LETTURE di Gianluca D’Andrea (45): ROCKY O DEL MOLTEPLICE INDIVIDUALE (UN RACCONTO) – 8ª parte

di Gianluca D’Andrea

La solitudine che ha caratterizzato il periodo finora preso in considerazione raggiunge il suo vertice nel riflusso degli anni Novanta – per cui, cadute le ideologie, occorreva fare i conti con la fine di ogni dialettica -, ed è la conseguenza di una consapevolezza sempre maggiore del fatto che tutto fosse stato detto. I nuovi formalismi, i virtuosismi tecnici che costellano un nuovo modo di narrare, sempre meno lineare ma contenente in sé gli indizi della propria interpretazione, trasformano il postmoderno: il messaggio può perdersi nel labirinto barocco dell’arte per l’arte, oppure fuoriuscire nel contatto con un mondo trasfigurato.
Tra queste tendenze sopravvivono anche alcuni atteggiamenti di rifiuto, maledettismi di riciclo prima dell’esplosione definitiva dell’aggressività monadica del terrore con gli attentati dell’11 settembre.
«Ho stretto dieci colori diversi / e ho chiesto loro di abbandonare / la nostra solitudine», scriveva, proprio nel 2001, Simone Cattaneo (1974-2009) nella sua opera d’esordio, Nome e soprannome. L’atmosfera lirica è rovesciata secondo paradigmi post-romantici, l’io è, non soltanto dimidiato, ma sconvolto nel disorientamento e nella sfiducia relazionale (la fine delle dialettiche ideologiche è anche la conclusione apparente di ogni scontro col mondo, per cui l’individuo pare implodere in un’auto-reclusione invasa dagli schermi, quasi unica finestra per comunicare con l’esterno).
Con questa reclusione, dicevamo, si confrontano almeno tre generazioni di poeti e i sintomi di una fuoriuscita – dall’individualismo ideologizzato à la Rocky – sono sempre più presenti, soprattutto nei nati negli anni Settanta.
La fugacità del tempo e un sentimento etico d’ispirazione “classica” conducono a una nuova consapevolezza, a un’onestà linguistica che cerca di fare i conti con le sue potenzialità mistificatrici, che lotta col fraintendimento per arrendersi al mondo perché «stiamo nel minimo / tempo di un’eclisse: bisogna / partire una volta per sempre» (M. Gezzi, Il mare a destra, 2004). Questa tensione al contatto, focale nell’opera di Massimo Gezzi (1976), riporta il soggetto all’interno del «campo delle forze», evocato da Guido Mazzoni, impattando il problema di fondo di un individuo che, lo abbiamo visto, affondava nel disorientamento, allontanato prepotentemente dalla storia e indirizzato dalla mistificazione mediatica a una definitiva “fantasmizzazione” (quanto innocuo appare oggi l’individualismo “eroico” del vecchio Rocky). Invece di arrendersi al mondo, l’individuo sembrava arrendersi all’assenza di una comunità (in Italia, poi, un ventennio di “berlusconismo” ha certamente rafforzato questa tendenza) e, quindi, alla propria scomparsa, alla sua “posteriorità”. La mitologia del “post” può perdere la sua influenza nell’accanimento (quasi apotropaico) sul sistema linguistico e sui suoi meccanismi “illusionistici” (questa strada neo-barocca sembra portare a un’allegorizzazione dell’esistente, nel tentativo di concretare un racconto, o meglio, l’affabulazione dell’epos), oppure nella chiarificazione e spoliazione totale dell’artificio – almeno come intenzione – per presentare un mondo eticamente denudato, semplificato nelle sue nuove coordinate (geometriche e non più tanto geografiche, il che comporta una diversa percezione dello spazio).
Tra il vortice allegorico e il contegno chiarificatore, allora, sembra muoversi la poesia italiana contemporanea.
Sintomatica di questa scissione volta a consolidare il contatto col contesto, appare l’opera di Gezzi, cui si accennava in precedenza, incastrata tra crisi e volontà di fuoriuscita (si veda la chiarezza espositiva della raccolta Il numero dei vivi del 2015, conclusa dentro un’architettura che simula il contatto con l’alterità, attraverso testi che ritornano costantemente sul dubbio della presenza).
Proprio in questa crisi l’individuo «impara a numerare / le ombre» (M. Gezzi, L’attimo dopo, 2009), o tenta di farlo nella volontà di ristabilire una connessione relazionale: «Ma sperare in un’ombra, una minaccia / che ci rende meno soli, più vicini, / non possiamo. Il presente è una speranza / che contraddice se stessa, bene e male / che si elidono, il sospetto di non potere, / non sapere, non volere / se non essere. Siamo?» (M. Gezzi, Il numero dei vivi, 2015).
Sperare, infine, che ombra e presenza raggiungano quel punto di tangenza momentaneo che ri-attivi un cammino nell’oscillazione costante tra contatto e abbandono: «Ora devo camminare […] fino a perdere il controllo del corpo» (M. Gezzi, cit., 2015).

Reinterpretare il mondo attraverso i testi di Gianluca D’Andrea – “Il mare a destra” di Massimo Gezzi

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Massimo Gezzi

di Gianluca D’Andrea

Il mare a destra di Massimo Gezzi, ed. Atelier, 2004

il mare… ancora traiettorie di un viaggio, e il viaggio può essere esilio, un ciclo di passi adatto ad emersioni di senso. Prima ed ultima poesia de “Il mare a destra”: dal “miracolo” della scoperta di punti fermi al bisogno della partenza definitiva (?) per esperire il mondo, semplice esigenza di una vacanza (da colmare? incolmabile?).

I ciclo: “La poesia è finita nella vita / che comincia”, ma la lingua? come piegare l’evento “meccanico” ad una nuova “meraviglia”? forse “il punto di svolta riposa / sul primo gradino della scala” ; una volta dentro il treno, le prospettive si sconvolgono e a stento si verificano le percezioni, la concentrazione è minima e ugualmente al massimo delle possibilità, allora la lingua pare volare su appigli istantanei, tenta un approdo e scivola nella corrente dei referenti casuali, come nell’immagine di coloro che “ascoltano / la terra rivolgersi e ruotare”. La lingua è movimento nel mondo, rapida, quasi intangibile, “già aria” che sfugge alla presa. Che importa nominare se non è colta percettivamente la “processione” di una meraviglia, un segreto che il poeta porta alla luce e condivide?

II ciclo: Vinteuil o della memoria transeunte.
Anche un’azione vivida è destinata alla deformazione dei ricordi, la funzione sensitiva e metamorfica della lingua: “il quadro alla parete, papavero o che altro, / custodisce la parentesi / della nostra permanenza. Il lampo / del televisore appena spento la cancella”. Il papavero custodisce la nostra permanenza, il che appare come una provocazione, una natura d’oblio ci conserva, c’incornicia e un’altra cornice ci rende socialmente cancellabili, quella del televisore lampeggiante, deleterio. Reggere moralmente è una necessità, anche se ”poche le istantanee del ricordo” restano “indelebili” ed è anche questa funzione memoriale che la poesia deve mantenere al di là dei moralismi.

III ciclo: “Inferno in quattro soliloqui”.
Inferno con speranza comune, quotidiana ma smorzata dal quasi ossimorico “cimitero di abbagli”. Questa sezione centrale sembra più una parentesi che un nucleo, un piccolo preludio al fallimento della parola, della sua aderenza al mondo; il concetto verrà approfondito nella sezione seguente e ribaltato in fiducia nell’ultima. Sintomi di una crisi, dove rintracciarne se non nella sfiducia per una riformulazione d’illusioni? la realtà s’informa e sprofonda nell’autismo mentre qualcuno avverte che “bisogna / partire una volta per sempre”, che ancora “il bisogno di contatti / e di calore, di parole” può nascondere “un bagliore di vero”; da questo scontro tra l’individuo e un mondo falcidiato da abnormità segniche, dovrà nascere un nuovo soggetto poetico. Dal dormitorio o fossa comune la difficoltà di sentire ancora una volta l’attrito del reale, nella varietà “abbagliante” delle sue possibilità.

IV ciclo: “Estinzione di una voce”:
infatti la soluzione è esposta e riguarda il sonare della voce: “è la voce il ritratto più feroce/ da estinguere”. In luce o in trasparenza, in condizioni sensoriali di margine, si verifica una battaglia vitale, tra due soglie si avvera la scissione e il niente del senso, come “unghiate dentro l’acqua inafferrabile e tutt’una”, induce a preservare la parola nell’attesa che un vento s’insinui nella voce e faccia esplodere il canto prima della morte. Nell’attimo in cui si accinge a scomparire, il canto è benedizione, stemma e corrente di una scelta di verità.

V ciclo: “Scendere e cercare”: per partire per sempre occorre un bagaglio, unico, scoperto. Il contatto è mescidanza, il tintinnio che risuona, dall’incontro, dentro le cavità dell’individuo che in tal modo forma la società. In questa danza che l’individuo realizza con il mondo (fuori gravità sarebbe tormenta, movimento casuale, oscillazione indecifrabile) anche gli oggetti (il nulla che s’imprime) comunicano, apprendono un ordine e la parola può nuovamente esprimere, nominare (il corpo delle donne è identificato nel nome, ma voce e gesti producono trasformazioni; l’individuo è libero di creare analogie, sorprendersi nell’immaginazione). Contro il “vuoto” che permane, la disposizione: volontà di “scendere e cercare” “a che cosa potranno servire questi segni”. Per istanti, abbagli di un senso che continua a sfuggire ma avverte il bisogno di tornare adorazione, eliminazione della scelta; questa disposizione primitiva dell’individuo che genera meraviglia, che affonda lo sguardo…

continua attraverso la lettura di Sesto Sebastian di Marco Simonelli