Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio

Premio Internazionale Franco Fortini 2019 (Foto dell’autore)

Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio (01/12/2019)

L’ultima lettera di Tommaso Di Dio (Lettera a Gianluca D’Andrea di Tommaso Di Dio, Nuova Ciminiera, 26/11/2019, qui) si chiudeva sul “canto della macchina” e mi ha fatto pensare a un’affermazione di Jean-Luc Nancy del 2018, “anomala” per me che seguo da molti anni questo autore così lontano da “meccanicismi” di sorta. Dice Nancy: “La vita è una macchina di sviluppo, di mantenimento e di riproduzione delle sue capacità e caratteristiche” (Cosa resta della gratuità, 2018), il che può ricondursi a una delle preoccupazioni di Fortini (soprattutto tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso) per cui il rischio della “reificazione” del mondo si svolge in contesti (intesi dal nostro come “ambienti e insiemi di determinazioni socio-culturali”) “di classe” che ci parlano di un mutamento storico ancora in atto. Sì, perché la “questione” storica va riattivata e l’eterno presente della nostra attualità è già in trasformazione, in cammino verso una nuova tensione tra passato e futuro, con uno sbilanciamento verso il secondo termine che può e deve essere re-immaginato partendo dalle capacità di immagazzinamento e archivio della memoria. La macchina potrebbe “non cantare” senza una riattivazione e una spinta “verso” da compiere attraverso un nuovo engagement.
Il nostro presente, dicevamo, è già reificato, è già “l’oggetto che ci pensa” (parafrasando un titolo di Baudrillard degli anni ’90 in cui si parla di immagine e fotografia), eppure da questa “oggettività” raggiunta, emergono nuove forme, non ancora identificate. Così, tra “formalismi e tendenze espressivistiche”, secondo una classificazione “in negativo” di William Carlos Williams (ben presente al nostro Fortini), sembrano ancora dividersi le pratiche di scrittura poetica. Tra “testualità” e “contesto” occorre si verifichi un incontro in direzione di una metatestualità che includa il mondo, da intendere, per quel che comporta la sua reificazione, come testo ulteriore, cioè come sua stessa allusione o evocazione. In questo modo il “canto della macchina” non è solo plausibile ma diventa necessario.
Fortini, a mio avviso, ha insistito su questo punto, tanto da diventare il suo lascito più attuale: la richiesta di mantenere le due istanze, la formalista e l’espressivistica, cioè FORMA e VITA in un unico ipertesto. L’abbrivo restando la reificazione e, quindi, la potenziale estraneità o inaccettabilità del mondo, solo sentendone l’effettività la poesia potrà avvertirne la necessità di trasformazione, in due direzioni: azione o rifiuto (che può interpretarsi come speranza). In buona sostanza è produttivo ancora sentire la necessità del NO. Dice infatti Fortini, seguendo Brecht: “l’utopia, l’oltranza, l’estremismo sono ineliminabili” (L’ospite ingrato, 1966). È solo ripartendo da questo NO che, però, è consapevole di una fine – quella del mondo “progressivo” – e di un inizio post-ideologico che può riattivarsi la storia. Quella di un “passato” (la forma, ciò che è formato), allora, che si “propone/oppone a un futuro” (in formazione. Fortini lo dice ne I confini della poesia, 1981) è la sfida lasciata in sospeso dal nostro. Recupero della tradizione e slancio trasformativo che possono far ripartire il mondo:

“Allora comincerò con un altro disegno 
un’altra carta, ancora una leggenda”.

(F. Fortini, Il custode, 1989)

LETTURE di Gianluca D’Andrea (32): IL FORESTIERO

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Commodore CBM 4032

di Gianluca D’Andrea

Il forestiero è l’intruso, cioè il computato che scompare nel computare.

A un computer

In computisteria si decidono le sorti del mondo.

G. Leopardi

       Se più de’ carmi il computar s’ascolta…

G. Leopardi

Tutto rùmini di tutti
E ancora sputti e inputti
Per digitati tasti ai tremolii
D’un nulla di tivù
Che d’uno schermo ai verdi zufolìi
Iberna fasti e guasti
Placido al nostro non poterne più:
Di te, pèste e diabolica
Macchinazione elettronica!

Fatuo monatto – e a me
Vorresti dimostrare
Che meglio stia chi sa più presto
E più si bea chi va più lesto?…
Che essenza del reale
Sia più del computato il computare?
Ahi vacanza del pensiero,
Ronzìo tuo labilissimo
Mondo senza mistero!

1987-1998

(Giovanni Giudici, Save Our Souls e altri inediti, in I versi della vita, 2000)

Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco tutto è simíle, e discoprendo,
solo il nulla s’accresce.

(Giacomo Leopardi, Ad Angelo Mai, 1820, vv. 97-100)

Il non conosciuto distanzia il livellamento a patto che si accetti che lo stesso sconosciuto diventi noto. Popolazioni alle frontiere, le soglie che uniscono l’uomo alla sua capacità di rifiuto, d’indifferenza. Possibilità per l’uomo di trasformarsi in “rifiuto”:

«Giacché ora una tal vita non si può distinguere dalla morte, e dev’essere necessariamente tutt’uno con questa».

(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1. Maggio 1821, 1007)

«Non conosciamo ancora il mondo della chiarezza».

(Jean-Luc Nancy, Corpus, 2001, p. 41)

Il rigetto dell’altro che è in noi; la nostra parte malata? la nostra cattiva coscienza, l’inerzia che non vuole attriti, è questa la scomparsa:

«È solo una breve sequenza programmatica in una generale assenza di programmazione».

(Jean-Luc Nancy, L’intruso, 2000, p. 19)

Ma questa intrusione è un calcolo di prospettiva, la potenzialità di tutela che deriva dalla calcolabilità del rischio. Per questo le facoltà “computazionali” hanno mutato l’essere. Siamo esseri del “computo”, verificabili attraverso il nostro consumo, o meglio, la nostra “consumazione”. Eppure dietro l’astrazione del nostro essere calcolati aleggia il fiato di altri uomini: sono gli “stranieri” a ordire il complotto della nostra fine?

«È lecito contare gli avvoltoi tra gli uccelli da preda solo se è certo che hanno assunto voce umana».

(Paul Celan, Microliti, 1949, 2, 2010, p. 13)

LETTURE di Gianluca D’Andrea (29): L’ASSENZA PRIGIONIERA

Grande Cretto di Burri
Il Grande Cretto di Burri, particolare (Foto di Valerio Bellone ©)

di Gianluca D’Andrea

«Il suolo, pieno di cicatrici, tagli, vesciche, rimarginato, spento, e tuttavia vivente».

(Valerio Magrelli, Esercizi di tiptologia, 1992, p. 45)

Cosa vibra, però, nella certezza di aver saggiato la nostra uniformità? Trema il terreno della stessa certezza, anzi crolla dopo aver illuso di una perfezione livellante. I segnali sono stati: l’isteria degli anni Ottanta; la noia paranoide negli anni Novanta; il terrore preventivo degli anni Zero. E adesso, anni Dieci, lo strascico spettrale di una caduta che si avverte imminente ma che, già avvenuta, sembra desiderarsi all’infinito. Ma è questo desiderio di caduta il risultato della lotta intransigente di Pasolini? Certo riemerge ostinatamente – con che sforzo! – la necessità di riconsiderare la nostra inappartenenza. Non siamo identità, manchiamo a noi stessi, nonostante le “schermature riflettenti” siamo ancora “suolo”? Ancora sentiamo il peso del dolore, nel taglio, la frustrazione che debba rimarginarsi qualcosa? Sentiamo la nostra diversità (pseudo?) o la rifuggiamo cadendo in un’assenza ancora inaudita?

«Se si volesse definire con una parola ciò che è accaduto, il termine giusto sarebbe “disintegrazione”»

(Czesław Miłosz, La testimonianza della poesia, 2013, p. 111)

ma non è vero che il mondo è finito dopo aver “saggiato la nostra uniformità”, perché anche dopo la fine di “un” mondo (vedi Seconda Guerra Mondiale, ecc.), un altro mondo è pronto a finire. Il punto allora sarebbe la “mondializzazione” (secondo Nancy) costante del sistema. Mettersi davanti il mondo consapevoli di esserci dentro: guardare e sentire – e toccare –, “guardare la cosa vera e nient’altro”, lottando contro il paradosso della nostra uniformità. La speranza degli esseri comuni – che tutti siamo – in Pasolini:

Let’s see the very thing and nothing else.
Let’s see it with the hottest fire of sight.

(Wallace Stevens, Credences of Summer, II, vv. 3-4, in Transport to Summer, 1947)

Carteggio XXXVI e LETTURE di Gianluca D’Andrea (21): LA NON-CASA – una risposta a Vito Bonito e alla sua lettura di “Transito all’ombra”

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S-House / Yuusuke Karasawa (particolare)

Carteggio XXXVI e LETTURA (21): LA NON-CASA – una risposta a Vito Bonito e alla sua lettura di Transito all’ombra

Il 3 gennaio 2017 Vito Bonito mi ha inviato tre foto in cui sono “registrate” le sue parole scritte “a penna” su Transito all’ombra. Quale miglior auspicio per “ricomporre” un carteggio – l’ultimo risale a luglio 2016 [qui] e parla ancora di ritorni, case, dimore e può collegarsi a quello che Cecilia Bello Minciacchi dice a proposito del “dimorare” che interessa tanto a Vito e che emerge nella sua ultima raccolta, Soffiati via, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2015: “«nessuna dimora nessuna» (p. 66), verso ancora più asfittico, chiuso com’è nella negazione reiterata che toglie ogni speranza di rinvio o di proroga: questo significa, «con Derrida, la parola enigmatica dimora, che riconduce al latino demorari (de e morari) e a quel senso di attesa e di ritardo che si porta dentro»” (C. Bello Minciacchi, Campioni # 11. Vito M. Bonito, in Doppiozero, 07 settembre 2015).
A me non resta, allora, che continuare a riflettere sulla “NON-CASA”, riflessione che forse lega i miei pensieri a quelli di Vito, come mi è già capitato di fare in Carteggio XIX: Heimat – Stimmung (10 settembre 2014): Un “transito” che è anche un “soffio”, insomma, che può condurci alla fine di una presenza e, chissà, a un nuovo riconoscimento.
Una LETTURA, la mia, che parla di una ripetizione, ma prima ecco le foto-parole di Vito Bonito:

bonito 1

bonito 2

bonito 3

LETTURA (21): LA NON-CASA di Gianluca D’Andrea

«colui che ‘immagina’ ora diventa propriamente colui che ‘registra’, poiché, per rimanere all’altezza di se stesso, cerca di tenere il passo di ciò che ha fatto e dell’incalcolabile potere che egli ha acquisito attraverso il suo fare, potere che però lo sovrasta».

(Günther Anders)

Il potere di essere liberi di fare ci rende schiavi di questo stesso potere. Il pensiero di Anders è ripreso nel 2014 da Byung-Chul Han per il quale il potere, il poter fare, non ha limiti e paradossalmente ci costringe a fare, trasformandoci in “figuranti”, soggetti sottomessi alle dinamiche di un “potere” più strutturale di altri poteri, perché intimo, scelto (vedi Byung-Chul Han, Psicopolitica, 2016).
«Passano le figure, inseguono gli eventi» (Acquario, in Transito all’ombra, p. 47) e non trovano requie, non trovano una dimora; nel “vuoto”, eppure, risiede qualcosa, un’angoscia. Un po’ come in Heidegger, più che “fuori-da-casa”, però, l’essere è immerso in una “non-casa” che individua la nostra distanza dal contesto proprio nella nostra presenza in continuo transito, qualcosa che ci soffoca proprio quando più ampie ci sembrano le prospettive. La libertà che ci costringe a re-inventare lo spazio svuotato da responsabilità, se non le nostre: questo è un terror panico provocato, però, dalla libertà manipolatoria dell’homo technologicus che sente il peso del potere (dovere di tracciare un percorso senza fondamenti, senza una mappatura già acquisita che possa indirizzarlo. Ecco, il nostro essere senza indirizzo ci limita a una continua trasformazione («di trasporto, di trasposizione o di trasmutazione», dice Nancy in L’equivalenza delle catastrofi (dopo Fukushima), Mimesis, 2016, p. 45) con cui dobbiamo fare i conti senza possibilità di ristabilire una tregua col mondo, perché immersi, anzi compartecipi e sempre più spesso protagonisti, della sua metamorfosi.
Forse uno degli sforzi più plausibili, in questi tempi trapassati (come sempre d’altronde, è caduto anche il confine tra finito e infinito) è quello del ricordo, perché possa riverificarsi una nuova narrazione, ma anche la memoria è a rischio perché è implicita una volontà, una scelta, nel selezionare i ricordi. Forse è il momento di correre questo rischio:

«senza memoria d’immagine,
noi lontani da sempre
pronti ad abbandonare la non-casa
la certezza di affacciarsi
in altre distanze, non nostalgia
di un luogo che è lo stesso,
sempre un altro».

(Transito all’ombra, p. 29)

LETTURE di Gianluca D’Andrea (20): IL TERRORE DI NON ESSERCI

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Le ombre lasciate dalla detonazione della bomba atomica. Museo della bomba atomica, Nagasaki (Fonte: Cultuframe)

di Gianluca D’Andrea

«Un sapere che gode e un piacere che conosce».

(Giorgio Agamben)

Ma questo è ancora ciò che chiamiamo relazione. Agamben nel 1979 s’interrogava sul capovolgimento del senso, proprio nell’epoca in cui il senso si stava annientando di là da ogni catastrofe.
La tarda Guerra Fredda stava perfezionando le strategie del terrore dopo un primo excursus ai confini ultimi dell’apocalisse. Dopo la fine della “strategia del terrore”, con la caduta delle ideologie e delle politiche comuniste, lo stesso “terrore” si è trasformato in capacità di acquisire prestigio da parte delle nazioni. Una reputazione internazionale intesa come potenza di determinare gli equilibri politici globali:

«L’arma atomica ha generato per la sua potenza una strategia di deterrenza a volte invocata come una nuova condizione di pace, spesso chiamata “l’equilibrio del terrore”. Come sappiamo, questo stesso equilibrio suscita il desiderio di possedere l’arma nucleare per diventare a propria volta un agente di tale equilibrio, sarebbe a dire, una minaccia di terrore. Da questo terrore, sia detto di passaggio, ci si potrebbe domandare, che legami non percepiti esso intrattenga con quello che chiamiamo “terrorismo”, il quale ha d’altronde preceduto l’arma nucleare. In generale si può dire che il terrore designi un’assenza o un oltrepassamento del rapporto: esso si esercita, solo, non dà inizio ad alcuna relazione»

[Jean-Luc Nancy, L’equivalenza delle catastrofi (dopo Fukushima), Mimesis, 2016, p. 41]

«L’atomo sterminava la paura / del collasso, la parola scissione…» (Transito all’ombra, p. 13), ecco, nel 1979 si ragionava sul concetto di “scissione”, sul senso spezzato, oggi siamo consapevoli dell’assenza di senso, perché la caduta è già avvenuta e non ha portato nessuna rivelazione: «captavamo i messaggi apocalittici / ma mai come segni d’appartenenza, / semmai come un ricordo già avvenuto» (Ivi, pp. 17-18), cioè come qualcosa di postumo, perché ad attenderci non è un futuro, ma un presente-futuro senza rapporto dialettico e quindi senza scissione: «Dall’azione alla reazione, non vi è alcun rapporto o relazione: c’è connessione, concordanza o discordanza, andata-e-ritorno, ma non rapporto se ciò che chiamiamo rapporto ha sempre a che fare con l’incommensurabile, con ciò che rende assolutamente non equivalenti l’uno e l’altro del rapporto» [J. L. Nancy, L’equivalenza delle catastrofi (dopo Fukushima), cit., p. 44].
Ma noi viviamo il mondo dell’equivalenza e della sostituibilità degli affetti, ecco perché il sentimento, seguendo Byung-Chul Han (Psicopolitica, nottetempo, 2016, p. 52), è una «parola rovinata» (Transito all’ombra, p. 55) e senza possibilità di narrazione, se non nella finzione («ma il racconto, qui, finge la sua apocalissi», Transito all’ombra, p. 81) che si augura di riformulare un contatto, non un senso. Eppure se ancora si vuole restare nell’ambito della percezione, occorre riconsiderare il sentire come il presupposto da cui partire per cogliere e formulare: nuove forme, immagini, immaginazione.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (12): IL MITO CAPITALE

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Norman Rockwell, The Problem We All Live With (1964)

di Gianluca D’Andrea

Forse ci siamo già estinti
dovremo ricordarcene quando a cena
non sapremo di cosa parlare.

(Sara Ventroni, da La sommersione, 2016, p. 45)

Il mito è senza “stile”: racconta.
La fine della favola sembra essere il limite definitivo da cui parte incessantemente un altro racconto. Un racconto intermittente – una storia per “pulsazioni” direbbe Nancy – baluginante dalle epoche fissate nel documento. Nocumento in espansione – viviamo nel mondo della più grande, e fallibile, enciclopedia della nostra storia, un’auto-enciclopedia “comune” – in un mondo che si restringe, fagocitato dagli spostamenti.
Eppure chiuso da “nuovi” muri, perché gli spostamenti vanno acquisiti, non possono liberarsi nella loro necessità. Non è la necessità della sussistenza a “muovere” il mondo, ma l’infinita irraggiungibilità dell’utile: ci si sposta per spostare capitale, non ci si può spostare per sopravvivere. Ne andrebbe della sussistenza della parte “nucleale” del mondo – il capitale, appunto. Il “mondo capitale” o Occidente, se si vuole.
Il mito, oggi, racconta l’estinzione di una libertà necessitante, il genio d’occidente è sempre stato un riflettere sulla caduta. Occaso continua a chiudersi tra pareti, liberando le proprie astrazioni: illusioni, sogni, ombre. Chi è dalla parte sbagliata del muro cammina nel dolore, sperando, un giorno, di attraversare lo specchio.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (11): L’OMBRA DELLA RELAZIONE

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Kumi Yamashita, Building Blocks (1997) © (Fonte: Kumi Yamashita)

di Gianluca D’Andrea

Lo spargimento – la “disseminazione” secondo Derrida – del senso è l’unica possibilità per non cercare appiglio in un senso ulteriore. L’ombra del senso permette di definire l’impatto della luce, attenuandone l’illuminazione.

«L’ombra delinea la luce, che non ha forma propria» dice Nancy, l’ombra rende pregnanti e necessarie le sfumature, si arrende almeno per un po’ alla tenebra, fino a risalire a una nuova illuminazione. Tutto è nello spazio del poco, non sembra indispensabile ripeterlo, basta ricordarlo per raggiungere la resa al movimento. Senza stanchezza, o noia, non ci sarebbe l’entusiasmo di un risveglio, relativo, relazionale, non assoluto:

“Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra
son giunto, lasso!”

e

“l’amor ch’io porto pur a la sua ombra”

(Dante, Rime per la donna Pietra, CI)

L’ombra è dunque l’attivazione della relazione concreta, carnale, “pietrosa”. Niente di etereo, astratto, “assoluto” appunto, ma la concatenazione dei gesti, dei sensi, ancora secondo Nancy il contatto, il tatto intimo della nostra sensualità, le sue molteplici sfumature ombrose, che ci illuminano nella prossimità di una luce che proviene dalla (e previene la) distanza:

a – Ma io non sono nulla
nulla più che il tuo fragile annuire.
Chiuso in te vivrò come la goccia
che brilla nella rosa e si disperde
prima che l’ombra dei giardini sfiori,
troppo lunga, la terra.

(A. Zanzotto, da IX Ecloghe, Ecloga I)

LETTURE di Gianluca D’Andrea (3): FIGLI E NIPOTI DEL BENESSERE?

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Mario Martinelli, La danza dell’ombra (particolare, 1996) ©. (Fonte: mariomartinelli.it)

di Gianluca D’Andrea

La mia generazione è figlia di quel benessere, quella parentesi della storia che va dal secondo dopoguerra alla fine del XX secolo. 1976: l’anno dell’eutanasia, anno del drago – MAO -, Cina coinvolta nell’occidentalizzazione del mondo. Non esiste “occaso”, andiamo fuori dai nomi, esiste un segnale di distruzione – “distruzione della distruzione”, ancora Heidegger – un complotto, una “complicità” negli stessi interessi tra le nazioni del complotto. Dall’autodifesa al modello, lo “stile” di vita – quale “stile” di vita? quale “nuova” illusione? Questo ci ha lasciato la “guerra fredda”.
La mia generazione è passata da quest’infanzia “fredda” – ma poi gli anni ’90, dopo il disgelo si ri-produce un conflitto “caldo” nel seno dell’Europa, anzi a causa del “dis-gelo”. La Jugoslavia doveva frantumarsi, un piccolo dinosauro comunista, spartiacque necessario, meglio se sbriciolato, perché facilmente indirizzabile all’occaso. L’ideologia della caduta, occidente è l’occasione perduta dall’uomo per dimenticare la dimensione dialettica del superamento dell’Altro; la speranza dissolta di un adattamento irraggiungibile al contesto, alla terra – allora, costante ri-creazione nel mondo.
La mia generazione non si è mai svegliata dal sogno estivo di una pace che dirottava ogni conflitto fuori dall’occaso. L’occasione dell’abbraccio globale sotto la bandiera dell’occaso ha aperto il desiderio di un sonno artificiale, perpetuamente pacifico, poco prima di un “nuovo inizio” che prende avvio dalla “distruzione” del “vecchio” uomo (ancora Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger).
Non ci sarà l’abbraccio di un contatto auspicato da alcuni – la carezza di Nancy – ma l’affermazione di un “dispositivo” della dimenticanza (Foucault, Deleuze, Agamben), una metafisica esponenziale, cioè un oblio nella presenza.
«La vita è una cosa pubblica» (J. Conrad, Con gli occhi dell’occidente), se è così – ed è così – occorre esercitarsi a comporre una strategia del nascondimento. Forse siamo impegnati in uno sdoppiamento – e anche più. Più identità che difendono un’intimità sempre più a rischio. L’identità pubblica esaspera la sua esposizione e lascia in ombra la zona, il nucleo intimo che gode nel suo essere nascosto, l’angolo riservato eppure ricco di finestre da cui affacciarsi a piacimento. Ma sappiamo che il tipo di voyerismo che ci illude dell’autonomia nella scelta, ricade nel controllo di chi costruisce comandi, in un gioco molteplice di scatole cinesi. Si è già consolidata una gerarchia di potere – non un panopticon, ma un intreccio di occhi: la visione è così ampia eppure ristretta al controllo e alla manipolazione dei dati, o meglio degli accessi, degli “affacci”. Capito questo, occorre fingere e manipolare la propria finzione. Dimensione frustrante ma unica per mantenere autocontrollo in un contesto di controllo rivestito di angoscia, attivata nello spaccio della sicurezza. L’applicazione della sicurezza.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (2): CABAL (O DEI MOSTRI CHE FANNO RIDERE)

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Una scena dal film Cabal

di Gianluca D’Andrea

I mostri siamo noi, siamo noi l’inghippo dell’istituzione che fa la legge. Chi più risibile di chi? e chi si schiera con i mostri? “Cabal”, chi mangia chi? e la favola dell’amore che va oltre la mostruosità, il reietto che si difende prima della catarsi, la guerra (civile? Gli uomini contro le loro colpe?) e il duello finale tra l’eroe romantico (l’uomo che si fa mostro) e il dottore (il razionalismo occidentale e l’invidia, il Decker interpretato da David Cronenberg).
“I giardini di pietra”, non è Coppola e il Vietnam, è la morte nel cuore dell’aggressore, il rifiuto e l’oscenità di ogni nazionalismo. Il sogno americano che spinge l’individuo per poi rinnegarlo nell’abbraccio della nazione.
“Peggy Sue si è sposata” o la favola delle possibilità: «Perché la Storia si è rotta oramai / sugli esseri umani: non incolla più / nessuno a un’altra persona» (Cristina Annino, Anatomie in fuga, p. 63). Ma se la Storia si è rotta, sembrano restare le “storie” che rifuggono la retorica della Storia. La retorica del viaggio individuale e del ritorno è sospesa, s’immerge nella grazia, nella carezza che l’individuo stesso riscopre nell’attenzione al mondo (ancora la carezza di Nancy).
La retorica della spinta individuale è presente anche in “Tucker – un uomo e il suo sogno”, ma quanti abbagli nell’autoproclamazione della propria libertà. Il sogno americano, fagocitato invece da Ray Liotta in “Quei bravi ragazzi”, tradisce l’altra faccia dell’individualismo: la possibilità di virare al male e rendere la storia una finzione. Una grande madre che ci rimbrotta e scaraventa sul popolo i nostri difetti (ancora il senso di colpa), eppure ci coccola dal cielo di New York (W. A.) – «La questione intorno al ruolo dell’ebraismo mondiale non è una questione razziale, ma è la questione metafisica intorno al tipo di modalità dell’umano che, in quanto assolutamente priva di vincoli, può assumere come “compito” storico-universale lo sradicamento di ogni ente dall’essere» (M. Heidegger).

Collage Invernale – Il soggetto passante

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di Gianluca D’Andrea

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Foto tratta da: Jean-Luc Nancy, La dischiusura – Decostruzione del cristianesimo I, Cronopio, 2007