta per la prima volta in Europa la qualifica di grande giocatore. Gli inglesi avevano gremito lo stadio di Leeds per ammirare e applaudire il loro idolo Charles: preparato grandi cartelli di saluto invocando il suo nome e chiamandolo «King John». Ma finirono coll’ammirare e coll’applaudire soprattutto il piccolo Sivori dalla faccia di scugnizzo che faceva ammattire gli avversari ridicolizzandoli e segnava gol impensati, mai visti su un campo di foot-ball del Regno Unito.
A un certo punto Sivori si avvicinò a una delle macchine da presa (la partita era trasmessa per tv) e fece un numero speciale, dedicato ai telespettatori. Attirò tre avversari davanti a sé: allungò il piede tre, quattro volte senza mai toccare nulla e dimenò le anche, sembrava un passo di mambo. Il pallone era sempre fermo al suo posto e gli avversari lo guardavano imbambolati, non si decidevano a muoversi. Quando toccò finalmente la palla, Sivori fece un mezzo giro su se stesso e, i tre avversari che aveva davanti restarono alle sue spalle, inchiodati per terra (li aveva «infilati» uno dopo l’altro in pochi attimi) mentre lui se ne andava danzando col pallone e faceva ciao con la mano alla telecamera. In Italia il «grande Sivori» scoperto dagl’inglesi si vide due settimane dopo contro il Milan a Milano. Quel giorno (era il 20 ottobre 1957) pioveva e il campo di San Siro era come una risaia. Acqua e fango bloccavano il pallone, i giocatori non riuscivano a smuoverlo da terra, sembrava di piombo. Finché non si vide Sivori alzare delicatamente la palla dal pantano (pareva che al posto del piede avesse un grosso cucchiaio) e farla volare spedita verso i compagni. Aveva inventato il sistema di far correre il pallone, di rendere più vivace e veloce il gioco. I più bravi delle due squadre cercarono subito d’imitarlo. Poi compì il suo capolavoro. Da terra (dov’era caduto supino) sollevò di nuovo la palla e, dopo averla tenuta incollata al piede, la mandò, la gamba sempre tesa, a posarsi in un angolo della porta dove non poteva fermarla nessuno. Fu quello l’unico gol della Juventus, il decisivo, che permise alla squadra bianconera d’uscire imbattuta dal campo di San Siro e di consolidare il primato in classifica fino alla conquista del suo decimo scudetto.

Fuori di ogni schema

Questa è solo la storia di come il grande Sivori argentino è diventato grande anche per noi italiani. Il resto lo sapete tutti, ormai è il calciatore più popolare della penisola, uno dei più popolari del mondo, goleador inimitabile ha vinto altri due scudetti con la squadra (in tutto tre in quattro stagioni), è diventato un punto di forza della nazionale azzurra segnando otto gol in sole cinque partite (uno a Bologna contro l’Irlanda del Nord, uno a Roma contro l’Inghilterra, due a Firenze contro la sua vecchia squadra l’Argentina, quattro a Torino contro Israele) e tutti sono concordi nel dire che lo sarà anche in Cile ai campionati del mondo della prossima primavera, ai quali (per la prima volta nel dopoguerra) l’Italia partecipa da protagonista.
In questi cinque anni che Sivori è stato da noi (e che si è maturato) molti, più volte hanno tentato di definirlo, tentando paragoni con altri assi del calcio mondiale, Pelé, Puskas, Suarez, cercano di stabilire se è «più grande» di loro o se non lo è affatto. E il tentativo è sempre fallito perché inutile, assurdo. Gli altri «grandi del calcio» rientrano sempre in uno schema: possono rappresentare il meglio dello schema; ma la loro personalità, anche se spiccatissima, è sempre condizionata dal meccanismo «sociale» della squadra, del calcio di squadra. Per tutti vale questa regola, ma non per Sivori. Che è il calciatore più singolare, unico, «anarchico», che abbia mai calcato i campi di foot-ball. L’azione, il gioco degli altri nasce (e poi lo perfezionano, lo illuminano con la loro classe) necessariamente dal gioco della squadra, non possono prescindere. Sivori invece sa creare gioco dal nulla, da se stesso; in un gioco sociale come il calcio egli sa fare (anzi preferisce fare), gioco assolutamente individuale: perciò è fuori d’ogni schema; questo, secondo molti, potrebbe essere il suo limite, specialmente ora che le partite di calcio diventano sempre più il risultato di temi corali preventivamente studiati, preparati.
Ma qui sta la grandezza di Sivori: riesce a rimanere «libero», a non «inserirsi» e dare nello stesso tempo un apporto positivo, anzi entusiasmante alla riuscita del gioco, dello spettacolo calcistico. Riesce soprattutto a esaltare la sua classe solo rovesciando gli schemi convenzionali del gioco.
Seguitelo, se vi è possibile, durante una sua tipica azione. A differenza degli altri calciatori, lui «cerca» gli avversari. Va incontro ad essi (all’opposto di come si deve fare nel calcio) per meglio orchestrare la sua azione: se ne serve, li strumenta. Sembra sempre, quando s’incunea in un nugolo di gambe «nemiche» che in area di rigore tentano d’ostacolarlo, che conservi il controllo del pallone per caso, per fortunati rimpalli sui piedi altrui: invece i piedi degli altri servono a Sivori da «sponda», vi butta contro il pallone apposta come se fossero cose passive al suo servizio, poi lo riprende e lo fa rimbalzare contro un altro piede «strumentato», tutto questo in pochi metri, a volte in poche decine di centimetri. E sempre con una freddezza, un’eleganza, una felicità di realizzazione impensabili. Davvero, se il calcio ci riempie ancora qualche ora della domenica, lo dobbiamo alla sua miracolosa follia.

Romano Salvadori


NOTE

[1] G.V. (molto probabilmente GIANCARLO VIGORELLI), L’immagine di un Narciso moderno, «Successo»novembre 1963.

[2] ROMANO SALVADORI, La miracolosa follia di Omar Sivori, dicembre, «Il Gatto Selvatico», p. 35.

Le narrazioni: a cura di Daniele Greco – FULVIO ABBATE, “Roma vista controvento”, BOMPIANI 2015

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Fulvio Abbate

di Daniele Greco

FULVIO ABBATE, ROMA VISTA CONTROVENTO, BOMPIANI 2015

roma-vista-controvento-647341_tnCon Roma vista controvento (Bompiani, 2015) a Fulvio Abbate è riuscito quanto solo in parte capitò di fare, in vita, allo sfortunato Boris Vian: ritrarre in maniera enciclopedica, originale, e ironica la propria città d’elezione. Si può ipotizzare, infatti, che se Vian non fosse mancato così presto, avrebbe donato ai suoi lettori una edizione riveduta e ampliata del suo mitico Manuale di Saint-Germain des Pres – La Parigi degli esistenzialisti (Editori Riuniti, 1998).
Abbate aveva già pubblicato un libro simile anni fa, Roma. Guida non conformista alla città (Cooper, 2007), ma nelle 700 pagine del nuovo lavoro aggiorna e in parte riscrive i capitoli di un catalogo sterminato di leggende, quartieri, strade, portinerie, mode, tic, miti d’oggi, monumenti, architetti, maestri, artisti, letterati, sportivi, musicisti, cazzi celebri, bar, trattorie, premi letterari, attori, jeanserie, rivendite d’auto, ristoranti, negozi di modellismo, librerie, ex voto, graffiti, epigrafi, statue e tanto, tanto altro.
Nel suo penultimo libro, il romanzo Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi, 2014), Abbate aveva composto la sinfonia del tempo perduto della sua famiglia, gli Abbate-Politi: palermitani trapiantati a Roma negli anni sessanta, che sono vissuti nel pieno del boom economico, consentendo al piccolo Fulvio di scorgere nella “città eterna” un mondo di sogno, che egli ha ritratto in maniera lirica e struggente. Ma è qualcosa da lasciarsi subito alle spalle, in Roma vista controvento, per seguire un percorso singolare che fin dal primo capitolo mette in chiaro le cose e, anzi, può valere come dichiarazione di poetica di quello che sarà il “punctum” di questo volume.
Se il Gustav von Aschenbach di Morte a Venezia lamentava il proprio esecrabile accesso alla città lagunare per mezzo del treno, dalla stazione –, “come entrare in un palazzo per la porta di servizio”, scrive Thomas Mann – anziché dalla nave e per mare, Abbate sceglie di farci accedere a Roma proprio dalla più celebre porta di servizio: il nastro trasportatore dell’aeroporto di Fiumicino. Ed è proprio lì dove un tempo le cronache hanno narrato dei controllori intenti a trafugare oggetti nelle valige – in un mix di pressappochismo e cialtronaggine che, superato il trafiletto di cronaca, non va oltre gli aedi orali dell’epica aeroportuale – che l’autore ritiene si debba iniziare a ragionare di quello che resta della presunta magnificenza della capitale.
Il suo mulino filosofico macina ogni aspetto materiale e immateriale della romanità, usando un registro apparentemente svagato, in alcuni tratti volutamente liquidatorio ed evasivo – a via del Corso, per dire, sono dedicate solo cinque righe, ma bisognerebbe leggerle per capire meglio – al solo fine di esercitare il fiero diritto a rifiutare qualsiasi forma di riconoscenza verso la città in cui egli ha iniziato a lavorare come critico d’arte, prima, e come giornalista e scrittore, poi. Anzi, se c’è un sentimento che pervade il libro è presto detto: è l’orrore e il disincanto di vivere una capitale che ha perso, o forse non ha mai avuto, lo slancio cosmopolita e colto di altre città europee.
Al lettore che da sempre magnifica la città di Roma – come è accaduto anche al sottoscritto, reo di credere che per le strade tra via Frattina, piazza del Popolo e via della Croce aleggiasse ancora il fantasma dell’amato scrittore di un solo libro, il Salvatore Bruno de L’allenatore –, a questo tipo di lettore toccherà l’agnizione per cui la bimillenaria Roma è sempre più straniera a qualsiasi forma di afflato artistico, ma, semmai, nella costruzione narrativa dell’autore, è diventata una miniatura, un diorama del provincialismo cinico e paraculo che, forse, riesce a superare i propri confini locali, ma solo per assurgere ad autobiografia dell’intera nazione.
E non è un caso se quanti riusciranno a salvarsi dalla acuta perfidia di Abbate siano semi sconosciuti o dimenticati ai più, come – per fare solo alcuni nomi – l’attore Antonio Trezza, il conduttore Massimo Marino, il fotografo Umberto Pizzi, l’architetto Renato Nicolini, il pugile Mario Romersi, il cantante Claudio Villa, l’artista Mario Schifano, il latinista e scrittore Luca Canali. Di costoro Abbate esalta la natura di veri e propri pezzi unici, scevri da qualsiasi contagio morale o estetico, dai barocchismi e dalle artefatte profondità di superficie del demi-monde romano, per i quali la conquista dell’originalità, dell’anticonformismo e del guizzo intellettuale non ha riguardato altro che non fosse l’autentica e sincera ricerca finalizzata a diventare – come diceva il filosofo – nient’altro che ciò che si è.