DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI DI GIANLUCA D’ANDREA su Poesia del nostro tempo

Su Poesia del nostro tempo, alcuni miei inediti accompagnati da una nota di Daniela Pericone.

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Gianluca D’Andrea (Foto di Dino Ignani)

Dentro le ombre per farne semi di Gianluca D’Andrea – Nota critica di Daniela Pericone

Uno scarto in avanti della coscienza è la direzione impressa dalla poesia di Gianluca D’Andrea nel suo Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016), un libro che unisce visione individuale e racconto collettivo, ricordi personali e memoria epocale. La vicenda dell’io è colta nel suo essere al centro e nel contempo separata dal mondo, poiché l’uomo si definisce in base alla relazione con il suo spazio e il suo tempo. Ecco che, in un’ampia erranza di riferimenti (da Dante a Campana, da Mandel’štam a Krüger), la scrittura di D’Andrea si orienta sulla poetica di Wallace Stevens tra piena adesione e mimesi. Anche il titolo Transito all’ombrasembra giungere per condensazione dai versi del poeta statunitense, “Non è nelle premesse che la realtà / Sia solida. Forse è un’ombra che attraversa / La polvere, una forza che attraversa un’ombra.” (Una sera qualunque a New Haven).

Da qui il motivo dell’ombra e del movimento trasborda nelle prove successive di D’Andrea, esplorazioni e approfondimenti di un cammino ben definito, se il titolo che accompagna gli inediti, Dentro le ombre per farne semi, non fa che ribadire il campo d’azione e dilatare le prospettive. L’esigenza conoscitiva è ambiziosa, il pensiero tenta di abbracciare non più e non solo la storia del singolo e della comunità, ma l’intera genesi universale, laddove l’uomo non è che un tardivo e irrisorio accidente delle conflagrazioni siderali. Il balzo non è da poco, occorre immaginare “la favola senza focus, senza uomo, / nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte” (Il lievito della trasparenza), spingere il linguaggio nei territori della fisica e della biologia, tra spore e membrane, tra fruscii e vibrazioni, arrivare dove siano concepibili solo “lastre / galleggianti nella materia / liquida dei primi pensieri” (Artico dei primi passi). Gli scenari hanno un’evidenza apocalittica, raffigurano una condizione primigenia, ma anche una rasura da catastrofe postindustriale.

(…)

da DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI

VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati,
non pianeti o organismi ma lastre
galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose nella sensazione
confortevole di quell’abbandono.
Le lastre della preghiera riflettono
l’occhio che rifiutiamo di svegliare.
Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

*

Ferita

Come non esistesse eziologia,
forse non esiste davvero nulla
oltre una fragilità congenita
che vorrebbe dire eredità, trasmissione,
geni antichi, incroci cellulari,
un’intrusione che arriva da un altro
tempo, un tempo-ombra
come le scorrerie e le razzie di sconosciuti
che scopriamo, sempre dopo, essere prossimi.

Così arriva il dolore, un giorno
mentre lavori, imprevisto,
imprevedibile e non è un’origine
ma un percorso che ci attraversa, da cui emerge
un’onda che s’increspa e può arenarsi
fino a bloccare il tempo.

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GIANLUCA D’ANDREA, PRESENT – 6 inediti per Officinapoesia NUOVI ARGOMENTI

GIANLUCA D’ANDREA, PRESENT

Pubblichiamo sei poesie di Gianluca D’Andrea, da un libro inedito.

Philippe Chancel, Datazone #12, Frontière Bulgaro-Turque et Gréco-Macédonienne, Idomeni, 2016.

 

Present

Nella terra si perde la moneta
nel laghetto, nei pressi del laghetto
giunsi per riposare
la mia fuga maratoneta.
Non oso ripetere come si svolse,
la curva s’attorse dell’infosfera
ed era sincera, la vicenda dell’uomo
col sorriso emoticon dell’ottantotto.
Contiamo ogni vent’anni e siamo nella stasi
che qualcosa avvenga nel laghetto
oltre il riflesso e la noia e il rischio
che la bomba sia fagocitata
dall’altezza e nel tragitto information
highways
per blastare e dissare
in eterno l’altro, ogni altro
utile per essere distrutto
mentre riposavi la moneta
nei pressi del laghetto.

 

Orbitale

All’intensificazione dei processi
la terra avrebbe saltato nel vuoto.
Avevano esacerbato i passi,
ma camminavano e il cammino
non era accompagnato da ulteriori
fluttuazioni. Sull’erba
residua c’erano ceppi e un principio
radicale, una radura estesa
e pochi alimenti. L’atmosfera
era segnata dalla pochezza
e dalla necessaria sobrietà dei costumi.
Tutte le abitudini mutano
anche senza sentieri da scegliere.

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Poeta in cammino. Gianluca D’Andrea, o dell’orizzonte futuro della stasi – Riflessione di Lorenzo Mari su alcuni miei inediti – Argo

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Poeta in cammino. In via del tutto provvisoria, si potrebbe definire così il percorso di Gianluca D’Andrea, e non soltanto, banalmente, a partire dall’hashtag che l’autore stesso utilizza nella comunicazione social. È la sua scrittura a camminare, senza cadere nelle stucchevoli retoriche che sono spesso appiccicate al mantra del ‘camminare’ e tentando invece di delineare un percorso che da individuale si faccia condiviso. Tenendo bene a mente, anche, ed esercitando il respiro – momento fondante, al di là di ogni mistica, della scrittura poetica – insieme alle facoltà motorie. Una fase particolare del suo percorso si può adesso facilmente tracciare in un percorso che va dal Transito all’ombra, pubblicato per Marcos y Marcos nel 2016, alla stasi che emerge con grande frequenza nelle sue sequenze inedite (non solo qui, ma anche qui e qui). Anche in Present – testo d’apertura di questa sequenza, dove il presente riverbera nella presenza, ma anche nella necessità di mostrare, tramite l’apocope, una mutilazione, o sopraggiunta mancanza, di entrambi i termini – si può leggere: “Contiamo ogni vent’anni e siamo nella stasi”, un verso che rivela un’ulteriore direzione presa dalla scrittura di D’Andrea. Come hanno rilevato sia Stefano Modeo sia Antonio Devicienti nelle loro precedenti letture, infatti, la poesia di Gianluca D’Andrea si sta sempre di più confrontando con il suo poter fare e disfare la storia, senza per questo indulgere in semplificazioni cronachistiche o nella gergalità ideologico-politica della denuncia più spicciola. A questo proposito, si è parlato di un confronto con il mito, ad esempio in questo carteggio che ha coinvolto D’Andrea, Tommaso Di Dio e anche chi scrive; in questa sequenza, tuttavia, è presente anche un testo, Dentro l’abisso, che si chiude con la parola “reversibile”, quasi a rammentare, a contrappunto, la Reversibilità fortiniana, e la sua nota domanda: “Ma per noi, / per noi che poco da vivere ci resta, / che cosa sono l’Asia immensa, il tuono / dei popoli e i meravigliosi nomi / degli eventi, se non figure, simboli /dei desideri immutabili, dolorosi?”.

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*foto dell’autore della serie #incammino

RIFLESSI (SETTE INEDITI DI GIANLUCA D’ANDREA) su La dimora del tempo sospeso (a cura di Antonio Devicienti)

Con l’acume che lo contraddistingue, oggi Antonio Devicienti riflette su 7 miei inediti.

Ho l’impressione che, con la coerenza che ne contraddistingue la scrittura, Gianluca D’Andrea stia cercando di andare oltre la cronaca e oltre la storia (presenti e affrontati in maniera convincente in tutti i suoi libri più recenti) per approdare a una visione capace di fondare e, in qualche modo, spiegare il presente e il contingente…

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Su YAWP un saggio di Antonio Merola sulla mia poesia recente

Letteratura della catastrofe – sulla poesia di Gianluca D’Andrea

© photo by Dino Ignani

Siamo fottuti? C’è un fattaccio, che ci riguarda tutti: la nostra specie è ormai dentro fino al collo in una enorme crisi ambientale e climatica. E, se volessimo armarci di un termine retorico, potremmo considerare questa condizione come una sfida; anzi, come l’ultima delle sfide. Perché, in fondo, non è la Terra a essere davvero in pericolo, ma piuttosto il nostro habitat. «Nostro» poi… diciamo: anche nostro.Del resto, in mezzo a questa crisi, sono rimaste coinvolte anche altre specie. Con una distinzione: se la sfida della sopravvivenza di fronte alla crisi riguarda più di una specie, l’azione dell’essere umano può considerarsene la causa principale, al punto che si vorrebbe definire una volta per tutte la presente epoca geologica come Antropocene.

Potremmo essere l’ultima generazione a dire qualcosa? Ci stiamo per estinguere… o invece ce la faremo? Questi interrogativi hanno cominciato ad angosciare la nostra quotidianità, assieme a una crescente consapevolezza verso la crisi. Cerchiamo risposte e soluzioni, proviamo ogni giorno a carpire qualcosa di più, ma come degli studenti fuori corso, in ritardo. C’è allora chi, come il critico Francesco Muzzioli, usa per esempio il termine «catamodernità».Ma se volessimo rimanere concentrati sulla letteratura e sulle conseguenze che una simile disposizione d’animo abbia per la scrittura, allora preferiremmo coniare: la letteratura della catastrofe, una definizione che è nata in seguito a una conversazione con l’amico Michelangelo Franchini, anche se non saprei più dire chi tra me e lui l’abbia nominata per prima. Proviamo però a vederci chiaro. La catasfrofe ha indubbiamente a che fare con il campo semantico del disastro e della fine. La letteratura della catasfrofe però non è una letteratura distopica. Se la distopia infatti riguarda qualcosa che potrebbeaccadere, ma che ancora non è accaduto e non è detto che accada per forza, la catasfrofe è invece, almeno per ora, qualcosa di certo. Ci sono ormai autori che affrontano apertamente l’argomento e che fanno dell’argomento il focus della propria opera, come per esempio la poesia di Alexander Shurbanov.C’è poi però un altro gruppo di autori che, anche se non fa della propria opera uno strumento di aperta denuncia verso la crisi ambientale, tuttavia non può fare a meno di sentirela crisi… e perciò di risentirne. Un altro esempio, sempre dalle pagine virtuali di Yawp, potrebbe essere il poeta serboMilan Dobričić.Con questo articolo cercheremo di affrontare per la prima volta un caso italiano che si trova a metà tra le due posizioni: la poesia di Gianluca D’Andrea. E nello specifico, quella che pare essere una trilogia a partire dalla raccolta Transito all’ombra(Marcos y Marcos, 2016), per poi attraversare, come ammette lo stesso autore, il «ponte» di Forme del tempo(Arciplegato itaca, 2019) e arrivare agli inediti di Dentro le orme per farne semi, di cui proporremo alcuni testi in chiusura.

È interessante notare che se la fine distrugge ogni memoria, perché non può più esserci qualcuno a ricordare, D’Andrea fa del transito verso la fine una questione di memoria scordata; cioè di ignoranza. Ecco per esempio un j’accuseesplicito: «La tv degli anni Ottanta tentò/ di rubarci la memoria». C’è allora qui un primissimo transito, per ora solo nazionale, che porta dieci anni dopo gli italiani a godersi con ingenuità il loro presente, sotto gli effetti ignorati e accennati del cambiamento climatico: «Negli anni Novanta ho cominciato/ a fare bagni di crema solare,/ di sole intensivo, d’intenso cremare -/ ustionato, fervente, indirizzato/ a una possibile rovina». Se però la catastrofe agisce ed è agita globalmente, gli occultamenti della catastrofe non sono da meno.D’Andrea comincia dall’Italia per transitare ancora una volta e coinvolgere, in un secondo e sempre esplicito j’accuse, il nostro sistema economico: «l’Occidente era già formato./ Mentre rubavamo in un tabacchino/ il pacchetto ci esplose tra le mani,// imparai così la colpa e il destino,/ l’allarme del benessere e il possesso». Imparare diviene improvvisamente uno schock, una esplosione, perché imparare coincide con il ricordare; l’aprire gli occhi con il trauma. Ma cominciando a ricordare, D’Andrea si arma a questo punto di una lente di ingrandimento per tentare meglio una inquadratura temporale, necessaria alla ricostruzione storica: «Erano questi gli anni, trenta-vent’anni fa,/ per approssimazione la spinta individualistica/ spenta negli abusi per mantenere ricche/ le vecchie risorse» e dove di conseguenza «Il resto del mondo è il resto».

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Atelier 96 (dicembre 2019) – nota di Stefano Modeo ad alcuni miei inediti

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Atelier 96 – nota di Stefano Modeo ad alcuni miei inediti

Gianluca D’Andrea – Dentro le ombre per farne semi

 «Ma dove si nascondono le voci?» domanda così un verso di Gianluca D’Andrea all’inizio di questa breve raccolta. Una domanda importante da cui è necessario partire per comprendere il panorama di silenzi e d’inerzia che il poeta descrive e affronta. Proseguono infatti un percorso, questi testi che frequentano l’ombra, o meglio le ombre,del nostro tempo. Ricordiamo la raccolta Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016), in cui D’Andrea alternava il confronto tra l’io e il mondo, tra destino individuale e storia collettiva, adoperando una scrittura nervosa nei confronti delle cose. Vi è ora un passo in avanti nella scrittura, che mantiene lo stesso tono, ma promette non più il Transitoe dunque il movimento, bensì la stasi, l’immobilità di fronte alle cose che accadono nella storia collettiva e individuale, si rimane dentro,costretti nell’ombra a doverne constatare ciò che è: assenza di luce, speranza, futuro.

D’Andrea annota, prende atto, osserva i protagonisti sommersi: «Si chiama Idomeni/il limbo, la stasi infinita di chi attende/l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.» e li riporta all’unica luce concessa che è quella della testimonianza, del racconto attraverso la poesia, in un tempo che è sempre attesa di qualcosa o di qualcuno. Questo infatti probabilmente è l’unico seme capace di germogliare senza i benefici della fotosintesi.

Elemento di salvazione ed estremo paradosso invece è la morte, intesa come via di fuga dal limbo in cui l’umanità sembra costringersi negandosi un’alternativa: « Grazie gioco maligno che ritorni/e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe/atteso queste anime che trovano/requie al loro cammino selvaggio,/imposto.»

Eppure anche la morte è inutile, non muta nulla nella storia collettiva, non smuove l’inerzia del mondo per spingerlo verso una luce. D’Andrea sa bene e coglie perfettamente nella continuazione del suo lavoro quel Transito a cui accennavamo prima, che è anche quello di due secoli, dal Novecento agli anni Duemila ed esprime tutta la perdita di riferimenti ideologici e culturali, il disorientamento e la paura con cui tutti noi stiamo facendo i conti: « la morte è bella/perché non spazza via nulla/e ci proietta in un’immagine/illusoria, eppure eterna.» e ancora: « per continuare a sopravvivere/sottile tra le crepe di una casa/dissolta».

Proprio in quest’ottica, dalla casa dissoltache continuiamo a sognare di abitare,prova a tornare indietro, nelle ombredel passato, riscrive la storia e cerca di comprendere i passi falsi, i punti esatti in cui abbiamo cominciato a perderci nel buio, così nelle poesie L’ombra del ’43: « Però Rommel vinceva a Kasserine dopo Stalingrado,/rosa bianca lo sai, anche se mozzata.» o ne L’ombra del 2015: « Con la scoperta dell’acqua su Marte/si chiudevano gli Obiettivi del Millennio./Siamo salvi,/almeno fino a novembre.».

Questi testi sembrano suggerirci come di fronte alla storia ci mostriamo in tutta la nostra impreparazione, incertezza e limitatezza umana, incespicando sino alle vicende individuali, nelle cose di ogni giorno. E il futuro stesso laddove non conosce visione di una condizione migliore per tutti, diviene arrivo di nuovo dolore a cui non siamo mai pronti a far fronte, da soli così come ci siamo dimenticati: « Così arriva il dolore, un giorno/mentre lavori, imprevisto, imprevedibile e non è un’origine/ma un percorso che ci attraversa, da cui emerge/un’onda che s’increspa e può arenarsi /fino a bloccare il tempo».

Stefano Modeo

 

INSIDE [ME] – Inaugurazione mostra

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Nell’ambito della rassegna “PORTELLO SEGRETO 2019. SIMBOLI E MISTERI”

Il 14 giugno alle ore 20.00, all’Antico oratorio della Beata Elena, sarà inaugurata la mostra Inside (me), a cura della scrittrice Laura Liberale, con la collaborazione dell’associazione Progetto Portello.
L’evento si inserisce nella rassegna “Portello segreto. Simboli e misteri” organizzata dall’associazione culturale Fantalica di Padova con il contributo e il Patrocinio del Comune di Padova e la collaborazione di molti enti e associazioni del territorio. Inside (me) nasce come progetto di Death Education. Ha ottenuto il patrocinio del master, unico in Italia diretto dalla professoressa Ines Testoni, “Death Studies & the end of life– Studi sulla morte e sul morire per l’intervento di sostegno e per l’accompagnamento” (Università di Padova). A ciascun poeta coinvolto è stato chiesto di rispondere con un testo alla seguente domanda: “Perché non dovrei temere la morte?” Il testo, scritto di proprio pugno dal poeta, è stato poi sigillato con ceralacca rossa e inserito in un uovo confezionato in modo artigianale. Perché l’uovo? Perché è un antichissimo simbolo universale di generazione e di ritorno all’origine. Contestualmente, ogni poeta ha realizzato un file audio\video con la lettura del testo. Durante l’inaugurazione saranno presenti alcuni dei poeti partecipanti all’intero progetto tra i quali: Andrea Breda Minello, Eugenio Lucrezi, Gianluca D’Andrea, Mirco Salvadori, Mariasole Ariot , Ranieri Teti, Chiara Baldini, Marco Malvestio, Anna Toscano, Gianni Montieri, Sonia Lambertini. Orari di apertura dal 15 al 28 giugno dal mercoledì al sabato ore 17.00-20.00. Domenica 10.00-12.00.

Il programma completo degli eventi è disponibile sul sito http://www.portellosegreto.fantalica.com.
L’intero progetto è patrocinato e sostenuto dal Comune di Padova e da Confservizi Veneto. Per Info e prenotazioni Associazione Culturale Fantalica Via Gradenigo, 10 Padova Tel. 0492104096 Mobile 3483502269

Un inedito per “Gli Stati Generali”

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Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio…

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Dentro le ombre per farne semi – Inediti per Stanza 251

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Fotografia di Bärbel Reinhard

Allora comincerò con un altro disegno,
un’altra carta, ancora una leggenda

Franco Fortini

 

I. Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

 

II. Aironi scuoiati in pianura

Ci sono aironi scuoiati in pianura
e cicisbei che gocciano come ghiaccioli,
annaspano in un riflesso trasudando.
Oltre quel punto in pianura si disegna
l’orbita di una caduta. La parallasse
dall’occhio del cicisbeo all’ombra del tiglio
si riverbera in giugno, poco sotto i 40.
Col suo corpo sfilacciato l’airone
si tuffa in un mare più grande
e il tempo passa. Poi riemerge,
apparato psicometrico, termometro,
per ricompattarsi dall’altro lato
della caduta.

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Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

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Gabriel Del Sarto

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

Il tempo e la vita

Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno
l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo
e immaginavo il ferro e l’ossigeno
nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore
che niente ha cancellato, ho saputo
come la natura si concentri nel tempo
di ciascuno: un’assoluta
ed armonica compossibilità di volti
e sofferenza.
…………   (Esiste quasi
da sempre anche l’Anticlinale,
…………………………è una piega
delle rocce, una struttura
dove gli strati sono convessi
verso l’alto e puoi trovare, dicono,
dal basso a salire, l’acqua
che satura tutti i pori, gli idrocarburi liquidi, il gas
che si accumula all’apice della piega. Ancora
azioni e parole. La contraddizione
che governa ogni cosa.)

Ogni tanto ancora un cenno. Fa parte
di noi, di questa storia ricordata.
Può bastare un articolo o un post
in rete letto a voce alta dentro
le stanze che abitiamo, il silenzio
dopo, uno sguardo al posto di ogni cosa,
leggere contrazioni, siamo noi,
è la vita, quando la prima morte
è quella della parola che manca.

(da Il grande innocente, Aragno, Torino, 2017)


È subito in scena un dialogo in questo testo d’esordio dell’ultima raccolta di Gabriel Del Sarto. In tutto Il grande innocente – ho avuto modo di parlarne in maniera più diffusa qui – il pathos del linguaggio si scontra con la «compossibilità» di relazioni non più mediate da alcuna sovrastruttura, per cui l’Io (il soggetto, il “primo rispetto ai concetti”, nell’interpretazione deleuziana di Benveniste), linguisticamente si pone come intermediario del rapporto e, quindi, strategicamente “dentro” un senso. Tale posizione del soggetto non è più marginale ma interrelata e in “ascolto”: «ti ascoltavo / e immaginavo».
Sin da questo punto testuale s’intravede una rinnovata fiducia, perché l’ascolto dell’altro (reale, cioè dentro il piano dove scorre il linguaggio, in un avvallamento) “cambia” il destino – particolare – dell’interlocutore, suscitando un percorso immaginifico. Ognuno è qualcosa (aliquid, il banale che non poggia su alcuna infrastruttura che non sia il linguaggio) con un senso. La forzatura che intromette questa diversa dimensione del tempo testuale è strategica, dicevamo, in funzione di una poetica, non so quanto consapevole, dell’accostamento. Accostamento che, però, non colma il “mancamento” del senso, ma si lascia trasportare dalla necessità del racconto, senza affabulare, senza fingere una mitologia che blocchi nuovamente la parola alla sola ricezione passiva, ma, al contrario, riattivi costantemente «la vita, quando la prima morte / è quella della parola che manca».


Tema della voce

Ecco il mondo, e questa è una città, questa una bambola
che soffre il mal di gola. Potremmo insieme
offrirle della gommose alla menta, che poi
finirai tu, sul divano o nel letto
di quella camera d’albergo davanti alla stazione.

Può bastare il cammino che abbiamo percorso
fra le calli di Venezia dopo Natale
per osservare i volti, alcuni acuti, e capirne in silenzio
le pedagogie assolute. Le parli
e la bambola smette di tossire. Ecco un’altra
città, un mondo già diverso, proprio quando scende
la sera.
———-– Ricordo il dolore di portarti sulle spalle
e poi te sotto al letto con un libro.

Possiamo farlo: l’esercizio
di un’estensione della luna, a due voci,
su un mondo scollato, un puzzle
senza ribellione – e poi tornare
al nostro abbraccio, al calore della spalla
solo tua, a te, sotto il letto, con un libro,
che disegni quello che siamo
nella tua mente contorni
di alberi, rami di queste parole.

(Inedito)


Il dialogo, con l’acquisizione della prima persona plurale, il noi che emerge come una neo-formazione dal testo pubblicato, manifesta un accostamento più profondo in questo inedito.
Intanto, la voce narrante è uguale a quella che nel precedente componimento stava in ascolto (l’Io è ancora «primo, perché fa iniziare la parola», direbbe Deleuze). Questa stessa voce presenta adesso il suo racconto a un essere (nessuna entità, ma «l’essere come verbo “essere”» seguendo Nancy) evidentemente più “piccolo”, in fase di crescita (i referenti sono evidenti e non nascondono, semmai velano di pudore: «bambola», «gommose alla menta», ecc.). Quella che viene raccontata è la storia di «un mondo già diverso», un mondo in trasformazione nel suo essere la stessa trasformazione, senza trascendenze, ma nell’evidenza che si può essere «insieme» in un’offerta di sé che arricchisce il soggetto che si dis-pone all’altro.
Sul piano del linguaggio, però, questa commistione (la «compossibilità» del testo precedente “concretata” in questo inedito) ha bisogno – ancora necessità, e, quindi, evento puro – di uno slittamento di senso (nel caso specifico del testo, il soggetto delega al suo oggetto, il “tu” rimpicciolito – quasi forma desiderante del soggetto stesso – la scoperta di un nuovo linguaggio). Per questo dall’«abbraccio» l’essere si distanzia, per ritrovare quella “vacanza” di senso, appunto, che permette di disegnare “nuovamente” «quello che siamo»: «contorni / di alberi, rami di queste parole», cioè un’altra lingua rinnovata nella continuità che, incessantemente, si sviluppa.

(Ottobre 2017)


Gabriel Del Sarto (1972) ha pubblicato le raccolte poetiche I viali (2003), Sul vuoto (2011, Premio Apuane 2015 e finalista Premio Carducci 2013), Il grande innocente (2017) ed è presente in diverse antologie fra cui L’opera comune (1999) e Nuovissima poesia italiana (2004). È autore di saggi sull’uso della narrazione nelle pratiche educative, fra cui Raccontare storie (con Federico Batini, 2007) e In un inizio di mattina (2012). Sue poesie sono tradotte in portoghese e spagnolo.