INSIDE [ME] – Inaugurazione mostra

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Nell’ambito della rassegna “PORTELLO SEGRETO 2019. SIMBOLI E MISTERI”

Il 14 giugno alle ore 20.00, all’Antico oratorio della Beata Elena, sarà inaugurata la mostra Inside (me), a cura della scrittrice Laura Liberale, con la collaborazione dell’associazione Progetto Portello.
L’evento si inserisce nella rassegna “Portello segreto. Simboli e misteri” organizzata dall’associazione culturale Fantalica di Padova con il contributo e il Patrocinio del Comune di Padova e la collaborazione di molti enti e associazioni del territorio. Inside (me) nasce come progetto di Death Education. Ha ottenuto il patrocinio del master, unico in Italia diretto dalla professoressa Ines Testoni, “Death Studies & the end of life– Studi sulla morte e sul morire per l’intervento di sostegno e per l’accompagnamento” (Università di Padova). A ciascun poeta coinvolto è stato chiesto di rispondere con un testo alla seguente domanda: “Perché non dovrei temere la morte?” Il testo, scritto di proprio pugno dal poeta, è stato poi sigillato con ceralacca rossa e inserito in un uovo confezionato in modo artigianale. Perché l’uovo? Perché è un antichissimo simbolo universale di generazione e di ritorno all’origine. Contestualmente, ogni poeta ha realizzato un file audio\video con la lettura del testo. Durante l’inaugurazione saranno presenti alcuni dei poeti partecipanti all’intero progetto tra i quali: Andrea Breda Minello, Eugenio Lucrezi, Gianluca D’Andrea, Mirco Salvadori, Mariasole Ariot , Ranieri Teti, Chiara Baldini, Marco Malvestio, Anna Toscano, Gianni Montieri, Sonia Lambertini. Orari di apertura dal 15 al 28 giugno dal mercoledì al sabato ore 17.00-20.00. Domenica 10.00-12.00.

Il programma completo degli eventi è disponibile sul sito http://www.portellosegreto.fantalica.com.
L’intero progetto è patrocinato e sostenuto dal Comune di Padova e da Confservizi Veneto. Per Info e prenotazioni Associazione Culturale Fantalica Via Gradenigo, 10 Padova Tel. 0492104096 Mobile 3483502269

Un inedito per “Gli Stati Generali”

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Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio…

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Dentro le ombre per farne semi – Inediti per Stanza 251

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Fotografia di Bärbel Reinhard

Allora comincerò con un altro disegno,
un’altra carta, ancora una leggenda

Franco Fortini

 

I. Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

 

II. Aironi scuoiati in pianura

Ci sono aironi scuoiati in pianura
e cicisbei che gocciano come ghiaccioli,
annaspano in un riflesso trasudando.
Oltre quel punto in pianura si disegna
l’orbita di una caduta. La parallasse
dall’occhio del cicisbeo all’ombra del tiglio
si riverbera in giugno, poco sotto i 40.
Col suo corpo sfilacciato l’airone
si tuffa in un mare più grande
e il tempo passa. Poi riemerge,
apparato psicometrico, termometro,
per ricompattarsi dall’altro lato
della caduta.

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Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

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Gabriel Del Sarto

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

Il tempo e la vita

Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno
l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo
e immaginavo il ferro e l’ossigeno
nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore
che niente ha cancellato, ho saputo
come la natura si concentri nel tempo
di ciascuno: un’assoluta
ed armonica compossibilità di volti
e sofferenza.
…………   (Esiste quasi
da sempre anche l’Anticlinale,
…………………………è una piega
delle rocce, una struttura
dove gli strati sono convessi
verso l’alto e puoi trovare, dicono,
dal basso a salire, l’acqua
che satura tutti i pori, gli idrocarburi liquidi, il gas
che si accumula all’apice della piega. Ancora
azioni e parole. La contraddizione
che governa ogni cosa.)

Ogni tanto ancora un cenno. Fa parte
di noi, di questa storia ricordata.
Può bastare un articolo o un post
in rete letto a voce alta dentro
le stanze che abitiamo, il silenzio
dopo, uno sguardo al posto di ogni cosa,
leggere contrazioni, siamo noi,
è la vita, quando la prima morte
è quella della parola che manca.

(da Il grande innocente, Aragno, Torino, 2017)


È subito in scena un dialogo in questo testo d’esordio dell’ultima raccolta di Gabriel Del Sarto. In tutto Il grande innocente – ho avuto modo di parlarne in maniera più diffusa qui – il pathos del linguaggio si scontra con la «compossibilità» di relazioni non più mediate da alcuna sovrastruttura, per cui l’Io (il soggetto, il “primo rispetto ai concetti”, nell’interpretazione deleuziana di Benveniste), linguisticamente si pone come intermediario del rapporto e, quindi, strategicamente “dentro” un senso. Tale posizione del soggetto non è più marginale ma interrelata e in “ascolto”: «ti ascoltavo / e immaginavo».
Sin da questo punto testuale s’intravede una rinnovata fiducia, perché l’ascolto dell’altro (reale, cioè dentro il piano dove scorre il linguaggio, in un avvallamento) “cambia” il destino – particolare – dell’interlocutore, suscitando un percorso immaginifico. Ognuno è qualcosa (aliquid, il banale che non poggia su alcuna infrastruttura che non sia il linguaggio) con un senso. La forzatura che intromette questa diversa dimensione del tempo testuale è strategica, dicevamo, in funzione di una poetica, non so quanto consapevole, dell’accostamento. Accostamento che, però, non colma il “mancamento” del senso, ma si lascia trasportare dalla necessità del racconto, senza affabulare, senza fingere una mitologia che blocchi nuovamente la parola alla sola ricezione passiva, ma, al contrario, riattivi costantemente «la vita, quando la prima morte / è quella della parola che manca».


Tema della voce

Ecco il mondo, e questa è una città, questa una bambola
che soffre il mal di gola. Potremmo insieme
offrirle della gommose alla menta, che poi
finirai tu, sul divano o nel letto
di quella camera d’albergo davanti alla stazione.

Può bastare il cammino che abbiamo percorso
fra le calli di Venezia dopo Natale
per osservare i volti, alcuni acuti, e capirne in silenzio
le pedagogie assolute. Le parli
e la bambola smette di tossire. Ecco un’altra
città, un mondo già diverso, proprio quando scende
la sera.
———-– Ricordo il dolore di portarti sulle spalle
e poi te sotto al letto con un libro.

Possiamo farlo: l’esercizio
di un’estensione della luna, a due voci,
su un mondo scollato, un puzzle
senza ribellione – e poi tornare
al nostro abbraccio, al calore della spalla
solo tua, a te, sotto il letto, con un libro,
che disegni quello che siamo
nella tua mente contorni
di alberi, rami di queste parole.

(Inedito)


Il dialogo, con l’acquisizione della prima persona plurale, il noi che emerge come una neo-formazione dal testo pubblicato, manifesta un accostamento più profondo in questo inedito.
Intanto, la voce narrante è uguale a quella che nel precedente componimento stava in ascolto (l’Io è ancora «primo, perché fa iniziare la parola», direbbe Deleuze). Questa stessa voce presenta adesso il suo racconto a un essere (nessuna entità, ma «l’essere come verbo “essere”» seguendo Nancy) evidentemente più “piccolo”, in fase di crescita (i referenti sono evidenti e non nascondono, semmai velano di pudore: «bambola», «gommose alla menta», ecc.). Quella che viene raccontata è la storia di «un mondo già diverso», un mondo in trasformazione nel suo essere la stessa trasformazione, senza trascendenze, ma nell’evidenza che si può essere «insieme» in un’offerta di sé che arricchisce il soggetto che si dis-pone all’altro.
Sul piano del linguaggio, però, questa commistione (la «compossibilità» del testo precedente “concretata” in questo inedito) ha bisogno – ancora necessità, e, quindi, evento puro – di uno slittamento di senso (nel caso specifico del testo, il soggetto delega al suo oggetto, il “tu” rimpicciolito – quasi forma desiderante del soggetto stesso – la scoperta di un nuovo linguaggio). Per questo dall’«abbraccio» l’essere si distanzia, per ritrovare quella “vacanza” di senso, appunto, che permette di disegnare “nuovamente” «quello che siamo»: «contorni / di alberi, rami di queste parole», cioè un’altra lingua rinnovata nella continuità che, incessantemente, si sviluppa.

(Ottobre 2017)


Gabriel Del Sarto (1972) ha pubblicato le raccolte poetiche I viali (2003), Sul vuoto (2011, Premio Apuane 2015 e finalista Premio Carducci 2013), Il grande innocente (2017) ed è presente in diverse antologie fra cui L’opera comune (1999) e Nuovissima poesia italiana (2004). È autore di saggi sull’uso della narrazione nelle pratiche educative, fra cui Raccontare storie (con Federico Batini, 2007) e In un inizio di mattina (2012). Sue poesie sono tradotte in portoghese e spagnolo.

11 settembre 2001 – 11 settembre 2017. Un’ombra

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Lettura #300, 27 agosto 2017, p. 30 (Foto ed elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea). In evidenza Jasper Johns, “Flag”, 1954-1955

11 settembre 2001 – 11 settembre 2017. Un’ombra

L’ombra del 2001

Inizia il terzo millennio e il primo
segnale che qualcosa di mostruoso
possa germogliare è il buio in mezzo
all’Asia. Ma occorreva risparmiare
e l’umiltà è la nostra forza, passavamo
dal tungsteno monocristallino, quale
ricchezza nelle parole, all’uranio
impoverito, meno costoso ma carico
di regali anche a gennaio. La Befana
ha nel sacco il ramo cadetto di un cespuglio
texano, un tipo particolare di gemmazione:
rancorosa, vendicativa, violenta.
Isteria, pazzia, velocità
dell’informazione. Wiki e MCD
e cloni e c’era Napster, musica gratis
in ogni dove, un paradiso. Poi
quest’anno malefico. Erika e Omar
fanno a pezzi la famiglia ma in Olanda
si festeggiano i primi matrimoni gay. Annus
horribilis dov’è il discrimine tra amore e odio,
tra la buona morte e la cattiva?
Da quale sasso cosmico il virus della vita?
Addio Carlo per un G8 andato a rotoli,
addio all’uomo, The Falling
Man che cerca la caduta, l’atto subalterno
alla disperazione – attaccamento
alla vita-morte-vita – rebus
di risposte, attentati preventivi
alla nostra salvaguardia, dissolta
in piagnistei multitasking. Perché dobbiamo
creare di più, pluriattivarci
nell’odio, nell’amore, nella commozione,
morte-vita-morte. Era solo
un undici settembre, martedì,
dies mirabilis, meraviglia dello scompiglio
mediatico, salto quantico dell’uomo
in caduta, vita-morte-vita? Morte.
Da allora, l’espulsione periodica
di linee spettrali che squilibrano
il sistema, una cascata d’ombre
che ci allena alla deriva, WTC.

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Il Presidente Barack Obama, con l’ex sindaco Michael Bloomberg, osserva le foto delle vittime (Official White House foto by Pete Souza)

Anthrocene (Nick Cave and the Bad Seed)

All the fine winds gone
And this sweet world is so much older
Animals pull the night around their shoulders
Flowers fall to their naked knees
Here I come now, here I come
I hear you been out there looking for something to love
The dark force that shifts at the edge of the tree
It’s alright, it’s alright
When you turn so long and lovely, it’s hard to believe
That we’re falling now in the name of the Anthrocene

All the things we love, we love, we love, we lose
It’s our bodies that fall when they try to rise
And I hear you been looking out for something to love

Sit down beside me and I’ll name it for you
Behold, behold
The heaven bound sea
The wind cast its shadow and moves for the tree
Behold the animals and the birds and the sky entire
I hear you been out there looking for something to set on fire
The head bow children fall to their knees
Humbled in the age of the Anthracene

Here they come now, here they come
Are pulling you away
There are powers at play more forceful than we
Come over here and sit down and say a short prayer
A prayer to the air, the air that we breathe
And the astonishing rise of the Anthrocene

Come on now, come on now
Hold your breath while you’re safe
It’s a long way back and I’m begging you please
To come home now, come home now

Well, I heard you been out looking for something to love
Close your eyes, little worm
And brace yourself

Gianluca D’Andrea – “Prossima fermata S. F.” (inedito)

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Illustrazione di Angelo Ruta © (rielaborazione di Gianluca D’Andrea)

 

di Gianluca D’Andrea

Prossima fermata S. F.

Il capitale circolante, per definizione,
non è una linea retta o la finzione
di una deriva classica in mezzo al tormento
del mercato, la tormenta barocca, lo spavento
derivante da un approdo insicuro.
Per questo scelgo Parigi e abbandono Londra al futuro,
in un velocissimo e trasvolante bacio mi lascio
alle spalle ogni chiusura, mi apro, sfascio
ogni rapporto ancestrale, tribale, familiare
e solco i confini: io europeo, pronto a innovare.
Io non sono stanziale ma credo
in un approdo sicuro e credo
che macronauti lasceranno a maggio
una base in disuso per raggiungere,
con un po’ di coraggio residuo,
il silenzio in cui si trova la radice.
Ma a quale profondità dell’essere
si situa un sito d’approdo alle nostre start-up?


NOTA

Il testo nasce dalla lettura di un’intervista a Roxanne Varza, direttrice di “Station F”, a Parigi, il più grande incubatore di start-up del mondo (“La Lettura” #293, 9 luglio 2017).

Nel testo sono presenti citazioni da Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi, 2017, p. 15 e Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, 2015, p. 213.

Gianluca D’Andrea – un inedito (per A. Kiefer)

exposition KIEFER RODIN au musee Rodin
Exposition Kiefer-Rodin

di Gianluca D’Andrea

Al signor K.: “non mi interessa l’art pour l’art

Mentre annotavo i miei pensieri e studiavo / i miei classici da comodino, / mi accorsi che una sorta di misticismo / può scaturire dalle fessure delle pareti, / intercapedini che non reggono e sbavano / dal silenzio la loro rovina. / E lo pensavo, perché le sue opere signor K. / stanno a dimostrarlo, mentre osservavo / la tela e la cadente genetica al Rodin. / Mi dicono anche che l’artista è immerso / nella creazione, penso a lei che scrive / ogni giorno una paginetta di diario, / per formare uno scartafaccio inconcluso, / una cenere d’opera o qualcosa che sembri / un’ombra, un abbozzo o una crosta. / Immerso in una creazione azzurra / e leggera e violenta, un abbraccio / screpolato che accoglie il demone / della fine o dell’impossibile partenza. / Il suo non fermarsi, signor K., non amare / la sosta, è forse quella voglia costante / d’illuminarsi ancora una volta? / Rinnovare l’atto di creazione per sempre / nell’intima tragedia del finire, / nell’esito barbarico di ogni transito. / Caro signor K., volevo solo dirle / che pensavo a lei mentre cadevo / nell’estraneità suprema e impenetrabile / di ogni atto umano.

“Infine capovolti”, un inedito

11.03

Infine capovolti

“Let be be finale to seem”
Wallace Stevens

I piedi e la testa capovolti,
provando a profetizzare sul mondo
ci si trova scorticati e rovesciati
sul pavimento della storia.
Per questo vedo parrucche biondo
platino sfrecciare nei cieli notturni,
sbandierando un esotismo
che non vuole resistenza. Sherazad
sarà la storia o queste parole
a raccontarcela per dire che resistere
è questo sogno orientale e interessante,
fatto di sottosuoli sfruttabili, incroci
mercificati e scambi a fibre ottiche.
Perché non ti guardo straniero
che non voglio conoscere per il rischio
della diversità. Ma amo indossare
l’uniforme della mia mediocrità,
assiso sul mondo, sulla virtù
che ha sostituito con un cenno
la possibilità di condividerci.
Scià, presidente, spettro del reale.

(Gianluca D’Andrea, inedito)

IN CASO: NICE – NIKE

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Lungomare di Nizza (Fonte: Nice Cote d’Azur – Tourisme et Congrès)

di Gianluca D’Andrea

In caso: L’apprensione di stare insieme – NICE – NIKE

NICE – NIKE

A Nizza sono stato da piccolo
ma ricordo meglio Montecarlo,
la curva “Grand Hotel Hairpin”
una baia azzurra come l’immaginazione,
la mia, di allora. Allora devo distanziarmi
dai ricordi e conoscere le incursioni
su questi territori che non sembrano avere storia,
ma ce l’hanno. Nizza Marittima
e barbetismo, resistenze clandestine
ai mutamenti di confine, alle atrocità
per ottenerli quando esisteva un popolo,
una sovranità, un tracciato.
Ma ora le linee sono infinite,
esternate in una moltitudine
con i suoi punti forti: isole d’individui
sovranazionali. Ora che il desiderio del cosmopolita
è realizzato in uno schema di partenze e ritorni
senza un dove da scoprire, ora sempre ora,
posso ricordare una strada cui da piccolo
non feci attenzione – invece ricordo
un tipo che a un semaforo, dopo
un alterco con mio padre,
ci fece notare un bastone
sulla sua auto per ricordarci le buone maniere –
“Promenade des Anglais” e ricordo
le parole di Hobbes che traduce
Tucidide: «E la grande licenza,
che si diffuse nella città anche in altri
ambiti, cominciò all’inizio con questa malattia.
Poiché ciò che prima un uomo
non avrebbe ammesso che potesse essere
fatto per il proprio piacere, ora
osava farlo liberamente, vedendo
davanti ai suoi occhi una così rapida
rivoluzione».

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il 14 luglio 2016, un Tir “invade” la “Promenade des Anglais” a Nizza. Muoiono 84 persone, 200 i feriti.
Nizza e Montecarlo, sulla Costa Azzurra, nell’immaginario collettivo sono attrazioni turistiche.
Nizza Marittima era il nome della città in epoca sabauda (per distinguerla da Nizza Monferrato in provincia di Asti).
Con “barbetismo”, o movimento dei “barbets”, si indica la resistenza clandestina dei nizzardi all’occupazione dei francesi nel corso della “Guerra della prima coalizione” (1793).
«… Ora che il desiderio del cosmopolita / è realizzato in uno schema di partenze e ritorni / senza un dove da scoprire…», per questi versi vedi: Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni e Peter Sloterdik, Il mondo dentro il capitale, Meltemi, Roma, 2006.
La citazione da Hobbes proviene da The Second Book of the History of Thucydides (1629), ma l’ho estrapolata da G. Agamben, Stasis – La guerra civile come paradigma politico, Bollati Boringhieri, Torino, 2015, p. 57.

 

Spazio Inediti (22): Gabriele Belletti – di Gianluca D’Andrea

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Gabriele Belletti

di Gianluca D’Andrea

Spazio inediti (22): Gabriele Belletti

22 mars 2016

Stéphanie lavora a cinquanta metri
dall’esplosione avvenuta nella metro.
Cindia arriva in ritardo
per i posti di blocco all’aeroporto.
Maureen dice che son amie était
dans le train précédent.
Isabelle è tornata a Bruxelles
chercher son fils immédiatement.

I miei studenti sono vivi.

*

Донецьк

Guarda le mie farfalle!
Ridono a crepapelle
anche se cadono
le bombe.

Su un foglio arraffato
sono state avvisate
e fuggono nel cielo
di un altro stato.

Il mondo per la bambina
è luogo solo
da immaginare
prima di essere
conosciuto

e anche se nel bunker
i rimbombi
dicono altro

il suo mondo
è più forte
e volare
è volare alto.


maelbeck
La fermata della metro Maelbeek a più di un mese dall’attentato (Fonte: Corriere della Sera)

Scelgo due inediti, dalla serie di  quattro, inviati da Gabriele Belletti. Li scelgo perché trovo una consonanza d’intenti e una compartecipazione “civile” (termine da considerare con ogni precauzione) che non trova riscontro in molta altra poesia contemporanea. Ma questa apertura al mondo è oggi più che mai un’inesorabile necessità che Belletti sembra avvertire senza ambiguità, con un approccio intenso e allo stesso tempo vibratile, senza toni assertivi o moralismi.
Una capacità di compenetrare gli eventi che, nel primo testo, 22 mars 2016, prende avvio da testimonianze dirette degli attentati di Bruxelles fatte da persone comuni – forse conoscenti dello stesso autore che, lo ricordiamo, vive in Belgio – manifestando più che un clima di tensione, l’urgenza per le condizioni dei propri cari. In questo approccio dal basso si divarica lo spazio tra prossimità e distanza: tutti, autore compreso, dopo i fatti sono attratti e indirizzati da un impulso di protezione verso il circuito della propria esistenza, i fatti “immani” della storia sfumano in secondo piano, una cornice di drammaticità che si ossida sulle parole dell’apprensione. E il modo di esprimere quest’apprensione si riduce a poche frasi, le più urgenti, mentre il mondo incombe dallo spazio spettrale aperto dal titolo ma abbandonato fuori testo.
Drammaticità, dicevamo, così in Donec’k, si verifica lo stesso slittamento di visuale per cui la vicenda della città bombardata durante la crisi dell’Ucraina orientale del 2014-2015, è sospinta sullo sfondo di una rappresentazione ancora “comune”. La bambina del testo è presentata in un’attività consueta in cui l’immaginazione, però, diventa l’indizio epifanico di un vero stravolgimento. Difficile, infatti, non cogliere il salto associativo nella “caduta delle bombe” da un lato e “il volare alto” della conclusione. In quest’attimo di rinascita nella distruzione si gioca, con ogni probabilità, il fulcro della cifra stilistica di Belletti – cifra stilistica che emergeva già nella raccolta del 2015, Krill, cui si rimanda [qui] – per il quale la consapevolezza del male della Storia non trascura mai di ricordare la nostra fragilità e, allo stesso tempo, la nostra capacità di rigenerazione.


Gabriele Belletti (1980) è originario di Santarcangelo di Romagna. Si è laureato in filosofia all’Università di Bologna con una tesi sull’estetica di Luciano Anceschi. Ha pubblicato articoli su rivista («Chroniques italiennes»,«Poetiche»,«Rivista di studi italiani») e due plaquette di poesia, Condominio (Cierre Grafica, Verona, 2010) e Beaujoire (Caratteri Mobili, Bari, 2013). Nel 2015 è uscita per Marcos y Marcos la sua prima raccolta, Krill.