LETTURE di Gianluca D’Andrea (11): L’OMBRA DELLA RELAZIONE

33-BUILDING-BLOCKS
Kumi Yamashita, Building Blocks (1997) © (Fonte: Kumi Yamashita)

di Gianluca D’Andrea

Lo spargimento – la “disseminazione” secondo Derrida – del senso è l’unica possibilità per non cercare appiglio in un senso ulteriore. L’ombra del senso permette di definire l’impatto della luce, attenuandone l’illuminazione.

«L’ombra delinea la luce, che non ha forma propria» dice Nancy, l’ombra rende pregnanti e necessarie le sfumature, si arrende almeno per un po’ alla tenebra, fino a risalire a una nuova illuminazione. Tutto è nello spazio del poco, non sembra indispensabile ripeterlo, basta ricordarlo per raggiungere la resa al movimento. Senza stanchezza, o noia, non ci sarebbe l’entusiasmo di un risveglio, relativo, relazionale, non assoluto:

“Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra
son giunto, lasso!”

e

“l’amor ch’io porto pur a la sua ombra”

(Dante, Rime per la donna Pietra, CI)

L’ombra è dunque l’attivazione della relazione concreta, carnale, “pietrosa”. Niente di etereo, astratto, “assoluto” appunto, ma la concatenazione dei gesti, dei sensi, ancora secondo Nancy il contatto, il tatto intimo della nostra sensualità, le sue molteplici sfumature ombrose, che ci illuminano nella prossimità di una luce che proviene dalla (e previene la) distanza:

a – Ma io non sono nulla
nulla più che il tuo fragile annuire.
Chiuso in te vivrò come la goccia
che brilla nella rosa e si disperde
prima che l’ombra dei giardini sfiori,
troppo lunga, la terra.

(A. Zanzotto, da IX Ecloghe, Ecloga I)

Per il fine settimana (il paesaggio) – Andrea Zanzotto

Picture 016
Giorgio Dario Paolucci, Monfumo, 1967

Per il fine settimana (il paesaggio) – Andrea Zanzotto

e ogni fioca paralisi
ogni aberrata biologale frana

(IX Ecloghe, Ecloga V, vv. 60-61)

IN BASSO

Sull’immenso declivio dei greti
oltre i limiti del vento
i paesaggi si spengono in foglie
e tenta il sole nuvole remote.

Tanto godé chi visse
che la ricca memoria marcisce
e di bellezza l’anima è stanca;
alle sterili cacce ora s’accende
e nei boschi affonda
i cammini pesanti
in basso, dove al lume
di morenti bufere
nobili cani e uccelli
incalzano l’ultimo autunno.

Dei ruscelli fantasia
di bimbi ignari non resta
che una trasparenza di gelo.

Ma se appari
sulla strada, improvvisa,
e chini il capo sorridendo,
ancora un raggio ha il tuo monile.

(da Dietro il paesaggio, 1951).

*

NOTIFICAZIONE DI PRESENZA SUI COLLI EUGANEI

Se la fede, la calma d’uno sguardo
come un nimbo, se spazi di serene
ore domando, mentre qui m’attardo
sul crinale che i passi miei sostiene,

se deprecando vado le catene
e il sortilegio annoso e il filtro e il dardo
onde per entro le più occulte vene
in opposti tormenti agghiaccio et ardo,

i vostri intimi fuochi e l’acque folli
di fervori e di geli avviso, o colli
in sì gran parte specchi a me conformi.

Ah, domata qual voi l’agra natura,
pari alla vostra il ciel mi dia ventura
e in armonie pur io possa compormi.

(da IX Ecloghe, 1962).


Il paesaggio come eros della terra (estratto)

…Ma la poesia “realizzata”, anche quella riconosciuta (ma sempre a posteriori) come la più conscia delle leggi stilistiche soggiacente ai propri meccanismi espressivi, è in realtà connessa a un enigmatico-angosciante processo di “genesi” dagli esiti imprevedibili, configurandosi come groviglio inestricabile di fantasmi che aderiscono al vissuto individuale. Questo vissuto primo è per me il paesaggio…

…Il paesaggio, a ben vedere, ovvero quello che noi chiamiamo «paesaggio», irrompe nell’animo umano fin dalla prima infanzia con tutta la sua forza dirompente; da questo “stupore” iniziale ha origine la serie interminabile dei tentativi (tattili, gestuali, visivi, olfattivi, fonatori…) compiuti dal piccolo d’uomo per giungere ad esperire le cose come si verificano; ma fino a quel momento egli deve illudersi, avvertendo soltanto una specie di “movimento di andata e ritorno”, o di “scambio”, tra l’io in continua e perenne autoformazione e il paesaggio come orizzonte percettivo totale, come “mondo”. Il mondo costituisce il limite entro il quale ci si rende riconoscibili a se stessi, e questo rapporto, che si manifesta specialmente nella cerchia del paesaggio, è quello che definisce anche la cerchia del nostro io…

…il paesaggio diviene […] qualcosa di “biologale”, una certa qual trascendente unità cui puntano miriadi di raggi, di tentativi di auto-definizione, di notificazioni di presenza. – In altre occasioni, ma toccando i medesimi argomenti, ho sottolineato l’estrema fragilità di questo «esile mito» (bella l’espressione di Vittorio Sereni) paesistico, più che mai esposto al pericolo di una disintegrazione nei momenti di forte crisi, sia sociale che individuale: in entrambi i casi, infatti, vengono scosse le stesse colonne portanti dell'”io”, della possibilità stessa del costituirsi dell’idea di “essere umano” -.
Questo paesaggio creato o concreato dall’uomo, che è manifestazione di un rapporto continuo di gioia ma anche di fuga, di difficoltà, di spaventoso mancamento, può dare almeno una vaga idea di ciò che può essere il paesaggio come manifestazione di un eros insito nella natura: un eros della natura verso la natura e della natura verso l’uomo, in quanto si è dentro un sistema, ci si sta dentro, insomma.

(Il paesaggio come eros della terra, in Per un giardino della terra, a cura di A. Pietrogrande, Olschki, Firenze, 2006, pp. 3-7; ora in Luoghi e paesaggi, a cura di M. Giancotti, Bompiani, Milano, 2013, pp. 29-38).

***

Resta ferma […] la convinzione che la poesia debba ostinarsi a costituire il “luogo” di un insediamento autenticamente “umano”, mantenendo vivo il ricordo di un “tempo” proiettato verso il “futuro semplice” – banale forse, ma necessario – della speranza.

(Sarà (stata) natura?, in Coscienza e conoscenza dell’abitare ieri e domani. Trasformazione e abbandono degli insediamenti nella Val Belluna, a cura di A. Bona, A. Alpago Novello, D. Perco, Belluno, Provincia di Belluno – Museo etnografico della provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, 200, pp. 57-58; ora in Luoghi e paesaggi, cit., p. 153).


Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011)

andrea-zanzotto
Andrea Zanzotto – Illustrazione di Marta Pegoraro © (2012)

Opere di poesia: Dietro il paesaggio (1951); Elegia e altri versi (1954); Vocativo (1957; 2a ed. ampliata 1981); IX Ecloghe (1962); La Beltà (1968); Gli sguardi, i fatti e senhal (1969, poi 1990); A che valse? (Versi 1938-1942) (1970); Pasque (1973); Filò (1976, con una lettera di F. Fellini, e una nota dell’autore; poi 1988); II Galateo in bosco (pref. di G. Contini, 1978); Fosfeni (1983); Idioma (1986); Meteo (1996); Ligonàs (1998). Le poesie e prose scelte sono state raccolte nei “Meridiani” (1999); hanno fatto seguito Sovrimpressioni (2001), Conglomerati (2009). La sua prosa narrativa e critica è raccolta in Racconti e prose, intr. di C. Segre (1990; poi, con ampliamenti, 1995); Fantasie di avvicinamento. Le letture di un poeta (1991); Aure e disincanti del Novecento letterario (1994); Europa melograno di lingue (1995); infine Scritti sulla letteratura (2 voll., 2001). Meditazioni autobiografiche nella conversazione con F. Simongini, Il nido natale come una catacomba, in “Lingua e letteratura”, 14-15 (1990); autoritratti sono in “L’Approdo letterario”, 77-78 (1977) e in “L’Ateneo veneto”, 18 (1982); ed ora: Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura (2007).