Viaggio dentro il cuore dell’apocalisse: Nella spirale di Gianluca D’Andrea (Pietro Russo per Limina)

Nick Fewings – Unsplash

La recensione di Pietro Russo per Limina


La scrittura di Gianluca D’Andrea ha l’ossessione del movimento. Da Transito all’ombra (Marcos Y Marcos, 2016) a Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019) è come se essa rifiutasse, una volta tratta dal magma delle infinite possibilità, di cristallizzarsi definitivamente sopra un supporto, analogico o digitale che sia, e quindi volesse continuare ad avvilupparsi in un percorso polimorfo, multiplo nonché multi sequenziale, spiraliforme più che logico-lineare. Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), edito dalla nuova Industria&Letteratura (2021), porta alle estreme conseguenze questa tensione che non è solo espressiva, ma ha un fondamento epistemologico e cognitivo piuttosto evidente. L’immagine-concetto del movimento che curva intorno a un centro definito chiama in causa l’esperienza storica del soggetto e il suo rappresentare/interpretare il tempo come un vortice presente di passato-futuro. Già Vincenzo Consolo, conterraneo del messinese D’Andrea, proponeva questa visione della storia nel suo Sorriso dell’ignoto marinaio (Mondadori): 

«Ma ora noi leggiamo questa chiocciola per doveroso compito, con amarezza e insieme con speranza, nel senso di interpretare questi segni loquenti sopra il muro d’antica pena e quindi di riurto: conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene; immaginare anche quella che si farà nell’avvenire.»

Se il senso della storia poggia su questa premessa, è chiaro allora che la profezia della fine, dell’apocalisse – la «catastrofe» evocata dal sottotitolo – si innesta sulla scansione ciclica del tempo stagionale oltre che sulla misura del passaggio umano. La prospettiva della catastrofe è necessariamente antropica, riguarda cioè la relazione tra essere umano e mondo, con il primo termine che si trova al centro di questo discorso apocalittico e decentrato allo stesso tempo: «In cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’ideale quindi, per il poeta, sarebbe una fusione panica che azzeri ogni confine, un climax impossibile da raggiungere: «Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra».

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 Nella spirale. Intervista a Gianluca D’Andrea – Satisfiction

Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) è il nuovo libro di Gianluca D’Andrea, uscito per Industria&Letteratura 2021 nella Collana Poetica diretta da Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto con la postfazione di Fabio Pusterla. Come già in passato, l’autore si confronta con l’estasi della scrittura che esce sempre fuori dai propri limiti narrativi e poetici e si fa saggio ma sui generis. Assaggio. Tentare il cammino nel territorio più sconosciuto e estraneo: quello che ci appartiene, l’ombra interiore che diventa paesaggio lunare di un’isola nelle retine dell’infanzia. Il libro articola le quattro stagioni in 40 componimenti suddivisi in gruppi da 10 e come la transizione della stagione in un’altra è un lento dividersi di cromatismi e suoni che pur unisce, allo stesso modo la scrittura stabilisce legami sottili e profondi tra una stagione e l’altra, tra una stasi e la successiva. Estasi, appunto. L’andamento è frattalico sempre in circolo attorno al buco nero, la caverna, l’abisso, la maschera che copre il buco-bocca, e sempre preciso nel servire l’appiglio, l’aiuto al mancamento: i padri, le madri, i testi in esergo e dentro al foglio dei maestri. La catastrofe sociale e ambientale subisce una metamorfosi: la fine è un mondo nuovo e la scrittura pare farsi protesi potenziante di un corpo bio-sociale in sfacelo. La quattro stagioni sono musica con catarsi finale. Quadrifarmaco del nuovo nulla post-pandemico.

Gianluca Garrapa

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«L’aria s’ispessiva in blocchi grigi sparpagliati tra le pareti cavernose.» È un estratto da Nelle profondità III dalla seconda sezione Estate. Qui come altrove, il buco e la spirale del titolo che evoca un abisso, un vortice. La lettura trascina da una materia scomposta fino a un nuovo modo e mondo di intendere il rapporto della parola con l’ambiente. Il titolo è anche un’evocazione dell’inferno, dell’interno, del buio di questa pandemia. Che rapporto esiste tra la tua scrittura e il meccanismo sociale e ambientale intorno?

Di scambio continuo. Ne parlavamo proprio insieme in un’altra intervista di un po’ di tempo fa (alla quale mi permetto di rimandare: Conversazione con Gianluca D’Andrea su “Forme del tempo”). In quel caso discorrevamo del segno linguistico e della possibilità o meno che esso possa restituire una referenza; adesso la tua domanda sembra confermare che un’occasione di contatto tra parola e mondo (traduco così il tuo “meccanismo sociale e ambientale”) esista, anzi, sembra proprio necessaria.

Nella spirale, nasce e si sviluppa durante il primo lockdown, in un’atmosfera di reclusione comunque coatta, per quanto giustificata dall’emergenza sanitaria. È una specie di diario del mutamento, perché se partiamo dal presupposto di una responsabilità dell’inclusività, cioè dell’«incontro tra la consistenza oggettiva del fenomeno e l’esperienza che il soggetto ne fa» (come dice Niccolò Scaffai in Letteratura e ecologia, riflettendo sull’opera del filosofo giapponese Watsuji Tetsurō), allora la tensione al contatto con “l’ambiente intorno”, ha sicuramente subito una battuta d’arresto. L’operazione del libro, e il titolo prova indicarlo, è una discesa nel territorio dello stesso mutamento che prova a scandagliare il “buio” di cui dici e la speranza di un miglioramento.

Come nell’Un-zuhause heideggeriana, si tratta di spingere sempre, nonostante l’angoscia, a una fuoriuscita, in primo luogo da sé, e dalla convinzione che «al buio non vi è […] “nulla” da vedere» perché, invece, a partire da quel nulla «proprio il mondo “ci” sia ancora in una modalità di maggiore urgenza» (M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, Milano, 2006, p. 541)

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Intervista su “Nella spirale” per Radioquestasera

Podcast dell’intervista del 4 dicembre 2021 di Radioquestasera PuntoRadioFM Bernardo Cirillo: Gianluca Garrapa intervista il poeta Gianluca D’Andrea su Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) edito nel 2021 da Industria e Letteratura. Al libro l’autore abbina il brano musicale “Sonata prima” (from Sonate concertate in stil moderno per sonar, libro secondo) di Dorothee Oberlinger, Dario Castello.

Buon ascolto!

“Nella spirale” su La Sicilia

Nella spirale

su La Sicilia del 31 ottobre, a cura di Grazia Calanna per la sua rubrica Ridenti e fuggitivi

Il bagliore prima della scomparsa – Luca Mannella su “Nella spirale” per Marvin

La scrittura di Gianluca D’Andrea, da Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016) fino all’ultimo Nella spirale (industria & letteratura, 2021), passando per la sospensione saggistica di Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019), ricade negli stessi gorghi di memoria, nelle stesse spirali geografiche, temporali, esistenziali, poetiche e semantiche con leggere ma significative variazioni. Se in Transito all’ombra a dominare, a livello formale, era un certo lirismo talvolta a misura d’endecasillabo, oppure aperto al racconto mitologico e allegorico in versi anisosillabici (come nella prima sezione: La storia, i ricordi), in questa nuova raccolta D’Andrea, attraversata la prosa di Forme del tempo, trova un equilibrio, e di stile e di forme, nel prosimetro. Anche le aree tematiche delle due opere precedenti vengono rimescolate e riprese in una struttura più compatta e geometrica, che prende in prestito la scansione stagionale per segnare le tappe di un viaggio, di un transito, di nuovo dantesco, nella poesia, verso la catastrofe ambientale e politica, la fine del mondo e le sue possibilità rigenerative.

Dunque PrimaveraEstateAutunno Inverno sono le quattro sezioni, abbellite dai disegni di Vito M. Bonito, che, in una simmetria perfetta, ospitano dieci testi ognuna. A partire dal macrotesto D’Andrea richiama e si smarca dalle forme di narratività interna presenti in Transito all’ombra. Le richiama perché in entrambe le raccolte il poeta racconta “camminando” nel tempo e nello spazio, in una narrazione nella narrazione – come accade in Nella spirale, nella catabasi e ascesi della sezione Estate; si smarca perché, se in Transito all’ombra si trattava di una risalita sulla linea del tempo fin dalla remota infanzia e dagli anni ottanta, in Nella spirale cade il principio stesso di temporalità, annullato dalla figuratività dello stesso titolo: una spirale che risucchia la memoria, cancellando passato-presente-futuro.

Nella spirale è di fatto un libro che si fa nel suo stesso progredire, nell’avanzare della sua scrittura che non punta verso un ideale progresso, un punto prefissato. In Il terreno ha accumulato calore D’Andrea scrive che «in cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’io lirico si scansa per contemplare una visione, e come diceva in Forme del tempo – quasi in una anticipazione teorica di quello che avrebbe messo in pratica nel successivo lavoro – traccia la sua scomparsa: «perché l’osservatore passa e il passaggio lo intride di tracce» (Cogliendo altri segnali). Il soggetto scomparso corrisponde, giustamente, alla «massa informe dell’uomo-moneta, dell’uomo-dato monetizzabile» (Geografia del dominio) nel contesto della società neoliberista. È anche il soggetto che compie il viaggio a partire dal testo Colei che brucia le navi, un viaggio, tipico nella poesia di D’Andrea, in un passato impercorribile, ma che la letteratura riaccende, fa scintillare nell’ombra. Secondo una tecnica ancora tipica di D’Andrea, cioè il montaggio (benjaminiano?) dell’inserto, della citazione esplicita da altri autori, si comprende l’entità e le potenzialità di questo soggetto dai versi di Robertson: «non posso riportare intatto nulla di ciò. / La mia faccia è fumo, il mio corpo acqua, / le mie orme sono fatte di neve».

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Nella spirale sulla Gazzetta del Sud

 Marcello Mento 

«Le parole dovrebbero rispondere a un’urgenza. Invece in questi giorni “forzati”, nell’imprecisione dei comunicati e dei decreti, negli sforzi di una politica boccheggiante, si delinea dal contagio “universale” un’assenza». Accade cioè che «le parole non corrispondono, non stabiliscono contatti, non producono “calore”». Ma se questo è vero perché «indugiare su questa consapevolezza, che poi, a ben vedere, è una reazione, un moralismo». Che fare allora? Gianluca D’Andrea, scrittore tra i più sensibili e colti della scena letteraria italiana, invita a provare un nuovo racconto per dire del calore che la terra continua a emanare. 

E per farlo occorre uscire dall’impasse in cui la pandemia ci ha costretto e mettersi in cammino e guardare al mondo in divenire, trovare il modo, il nostro modo, per stare in un mondo che non è più lo stesso, anche se tale può sembrarci se ci fermiamo alla sua apparenza. 

A sollecitare queste riflessioni l’ultimo libro di D’Andrea, “Nella spirale” sottotitolo “Stagioni di una catastrofe”, edito da Industria&Letteratura, uscito da qualche giorno e che nella produzione letteraria dell’autore messinese, trapiantato ormai da anni al Nord, costituisce un capitolo decisamente nuovo e originale. D’Andrea è autore anche di alcune raccolte di poesie, tra cui Transito all’ombra, edito da MarcosyMarcos. 

«Sì, questo è un libro “in cammino”, polimorfo, secondo alcuni è una sorta di prosimetro (opera letteraria contenente parti in prosa e parti in versi, ndr) sullo stile appunto della Vita nova di Dante e, per questo, si aspira proprio a un rinnovamento e alla speranza, nonostante la catastrofe – dice d’un fiato D’Andrea -. D’altronde l’origine effettiva del termine catastrofe è “rivolgimento”, così come l’origine di apocalisse (altro tema forte presente nel libro, anche se in modo non religioso ma più specificamente “umano”) è svelamento e, quindi, rivelazione». 

Un libro “apocalittico”, quindi, che, come sostiene l’esegeta francese Paul Beauchamp, si potrebbe inscrivere in quella letteratura che «nasce per aiutare a sopportare l’insopportabile». Mai come oggi, infatti, abbiamo bisogno, alla luce della devastazione relazionale e spirituale causata dalla pandemia di un messaggio di speranza. Nello stesso tempo, ci suggeriscono le note editoriali, è diario e saggio, rivelazione poetica e racconto visionario. 

Il libro, che si presenta in un piacevole formato quadrato, si articola in quattro sezioni, ognuna di esse porta il nome di una stagione. Da qui il sottotitolo. 

«La prima sezione, la primavera – racconta D’Andrea -, è la parte riflessiva che inaugura un nuovo tempo, anche se non per forza vitale, cioè caratterizzato da una rinascita, perché il clima sembra fuor di sesto. A ispirarmi sicuramente “La terra desolata” di Eliot. Un tempo preoccupante ma da cui, nonostante tutto, si può ripartire. 

Estate, invece, è un racconto immaginifico, onirico, sulla mia infanzia e preadolescenza messinese, in cui parlo delle colline vicino al condominio in cui abitavo con i miei genitori e che, nella trasfigurazione della memoria, diventano il tragitto di un percorso di iniziazione e possibile avventura: un nuovo-vecchio inizio che, però, preannuncia una fine imminente». 

«La terza sezione, Autunno – spiega il nostro autore -, è una sorta di sintesi dei primi due capitoli, in cui l’esperienza messinese dell’infanzia si fa recupero linguistico, anche se questo recupero si può trasformare in invettiva nei confronti delle devastazioni compiute dall’uomo dal punto di vista climatico, che tanti problemi sta causando e tanti altri ne causerà. Ultima sezione, Inverno, recupera le forme poetiche “chiuse” della nostra tradizione. I riferimenti maggiori sono al Dante della Vita nova, chiaramente, e a Jacopo da Lentini con sua canzone ‘namoranza disïosa, infatti si trovano madrigali, sirventesi (componimento poetico, talvolta musicato, d’origine provenzale, ndr), sonetti, una canzone sullo stile della scuola siciliana delle origini e una sestina che, per composizione e forma, richiama il movimento a spirale evocato dal titolo del libro». 

Nella spirale su Nazione Indiana

Nella spirale

di Gianluca D’Andrea

da Primavera

  1. CLIMAX

Climax, umore del corpo, periodo climatico. Che è sempre e porta in sé il rischio e il timore della fine. Come l’islandese di Leopardi, definitivamente dilaniato dai leoni o “monumentalizzato” nella stoltezza di base che guida il suo ragionamento (un rimpianto nostalgico che non si rassegna, nonostante ne abbia consapevolizzato l’assunto, all’assenza di un fondamento e, quindi, di un soggetto), ancora l’uomo dell’oggi insiste nel rifuggire la coscienza della fine nell’apparentemente infinita metafisica del consumo.

Non è certo nuovo, anzi è forse il più antico, il pensiero che sia possibile annullare il ciclo del desiderio accordandosi al mondo, universalizzando la tutela e, seguendo ancora Leopardi (il suo “meccanicismo” degli anni ’20), ricordare definitivamente che «gli esistenti esistono perché si esiste» e che «il vero e solo fine della natura è la conservazione della specie»[1]. Ma ciò che più conta è che i climi o, traducendo, gli ecosistemi, non sono tutti accessibili all’uomo. L’uomo non può aver casa ovunque lo spinga il suo desiderio ma può trovarla nel suo ritiro: l’unico vero rifugio è l’accordo col mondo, divenire definitivamente uomonatura.

Da qui la questione del limite, certo non invalicabile, ma da rispettare per necessità di sussistenza, contro l’hybris perpetua del desiderio. Scopriamo così un nuovo legame tra religione e scienza: la vera colpa è non voler riconoscere il limite del nostro abitare e, quindi, la corrispondente pienezza nell’accordo tra abitante e abitazione. Habitat che è anche habitus.

Si potrebbe giudicare “conservatore” l’atteggiamento di Leopardi, e quasi utopico, ma è proprio il suo disincanto a suggerire che non può esserci rapporto tra stato di natura e progresso – tra caldo (natura) da una parte e freddo (islandese) dall’altra. È la diversa consapevolezza dell’arrembante senso della fine (climatica, se si vuole) a riportarci al suo stesso esito: l’unico atto di “eroismo” plausibile nella nostra epoca è continuare a vivere, realizzando il contatto pieno con ciò in cui ci troviamo.

Adattamento per ora. Ora dell’adattamento:

«Un eroe! O semplicemente vivere. Metodo, Metodo, che vuoi da me? Sai bene che ho mangiato il frutto dell’incoscienza! Sai bene che sono io che annuncio la nuova legge al nato di Donna, e che sto soppiantando l’Imperativo Categorico per instaurare in sua vece l’Imperativo Climaterico!…»

(J. Laforgue, Moralità leggendarie)

  1. APPELLO AI PIEDI

L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».

(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».

(H. D. Thoreau, Camminare)

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Nella spirale – Testi su Le parole e le cose

di Gianluca D’Andrea

[E’ uscito in questi giorni per Industria & letteratura il nuovo libro di Gianluca D’Andrea, Nella spirale. Ne pubblichiamo alcuni testi, seguiti dalla postfazione di Fabio Pusterla che accompagna il volume]

 da Primavera

  1. IL CUORE ESTRANEO

La lingua si è fermata, siamo sull’orlo: «Quando tutto ormai vacilla ed è minacciato, dove più niente va da sé, né vale alcun diritto, dove si è espropriati di tutto, si tratta di capovolgere l’Esodo, il “cammino del fuori”, nel suo contrario: ribaltare l’Esilio e sfidarlo. È questo il potere dell’ ”intimità”»[1].

Ecco che il margine può diventare “azione” se sblocca la relazione, se si “approssimano” i corpi. Se “un” mondo del Fuori si schiude dalla «minima intesa interiore»[2].

Un’azione, si diceva, che deve sbloccare la relazione e che, allo stesso tempo, non può svelarne il mistero, il velo dell’intimità, parola velata:

«Una gran quantità di segreti della mia vita si trova inviluppata in questo nuovo futuro, e mi restano qui da assolvere dei compiti che si possono assolvere solo con l’azione».

(F. Nietzsche, Epistolario)

Nuovo inizio, “nuovo futuro”, è il rischio del margine, un cammino che si apre e chiude tra parvenza e reale – immagine e mondo – il mondo dell’immagine («fin dal principio la parvenza ha finito quasi sempre per diventare la sostanza, e come sostanza agisce!»[3]) o il mondo che si immagina, infatti «non dimentichiamo neppure questo: che basta creare nuovi nomi e valutazioni e verosimiglianze per creare, col tempo, nuove “cose”»[4]. E qui è tutto il rischio della parola che riattiva il suo cammino, nella scelta da compiere s’incaglia il mistero dell’ambivalenza dell’essere, la sua “intimità”, appunto.

È un cuore estraneo quello dell’uomo, «ci si deve rassegnare […] al fatto che non esiste una “natura” dell’uomo priva di ambiguità, dato che […] egli non è di per sé né buono né cattivo»[5], ed è questa “estraneità” l’unico valore: l’altro accolto nell’intimo, la capacità di accogliere l’estraneo/estremo, appunto, è la ribellione, non tanto all’ambivalenza dell’esistente e del segno che prova a indicarlo, quanto alla mancata compenetrazione tra uomo e mondo. Ecco, il segno può essere lo strumento per manifestare la presenza dell’estraneità fondante, il mistero che sempre riappare quando ci approssimiamo al mondo, riconoscendoci dentro il suo cuore estraneo, contemplandone le forme sempre rinnovate, le sempre nuove visioni.

«Che ci dovessimo diventare estranei è una legge sopra di noi: proprio per questo dobbiamo anche divenire più degni di noi!»

(F. Nietzsche, La gaia scienza)

10. APPELLO AI PIEDI

L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».

(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».

(H. D. Thoreau, Camminare)

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Note

[1] F. Jullien, Sull’intimità.

[2] Ibid.

[3] F. Nietzsche, La gaia scienza.

[4] Ibid.

[5] H. Jonas, Il principio responsabilità.

Ma soprattutto scoprii intorno a me – Un testo di Nella spirale su Officina Poesia Nuovi Argomenti

Immagine: Laure Prouvost, Deep Travel Ink, 2019.

Ispirato a una frase di Henry David Thoreau il testo che segue è tratto da “Nella spirale” di Gianluca D’Andrea, da poco uscito per Edizioni Industria & Letteratura.

Il gracchiare costante, questo urlo di uccelli impazziti. Nel giardino nero si affacciano nuove finestre. Inaudito. «Se voi, nati in questi tardi tempi» (1) vorrete incamminarvi dentro le stagioni,
scopriremo i prossimi sentieri e le nuove deviazioni. Tempi tardi e nuovi, origine.
Gli uccelli continuano a gracchiare, non più. Adesso un silenzio vegetale avvolge la colonna vertebrale. Cervice liquefatta sul sentiero, Orfeo redivivo e squartato:

Orpheus Tomorrow

I.

I suoi sensi erano divisi
come se i passi non fossero usciti
dal sentiero. Continuando a strisciare
sotto un cielo di pioggia, con le mani
sottili, si voltò infine e vide
la radice. Tra i passi annacquati
sentì una piccola voce,
un sussurro, un reclamo. Reclamava
la radice, un fuoco, il calore
perché tutta l’acqua sussurrava

—————————————— Chi?

E lui si voltò nello scatto rappreso
e accolse i rami silenziosi, i frassini
spogli e sparsi sugli argini. Il vento
lo spingeva lontano, dove i passi
divisi si separarono fatalmente
dal sentiero, sotto un cielo di pioggia
senza stelle.

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Una poesia da Nella spirale per Sfogliamenti

Una mia poesia da Nella spirale oggi alle 21:00 per la rassegna Sfogliamenti a cura di Gianluca Garrapa

autori presenti:

Opere visuali e scritture asemiche: Alessandro Broggi Marco Giovenale Alessandra Greco Franco Panella Enzo Patti Pinina Podestà Bruno Pollacci Silvia Tripodi

Voci parole video: Andrea Bassani Bianca Battilocchi Leonardo Bonetti Gianluca Ciuffardi Vito Antonio Conte Andrea De Alberti Gianluca D’Andrea Anna Dimaggio Francesco D’Isa Paola Silvia Dolci Stefano Donno Maria Grazia Galatà Marco Giovenale Andrea Inglese Eugenio Lucrezi Ippolita Luzzo Francesca E Magni Giulio Marzaioli Monica Messa Giorgio Moio Silvia Maria Molesini Ilaria Palomba Massimo Pasca Alessandra Peluso Tommaso Perissi Antonio Francesco Perozzi Monica Pezzella-Sulla Quarta Corda Laura Pugno Lidia Riviello Jonathan Rizzo Eugenio Sanna Marco Simonelli Giorgia Tribuiani Pasquale Vitagliano Lello Voce Luca Zanini

Suoni atmosfere musica: Stefania De Cristofaro Sara KO Fontana Nicco Furry Andrea Piccinelli