Nella spirale ospite di “carta bianca” per ChiassoLetteraria – Festival internazionale di letteratura (con Fabio Pusterla, Marco Ferri e Franca Mancinelli – 15/05/2022)

I cordoni della poesia – Gianni Montieri su ”Nella spirale” per minima&moralia

C’è un ragionamento profondo e complesso all’origine del libro più recente di Gianluca D’Andrea: Nella spirale (Industria&Letteratura, 2021). Un pensiero strutturato, un groviglio formatosi dai sentimenti che sono andati a poggiarsi sulla ricerca di senso. Un libro che genera molte domande e che – come D’Andrea sa – non può offrire risposte, ma riesce ad aiutarci a sostare dentro questo tempo incerto, multiforme. Stagioni di una catastrofe recita il sottotitolo e non vuole dirci solo delle stagioni temporali che si susseguono lungo gli anni. Ci dice, soprattutto, che la catastrofe c’è, è avvenuta, si manifesta ogni giorno, noi possiamo resistere al suo interno, in sua compagnia, trovando nuovi significati alle nostre azioni, modificando la percezione di oggetto, mischiando la sua alla nostra fragilità. La spirale con i suoi significati scientifici, matematici, filosofici, ci interroga mentre ci avvolge e più avanti ci dispiega, ci rilascia in un ambiente già cambiato, dentro uno stato di cose che si è spostato. Perché tutto si sposta. Il libro è retto da quaranta testi, tra prose e versi tradizionali, uno che può aiutarci ad attraversarlo meglio è questo:

«L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».
(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».
(H. D. Thoreau, Camminare)».

Questo testo – come molti altri del libro – apre il confronto continuo con altri autori, qui Carson e Thoreau, chiamati in causa circa il camminare, il movimento. Non si tratta di passeggiare, scrive D’Andrea ma di tendere a una meta, provvisoria però. Il corpo non può smettere di muoversi dopo essere stato fermo, chiuso in uno spazio, costretto alla staticità. Si muove il corpo e nasce una nuova ricerca di senso. Nuovo è il terreno da calpestare, nuova è la persona che lo calpesta. Il primo blocco racconta l’interno, parla di frammenti circoscritti, di confini, certo. Il secondo blocco apre, ma lo fa senza valicare il confine, ma rimodulandolo, attraversandolo, spostandolo. La spirale ci avvolge, la spirale ci dispiega in campo aperto, e oggi è la pianura lombarda, dove D’Andrea vive, ma cinque minuti dopo è il cosmo, è la speranza, è guardarsi intorno, trovare qualcuno. Il raggiungimento del nero, di noi stessi, dell’altro.

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La Spirale di Gianluca D’Andrea: un turbine multicentrico – Clelia Attanasio per Quaerere

Gianluca D’Andrea, Nella Spirale (Stagioni di una catastrofe) 
Industria & Letteratura, 2021

Leggere – e commentare, recensire – di poesia non è mai impresa facile. Non per me, che sono abituata alle lungaggini accademiche e alla prosa narrativa (per gusto, vocazione, incapacità). Quando però ho iniziato a leggere Nella Spirale (Stagioni di una catastrofe) di Giancluca D’Andrea, pubblicata da Industria & Letteratura, mi sono sentita a mio agio.

Il testo si divide in quattro sezioni, che prendono il nome delle stagioni: Primavera, Estate Autunno, Inverno, dando già così l’idea di un testo che si muove, è in cammino verso qualcosa. L’opera può definirsi facilmente un prosimetro, prosa e versi si alternano e trovano un equilibrio stilistico perfetto. La prima cosa a balzare all’occhio è senza alcun dubbio la cura, lo studio dietro ogni parola; non è infatti raro trovare, all’interno della raccolta, citazioni e riferimenti eruditi, segno e sintomo di una ricerca, di una curiositas che va ben oltre il principio estetico dell’armonia e che cerca di dar voce alla complessità del mondo.

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Gianluca D’Andrea | Nella spirale su Inverso – Giornale di poesia a cura di Daniele Orso

Gianluca D’Andrea | Nella spirale

di Daniele Orso
da Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) (Industria&Letteratura, 2021)


Nella spirale della catastrofe odierna

“In che modo parlare la lingua dei carnefici può contribuire a porre fine alla tortura? È dubbio se anche solo possa aumentare la consapevolezza della tortura”: scrivevo qualche settimana fa su un noto social ormai passato di moda. “Lo straniamento è il punto. E in ogni caso è meglio lo straniamento che la mimesi”: rispondeva quello giustamente. Certo, molto meglio ribaltare lo specchio contro Calibano, servire il pasto nudo ai commensali, piuttosto che fingere o, peggio ancora, credere che siamo stati invitati a una deliziosa cena di gala. L’orchestrina che suona è quella del Titanic, è la tristezza degli organetti della Galizia mentre mezza Europa bruciava e gli stessi spettatori tra il pubblico deliziato scomparivano nel Maelstrom. Ma il punto è: cos’è mimesi e cos’è straniamento? Ripetere la propagandistica modulare costituita di slogan e refrain che ad ogni ripetizione perdono via via ancor di più il minimo spolverio di senso di cui debolmente erano rivestiti, è straniamento? Costituisce un’arma efficace ad arginare il non-sense del Falso (Falso che sostituisce fittiziamente e surrettiziamente il Reale, fake di un core reale ormai non più verificabile né rintracciabile)? O non cede e resiste chi invece ha già ceduto, chi ripropone gusci di forme vuote a ricordare un tempo in cui quelle forme si accompagnavano a un pieno di vita? Nessuno dopo Auschwitz potrebbe leggere un sonetto senza percepire la parodia delle forme. Soltanto il filologo ormai può leggere il Foscolo come lo stesso Foscolo leggeva se stesso. Noi no, non più. Tutte le forme neo-metriche o neo-metricistiche non sono altro che la riproposizione di cadaveri nella sfiducia che la salma sia mai stata viva. Ma non sono mere esibizioni macabre da snuff movie di serie B. Più forte resisterà chi si è già lasciato andare. La sfiducia nella parola (poetica) come conditio sine qua non per poter scrivere poesia nei tempi attuali. Abbiamo fallito, non possiamo continuare, continueremo. Sono pensieri che fatalmente si pone chiunque prenda la penna o ponga le dita sopra una tastiera nell’atto di scrivere. Chiunque lo faccia con un certo grado di consapevolezza. Avanguardia e tradizione. Dove la “e” è sia disgiuntiva che congiuntiva: davvero la sperimentazione entra in un rapporto dialettico (di un dialettica negativa, per la quale la sintesi è sempre rimandata da una negazione via via sempre più definitoria: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, ahimè, ancora) con la tradizione, non per riproporre cascami di materia morta bensì per custodire ciò che ha valore, in una ricerca perenne e sempre rimessa in discussione. Ogni punto è equidistante dal suo centro, ma il meccanismo non gira a vuoto, entra in un momento ben preciso per poi proseguire lungo una traiettoria non prevista: una spirale, insomma. Nella spirale, appunto, si intitola l’ultimo libro di Gianluca D’Andrea, pubblicato per Industria & Letteratura, il progetto di Gabriel Del Sarto e Niccolò Scaffai che, a circa tre anni dall’esordio nel panorama editoriale italiano ha già incassato un premio Viareggio con Quanti di Flavio Santi e, quel che più conta, il rispetto della comunità delle Lettere. D’Andrea ha già costruito una propria fisionomia con le raccolte Distanze (lulu.com, 2007), Chiusure (Manni, 2008), [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013), Transito all’ombra(Marcos y Marcos, 2016), Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019). In Postille (tempi, luoghi e modi del contatto)(L’arcolaio, 2017), ha dato prova delle sue capacità critiche. Nella spirale si trova D’Andrea e con lui noi tutti, incastrati in una prolungata crisi economica, sanitaria, culturale ed etica; e dalla spirale D’Andrea scrive. Scrive senza speranza di trovare un’ancora, un porto sicuro ma proprio per questa di-sperazione, la parola esce rinnovata, veritiera seppure labile, fragile come l’ultima parola del condannato a morte.

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Viaggio dentro il cuore dell’apocalisse: Nella spirale di Gianluca D’Andrea (Pietro Russo per Limina)

Nick Fewings – Unsplash

La recensione di Pietro Russo per Limina


La scrittura di Gianluca D’Andrea ha l’ossessione del movimento. Da Transito all’ombra (Marcos Y Marcos, 2016) a Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019) è come se essa rifiutasse, una volta tratta dal magma delle infinite possibilità, di cristallizzarsi definitivamente sopra un supporto, analogico o digitale che sia, e quindi volesse continuare ad avvilupparsi in un percorso polimorfo, multiplo nonché multi sequenziale, spiraliforme più che logico-lineare. Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), edito dalla nuova Industria&Letteratura (2021), porta alle estreme conseguenze questa tensione che non è solo espressiva, ma ha un fondamento epistemologico e cognitivo piuttosto evidente. L’immagine-concetto del movimento che curva intorno a un centro definito chiama in causa l’esperienza storica del soggetto e il suo rappresentare/interpretare il tempo come un vortice presente di passato-futuro. Già Vincenzo Consolo, conterraneo del messinese D’Andrea, proponeva questa visione della storia nel suo Sorriso dell’ignoto marinaio (Mondadori): 

«Ma ora noi leggiamo questa chiocciola per doveroso compito, con amarezza e insieme con speranza, nel senso di interpretare questi segni loquenti sopra il muro d’antica pena e quindi di riurto: conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene; immaginare anche quella che si farà nell’avvenire.»

Se il senso della storia poggia su questa premessa, è chiaro allora che la profezia della fine, dell’apocalisse – la «catastrofe» evocata dal sottotitolo – si innesta sulla scansione ciclica del tempo stagionale oltre che sulla misura del passaggio umano. La prospettiva della catastrofe è necessariamente antropica, riguarda cioè la relazione tra essere umano e mondo, con il primo termine che si trova al centro di questo discorso apocalittico e decentrato allo stesso tempo: «In cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’ideale quindi, per il poeta, sarebbe una fusione panica che azzeri ogni confine, un climax impossibile da raggiungere: «Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra».

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 Nella spirale. Intervista a Gianluca D’Andrea – Satisfiction

Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) è il nuovo libro di Gianluca D’Andrea, uscito per Industria&Letteratura 2021 nella Collana Poetica diretta da Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto con la postfazione di Fabio Pusterla. Come già in passato, l’autore si confronta con l’estasi della scrittura che esce sempre fuori dai propri limiti narrativi e poetici e si fa saggio ma sui generis. Assaggio. Tentare il cammino nel territorio più sconosciuto e estraneo: quello che ci appartiene, l’ombra interiore che diventa paesaggio lunare di un’isola nelle retine dell’infanzia. Il libro articola le quattro stagioni in 40 componimenti suddivisi in gruppi da 10 e come la transizione della stagione in un’altra è un lento dividersi di cromatismi e suoni che pur unisce, allo stesso modo la scrittura stabilisce legami sottili e profondi tra una stagione e l’altra, tra una stasi e la successiva. Estasi, appunto. L’andamento è frattalico sempre in circolo attorno al buco nero, la caverna, l’abisso, la maschera che copre il buco-bocca, e sempre preciso nel servire l’appiglio, l’aiuto al mancamento: i padri, le madri, i testi in esergo e dentro al foglio dei maestri. La catastrofe sociale e ambientale subisce una metamorfosi: la fine è un mondo nuovo e la scrittura pare farsi protesi potenziante di un corpo bio-sociale in sfacelo. La quattro stagioni sono musica con catarsi finale. Quadrifarmaco del nuovo nulla post-pandemico.

Gianluca Garrapa

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«L’aria s’ispessiva in blocchi grigi sparpagliati tra le pareti cavernose.» È un estratto da Nelle profondità III dalla seconda sezione Estate. Qui come altrove, il buco e la spirale del titolo che evoca un abisso, un vortice. La lettura trascina da una materia scomposta fino a un nuovo modo e mondo di intendere il rapporto della parola con l’ambiente. Il titolo è anche un’evocazione dell’inferno, dell’interno, del buio di questa pandemia. Che rapporto esiste tra la tua scrittura e il meccanismo sociale e ambientale intorno?

Di scambio continuo. Ne parlavamo proprio insieme in un’altra intervista di un po’ di tempo fa (alla quale mi permetto di rimandare: Conversazione con Gianluca D’Andrea su “Forme del tempo”). In quel caso discorrevamo del segno linguistico e della possibilità o meno che esso possa restituire una referenza; adesso la tua domanda sembra confermare che un’occasione di contatto tra parola e mondo (traduco così il tuo “meccanismo sociale e ambientale”) esista, anzi, sembra proprio necessaria.

Nella spirale, nasce e si sviluppa durante il primo lockdown, in un’atmosfera di reclusione comunque coatta, per quanto giustificata dall’emergenza sanitaria. È una specie di diario del mutamento, perché se partiamo dal presupposto di una responsabilità dell’inclusività, cioè dell’«incontro tra la consistenza oggettiva del fenomeno e l’esperienza che il soggetto ne fa» (come dice Niccolò Scaffai in Letteratura e ecologia, riflettendo sull’opera del filosofo giapponese Watsuji Tetsurō), allora la tensione al contatto con “l’ambiente intorno”, ha sicuramente subito una battuta d’arresto. L’operazione del libro, e il titolo prova indicarlo, è una discesa nel territorio dello stesso mutamento che prova a scandagliare il “buio” di cui dici e la speranza di un miglioramento.

Come nell’Un-zuhause heideggeriana, si tratta di spingere sempre, nonostante l’angoscia, a una fuoriuscita, in primo luogo da sé, e dalla convinzione che «al buio non vi è […] “nulla” da vedere» perché, invece, a partire da quel nulla «proprio il mondo “ci” sia ancora in una modalità di maggiore urgenza» (M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, Milano, 2006, p. 541)

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Intervista su “Nella spirale” per Radioquestasera

Podcast dell’intervista del 4 dicembre 2021 di Radioquestasera PuntoRadioFM Bernardo Cirillo: Gianluca Garrapa intervista il poeta Gianluca D’Andrea su Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) edito nel 2021 da Industria e Letteratura. Al libro l’autore abbina il brano musicale “Sonata prima” (from Sonate concertate in stil moderno per sonar, libro secondo) di Dorothee Oberlinger, Dario Castello.

Buon ascolto!

“Nella spirale” su La Sicilia

Nella spirale

su La Sicilia del 31 ottobre, a cura di Grazia Calanna per la sua rubrica Ridenti e fuggitivi

Il bagliore prima della scomparsa – Luca Mannella su “Nella spirale” per Marvin

La scrittura di Gianluca D’Andrea, da Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016) fino all’ultimo Nella spirale (industria & letteratura, 2021), passando per la sospensione saggistica di Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019), ricade negli stessi gorghi di memoria, nelle stesse spirali geografiche, temporali, esistenziali, poetiche e semantiche con leggere ma significative variazioni. Se in Transito all’ombra a dominare, a livello formale, era un certo lirismo talvolta a misura d’endecasillabo, oppure aperto al racconto mitologico e allegorico in versi anisosillabici (come nella prima sezione: La storia, i ricordi), in questa nuova raccolta D’Andrea, attraversata la prosa di Forme del tempo, trova un equilibrio, e di stile e di forme, nel prosimetro. Anche le aree tematiche delle due opere precedenti vengono rimescolate e riprese in una struttura più compatta e geometrica, che prende in prestito la scansione stagionale per segnare le tappe di un viaggio, di un transito, di nuovo dantesco, nella poesia, verso la catastrofe ambientale e politica, la fine del mondo e le sue possibilità rigenerative.

Dunque PrimaveraEstateAutunno Inverno sono le quattro sezioni, abbellite dai disegni di Vito M. Bonito, che, in una simmetria perfetta, ospitano dieci testi ognuna. A partire dal macrotesto D’Andrea richiama e si smarca dalle forme di narratività interna presenti in Transito all’ombra. Le richiama perché in entrambe le raccolte il poeta racconta “camminando” nel tempo e nello spazio, in una narrazione nella narrazione – come accade in Nella spirale, nella catabasi e ascesi della sezione Estate; si smarca perché, se in Transito all’ombra si trattava di una risalita sulla linea del tempo fin dalla remota infanzia e dagli anni ottanta, in Nella spirale cade il principio stesso di temporalità, annullato dalla figuratività dello stesso titolo: una spirale che risucchia la memoria, cancellando passato-presente-futuro.

Nella spirale è di fatto un libro che si fa nel suo stesso progredire, nell’avanzare della sua scrittura che non punta verso un ideale progresso, un punto prefissato. In Il terreno ha accumulato calore D’Andrea scrive che «in cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’io lirico si scansa per contemplare una visione, e come diceva in Forme del tempo – quasi in una anticipazione teorica di quello che avrebbe messo in pratica nel successivo lavoro – traccia la sua scomparsa: «perché l’osservatore passa e il passaggio lo intride di tracce» (Cogliendo altri segnali). Il soggetto scomparso corrisponde, giustamente, alla «massa informe dell’uomo-moneta, dell’uomo-dato monetizzabile» (Geografia del dominio) nel contesto della società neoliberista. È anche il soggetto che compie il viaggio a partire dal testo Colei che brucia le navi, un viaggio, tipico nella poesia di D’Andrea, in un passato impercorribile, ma che la letteratura riaccende, fa scintillare nell’ombra. Secondo una tecnica ancora tipica di D’Andrea, cioè il montaggio (benjaminiano?) dell’inserto, della citazione esplicita da altri autori, si comprende l’entità e le potenzialità di questo soggetto dai versi di Robertson: «non posso riportare intatto nulla di ciò. / La mia faccia è fumo, il mio corpo acqua, / le mie orme sono fatte di neve».

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Nella spirale sulla Gazzetta del Sud

 Marcello Mento 

«Le parole dovrebbero rispondere a un’urgenza. Invece in questi giorni “forzati”, nell’imprecisione dei comunicati e dei decreti, negli sforzi di una politica boccheggiante, si delinea dal contagio “universale” un’assenza». Accade cioè che «le parole non corrispondono, non stabiliscono contatti, non producono “calore”». Ma se questo è vero perché «indugiare su questa consapevolezza, che poi, a ben vedere, è una reazione, un moralismo». Che fare allora? Gianluca D’Andrea, scrittore tra i più sensibili e colti della scena letteraria italiana, invita a provare un nuovo racconto per dire del calore che la terra continua a emanare. 

E per farlo occorre uscire dall’impasse in cui la pandemia ci ha costretto e mettersi in cammino e guardare al mondo in divenire, trovare il modo, il nostro modo, per stare in un mondo che non è più lo stesso, anche se tale può sembrarci se ci fermiamo alla sua apparenza. 

A sollecitare queste riflessioni l’ultimo libro di D’Andrea, “Nella spirale” sottotitolo “Stagioni di una catastrofe”, edito da Industria&Letteratura, uscito da qualche giorno e che nella produzione letteraria dell’autore messinese, trapiantato ormai da anni al Nord, costituisce un capitolo decisamente nuovo e originale. D’Andrea è autore anche di alcune raccolte di poesie, tra cui Transito all’ombra, edito da MarcosyMarcos. 

«Sì, questo è un libro “in cammino”, polimorfo, secondo alcuni è una sorta di prosimetro (opera letteraria contenente parti in prosa e parti in versi, ndr) sullo stile appunto della Vita nova di Dante e, per questo, si aspira proprio a un rinnovamento e alla speranza, nonostante la catastrofe – dice d’un fiato D’Andrea -. D’altronde l’origine effettiva del termine catastrofe è “rivolgimento”, così come l’origine di apocalisse (altro tema forte presente nel libro, anche se in modo non religioso ma più specificamente “umano”) è svelamento e, quindi, rivelazione». 

Un libro “apocalittico”, quindi, che, come sostiene l’esegeta francese Paul Beauchamp, si potrebbe inscrivere in quella letteratura che «nasce per aiutare a sopportare l’insopportabile». Mai come oggi, infatti, abbiamo bisogno, alla luce della devastazione relazionale e spirituale causata dalla pandemia di un messaggio di speranza. Nello stesso tempo, ci suggeriscono le note editoriali, è diario e saggio, rivelazione poetica e racconto visionario. 

Il libro, che si presenta in un piacevole formato quadrato, si articola in quattro sezioni, ognuna di esse porta il nome di una stagione. Da qui il sottotitolo. 

«La prima sezione, la primavera – racconta D’Andrea -, è la parte riflessiva che inaugura un nuovo tempo, anche se non per forza vitale, cioè caratterizzato da una rinascita, perché il clima sembra fuor di sesto. A ispirarmi sicuramente “La terra desolata” di Eliot. Un tempo preoccupante ma da cui, nonostante tutto, si può ripartire. 

Estate, invece, è un racconto immaginifico, onirico, sulla mia infanzia e preadolescenza messinese, in cui parlo delle colline vicino al condominio in cui abitavo con i miei genitori e che, nella trasfigurazione della memoria, diventano il tragitto di un percorso di iniziazione e possibile avventura: un nuovo-vecchio inizio che, però, preannuncia una fine imminente». 

«La terza sezione, Autunno – spiega il nostro autore -, è una sorta di sintesi dei primi due capitoli, in cui l’esperienza messinese dell’infanzia si fa recupero linguistico, anche se questo recupero si può trasformare in invettiva nei confronti delle devastazioni compiute dall’uomo dal punto di vista climatico, che tanti problemi sta causando e tanti altri ne causerà. Ultima sezione, Inverno, recupera le forme poetiche “chiuse” della nostra tradizione. I riferimenti maggiori sono al Dante della Vita nova, chiaramente, e a Jacopo da Lentini con sua canzone ‘namoranza disïosa, infatti si trovano madrigali, sirventesi (componimento poetico, talvolta musicato, d’origine provenzale, ndr), sonetti, una canzone sullo stile della scuola siciliana delle origini e una sestina che, per composizione e forma, richiama il movimento a spirale evocato dal titolo del libro».