LE MANI SULLA CITTÀ

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Una scena dal film LE MANI SULLA CITTÀ (1963)

di Francesco Torre

LE MANI SULLA CITTÀ

In proiezione Lunedì 18 maggio al Cinema Lux di Messina (ore 20.45) nell’ambito della rassegna cinematografica “LA VALIGIA DEI SOGNI”

Regia di Francesco Rosi. Con Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti, Carlo Ferrariello.

Complesso e stratificato, Le mani sulla città rivela – ancor più che Salvatore Giuliano – la grande padronanza tecnica del mezzo cinematografico e l’urgenza rinnovatrice del linguaggio di Francesco Rosi. Riprese aeree, piani-sequenza, ardite soggettive, zoom, dolly: con questo film il regista napoletano cerca e trova forme nuove per il suo progetto artistico, in un perfetto equilibrio tra bellezza e denuncia.
L’asciutta e diretta messa in scena dei meccanismi del potere politico (che il montaggio di Mario Serandrei scandisce con piglio formalista, esasperando il sofisticato labirinto di trame occulte che soggiace ad ogni decisione pubblica), l’iperrealismo della ricostruzione mai oleografica della vita nei quartieri popolari (indimenticabile la sequenza del crollo del palazzo, di straordinario impatto visivo), il rigore morale mostrato nella raffigurazione della morte (con la colonna sonora di Piero Piccioni che, di fronte al cadavere estratto dall’antro sventrato di un edificio, prende il sopravvento sull’audio ambientale, che progressivamente scompare, come osservando un rispettoso silenzio), ne fanno un modello di riferimento ancora oggi insuperato per il sottogenere cinematografico che rappresenta. Basti pensare all’entrata in campo del capogruppo della destra locale, Mangione, il cui vogatore verrà ripreso prima da Calopresti e Moretti ne La seconda volta, e poi addirittura dagli autori di House of Cards. Senza dimenticare che Le mani sulla città è il film che il Peppino Impastato del film I Cento Passi proietterà nel suo circolo “Musica e cultura”.
Modernissima, la pellicola intavola un dialogo anche con i movimenti rinnovatori delle cinematografie europee iniziati alla fine degli anni ’50 (Nouvelle Vague in testa: la sequenza pre-elettorale, con l’audio fuori sincrono, sembra rappresentarne un chiaro esempio), nutrendosi anche della nuova sensibilità interpretativa dei metodi dell’Actor’s Studio, di cui Rod Steiger, con Brando, Clift, Dean e Newman, è riconosciuto storica figura di riferimento. Ed è proprio il personaggio incarnato da Steiger la pietra angolare dell’intera operazione estetica, narrativa e probabilmente anche ideologica che Rosi intrapende con Le mani sulla città. Eduardo Nottola, consigliere comunale e imprenditore edile, è il prototipo dell’”uomo nuovo”. Il suo studio è degno di una contemporanea archistar, ed egli si erge sul panorama di una metropoli – raffigurata nel pieno disfacimento morale e ormai abbondantemente avviata verso la post-modernità – come un gigante, imponendo la forza del denaro e delle immagini ai perbenismi della piccola e media borghesia e alle astratte certezze ideologiche degli strenui difensori del proletariato. La forza profetica di questa rappresentazione può sbalordire, ma è sempre una fortuna poterne fare esperienza, soprattutto in un’edizione ottimamente restaurata e rimasterizzata come quella proposta in rassegna.

 

L’AMORE BUGIARDO – GONE GIRL

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Una scena dal film L’AMORE BUGIARDO – GONE GIRL

di Francesco Torre

L’AMORE BUGIARDO – GONE GIRL

Regia di David Fincher. Con Ben Affleck (Nick), Rosamund Pike (Amy), Kim Dickens (detective Bonie), Carrie Coon (Margo).

Usa 2014, 145’.

Distribuzione: 20th Century Fox.

Reale e simbolico, perturbante e ipnotico, L’amore bugiardo di David Fincher ha l’ambizione di esplorare con coraggio e lucidità linguistica il potere mitico che soggiace alle mediatiche tragedie contemporanee. Narcisismo, doppie identità, conformismo, schiavitù intellettuale: nulla sembra sfuggire all’occhio esterno del regista che, con l’abilità di un prestigiatore, porta avanti l’intreccio garantendo la massima tensione nonostante l’azione accada in realtà fuori campo, nel passato o nel futuro, nella memoria o nella fantasia dei personaggi, da qualche parte o addirittura da nessuna parte.

Misteriosa scomparsa nel Missouri. Nel giorno del suo quinto anniversario di matrimonio, una donna svanisce nel nulla. La Polizia indaga, i media giudicano: il marito è un bugiardo seriale e nasconde un segreto. Dietro le apparenze, però, un’altra verità emerge all’ombra di un radicato sentimento di vendetta.

La prima parte del film è la sublimazione di un’intera carriera. Fincher mescola la misantropia, il mito della perfezione, l’onia cosmica di Fight Club con l’estetica digitale, stilizzata e bidimensionale dei suoi lavori più maturi (Zodiac e Social Network), scegliendo come forma e voce del racconto l’epos di House of Cards. Il bersaglio è evidente (il mito della coppia perfetta), le direttive semantiche pure: il sesso subordinato al potere, l’amore all’orgoglio, e la natura umana ormai racchiusa dentro una matrioska la cui apertura è possibile solo tramite la pubblica condanna di private oscenità. Un perfetto racconto amorale, dunque, in cui la conoscenza non necessariamente porta saggezza ma sicuramente aggiunge dolore al dolore e copre maschere con altre maschere in un infinito gioco di specchi.

Terminato il montaggio alternato e ristabilita un’unità del racconto, però, tale equilibrio sembra venire meno: l’incoerenza di alcuni passaggi narrativi rasenta l’offesa all’intelligenza del pubblico e l’istinto primordiale di Fincher per i barocchismi e gli inganni formali prende letteralmente il sopravvento sull’autentica riflessione linguistica come non succedeva da The Game in poi.

Potente e ambiguo, seppure forse eccessivamente nutrito da astratta, intellettuale gloria postmoderna, il cinema di Fincher cerca e infine trova anche qui anfratti inquietanti, confusi e preoccupanti della società occidentale, meritando senz’altro una seconda visione. La sensazione, però, è che senza uno spiraglio per l’umana comprensione, tanta retorica ideologica possa implodere in se stessa senza lasciare traccia né memoria.

La citazione: “Quanto siamo belli? Da prenderci a pugni in faccia”.


Questo articolo è stato già pubblicato sul “Quotidiano di Sicilia” del 18/12/2014