Diario – Estate: 15) Nelle profondità II

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Paul Delvaux, Il villaggio delle sirene (1942)

Recorder Concerto in C Minor, RV 441: II. Largo · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 15) Nelle profondità II

All’arrivo un’attesa ulteriore ad attenderci. Agavi che circondavano come eco un piccolo strapiombo. Lo stretto era un’immagine che si spianava in tutta la sua estensione, ma come un’immagine, appunto, del luogo che avevamo attraversato e che non era più se non impresso nella retina. La falce s’inarcava a proteggere i porti, mentre la striscia di mare tra le sponde serpeggiava tra vapori e alti incendi.
Ci rifugiammo in un boschetto di sughere per trovare refrigerio. Dopo un’ultima sorsata ci guardammo intorno e ripartimmo. Nubi di rapaiole ci volteggiavano tra le braccia, le gambe; gli stinchi e le caviglie si ricoprivano di incisioni sanguigne scarabocchiate dai cardi. Avanzavamo, ma era come retrocedere, impressioni sulla retina.
Mostri portentosi, o meglio i loro scheletri ripuliti e lucenti al sole; recinzioni di filo spinato ci risucchiavano mentre ci inoltravamo verso l’interno, verso «mari deserti e lontani» (H. Melville, Moby Dick), verso luoghi e voci remote dove una “massa” indistinta e incombente «rollava […] come un’isola» (Ibid.). Un’isola delle profondità che si sfrangiava in voci e canti, riducendo in frammenti la nostra capacità di recepirne il senso, un’isola esplosa. Dal magma si diffondevano suoni freddi ma pastosi e tutt’altro che spiacevoli. Era come se avessimo varcato una piega del paesaggio. Intimoriti proseguimmo:

«Mi piacevano quelle voci che entravano, non un vero canto, ma voci tagliate che si ripetevano, che cantavano in modo freddo. Era come una sirena proibita».

(Burial, in M. Fisher, Spettri della mia vita)

Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – Ricardo Menéndez Salmón, “Bambini nel tempo”, Marcos y Marcos, 2015

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Ricardo Menéndez Salmón. Foto © Daniel Mordzinski

di Daniele Greco

La ferita, la cicatrice, la pelle.
Sull’ultimo romanzo di Ricardo Menéndez Salmón, Bambini nel tempo, Marcos y Marcos, 2015.

bambini-nel-tempoQuanti ancora non conoscono l’opera di Ricardo Menéndez Salmón dovrebbero correre ai ripari cercando di colmare questa imperdibile lacuna, magari iniziando proprio dall’ultimo suo libro intitolato Bambini nel tempo (Marcos y Marcos, 2015, traduzione di Claudia Tarolo).
Il quarantaquattrenne scrittore spagnolo ha concepito un “romanzo nel romanzo” in cui ogni storia entra poco alla volta in quella successiva, lasciando al lettore il gusto di scorgere, nel finale, dove vadano a collocarsi gli eventi letti in precedenza.
Suddiviso in tre capitoli – “La ferita”, “La cicatrice”, “La pelle” – il libro, a un primo livello di lettura, racconta tre infanzie: una di queste ferita a morte, una ricucita e cicatrizzata, infine l’ultima prossima a incarnarsi nel bambino che una donna incinta porta in grembo. Tuttavia, leggendo e rileggendo alcuni passi fondamentali, si ha l’impressione che quello dei “bambini nel tempo” sia un nobile pretesto letterario per l’indagine cui vuole sottoporci Salmón.
Nella finzione della fabula, il narratore che racconta le vicende è qualcuno che più di una volta si lascia andare a delle dissertazioni letterarie. Per fare due esempi: è colui il quale riassume in meno di due pagine – e con grande acutezza – lo splendido racconto di Raymond Carver, Una cosa piccola ma buona; o colui il quale, a proposito della scrittura letteraria, afferma che le opere di un autore sono il muro innalzato tra sé e il mondo per trincerarsi ai più.
Seguendo queste tracce – fortemente allegoriche – le tre infanzie diventano i mondi possibili concessi allo scrittore nascosto all’interno del romanzo, il quale rielabora una materia autobiografica; riscatta, attraverso l’invenzione pura, un’infanzia qualsiasi – che il lettore scopre non essere affatto “qualsiasi” –; infine, getta la maschera e si mostra come colui che, a distanza di anni, viene fuori dall’impasse personale in cui si trovava.
Molto simile, in questo, a uno di quegli autori che Enrique Vila-Matas ha celebrato nel suo Bartelby e compagnia, (Feltrinelli, 2002) – il romanzo-saggio dedicato agli scrittori che, come l’eponimo scrivano di Herman Melville, a un certo punto della loro carriera hanno “preferito di no”, hanno rifiutato di scrivere – il narratore ideato da Salmón ci mostra come la letteratura possa essere quello strumento capace anche solo per un istante di redimere una vita intera.
Questa possibilità, però, non è concessa a chiunque, perché lo scrittore è colui che conosce l’eventualità che i propri sforzi possano essere vanificati del tutto e, soprattutto, che egli possa venire dimenticato e ricacciato nell’oblio.
Solo coltivando il proprio deserto e il proprio isolamento può accadere di fare dono agli altri ed a se stesso del momento epifanico in cui, ad un passo dal baratro in cui si stava per sprofondare, si scorge di essere stati capaci di avere creato qualcosa di immortale.

(…) che la parola e l’immagine sono fallimento, sì, sono condanna, certo, sono sepoltura, senza dubbio, ma sono anche, sì, sono per sempre e da sempre, sì, sono, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, in solitudine e in compagnia, sono state, sono, saranno sempre l’ultimo, l’unico, l’immancabile bagaglio.