LETTURE di Gianluca D’Andrea (45): ROCKY O DEL MOLTEPLICE INDIVIDUALE (UN RACCONTO) – 6ª parte

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Rocky Balboa – una scena

di Gianluca D’Andrea

Il soggetto della solitudine – orientato nella percezione della stessa solitudine e nell’acquisizione dell’assenza – è il corrispettivo della presenza imposta: il soggetto-maschera che preferisce mimetizzarsi nella materia del suo operato, senza affacciarsi mai dal testo, perdendosi nella sua tessitura.
Il soggetto in questo caso è nello smarrimento, nella selva del linguaggio, evitando il senso nell’iperproduzione di forme.
Nel caso di Marco Giovenale (1969), la programmatica ottenebrazione del soggetto si trasforma in dispositivo che, nella finzione grammaticale della scomparsa, recupera il contatto comunitario in una pietas laica della marginalizzazione di tutti i soggetti: «posso così entrare in questo / gradiente di pianeta che lui / ama, lei ama, l’aria è mite» (M. Giovenale, Shelter, 2010).
L’affermazione di una fuoriuscita dall’impasse identitaria, un tentativo di risposta al monadismo e alla frustrazione della solitudine (quel solipsismo che comporta la scomparsa e che, lo abbiamo visto, è il risultato di un percorso più che quarantennale), è forse l’ossessione più consistente per le generazioni nate negli anni Settanta. L’unica risposta all’alienazione delle coscienze prodotta nella seconda metà del Novecento e che ha condotto a un allontanamento graduale ma costante dell’individuo dalla vita comunitaria, risiede proprio nella presa di coscienza di questa stessa alienazione.
Riconsiderare il mondo, riformulando un contatto, per quanto agonistico, che confermi la presenza dei due versanti relazionali, per cui il soggetto sia parte in causa, né predominante ma neppure marginale, del rapporto, sembra il compito ereditato dai poeti nati nell’ultima fase del XX secolo. Questo “compito” si sviluppa in diversi atteggiamenti, con diverse prospettive, ma in maniera diffusa proprio nella generazione dei “Settanta”, che la critica di almeno un decennio fa vedeva apaticamente schiacciata sulle acquisizioni dei padri (in particolare nella conferma del disorientamento e della “dispersione” dei nati negli anni Quaranta e Cinquanta, cui si è fatto qualche cenno), quando invece si pagavano le conseguenze di una maturazione “ritardata” dalla culla del benessere illusorio, abbiamo visto col riferimento a Rocky, d’epoca “reaganiana” (e che ha strascichi così duraturi da riflettersi anche nelle scelte di poeti nati negli anni Ottanta e, addirittura, Novanta, ma non è questo il luogo per approfondire anche in questa direzione).
La consapevolezza raggiunta del proprio “compito”, dicevamo, sta portando questi poeti a una produzione sempre più decisiva per la “fuoriuscita” e il transito a un mondo che, nonostante le sue ombre, può continuare a fare “comunità”. Nella parcellizzazione e nella frammentazione risiede la potenzialità del “mondo a venire”, nella non azione e nella presenza marginale è l’infimo inizio di nuove prospettive.
In pratica è nel cammino, nello spostamento, che si attua la “rivoluzione” della relazione con l’esistere e la sua ombra sempre incombente.
In Italo Testa (1972) possiamo leggere ad esempio: «o l’ombra che di spalle divora / il fianco, il vano della luce / che ti assale e a morsi ritaglia / nell’agone della stanza, ritta / e in attesa, le braccia lungo il corpo, / i piedi a contatto del suolo» (I. Testa, La divisione della gioia, 2010), brano in cui è presente tutto l’apparato della lotta in corso dell’adesso per una fuoriuscita dall’impasse relazionale (“la stanza”) nel raggiungimento di un contatto, nonostante la presenza (allegorica?) di un’ombra “divorante”, antagonista.
Cammino, dicevamo, che conduce a incontri imprevisti (fuoriuscita dalla stanza – «camminano / rasenti ai muri / sugli autobus / si siedono tra i primi / non parlano…», I. Testa, I camminatori, 2013 – e constatazione di presenza dell’altro, appercezione, non solo auto-percezione), a “qualcosa” che “accade”. «Il centro è qui ed è ovunque», diceva Pusterla nel 1994 (F. Pusterla, Le cose senza storia, cit.) e l’ultimo titolo di Testa è, quasi risposta, Tutto accade ovunque (2016), con la differenza, cui facevamo riferimento, tra percezione e appercezione, e il risultato di una consapevolezza alla seconda potenza emergente da una totale disillusione: «anche oggi ho visto qualcosa / tra la crepa e l’azzurro / anche oggi ho visto qualcosa / qualcosa» (I. Testa, cit., 2016).

LE IMPLICAZIONI DELLA NUDITÀ: “La divisione della gioia” di Italo Testa, Transeuropa, Massa 2010

Italo-Testa
Italo Testa

LE IMPLICAZIONI DELLA NUDITÀ: La divisione della gioia di Italo Testa, Transeuropa, Massa 2010

«Eppure, secondo la legge che vuole che nella storia non si danno ritorni a condizioni perdute, dobbiamo prepararci senza rimpianti né speranze a cercare, al di là tanto dell’identità personale che dell’identità senza persona, quella nuova figura dell’umano – o, forse, semplicemente del vivente -, quel volto al di là tanto della maschera che della facies biometrica che non riusciamo ancora a vedere, ma il cui presentimento a volte ci fa trasalire improvviso nei nostri smarrimenti come nei nostri sogni, nelle nostre incoscienze come nella nostra lucidità».

Giorgio Agamben

la-divisione-della-gioiaContinua il tentativo di lettura del reale, la visione poematica come approccio a un pensiero che si confronta con i dati modificati di un mondo post-umano per svelarne le nuove coordinate. La divisione della gioia redime, attraverso formazioni stilistiche miste, e ricompone la narrazione poetica, affermando, in questo modo, la possibilità di un discorso che si riattualizza dopo una lunga frantumazione. Le modalità utilizzate emergono dall’architettura del testo: tre sezioni intersecate, tre momenti di un unico poema che è l’esistenza.
L’atmosfera primeva, aurorale della prima sezione, Cantieri, alba meccanica e umana, segno di una nuova vita che si illumina dei gesti consueti, senza altro senso se non l’essere (forse potremmo azzardare l’Essere) nudo con i suoi movimenti e accadimenti cui il soggetto presenzia come osservatore implicato e, nonostante l’apparente distacco, partecipe.
Essere in ogni situazione e sentire l’irreparabilità degli eventi è il tema chiave che introduce l’intera raccolta caratterizzandola: in romea, mattina, il componimento d’apertura, l’anafora martellante, il «qui» ripetuto sette volte non lascia scampo, le coordinate uniche possibili sono nell’immanenza dell’esserci.
La sezione centrale, che dà il titolo al libro, è un poema di relazione che si ricostituisce sommando frammenti lirici e narrativi in un clima denso di umori e tentativi di agnizione che derivano dal loro stesso accadere, quasi simultaneo: «o se appoggiata a uno schienale,/ nuda, alle undici di mattina/ ti toccherai furtiva, e senza/ più ben sapere chi siamo stati,/ quando la lampada ci cadeva/ a lato, e il letto si spostava/ dal muro, e l’acqua non bastava» (I. un luogo qualunque, p. 21, vv. 57-63); il ricordo scatena l’immaginazione trasportando con sé la possibilità degli eventi, ma è sempre nell’ hic et nunc e per mezzo della presenza del soggetto che ha luogo ogni azione, ecco perché possiamo affermare che le intenzioni dei quattro poemetti della sezione sono quelle di ri-creare il mito dell’esistere.
La ricerca sbadata, l’illuminazione che permette al senso di sostenersi senza impalcature o intellettualismi, è ciò che La divisione della gioia ci offre, il dono di «quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini» (G. Pascoli, Il fanciullino, nottetempo, Roma 2012, p. 38), la voglia “regressiva”, se è lecito, di spogliarsi e sentire il mondo in tutte le ramificazioni e venature che vivificano l’essente, trovando la dimora in assoluto «o un istante da abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/ pensando, facendo ogni cosa» (II. ogni cosa, p. 28, vv. 79-82) che è lo stesso assoluto.
Questa nascita del mondo, eterna e dimenticabile, eterna perché dimenticabile, che la poesia porta a riconoscere nella fine di ogni parola pronunciata, è «fare esperienza della lettera come esperienza della morte della propria lingua e della propria voce» (G. Agamben, Pascoli e il pensiero della voce, in Il fanciullino, op. cit., p. 26), è l’origine (e l’originalità) del nostro essere, in particolare del nostro essere postumi finché «anche noi saremo nudi e inermi/ con la pelle a contatto del suolo,/ i capezzoli duri e rigonfi,/ le gambe in aria spalancate,/ saremo corpi in attesa, tronchi/ riversi, distesi tra le cose» (III. questi giorni, p. 32, vv. 97-102).
L’istanza fenomenologica non interrompe il dialogo che il soggetto compie col mondo e, anche soffermandosi sulla “cosalità” che lo caratterizza, non traspare alcuna metafisica degli oggetti, semmai una meta-fisica dell’abbandono.
All’esistente, al desiderio di compartecipazione panica occorre «abbandonarsi, lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ esser così, per sempre accolti,/ confusi in quel brillio indistinto» (ibid., p. 33, vv. 113-116).
Maurice Merleau-Ponty così si espresse nel 1945 sulla fenomenologia introducendo il concetto di “campo trascendentale”:

«Se vogliamo che la riflessione conservi all’oggetto sul quale si dirige i suoi caratteri descrittivi e lo comprenda veramente, non dobbiamo considerarla come il semplice ritorno a una ragione universale, realizzarla anticipatamente nell’irriflesso, ma dobbiamo considerarla come una operazione creativa che partecipa anch’essa alla fatticità dell’irriflesso. Ecco perché, unica fra tutte le filosofie, la fenomenologia parla di un campo trascendentale. Questo termine significa che la riflessione non ha mai sotto il suo sguardo il mondo intero e la pluralità delle monadi dispiegate e oggettivate, che essa non dispone mai se non di una veduta parziale e di un potere limitato» (M. , Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2009, pp. 105-106).

Il “campo trascendentale”, allora, una volta chiarito il suo significato, sembra sottendere l’intera operazione di La divisione della gioia. Si tratta, infatti, del campo a cui ogni soggetto ha accesso dalla sua particolare prospettiva e che preannuncia una potenzialità assoluta di percezione: la disposizione che ogni individuo (monade) ottiene nell’apertura o abbandono al reale che gli pertiene, che gli è vicino in ogni spostamento, per questo «[…] la nostra dimora è in un campo» (IV. in una strana luce, p. 35, v. 10), per questo è ribadito il limite (l’utilizzo deciso delle minuscole in ogni momento dell’opera agisce a tale scopo) di aderenza del soggetto alla sua visione, alla sua forma momentanea, metamorfica.
Tutto il libro è metamorfosi, in primo luogo formale: il verso libero, le stanze del poema, le forme chiuse, le ricerche sonore ne esprimono la varietà stilistica; tematica: il paesaggio post-industriale nella prima sezione, il paesaggio mentale e relazionale delle ultime due e soprattutto le tre strade aperte dal Delta dell’ultima sezione che rimpasta il tema relazionale fino a chiudere le tre ramificazioni – le tre micro sezioni – nell’abbandono alla dis-trazione finale, nell’ultimo componimento che rimette in circolo possibilità ulteriori.
Passando dal «mattino di vita/ che il mondo ci offriva» (lo stacco, p. 71, vv. 18-19) e dalla velocità ritmica di giostra (pp. 69-70) che, come in un vortice, ci costringe ad entrare in «questa vita, non un’altra» (giostra, p. 69, v. 1) arriviamo all’ultimo capitolo dell’opera che sembra chiudere il cerchio aperto dal mattino della prima poesia:

SBADATAMENTE

una bottiglia di plastica, tagliata
a metà, sul ripiano del lavabo
mi hai lasciato, quando te ne sei andata,
per innaffiare il nostro amore:

ma io mi dimentico, ed evado
le tue consegne, di giorno in giorno
la luce si ritira, io me ne vado
lasciando i nostri fiori in abbandono,

e così, sbadatamente, continuo
a camminare per le strade, solo,
a fuggire, allarmato, dal tuo bene,

per rincasare, affranto, a sera
scoprendo la felicità inattesa
delle tue piante ancora vive, e nuove.

(p. 75).

È in scena una catarsi, che nella distrazione esegue la melodia che accompagna ogni esistenza, o la comprensione definitiva, poiché manifesta, di «come la sbadataggine non è che un anticipo della redenzione» (G. Agamben, Gli aiutanti, in Il giorno del giudizio, nottetempo, Roma 2004, p. 27), della nuova sacralità che il mondo impone con la sola presenza. Questa constatazione, è vero, ci priva della nostra “speciale individualità”, ma ci consente di vigilare, finalmente senza alcuna possibilità di fuga, sulla nostra vera appartenenza.

Gianluca D’Andrea
(Giugno-Luglio 2012)